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Da Berlusconi a Salvini i rivoluzionari liberali sono degli abusivi

Ancora risuonano gli echi degli applausi entusiasti e degli assembramenti eccitati all’annuncio berlusconiano della sua rivoluzione liberale nel 1994. Pochi fecero notare l’incongruenza di un duopolista (magnate delle TV private) che si sarebbe fatto promotore della competizione e del pluralismo, incomprimibili caratteristiche del liberalismo. Subito, poi, si stagliò alto e irriducibile il conflitto fra gli estesi interessi personali del Berlusconi imprenditore/impresario e le politiche pubbliche del Berlusconi Presidente del Consiglio. Non mi risulta di avere visto critiche liberali a questo intollerabile conflitto provenienti da Marcello Pera. L’ex-presidente del Senato ha appena preannunciato un’altra rivoluzione liberale affidata a Matteo Salvini. Nel corso del tempo, l’incompiuta rivoluzione berlusconiana aveva aggiunto al liberalismo (forse, meglio, liberismo sregolato), il cristianesimo (nume tutelare don Luigi Sturzo) e l’europeismo. Molti, però, ricordano tuttora l’estraneità di Berlusconi quando andava ai Consigli europei. Che Salvini adotti una posizione meno sovranista e meno spregiativa dell’Unione Europea gli è suggerito e caldeggiato da Giorgetti, ma, se la Lega non esce dal gruppo in cui si trovano Marine Le Pen e Alternative für Deutschland, non se ne farà nulla. Difficile dire quanto i numerosi rosari esibiti e baciati da Salvini servano a dare alla Lega una sana caratterizzazione cristiana. Pera suggerisce una linea più forte e incisiva: recuperare il pensiero del Papa Emerito Ratzinger il cui liberalismo, lo confesso (senza attendermi nessuna assoluzione dai miei peccati interpretativi), mi sfugge.

   Si può essere europeisti e cristiani anche senza essere liberali. Per essere effettivamente liberali bisogna conoscere quel pensiero politico che, in una certa, non totale, misura, sta a fondamento dell’Europa, e, soprattutto, praticarlo. Opportuno è ricordare che Berlusconi fu, e rimane, carente su entrambi i piani. Dai miei maestri, Giovanni Sartori e Norberto Bobbio e dal liberale “tocquevilliano” Nicola Matteucci ho imparato che il liberalismo combina efficacemente, in maniera esigente due fondamentali insiemi di elementi. Da un lato, stanno i diritti civili e politici, fra i quali stanno tanto il diritto di proprietà quanto quello di asilo politico. I liberali aggiungono a questi diritti anche alcuni doveri fra i quali sta quello di pagare le tasse. Non esiste nessun dovere morale a evadere le tasse, come sostenne più d’una volta Berlusconi.

   Per proteggere e promuovere i diritti c’è l’organizzazione dello Stato liberale tanto che Sartori affermò che il liberalismo contemporaneo è costituzionalismo. Le componenti essenziali dello Stato liberale (ma anche di qualsiasi Stato democratico) sono tre: separazione dei poteri, freni e contrappesi (checks and balances) e responsabilizzazione (accountability). Ciascuna istituzione, esecutivo, legislativo, giudiziario ha una sua sfera di competenza, di azione e di autonomia. Chi vince le elezioni e conquista il potere esecutivo non è automaticamente superiore, ad esempio, al potere giudiziario. Chi ha voti non è in nessun modo esentato dall’osservare e rispettare le leggi, come hanno ripetutamente dichiarato di volere sia Berlusconi sia Salvini e come continuano a ritenere molti loro collaboratori e sostenitori. La recente (ri)scoperta dell’importanza del Parlamento e della sua autonomia da parte di Salvini e dei berlusconiani non può far dimenticare il fastidio che il centro-destra al governo ha regolarmente espresso a fronte delle lungaggini e della farraginosità delle operazioni del Parlamento quando svolge il compito, per me al di sopra di tutto, di controllo sulle decisioni del governo. Infine, una efficace responsabilizzazione di governo e governanti, ma anche degli stessi parlamentari dipende da una legge elettorale decente (indecente fu il berlusconiano Porcellum) per ottenere la quale non vedo nessuna battaglia combattuta da Salvini.    Credo sia giusto concludere che, guardando alla collocazione dei partiti liberali degli Stati membri dell’Unione Europea, si noterà che, fin dall’inizio del processo di unificazione politica europea, sono stati fra gli europeisti più convinti. Sarebbero sicuramente i più severi esaminatori della improbabile conversione di Salvini da sovranista a europeista. In definitiva, la rivoluzione liberale rimarrà una imperfetta elaborazione opportunistica di Pera. Non ha nessuna possibilità di essere né guidata né compiuta dal Salvini sovran-populista. 

Pubblicato il 17 ottobre 2020 su Domani

Rappresentanza è il quesito. Non il numero dei parlamentari @fattoquotidiano #tagliodeiparlamentari #iovotoNo #Referendum2020

Non mi colloco fra coloro che ritengono che la rappresentanza politica sia essenzialmente una faccenda di numeri. Portato all’estremo questo discorso significherebbe più parlamentari più rappresentanza. Non credo neppure che i numeri, alti o bassi, abbiano una relazione stretta, meno che mai decisiva, con la rappresentatività. Non dipende certo dal numero dei parlamentari se gli operai non sono presenti in Parlamento e se i loro interessi sono più o meno (poco, pochissimo) rappresentati. La rappresentatività sociologica è argomento interessante, ma il suo collegamento con la rappresentanza politica richiede qualche serio approfondimento. Partirò da quanto scrisse quarant’anni fa Giovanni Sartori: “la rappresentanza politica è elettiva”. Senza elezioni non può esistere nessuna rappresentanza politica. Leggi elettorali che non consentano agli elettori di scegliere davvero i rappresentanti incidono sulla qualità della rappresentanza, in qualche caso sulla stessa possibilità della sua sussistenza. Ridurre il numero dei parlamentari italiani e poi utilizzare una legge elettorale proporzionale che permetta le pluricandidature e non offra all’elettore la possibilità di scegliere fra i candidati disponendo di un voto di preferenza significa creare una situazione di cattiva rappresentanza. Cattiva è non soltanto dal punto di vista degli elettori che non avranno potuto scegliere il parlamentare, e quindi non gli/le si potranno rivolgere durante il mandato parlamentare. Lo è anche dal punto di vista del parlamentare che sa che la sua elezione non dipende dagli elettori, ma da chi lo ha candidato e, in larga misura, fatto eleggere. In caso di dissenso con quei dirigenti di partito e di corrente responsabili per la sua elezione e, presumibilmente, anche per la sua ricandidatura e rielezione, il parlamentare sarà posto di fronte ad una alternativa lancinante.

Quell’accountability di cui molti parlano senza sufficiente cognizione potrà/potrebbe essere esercitata con profitto soltanto se il parlamentare sa di essere debitore della sua elezione a chi lo ha votato e coloro che lo hanno votato sanno di poterlo ri-votare oppure bocciare. Qui si inserisce il discorso su coloro che “Il Fatto Quotidiano” mette alla berlina chiamandoli voltagabbana. Probabilmente, alcuni la gabbana l’hanno voltata due volte, la prima dicendo sì (nel PD dicendo no) alla riduzione del numero dei parlamentari perché quella era la posizione del loro gruppo parlamentare o del partito. La seconda, adesso, dicendo no oppure, come molti parlamentari del PD, esprimendosi per il sì. Essendo personalmente sostenitore della libertà di mandato, prendo atto delle giravolte di gabbana. Sono legittime. Mi piacerebbe adesso che fossero argomentate così come mi sarebbe piaciuto al momento delle votazioni parlamentari che i dissenzienti si esprimessero. L’inconveniente grave, però, sta nel manico. Sostanzialmente nessun parlamentare aveva interesse a esprimere il suo voto in dissenso poiché non esiste(va) la possibilità di farsi forte del sostegno dei “propri” elettori.

Eppure, sono proprio il dialogo, l’interlocuzione, il confronto e, anche, lo scontro fra il parlamentare e i “suoi” elettori che danno senso e peso alla rappresentanza politica. Potrebbe benissimo essere che quei voltagabbana dal sì al no, ma anche quelli dal no al sì abbiano il sostegno dei loro rispettivi elettorati. Non lo possiamo sapere. Non lo sapremo neanche una volta ridotto il numero dei parlamentari (forse, ci saranno meno voltagabbana, oppure, più probabilmente, saranno grosso modo della stessa percentuale). La rappresentanza politica è una cosa seria che richiede una riflessione approfondita sulla legge elettorale. Non mi pare utile limitarsi a collegarla ai numeri. Anzi, è persino fuorviante. Concluderò drasticamente che se i capipartito e capicorrente mantengono poteri quasi esclusivi di designazione dei parlamentari, nessuna riduzione del numero dei rappresentanti approderà al miglioramento della rappresentanza politica (e quindi della qualità della politica e della democrazia italiana).

Pubblicato il 4 settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Meno parlamentari, meno efficienza #ReferendumCostituzionale @rivistailmulino

Coloro che voteranno “sì” alla riduzione di un terzo del numero dei parlamentari, poiché vogliono un Parlamento più efficiente con meno parlamentari per fare più leggi e più rapidamente, sbagliano alla grande almeno su due punti assolutamente discriminanti. Dal punto di vista della teoria, che non hanno imparato neppure dopo la grande occasione del referendum 2016, poiché il compito più importante del Parlamento non è fare le leggi. Semmai, è esaminarle, emendarle e approvarle. Dal punto di vista della pratica poiché in tutte le democrazie parlamentari le leggi le fa il governo: tra l’80 e il 90% per cento delle leggi approvate sono di origine governativa. Ed è giusto che sia così perché qualsiasi governo, anche di coalizione, ha avuto il consenso degli elettori sulle sue promesse programmatiche e ha, quindi, il dovere politico di tentare di tradurle in politiche pubbliche. Naturalmente, nei governi di coalizione il governo concilierà le diverse promesse programmatiche dei partiti coalizzati. I parlamentari potranno poi valutare, per eventuali voti di coscienza e scienza, quanto le proposte si discostano dalle promesse e, se non c’entrano per niente, astenersi dal votarle. A un Parlamento che s’attarda, a una opposizione che ostruisce, a una maggioranza riluttante (quasi nulla di tutto questo è un “semplice” affare di numeri), il governo imporrà la decretazione di urgenza.

La domanda giusta è: meno parlamentari saranno in grado nelle Commissioni di merito e in aula di controllare quello che il governo (con i suoi apparati politici e burocratici) fa, non fa, fa male?

Detto che il controllo sul governo è il compito più importante del Parlamento, quasi sullo stesso livello si situa il compito della rappresentanza politica, dei cittadini, della “nazione”. Non ne farò un (solo) problema di numeri come argomentano molti volonterosi sostenitori del taglio, ma di qualità. È plausibile credere che, automaticamente, meno parlamentari saranno parlamentari migliori, più capaci, più efficaci, più apprezzabili? Per sfuggire a una risposta (negativa) frettolosa, mi rifugio nell’affermazione che molto dipenderà dalla legge elettorale. Ovviamente, una legge elettorale è buona o cattiva o anche pessima (che è l’aggettivo da utilizzare per le due più recenti leggi elettorali italiane) a prescindere dal numero dei parlamentari, ma con riferimento prioritario a quanto potere conferisce agli elettori. Gli accorati inviti di Zingaretti ad approvare una legge elettorale proporzionale addirittura prima dello svolgimento del referendum mi paiono avere come obiettivo quello di contenere la riduzione inevitabile del numero di seggi del Partito democratico, piuttosto che quello di migliorare la qualità della sua rappresentanza proprio quando dal suo partito vediamo venire strabilianti esempi di opportunismo.

Questi esempi rispondono in maniera quasi definitiva alla domanda posta da Giovanni Sartori nel 1963. Di quali soggetti i parlamentari temono maggiormente la sanzione per i loro comportamenti: gli elettori, i gruppi di interesse, i dirigenti di partito? Con le due più recenti leggi elettorali la risposta è elementare: i dirigenti di partito (e di corrente). A loro volta sono questi dirigenti a cercare di raggiungere i gruppi di interesse rilevanti spesso candidando uno dei loro esponenti. Quanto agli elettori, costretti a barcamenarsi fra candidature plurime, un vero schiaffo alla rappresentanza politica, e candidature bloccate, la loro eventuale sanzione non riuscirà mai ad applicarsi alla singola candidatura.

E, allora, quale rappresentanza? Quale accountability? Quale responsabilizzazione? Il fenomeno più significativo è rappresentato dal Pd. Tre volte i suoi deputati e i suoi senatori, che non risulta avessero consultato i loro elettori, hanno votato no alla riduzione. L’ultima volta votarono compattamente sì. La spiegazione, forse era preferibile dirlo alto e forte, era che l’approvazione del taglio era indispensabile per dare vita alla coalizione di governo con il Movimento 5 Stelle. Capisco, ma ritengo assai deprecabile chi ha votato tre volte “no” senza trasparentemente esprimere alcun dissenso e ha votato “sì” alla quarta volta, nuovamente senza esprimere dissenso né spiegare la giravolta. Il fatto è che quei parlamentari democratici hanno applicato la linea del loro partito/gruppo parlamentare che aveva deciso che la formazione del governo giallorosso era di gran lunga preferibile all’alternativa rappresentata da Salvini e Meloni, i quali avrebbero aggredito la Costituzione, antagonizzato l’Unione europea, inciso negativamente sulla già non proprio elevata qualità della democrazia italiana.

Adesso, la risposta da dare nelle urne è proprio se la riduzione del numero dei parlamentari contribuirà o no a un salto di qualità della rappresentanza politica, al miglior funzionamento del bicameralismo (che qualcuno scioccamente continua a definire “perfetto”, dunque, da non toccare minimamente) e alla qualità della democrazia italiana. A mio parere, nulla di tutto questo conseguirà dalla semplice riduzione. I risparmi sui costi di un terzo dei parlamentari eliminati saranno “mangiati” dall’aumento dei costi delle campagne elettorali più competitive e in circoscrizioni più ampie. Il reclutamento di candidati e candidate ad opera dei dirigenti di partito e di corrente premierà coloro che hanno dimostrato di essere più disciplinati (è un eufemismo). Alcuni si sono già posizionati, altri stanno sgomitando. Farà la sua comparsa in grande stile, ma sotto mendaci spoglie, il vincolo di mandato. Vota non come vorrebbero i tuoi elettori, che, a meno di una buona legge elettorale, gli eletti non saranno in grado di conoscere, ma come dicono i dirigenti del partito e della corrente anche perché in questo modo si sfuggirà dal fastidioso esercizio dell’accountability. La prossima volta a qualcuno/a sarà assegnato un seggio sicuro magari in Alto Adige, se vi rimarrà almeno un collegio.

No, chi non vuole nulla di tutto questo ha l’opportunità di respingerlo: con un sano e argomentato voto che si oppone alla riforma sottoposta a referendum. Il resto chiamatelo pure “scontento” democratico. Non è immobilismo perché la Costituzione italiana e la democrazia parlamentare che esistono dal 1948 hanno ampiamente dimostrato di essere flessibili e adattabili, in grado di superare le sfide e di continuare a offrire un quadro democratico per la competizione politica, per un tuttora decente rapporto fra le istituzioni, per il conferimento dell’autorità, per l’esercizio del potere “nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Pubblicato il 28 agosto 2020 su rivistailmulino.it

Al referendum dico “NO” per difendere la Carta @fattoquotidiano #Referendum2020

Un’abbondante maggioranza assoluta di deputati e senatori, ma non i due terzi, ha votato a favore della riduzione di un terzo del numero di parlamentari in entrambe le Camere. Non importa sapere chi ha votato per convinzione e chi per convenienza, ma è legittimo chiedere ai parlamentari del Partito Democratico perché, dopo tre voti contrari, hanno deciso di passare al voto favorevole. La risposta può benissimo essere che il governo è più importante di quel particolare elemento costituzionale che è il numero dei parlamentari. Potrebbero anche dire che si sono convinti che è opportuno risparmiare i soldi del contribuente. È motivazione rispettabile anche se, naturalmente, criticabile: meno parlamentari non significa automaticamente parlamentari migliori. Potrebbero dire che meno parlamentari saranno più efficienti. Approveranno più leggi in tempi più brevi. Anche questa motivazione mostra la corda per due ragioni. Da un lato, tutti si lamentano che le leggi in Italia sono troppe. Dunque, non si capisce perché dovremmo volere un Parlamento snello che approvi più leggi. Dall’altro, è noto, o dovrebbe esserlo, che quasi il 90 per cento delle leggi approvate sono di origine governativa. Elevato o ridotto che sia, il numero dei parlamentari non fa differenza anche perché, comunque, il governo otterrà quello che vuole attraverso il ricorso alla deprecabile e deprecata decretazione d’urgenza sulla quale la riforma che procede alla riduzione del numero dei parlamentari non ha niente da dire.

In effetti, la semplice riduzione del numero dei parlamentari non implica praticamente nulla se non, ma qui il discorso diventa più complesso, qualche problema per due compiti che i “buoni” parlamentari dovrebbero svolgere: dare rappresentanza politica agli elettori, alle loro preferenze e esigenze, interessi e ideali, e controllare quello che il governo fa, non fa, fa male. Soltanto in piccola parte questi due compiti dipendono dal numero dei parlamentari, ma, certamente, un numero ridotto implica che molti parlamentari saranno più oberati da compiti che richiedono presenza, preparazione, tempo. Ci saranno aggiustamenti, annunciano i sostenitori della riforma. Dopo l’approvazione definitiva seguirà una nuova legge elettorale che consentirà, ma questo non lo dice nessuno, migliori modalità di elezione dei parlamentari. Di per sé, deve subito essere chiarito, non è affatto vero che qualsiasi legge elettorale risolva il rebus di una buona equilibrata capillare rappresentanza politica. Da quel che so non è la versione, cioè, lo stravolgimento, della legge elettorale tedesca di cui si discute, che produrrà rapporti migliori in termini di ascolto, di presa in considerazione, di apprendimento e, soprattutto, di responsabilizzazione (accountability) degli eletti e, di conseguenza, di aumento del potere degli elettori. Incidentalmente, la quantità e la qualità di questo potere dovrebbe essere il criterio dominante per valutare la bontà di una legge elettorale.

Infine, non è vero che siamo insoddisfatti soprattutto dal cattivo funzionamento del Parlamento italiano. Dovremmo, comunque, rinunciando all’antiparlamentarismo preconcetto, stilare dei criteri condivisi per dare sostanza al nostro scontento. Quello che ci preoccupa o dovrebbe preoccupare sono i cruciali rapporti fra Parlamento e governo (e viceversa). Se la riduzione del numero dei parlamentari avesse un senso forte, volesse davvero incidere sullo snodo più importante, decisivo delle democrazie parlamentari i suoi sostenitori dovrebbero affermare che con meno parlamentari quei rapporti migliorerebbero da tutti, o quasi, i punti di vista, in particolare: lealtà, disciplina, trasparenza, valorizzazione del ruolo dell’opposizione. Il silenzio su questi aspetti mi sembra molto inquietante.

Ancora più inquietante, mi è, però, parsa la motivazione del deputato del Partito Democratico Stefano Ceccanti. Non ne ricordo il dissenso quando il suo gruppo parlamentare per tre volte votò “no”. Avendo acrobaticamente espresso il suo “sì” alla quarta votazione, Ceccanti ha prodotto come argomentazione dominante quella che, dopo tanto immobilismo costituzionale, la riduzione del numero dei parlamentari, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, aprirebbe una breccia (nella Costituzione). Più di trent’anni fa, fu il grande giurista e storico delle istituzioni, anche Senatore della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, Gianfranco Miglio, a sostenere la necessità di uno sbrego alla Costituzione italiana. Poiché non gradisco gli sbreghi e non credo che sia opportuno sbrecciare la Costituzione italiana, meglio votare NO.

Pubblicato il 26 agosto 2020 su Il fatto Quotidiano

 

I Cinque Stelle non sono spacciati @domanigiornale

Gli iscritti del Movimento hanno approvato alleanze già in essere da tempo. Addio anche al limite dei due mandati. I Cinque Stelle diventano più simili agli altri partiti, ma restano i meglio attrezzati a intercettare un malcontento ancora diffuso nel paese e che continua a portare voti.

  • Nella sua critica alla Prima Repubblica (l’unica che abbiamo avuto), il Movimento 5 Stelle ha spesso sbagliato bersaglio. Non ne ha capito i pregi: adattabilità e possibilità di cambiare governi e governanti senza produrre destabilizzazioni, obbligando i nuovi protagonisti a rispettare le regole.
  • La democrazia parlamentare non è una forma di governo debole. Ha regole, procedure, istituzioni che danno rappresentanza politica e consentono decisioni. Funziona grazie ai partiti. Dalla qualità dei partiti dipende la sua stessa qualità.
  • Tutti i movimenti collettivi si trovano prima o poi ad un bivio: istituzionalizzarsi oppure deperire e sparire. Sull’orlo del deperimento, i Cinque Stelle sembra abbiano scelto la via, per loro alquanto impervia, dell’istituzionalizzazione.

Nato sull’onda alta della critica alla politica esistente il Movimento 5 Stelle ha dovuto fare di volta in volta i conti con quella politica, finendo regolarmente per adattarsi, più o meno convintamente e dolorosamente, alle sue prassi.

La politica esistente in Italia si svolge nel quadro, molto più costrittivo di quel che si pensa abitualmente, di una democrazia parlamentare ed è praticata da organizzazioni che, in un modo o in un altro, deboli o meno deboli, sono partiti. Dunque, la critica alla politica non poteva non essere anche, soprattutto, critica del Parlamento, scatoletta di tonno da aprire, e critica dei parlamentari, del loro essersi trasformati in una “classe”, del loro numero, dei loro privilegi a cominciare dalle indennità e dai vitalizi.

Rispetto ai partiti, organizzazioni ritenute non democratiche in mano a oligarchie interessate a perpetuarsi e in grado di farlo, il Movimento ha inteso fare valere modalità di democrazia più o meno diretta, partecipata (peraltro da non più di 60 mila aderenti su almeno il doppio di aventi diritto), costruita all’insegna dello slogan “uno vale uno”, praticata con moderne forme tecnologiche attraverso una piattaforma di proprietà di un privato. Inevitabilmente, ne conseguono lamentele e critiche alla probabilità di manipolazione di procedure tutt’altro che trasparenti e verificabili.

Al suo esordio in una competizione nazionale, nessun partito, tranne Forza Italia, ha ottenuto un numero di voti superiore a quello dei Cinque Stelle nel 2013. Alla base di questo grande successo elettorale, sta proprio la critica, pure, spesso sommaria e superficiale, espressa con toni esagitati, della politica.
Superficialità e esagitazione sono servite a raggiungere, incanalare, dare espressione e rappresentanza alla diffusa, profonda e persistente insoddisfazione degli italiani con la loro politica.

Essendo questo un dato strutturale è possibile affermare che non mancheranno mai le ragioni per le quali una parte di elettorato si indirizzerà a favore del Movimento e dei suoi candidati. Fisiologicamente, però, una parte di elettorato non poteva non diventare insoddisfatta dalle prestazioni dei Cinque Stelle nella loro azione di governo.

Troppo facile, ma vero, dunque necessario, è affermare che il passaggio non soltanto dalla protesta alla proposta, ma dalla proposta alla pratica si è scontrato con ostacoli imprevisti dai Cinque Stelle, ma non imprevedibili. Nelle democrazie parlamentari rarissimamente il governo è composto da un solo protagonista. Per dare vita ad un governo è imperativo trovare alleati e formare coalizioni. Dopodiché il programma del governo non può essere integralmente quello di ciascuno dei singoli contraenti, ma è un compromesso che deve tenere conto delle diverse preferenze.

Che soltanto alcuni giorni fa gli iscritti al Movimento abbiano dato ufficialmente la loro approvazione alla ricerca di alleanze può stupire soltanto perché l’approvazione viene dopo una pratica già in atto. Questa decisione sarebbe la prova provata della trasformazione del Movimento in partito politico. In verità, la trasformazione era già avvenuta nel momento stesso in cui il Movimento aveva presentato candidature alle elezioni nazionali, ottenuto voti e conquistato cariche.

Da Max Weber, che di movimenti collettivi ha scritto in maniera tuttora imprescindibile, dovremmo piuttosto sapere trarre le indicazioni cruciali per capire se le Cinque Stelle approderanno alla istituzionalizzazione, vale a dire a darsi una struttura, regole, modalità di selezione e ricambio della leadership che ne consentano una lunga durata.

Avere originariamente stabilito un massimo di due mandati elettivi andava contro non solo l’istituzionalizzazione, ma lo stesso buon funzionamento del Movimento nelle assemblee elettive, in particolare, nel parlamento.

Da un lato, coerentemente con il principio “uno vale uno”, il Movimento nega(va) l’importanza dell’esperienza politica e delle competenze; dall’altro, rende(va) impossibile l’applicazione di un criterio fondamentale della democrazia rappresentativa, quello della responsabilizzazione, dell’accountability. Il rappresentante se ne dovrebbe andare per una regolamentazione burocratica, due mandati svolti, non per inadeguatezza politica, vale a dire non essere riuscito a farsi rieleggere sulla base di quanto da lui/lei fatto.

Peggio, poi, se, come ribadito da troppi esponenti del Movimento, dovesse venire imposto un, peraltro impossibile (e che richiederebbe una revisione costituzionale) vincolo di mandato ai rappresentanti. Non è chiaro in che modo potrebbe essere imposto, tradotto in pratica e sottoposto a valutazione, ma è sicuro che distruggerebbe il principio stesso della rappresentanza politica con conseguenze di irrigidimento della dialettica parlamentare fondata proprio sulla reciproca persuasione e sulla conciliazione degli interessi e delle preferenze.

Nel frattempo, in parte tenendo conto delle esperienze acquisite in parte per valorizzare quanto fatto ricoprendo la carica, i militanti del Movimento hanno acconsentito ad un sotterfugio: il mandato zero (ovvero, la previa elezione nei consigli comunali e provinciali) che si configura come deroga permanente alla regola dei due mandati.

Questo vale per la sindaca di Roma Virginia Raggi. Varrà per quella di Torino Chiara Appendino e, naturalmente, per tutti i non pochi parlamentari che stanno completando il secondo mandato. Molti di costoro, però, finiranno comunque esclusi, se l’elettorato confermerà per referendum la riduzione del numero dei parlamentari, altra riforma chiave di un Movimento nel quale alcuni ritengono che il parlamento come lo abbiamo conosciuto stia diventando inutile, retaggio di un passato novecentesco, superabile.

La fase di effervescenza collettiva e di entusiasmo che aveva lanciato il Movimento è venuta inevitabilmente meno. Il suo fondatore, Beppe Grillo, si è trasformato in garante anche se, ed è per lo più un bene, interviene in maniera decisa e decisiva nei momenti più delicati.

Per quanto faticosa e difficile da guidare senza una bussola, l’istituzionalizzazione del Movimento ha fatto qualche passo aventi.

In mancanza di una cultura politica condivisa che non sia esclusivamente di critica alla democrazia parlamentare (e, molto contraddittoriamente, alle modalità di funzionamento dell’Unione europea), aderenti e elettori del Movimento Cinque Stelle appaiono perplessi e divisi. Però, potrebbero rivendicare di essere nella loro composizione e nelle loro contraddizioni, dai vaccini alle grandi opere, il partito (pigliatutti) degli italiani.

Comunque, continuano ad avere dalla loro parte l’insoddisfazione e lo scontento politico, pulsioni e emozioni che sembrano di entità tale da riprodurre una riserva di voti alla quale il Movimento è tuttora in condizioni di attingere meglio e più di altri.

Pubblicato il 19 agosto 2020 su editorialedomani.it

L’insostenibile pretesa del suk parlamentare sui soldi europei @HuffPostItalia

Viviamo in una Repubblica parlamentare, ma dal dibattito sull’uso del Recovery Fund sembra una Repubblica a responsabilità limitata e confusa. Con la Bicamerale cadrebbe un principio cardine: l’accountability. Il marchio dello scaricabarile

Pensavo che, faticosamente, ma finalmente, gli italiani, a partire dai dirigenti politici, avessero imparato che viviamo in una Repubblica parlamentare. Invece, a giudicare dal dibattito su come decidere l’utilizzazione degli ingenti fondi messi a disposizione dall’Unione europea, sembra di essere rientrati in una Repubblica a responsabilità limitata e confusa. Nelle democrazie parlamentari esistenti, l’elemento cruciale per il loro buon funzionamento è dato dal rapporto governo/parlamento. Da un lato, il governo, ciascun governo esiste e resiste soltanto perché e fintantoché è sostenuto dalla fiducia di una maggioranza parlamentare. Dall’altro, il governo, che rappresenta la maggioranza degli elettori, attua scelte programmatiche che debbono essere valutate e approvate dal Parlamento, dalla sua maggioranza, ma anche da tutti coloro che concordano. Quelle scelte vengono formulate e decise in un rapporto stretto fra i singoli ministri e i loro collaboratori nei ministeri e fuori e coordinate dal capo del governo. La o le opposizioni hanno modo di esprimere le loro critiche e riserve e di formulare le loro alternative nel dibattito parlamentare sia nelle Commissioni di merito sia in aula. Questa è, in maniera ineccepibile, la modalità migliore per dare centralità al parlamento. Commissioni bicamerali ad hoc, presieduta da esponenti delle opposizioni servono per fare inchieste e investigazioni, non per produrre politiche pubbliche. Finirebbero rapidamente per risultare luoghi di contrattazioni e scambi, inevitabilmente impropri, per usare un termine irrispettoso il Parlamento si trasformerebbe in un suk. Inoltre, con bicamerali di vario genere, non soltanto le elaborazioni rischiano di essere lente, confuse, frutto di compromessi, ma cadrebbe uno dei principi cardini delle democrazie parlamentari: la responsabilità meglio la accountability. Governanti e oppositori potrebbero, a ragione, procedere allo scaricabarile su qualsiasi delle politiche non funzionino e diventerebbe difficilissimo, praticamente impossibile per gli elettori capire chi ha ragione chi ha torto, punire chi ha sbagliato premiare chi ha formulato le politiche migliori. Senza accountability le democrazie parlamentari sarebbero allo sbando e gli elettori sarebbero costretti a scegliere quasi a caso.

Dunque, no alle ipotesi di bicamerali. Siano i ministri, i loro staff politici e i vertici delle loro burocrazie a scegliere chi consultare e quali progetti, tempi e costi, proporre. Siano il Presidente del Consiglio e il Consiglio dei ministri a comporre rapidamente il pacchetto degli interventi da attuare tenendo conto di tutte le compatibilità. Toccherà poi al Parlamento, in commissione e in aula, la decisione definitiva. Lì le opposizioni presenteranno le loro critiche e controproposte, ma la responsabilità di quanto fatto, non fatto, fatto male deve essere limpidamente attribuita al governo, ai Ministri, alla maggioranza. Il resto è costosissima perdita di tempo e, naturalmente, di credibilità di fronte all’elettorato italiano e alle autorità europee.

Pubblicato il 25 luglio 2020 su huffingtonpost.it

Il caso Salvini

Nel dibattito in Senato sul concedere o no al Tribunale dei Ministri di Catania l’autorizzazione a procedere contro l’ex-Ministro degli Interni Matteo Salvini, non pochi  Senatori hanno fatto ricorso a formule logore e a considerazioni sbagliate. La più logora delle formule è “gli avversari politici si sconfiggono nelle urne e non per via giudiziaria”. Nessuno si è sentito di sostenere che se gli avversari politici violano le leggi, ad esempio, anche soltanto in materia di campagna elettorale e del suo finanziamento, oppure la Costituzione, per esempio, in materia di diritti, è non soltanto opportuno, ma sicuramente doveroso che vadano comunque sotto processo. La legge è eguale per tutti. Punto.

Nella sua difesa, il sen. Matteo Salvini ha fatto ricorso ad un po’ di vittimismo: perché solo lui e non gli altri ministri quando la decisione fu presa? (domanda più che legittima che potrà ripetere nel processo); un po’ di familismo: l’acuto dolore dei suoi figli nel leggere sulle prime pagine dei giornali gravi accuse al loro papà e la saggezza della nonna che ripeteva “male non fare paura non avere”; un po’ di populismo: con lui saranno processati milioni di italiani per bene che vogliono controllare e impedire l’immigrazione clandestina. Se Salvini è così sicuro di avere operato, non solo per il bene dell’Italia e degli italiani, ma rimanendo nell’ambito delle patrie leggi, il processo, al quale aveva detto di volere andare a testa alta, sarà utilissimo tanto a scagionarlo quanto a definire le prerogative e gli eventuali limiti giuridici e costituzionali del potere che spetta al Ministro degli Interni.

L’affermazione più pesante è venuta nella conclusione dell’arringa dell’avvocato Giulia Bongiorno, attualmente senatrice della Lega: “Se voterete a favore saremo al crepuscolo della democrazia parlamentare e della separazione dei poteri”. Tutt’al contrario. Infatti, nelle democrazie parlamentari i poteri sono largamente condivisi fra le istituzioni. Il Parlamento dà e toglie la fiducia al Governo. Le leggi sono scritte dai governi e approvate, o respinte, dai parlamentari. Cinque giudici costituzionali sono eletti dal Parlamento e cinque sono nominati dal Presidente della Repubblica. Last but not least, la magistratura valuta che i comportamenti di tutti siano conformi alle leggi approvate dal Parlamento. Nessuno è al di sopra delle leggi e tutti i poteri sono chiamati a rispondere responsabilmente delle loro attività anche di fronte agli altri poteri. La “responsabilizzazione” (accountability) è la virtù democratica per eccellenza. La dignità della politica, per la quale ha urlato un accorato appello il sen. Casini, si (ri)conquista e si difende, non sottraendo chi ha cariche politiche a qualsiasi controllo, ma da parte loro esercitando il potere responsabilmente. Concluderò con una delle espressioni più logore e più frequentemente pronunciate: “la giustizia faccia il suo corso” (meglio se completandolo prima delle prossime elezioni politiche).

Pubblicato AGL il 14 febbraio 2020

Le eguaglianze nella democrazia #InCircolo

La democrazia promette due tipi di eguaglianze: di voto e di fronte alla legge. One person one vote. Isonomia. Uso appositamente l’inglese e il greco perché queste sono le due lingue della democrazia: quella dei moderni e quella degli antichi. L’eguaglianza economica non sta fra le promesse della democrazia individuate da Norberto Bobbio (Il futuro della democrazia, Einaudi, 1984) e viene deliberatamente e ragionatamente tenuta ai margini della democrazia da Giovanni Sartori (The Theory of Democracy Revisited, CHatham House, 1987). Potrei facilmente trovare molti altri autori a sostegno della mia tesi così come potrei criticare facilmente coloro che fanno un polpettone combinando la democrazia politica con l’eguaglianza economica. Another place another time.

Gli uomini e le donne, contrariamente a quello che fu scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America*, non nascono affatto uguali. Tuttavia, in una democrazia debbono godere degli stessi inalienabili diritti: alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. L’impegno della democrazia, per rimanere nella Dichiarazione d’Indipendenza, il compito del governo che ottiene i suoi poteri dal consenso dei governi, è di assicurare l’esistenza dei succitati diritti. Non v’è nessuna menzione dell’eguaglianza come un obiettivo che i governi democratici abbiano l’obbligo di perseguire. Nella famosa triade francese sicuramente rivoluzionaria “Liberté, égalité, fraternité” (oggi, probabilmente, solidarité) è molto dubbio, se non del tutto improbabile che égalité si riferisca alle condizioni economiche. Direi piuttosto che si riferisce allo status dei cittadini. Non più aristocrazia e plebe, ma, per l’appunto, tutti citoyens che fu, appunto, il modo con il quale i francesi dovevano rivolgersi l’un l’altro.

Non posso non segnalare che mentre negli USA uomini e donne di colore non nascevano affatto liberi, in Francia (come nel resto dell’Europa e altrove) i diritti delle donne erano molto meno che eguali a quelli degli uomini. Ultimo esempio: il giustamente famoso e molto spesso menzionato art. 3 della Costituzione italiana riguarda nel primo comma l’eguaglianza di fronte alla legge, nel secondo comma pone a carico della Repubblica, vale a dire dei cittadini, governanti e rappresentanti, il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. Vorrei effettuare una fine distinzione fra la democrazia in quanto tale e la Repubblica, una delle possibili forme di organizzazione democratica del sistema politico. Comunque, un “compito” non è una promessa. Il suo inadempimento non significa affatto che il sistema politico non è democratico, se mantiene le due caratteristiche che sopra ho indicato come costitutive e decisive. Significa che il sistema politico ha una rendimento inadeguato, è di bassa qualità, anche se, proprio perché democratico, mantiene aperte tutte le opzioni.

Da Norberto Bobbio (Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, 2004, 5a edizione) abbiamo imparato (o dovremmo avere imparato) che la differenza fondamentale fra destra e sinistra è che la prima considera le diseguaglianze, da un lato, naturali, dall’altro,la conseguenza delle preferenze dei cittadini, quindi del tutto accettabili. Invece, la seconda pensa che molte diseguaglianze dipendono da fattori prodotti dagli uomini stessi e ritiene compito della politica, della sinistra stessa, ridimensionarle nella più ampia misura possibile. Oggi, di fronte alla crescita enorme/abnorme delle diseguaglianze di ricchezza, di guadagno, di reddito nelle democrazie qualcuno afferma che è un problema democratico. Alcuni arrivano addirittura a sostenere che sono le democrazie occidentali le responsabili dell’aumento delle diseguaglianze. A smentire questa seconda tesi sono sufficienti i molti dati disponibili in materia di distribuzione/concentrazione della ricchezza in due regimi che, per quanto molto diversi fra loro, sono entrambi sicuramente non-democratici: la Russia e la Cina. Quanto alle democrazie contemporanee esistono comunque molte diversità all’interno dei diversi sistemi politici con gli Stati Uniti che esibiscono il più alto grado di diseguaglianze economiche.

Il punto, però, rimane. Lo espliciterò in forma interrogativa: la democrazia è compatibile con un alto livello di diseguaglianze economiche? Viceversa, un alto livello di diseguaglianze economiche incide negativamente sulla democrazia, al limite può provocarne la fine? Rispondo affermativamente senza esitazioni alla prima domanda, ma mi affretto a sottolineare che quella democrazia dei ricchi, per i quali già i greci avevano la definizione precisa: plutocrazia, è da giudicarsi sicuramente di qualità inferiore con riferimenti alle politiche pubbliche e alla accountability dei governanti e dei rappresentanti rispetto alle democrazie con distribuzione meno diseguale delle risorse e della ricchezza. Rispondo negativamente alla seconda domanda. Nessuna democrazia è crollata a causa dell’eccessiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi detentori. Vedo un rischio, ma al tempo stesso ritengo che i plutocrati non hanno nessun interesse a trasformare una democrazia che ne ha consentito/favorito l’arricchimento in un regime autoritario. Da temere, semmai, sarebbe la reazione di coloro che sentono la privazione e che potrebbero volere buttare a mare la bambina democrazia con l’acqua sporca di arricchimenti enormi che quasi sicuramente sono fatti pesare più o meno direttamente sulla sfera politica e sui processi decisionali.

Bisogna concluderne che la democrazia e i democratici non si debbono preoccupare delle diseguaglianze, massimamente di quelle economiche? Dal mio sintetico inquadramento di un discorso molto complesso, trarrei due conclusioni, due insegnamenti. Senza dubbio la democrazia si accompagna ad un tipo di eguaglianza, quello segnalato non tanto implicitamente nell’art. 3 della Costituzione italiana. La rimozione degli ostacoli significa la creazione di eguaglianza di opportunità che, poi, ciascuno utilizzerà secondo le sue preferenze: per fare il cacciatore di mattina, il pescatore o il pastore di pomeriggio, il critico d’arte la sera, oppure qualunque altra cosa desideri in alternativa. Aggiungo che l’eguaglianza di opportunità deve essere perseguita e data non soltanto all’inizio del percorso vitale delle persone, ma in ogni momento di svolta: dagli asili nido fino all’università. Questa è l’eguaglianza chele migliori fra le democrazie hanno saputo concedere con conseguenze socialmente, politicamente e economicamente molto apprezzabili. La seconda conclusione è che fissare l’attenzione unicamente sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, con l’eguaglianza economica che scivola, dubito comunque che questo sarebbe l’esito, in una sorta di livellamento, sarebbe deleterio per lo spirito d’iniziativa, per le aspettative, per le ambizioni delle persone. Per la grande maggioranza delle donne e degli uomini, il perseguimento della felicità ha molto poco a che fare con la redistribuzione delle ricchezze, con la riduzione delle diseguaglianze economiche, con il ridimensionamento del numero e delle risorse dei ricchi (qua, forse, ci starebbe bene il termine capitalisti, magari, però, differenziando fra gli imprenditori e i rentiers). C’è molto di più sotto il cielo della democrazia.

*“We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.–[81]That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed,

Pubblicato in In Circolo n.8 dicembre 2019 – L’attualità di Spinoza

 

 

 

 

 

 

 

 

*”We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.–[81]That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed,

Conoscere i classici e fare uso del loro pensiero per fare analisi politica di valore

Non si può fare nessuna analisi politica che abbia valore senza conoscere i classici e fare uso del loro pensiero. Chi vuole rafforzare la democrazia come ideale e migliorare le democrazie realmente esistenti deve conoscere la teoria democratica e le modalità con le quali è applicata in molti contesti specifici. Chi conosce una sola democrazia non conosce adeguatamente neppure quella. Ci vuole buona comparazione.

Triangolo virtuoso. Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica. Imparare e non dimenticare #CrisiDiGoverno

1  Non possiamo che rallegrarci che, finalmente, politici e commentatori abbiano scoperto che l’Italia è una Repubblica parlamentare (meglio, democrazia parlamentare). Che, però, pensino che tutto il potere stia nel Parlamento è sbagliato. In democrazia, mai nessuno ha “pieni poteri”. Quanto alle istituzioni, il potere sta nel triangolo virtuoso Parlamento-Governo-Presidenza della Repubblica, nella loro assunzione di responsabilità e nel loro controllo reciproco.

2  Nessun parlamento è onnipotente anche se lì si esprime principalmente la sovranità popolare, meglio se con una legge elettorale meno indecente della Legge Rosato. In Parlamento nascono, si trasformano, muoiono e si (ri)formano i governi. Però, un buon Parlamento fa molte altre cose. E’ luogo di rappresentanza e conciliazione di interessi (lascio il gergo riprovevole a chi comunque non conosce l’abc del parlamentarismo); è luogo di espressione delle opposizioni e di produzione delle decisioni. Soprattutto, è fonte insostituibile di informazioni e conoscenze per gli elettori che desiderino votare in maniera efficace, a ragion veduta.

3*  Il problema non è mai, come hanno scritto opportunamente alcuni autorevoli scienziati della politica, se saremo governati, ma, sempre, come saremo governati. Detto che in Italia un governo esiste solo se ha ottenuto “la fiducia delle due Camere”, le aggettivazioni aggiuntive sono quasi tutte improprie. Governo di scopo, di decantazione, del Presidente, et al, addirittura di legislatura (obiettivo che tutti i governi dovrebbero sempre porsi) significano poco o nulla. Quello che conta, anche con riferimento alla situazione italiana attuale, è, non per quanto tempo, ma come il governo che nasce saprà governare(rci).

*A causa di un problema tecnico la registrazione si è interrotta bruscamente, un po’ come l’esperienza del governo giallo-verde. Noi rimedieremo. Loro, meglio di no.