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Meglio passare con il verde #greenpass

Dappertutto nel mondo il Covid ha imposto limitazioni alle libertà personali. Quelle limitazioni sono state giustificate e sono giustificabili per evitare l’espansione del virus e, quindi, tutelare la salute della cittadinanza tutta. Le strategie adottate sono state molto differenti da paese a paese e ad oggi non è ancora possibile dire se una specifica strategia, aperturista o rigorista, abbia funzionato particolarmente bene. Tutti o quasi concordano su un punto importantissimo: le vaccinazioni riducono notevolmente il rischio di contagi, dunque, debbono essere ampliate al massimo per mettere in salvo tutta la popolazione. Da nessuna parte, però, è stato sostenuto e imposto l’obbligo di vaccinazione. La discussione attuale, non soltanto in Italia, verte sulla necessità/utilità di un documento, definito green pass, che certificando il compimento del ciclo vaccinale, serva per avere accesso a stadi e teatri, cinema e concerti, treni e aerei, tutti i luoghi chiusi nei quali si incontrino grandi gruppi di persone. In maniera più o meno esplicita e intensa, il green pass è stato criticato in Italia, in particolare da Giorgia Meloni che vi vede una violazione intollerabile e anticostituzionale delle libertà personali.

Anticostituzionale la limitazione delle libertà certamente non è. Al contrario, è prevista negli articoli 16 e 17 della Costituzione per motivi di sanità, di sicurezza e di incolumità. Deve essere stabilita per legge e, preferibilmente, durare per un periodo di tempo limitato, meglio se predeterminato. In Francia il green pass è stato deciso dal Presidente. In molti stati europei il green pass è il documento che deve essere presentato da coloro, non solo turisti, che vogliano entrare nel paese. D’altronde una cosa è certa: il virus non conosce frontiere e le sue varianti viaggiano in maniera pericolosissima. Probabilmente, la presentazione pubblica del green pass non è stata la migliore possibile. Invece di accettare che venga descritto dagli oppositori come quasi la premessa dell’affermarsi di uno Stato totalitario che controlla la nostra vita (finché dura…) e penetra nella nostra privacy, meglio sarebbe stato se le autorità avessero chiarito i termini della soluzione. Avere o non avere il green pass dipende dalla libera scelta delle persone, dei singoli. Nessuno è obbligato a fare le due vaccinazioni che immunizzano, ma chi vuole andare a teatro e alla partita di basket, al cinema e in altro luogo pubblico, deve sapere che il green pass è il biglietto d’ingresso richiesto. Dunque, non c’è costrizione, ma un’alternativa limpidamente posta fra andare ovunque se in possesso di green pass e essere, per propria scelta, impossibilitati a frequentare alcuni luoghi pubblici. Non possiamo aspettarci che i no vax siano disponibili a cogliere questa cruciale differenza, ma dagli altri italiani, europei, cittadini del mondo è giusto pretendere che sappiano che la scelta è nelle loro mani, a loro protezione e per protezione di tutti.

Pubblicato AGL il 23 luglio 2021

Divisi profondamente #leggeZan

La prima domanda è: il disegno di legge sull’omofobia che ha come primo firmatario il deputato del PD Alessandro Zan è una buona legge? La seconda domanda è: se ha qualche articolo che può essere migliorato, rispetto al testo approvato alla Camera, quelle modifiche rischiano di rinviarlo sine die? È questo l’obiettivo di chi, da ultimo il capo di Italia Viva, Matteo Renzi, si propone con le sue critiche? Vedremo poi se e in quali emendamenti si tradurranno. La terza domanda è: esistono al Senato i numeri per procedere rapidamente alla sua approvazione definitiva? Negli ultimi giorni, l’attenzione è stata tutta concentrata sulle dichiarazioni di Matteo Renzi che ha annunciato di volere tre modifiche importanti a partire dalla molto discussa e complessa “identità di genere”. I voti dei senatori di Italia Viva possono essere cruciali a partire dal 12 luglio quando il disegno di legge Zan approderà in aula.

   Ė un dato di fatto che Renzi persegue insistentemente l’obiettivo di ottenere visibilità per il suo piccolo partito inchiodato al 2 per cento circa nelle intenzioni di voto degli italiani. Inoltre, mira a dimostrare quanto conta in questo Parlamento, quanto può essere determinante in alcune situazioni. Il disegno di legge Zan è di iniziativa parlamentare. Quindi non coinvolge il governo e un esito negativo non destabilizzerà Draghi. Poiché, però, il ddl porta il nome di un deputato del Partito Democratico, il segretario del PD Enrico Letta ha l’obbligo politico di difenderlo e condurlo a conclusione positiva. Ė molto probabile che ci saranno alcuni rischiosi voti segreti. Quindi, Letta non può e non deve stare “sereno”. Renzi punta anche a indebolirlo. E Letta ha l’impegno di trovare i voti necessari.

   Qualcuno ancora rimprovera al PD di non avere portato al voto, per timore di perdere, il disegno di legge sullo ius soli che mirava a dare la cittadinanza ai figli dei migranti nati in Italia. Da allora, non se n’é fatto nulla. Se non fossero in gioco brutti elementi, da un lato, personali, visibilità e ripicche, dall’altro, ideologici, con il centro-destra che non ha neppure criticato la legge contro gli omosessuali approvata dal governo Orbán, sarebbe forse possibile tentare un accordo. PD e Cinque Stelle potrebbero accettare poche modifiche, mirate e condivise, a condizione che i proponenti, a cominciare da Italia Viva e, forse, Forza Italia e Salvini, garantissero la fulminea approvazione definitiva del testo che dovrà tornare alla Camera. Non so chi ha queste capacità di mediazione e non vedo chi voglia impegnarsi in questo tentativo. Purtroppo, nel Parlamento italiano, ma anche nella società italiana, in occasione di problemi che riguardano la sfera più intima delle persone, come per esempio, la facoltà di scegliere come e quando morire, appaiono divisioni tristissime. Lunga sembra la strada per giungere alla maturità indispensabile per garantire la diversità delle opinioni e la libertà delle scelte. 

Pubblicato AGL il 8 luglio 2021

Governare il paese stando in Europa

Un chiaro, sobrio, limpido appello ai senatori e ai loro partiti a sostenere “il governo del paese”: questo è il contenuto centrale, importante, decisivo del discorso del Presidente del Consiglio Draghi. Per governare il paese Draghi pone come asse strategico internazionale la combinazione di europeismo e atlantismo (quindi, ne deduco, nessun flirt con la Cina). Draghi dichiara e sottolinea che il suo compito si svolgerà nel quadro dell’Unione Europea fuori della quale non c’è nessun recupero di sovranità nazionale, ma solitudine (triste e rischiosa, aggiungo io). Tre sono le priorità dettate dai fatti: pandemia, economia e futuro. Per costruire un futuro decente, di nuovo l’aggettivo è mio, bisogna affrontare con rigore e impegno continuativo la pandemia, curare e salvare vite. Per reggere economicamente e rilanciare il paese, bisogna non soltanto formulare i programmi indispensabili a ottenere gli ingenti fondi messi a disposizione dell’Italia dall’Unione Europea, ma utilizzarli al meglio in tempi stretti. Le aree dell’utilizzazione si trovano già nelle direttive del NextGenerationEU. Dentro quell’ambito il Presidente del Consiglio ha segnalato quali riforme ritiene essenziali: quelle della burocrazia e del funzionamento del sistema giudiziario. Cruciale e ripetutamente sottolineata è l’esigenza di dare pari opportunità alle donne e ai giovani affinché le migliori energie del paese trovino sbocchi in Italia e nessuno sia costretto ad emigrare. Pertanto anche la scuola deve essere profondamente riformata.

Con stile, il Presidente del Consiglio Draghi ha reso omaggio al suo predecessore Giuseppe Conte convintamente applaudito dalla maggioranza che lo aveva espresso e sostenuto, e in larga misura il suo programma si situa inevitabilmente e proficuamente nel solco tracciato da Conte. Inevitabilmente, poiché i problemi non sono cambiati; proficuamente, poiché ne consegue una ripartenza da posizioni già avanzate. Le correzioni a quanto fatto da Conte sono, al momento, visibili soprattutto come sottolineature tranne su una tematica molto rilevante, quella della riforma del sistema fiscale che Draghi ha preannunciato non con una legge in più o in meno, ma come una nuova visione complessiva.

In conclusione, due sono le più significative novità del “governo del paese” a guida Draghi. La prima è una maggioranza molto ampia, ancorché composita, nella quale inevitabilmente si avranno tensioni e conflitti, ma che Draghi chiama ad una assunzione piena di responsabilità. La seconda è la composizione del governo, alla quale Draghi non ha fatto nessun riferimento, che combina tecnici di provate capacità con uomini e donne di partito, ma la cui forza sta in special modo in Draghi stesso, nella sua personalità, nelle sue competenze, nella sua convinzione e ambizione di lavorare avendo come stella polare il futuro. Molto, quindi, dipenderà dalla capacità, fondamentalmente politica e finora non ancora messa alla prova, di Draghi nel guidare con polso fermo l’inusitato “governo del paese”. 

Pubblicato AGL il 18 febbraio 2021

Svolta europeista per salvare il governo Conte

La ricerca di una maggioranza più solida a sostegno del governo Conte, quello esistente, ma, eventualmente, anche quello futuro, si presenta tutt’altro che facile. Deve evitare di dare vita a una situazione “raffazzonata” e “raccogliticcia”, vale a dire, senza principi condivisi e con parlamentari di varia provenienza tenuti insieme soltanto dal desiderio, pur legittimo, di non andare a elezioni anticipate e non perdere il seggio. Inoltre, quel gruppo/gruppetto ha bisogno, a norma di regolamento, del nome di un partito presentatosi alle elezioni del marzo 2018. La scoperta che l’on Cesa, capo dell’UDC, potrebbe essere coinvolto in attività della ‘ndrangheta in Calabria rende improbabile l’utilizzazione di quel nome e simbolo anche se, forse, potrebbe facilitare la migrazione di senatori che vi si siano identificati.

Uno dei punti di forza del discorso e del governo Conte è il richiamo all’Unione Europea. Grazie all’impegno e alla credibilità del Presidente del Consiglio l’Italia potrà disporre di 209 miliardi di Euro, 129 sotto forma di prestiti a bassissimi tassi di interesse e 80 come sussidi da non restituire. Questa massa di soldi arriveranno all’Italia una volta valutati i programmi di investimenti in alcune aree privilegiate, dall’economia verde alle infrastrutture, dalla digitalizzazione alla coesione sociale, i loro tempi, la loro fattibilità. Vi si possono aggiungere 36-37 miliardi di Euro del MES esclusivamente per spese sanitarie dirette e indirette. Finora il Movimento 5 Stelle ha opposto un rigido rifiuto e, non casualmente, Renzi ha posto l’accento sull’utilità di un ricorso immediato al MES che è anche la posizione del Partito Democratico e di Forza Italia. Dunque, dire sì al MES può significare inserire un’utile contraddizione nello schieramento di centro-destra e mandare un messaggio positivo ai senatori/senatrici di Forza Italia in condizione di disagio.

Il nucleo portante della rinnovata azione di governo, quella che giustificherebbe anche una maggioranza più coesa e indispensabilmente allargata è proprio costituito da una decisa svolta europeista. Conte potrebbe sfidare ItaliaViva ad essere coerente su questo terreno e incoraggiare la formazione di un gruppo di parlamentari di diverse provenienza, ma tutti orientati a mettere in evidenza la loro comune posizione europeista. Lì potrebbe trovarsi il sen. Nencini, socialista; lì potrebbe giungere la sen. Bonino della lista Più-Europa; lì finirebbero anche gli ex-democristiani che sempre furono europeisti nonché gli europeisti di Forza Italia. Un gruppo di questo genere darebbe un contributo positivo essenziale al rafforzamento numerico, ma anche politico del governo.

Nel 1941 l’ex-comunista Altiero Spinelli, il radicale Ernesto Rossi, il socialista Eugenio Colorni scrissero che sarebbe venuto il tempo di sostituire alla declinante differenziazione “destra/sinistra” quella fra i contrari all’unificazione politica dell’Europa e i favorevoli. Ottanta anni dopo a Conte si presenta l’opportunità di contribuire alla realizzazione di questa profezia.

Pubblicato AGL il 22 gennaio 2021

Che la pioggia sia benefica #decretorilancio

Il decreto del governo annunciato ad aprile è slittato a maggio e continua a essere oggetto di molti desideri e di molte revisioni. Comprensibilmente, da più parti vengono richieste di correzioni e di inserimenti, di maggiori stanziamenti e di provvedimenti più mirati. Tantissimi italiani sono stati colpiti dalla pandemia, hanno subito gravi danni, cercano in qualche modo di ripartire, ma hanno bisogno di aiuto, di un giusto sostegno alle loro attività. Da un lato, arrivano richieste di finanziamento prioritario ad attività strategiche e, comunque, cruciali, come sono quelle di un buon numero di imprese. Dall’altro, vi sono coloro che, giustamente, mettono in rilievo che il tessuto produttivo italiano è fatto di una miriade di piccole e medie imprese, molte a base famigliare, ma anche capaci di dare lavoro ad un grande numero di persone. Poiché il denaro disponibile, pure tenendo conto degli ingenti fondi che verranno da fonti europee, Banca Centrale e Commissione, non potrà coprire tutti i bisogni, il governo deve scegliere. Ovviamente, i partiti della coalizione hanno le loro preferenze calcolate anche, senza scandalo, tenendo conto dei rispettivi elettorati. Non potrebbe essere diversamente in una democrazia rappresentativa. Mi pare che decidere di concentrare gli sforzi e i fondi su alcuni pochi settori, solo le grandi imprese, trascurando, per esempio, del tutto il settore del turismo, lasciare in secondo piano l’agricoltura in una fase delicata di raccolti che richiedono lavoratori stagionali, aprirebbe seri conflitti sociali e non necessariamente darebbe gli sperati risultati economici e sociali.

Quando si parla di finanziamenti a pioggia spesso lo si fa per criticarli come se la loro caratteristica dominante fosse quella della dispersione. Invece, no, i finanziamenti a pioggia possono, debbono essere e spesso sono finanziamenti certamente diffusi, ma mirati. I governanti hanno il compito e dovrebbero anche avere la capacità di individuare una pluralità di settori nei quali fare investimenti che salvino attività ritenute importanti adesso, per la ripresa, e in prospettiva, per una crescita vigorosa, ma che diano risultati positivi in tempi brevi. L’azione virtuosa dei governanti consiste anche nel giustificare perché preferire alcune scelte rispetto ad altre, e nello spiegare in quale direzione pensano che i fondi siano meglio indirizzati e utilizzati, magari tenendo conto delle specificità delle aree territoriali e dei distretti industriali italiani. Le tensioni e i conflitti che vediamo nella maggioranza sono fisiologici poiché rappresentano alternative plausibili che discendono anche dalla grande differenziazione che caratterizza la società italiana. Forse nelle scelte, anche dolorose, dei governanti vorremmo vedere che idea di paese hanno, quale Italia dopo la tremenda ancora non conclusa esperienza della pandemia intendono ricostruire. Che la pioggia degli interventi sia, dunque, strategicamente diffusa e benefica.

Pubblicato AGL il 13 maggio 2020

Campagna elettorale permanente o inesistente?

Ripetendo ossessivamente, come fanno troppi giornalisti e commentatori, che Salvini più di Di Maio sono in campagna elettorale permanente, che cosa abbiamo svelato e/o imparato?: che la campagna elettorale permanente ha poco non ha quasi niente a che vedere con le prossime importanti votazioni per eleggere il Parlamento europeo. Quante e quali informazioni utili per la loro scelta europea otterranno gli elettori italiani da come sarà risolto il caso Siri, sottosegretario leghista indagato per corruzione? Che cosa di rilevante per l’Unione Europea dice loro la fotografia di Salvini che parla dal balcone del comune di Forlì dal quale si affacciava Benito Mussolini? Specularmente, che cosa penseranno i governanti degli Stati-membri dell’UE, nessuno dei quali cambierà di qui ad ottobre, poiché non ci saranno altre elezioni nazionali dopo quelle recenti in Spagna, della posizione dell’Italia rispetto all’UE? Sono certamente interessati a conoscere quanto potere ha il Presidente del Consiglio Conte, da qualcuno accusato di essere un burattino nelle mani di Salvini e Di Maio. Infatti, burattino o no, Conte dovrà decidere, salvo imprevisti non del tutto improbabili (autodimissioni di Siri), dimostrando le sue preferenze e reali capacità, non di avvocato del popolo, ma di capo di un governo di coalizione. Avere un capo di governo credibile nell’UE sarebbe una buona notizia per gli italiani che, dalla campagna elettorale permanente, non hanno finora avuto elementi utili per eleggere con un utilissimo voto gli europarlamentari italiani. Da Giorgia Meloni viene la richiesta di un voto per andare “in Europa per cambiare tutto”. Lo slogan, che proposta programmatica non è, del PD di Zingaretti pone l’accento sul lavoro affidando a più rappresentanti del PD nel Parlamento europeo il problema di come affrontare e risolvere il problema del lavoro in Italia. Candidato capolista in quattro circoscrizioni su cinque, Berlusconi si presenta come colui che darà vita a una coalizione contro le sinistre, i verdi, i liberali e che comprenderà Popolari, Conservatori e, grande novità, i non meglio definiti sovranisti “illuminati”. Non sarà, però, facilissimo convincere l’ungherese Orbán ad abbandonare la sua autodefinizione di democratico illiberale e “illuminare” il sovranista Salvini affinché, poi, torni nel suo alveo naturale italiano: il centro-destra. Tra chi vuole “più Europa” (la lista di Emma Bonino), chi ne vuole meno a casa propria (i sovranisti delle varie sfumature), chi (Calenda) sostiene di “essere [già] europeo”, ma vuole uno Stato nazionale forte, e chi vuole cambiarla tutta l’Europa (Fratelli d’Italia) senza dirci come, è difficile che l’elettorato italiano sia in grado di scegliere a ragion veduta chi rappresenterà meglio le sue preferenze, anche ideali, e i suoi legittimi interessi in sede europea. Fin d’ora è possibile dire che la campagna elettorale permanente combattuta fra Cinque Stelle e Lega su tematiche italiane, comunque vada a finire, non rafforzerà le posizioni italiane a Bruxelles.

Pubblicato AGL il 8 maggio 2019

L’inutile mossa del capro espiatorio #manovra

Di ritorno da una cena (a Bruxelles si mangia ottimo pesce) con il presidente della Commissione Europea Juncker, il Presidente del Consiglio Conte ha lanciato, non molto convincentemente, una nuova narrazione per il governo italiano e la sua manovra di bilancio. La Commissione ha dato tempo all’Italia senza procedere alla temuta (e perché mai se, come sostiene Salvini, produrrebbe effetti positivi per 60 milioni di italiani?) bocciatura della manovra del governo. Invece, no. La procedura d’infrazione è talmente in piedi che Salvini ha cominciato a dire che il problema fra Italia e Commissione non è costituito da qualche decimale. La Commissione continua a ritenere che un deficit al 2,4 ben al disopra dell’1,6, che era stato accettato dall’Italia, quindi con 8 decimali da limare, sia, eccome, un problema.

Adesso, i commentatori quasi tutti concordi sostengono e scrivono che la strategia della banda dei Quattro: Salvini, Di Maio, Tria, Conte, consiste nel traccheggiare, nel dilazionare, nel prendere tempo per arrivare fino al fatidico maggio 2019 e all’elezione di un Parlamento europeo e alla nomina di una Commissione che sarebbero a loro più favorevoli. Questa strategia, supponendo che sia tale, non ha quasi nessuna possibilità di realizzarsi. Intanto, nei prossimi giorni il governo deve assolutamente presentare la manovra di bilancio al Parlamento italiano e lì i numeri diranno quanti decimali sono cambiati, ma, soprattutto, se sono cambiati in maniera tale da soddisfare i criteri e le regole della Commissione. Taglia qui, riduci là, sposta più avanti i tempi per la concessione del reddito di cittadinanza e per la riforma della Legge Fornero, sembra abbastanza chiaro che quei decimali sono ballerini perché i conti non tornano e i quattro governanti non sanno che pesci prendere. Mirano a prendere un pesce grosso, vale a dire, giungere, in un modo o nell’altro fino al maggio 2019 sperando nell’elezione di un Parlamento con una, molto improbabile, maggioranza sovranista e la nomina di nuova Commissione disposta a cedere quel che la vecchia non vuole concedere.

La Commissione in carica nel pieno dei suoi poteri non è disposta a farsi prendere in giro da chi fa promesse a Bruxelles e non le adempie a Roma. Nessuno dei quattro governanti, ma soprattutto, nell’ordine, Salvini e Di Maio, vuole rinunciare apertamente agli obiettivi qualificanti, ma tutti e quattro hanno capito che la manovra dovrebbe/dovrà essere riscritta profondamente. Proveranno a fare qualche cambiamento cosmetico cercando di addebitare le responsabilità alla Commissione. Quella del “capro espiatorio” è una mossa già spesso praticata non dal solo governo italiano, ma da tutti i governi europei che, dovendo procedere a interventi dolorosi, hanno regolarmente cercato di scaricare le loro responsabilità: “l’Europa ce lo impone”. Non basterà. Prendere tempo rischia di essere, come ha dichiarato il Primo ministro greco Tsipras, che l’ha imparato sulla sua pelle, molto costoso.

Pubblicato AGL il 28 novembre 2018

Così Matteo impone i suoi temi

Con energia e determinazione, conquistato il Ministero degli Interni e godendo di un grande potere d’interdizione sulle scelte del governo giallo-verde, Matteo Salvini sta giocando più partite e lo sa. Anzitutto, dimostrandosi coerente con il programma elettorale della Lega in gran parte rifuso nel Contratto di Programma affronta spavaldamente il problema dei migranti. L’odissea dell’Aquarius, alla quale è stato impedito l’attracco ai porti italiani, ha già avuto una pluralità di effetti forse in parte imprevisti, ma sicuramente graditi al Ministro degli Interni-capo della Lega. Le critiche francesi espresse con parole fuori misura hanno toccato l’orgoglio nazionale degli italiani. Solidarietà all’azione di Salvini è venuta anche dai governi di quei paesi, come l’Ungheria e l’Austria, che hanno rifiutato qualsiasi politica di redistribuzione dei migranti, vale a dire, proprio quello che Salvini non solo vorrebbe, ma di cui ha bisogno come segno tangibile del mutamento delle politiche degli Stati-membri dell’Unione. Insomma, se, in materia di immigrazione, Salvini fa il sovranista, vale a dire, decide in base a quelli che ritiene essere gli interessi nazionali, deve per forza accettare anche le decisioni di coloro che agiscono già da tempo con riferimento ai loro interessi nazionali, in primis, il gruppo Visegrad (Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia). Non sarà certamente confidando in questi Stati che Salvini riuscirà ad ottenere politiche di apertura controllata ai migranti e di loro redistribuzione sul territorio dell’Unione Europea. Al momento, tuttavia, quello che più conta per Salvini è, da un lato, avere alzato la voce ottenendo che almeno una nave abbia dovuto cercare un altro paese per l’attracco. Non dirò nulla sulle sofferenze di quei migranti poiché la replica, non soltanto di Salvini e dei suoi estimatori-sostenitori, sarebbe che “se le sono cercate”. Dall’altro, leggendo i sondaggi apparsi in questi giorni, risulta molto chiaro che la maggioranza dell’opinione pubblica italiana sta a sostegno di quanto detto e fatto da Salvini. Si potrebbe legittimamente sostenere che Salvini ha avuto l’intelligenza politica di interpretare quell’opinione pubblica come l’ha capita frequentandola un po’ ovunque in campagna elettorale e come gli viene costantemente comunicata dalle antenne della Lega solidamente piantata in tutte le zone del Nord e in parte del centro. È possibile anche un’altra interpretazione. Salvini dimostra di sapere plasmare e guidare una parte ampia di opinione pubblica da tempo molto preoccupata e intimorita dall’epocale e intenso fenomeno migratorio in atto. A questa opinione pubblica poco importa che i dati dicano che, da un lato, il fenomeno è meno grave di un anno fa e che, dall’altro, l’Italia ha bisogno di migranti adesso e in prospettiva, per porre rimedio al crollo del tasso di natalità fra gli italiani. Le percezioni non sono soggette a cambiamenti sventolando statistiche e/o suggerendo comportamenti virtuosi di accoglienza e solidarietà. Salvini si è impadronito di una tematica e la sua “narrazione” non può venire messa in discussione e contrastata solo rimproverandogli razzismo e xenofobia. I risultati elettorali dicono con grande chiarezza che la narrazione del PD, il cui ministro degli Interni, Marco Minniti, aveva pure proceduto a qualche misura di successo, non ha risuonato nelle menti (tralascio i cuori) degli elettori. Adesso, i sondaggi dicono che a sua volta il Movimento Cinque Stelle non ha nulla da contrapporre a Salvini; anzi, gli è subalterno in questa e, forse, già anche in qualche altra materia (tassazione e condoni). Crescono i consensi per Salvini oggi accreditato di quasi dieci punti in più rispetto ai voti ottenuti a marzo. Il capo politico del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio si preoccuperà per la sua parte. Altri, forse, dovrebbero chiedersi se vogliono che l’effettivo governante dell’Italia (di Conte poco si sa) sia Matteo Salvini.

Pubblicato AGL 18 giugno 2018

Renzi e M5S: sfida fra futuristi

Da Ivrea, la sfilata dei potenziali ministri del Movimento 5 Stelle, a Roma, l’incontro/incoronamento dei tre candidati alla segreteria del Partito Democratico (ma Emiliano, infortunato, era in video-conferenza da Bari) giunge l’annuncio della sfida. Da un lato, quello delle Cinque Stelle, sta il nuovo che avanza e che annuncia che bisogna “Capire il futuro”. Dall’altra, colui che, con molta probabilità, tornerà ad essere il segretario del Partito Democratico non si stanca di ripetere che bisogna guardare al futuro, mai al passato. Sfida fra futuristi, dunque, o fra futuribili? E’ una “sfida totale” annuncia Renzi, ma nessuno ancora sa quali saranno le regole, elettorali, della sfida. Qualcuno, però, intravede una sfida fra due modelli di partito: pigliatutti, quello delle Cinque Stelle orientate fondamentalmente a raccogliere tutti i cittadini scontenti, che sono molti, diffusi, granitici, contro la politica e politici; e pigliatutto, quello del Partito Democratico di Renzi, fin dall’inizio orientato a conquistare tutte le posizioni di potere e, dopo la sconfitta nel referendum, desideroso di rifarsi con gli interessi. Non ci saranno prigionieri se Renzi vince e tutte le cariche disponibili saranno attribuite ai renziani in una graduatoria che premierà la vicinanza e la fedeltà. Poi, naturalmente, sia le Cinque Stelle sia il PD dovranno trovarsi gli alleati poiché, probabilmente e, aggiungo io, sperabilmente -sarebbe tremenda la concentrazione di potere in ciascuno dei due, da solo-non avranno abbastanza seggi in Parlamento per formare da soli il governo.

A Roma, campeggiava la scritta “La democrazia è qui”, messaggio mandato ai pentastellati che credono che la democrazia sia soltanto quella diretta da Grillo e Casaleggio, chiedo scusa, quella che si trasmette sulla rete, grazie alla piattaforma chiamata Rousseau. Il PD replica con la ventilata creazione di una piattaforma definita Bob. Mentre capisco e conosco Rousseau, anche se gli studiosi del pensatore ginevrino sostengono che lui non sarebbe affatto andato a Ivrea e non si riconosce in quella piattaforma, mi sfugge perché il PD abbia scelto il nome di Bob che sembra qualcosa che persino Alberto Sordi avrebbe definito un’americanata. Non farò il pedante, ma la democrazia continua a essere in tutti paesi del mondo che democratici sono una “conversazione” fra persone che la tecnica/tecnologia può aiutare e supportare, mai rimpiazzare, e che, insomma, sulla rete debbono correre contenuti e non intimazioni, espulsioni e altre sgradevolezze con il rischio di chiamare, come a Genova, i magistrati a decidere, nella fattispecie, al momento, dando torto a Grillo.

Per essere totale la sfida PD/5Stelle non dovrebbe riguardare le loro rispettive “narrazioni” sul da dove vengono, dove intendono andare, dove vorrebbero portare gli italiani, ma soprattutto il come e che cosa fare con riguardo alle condizioni date. L’Europa, che è il luogo dove, comunque, rimanga l’Italia dentro Euro e Unione Europea oppure, traumaticamente, esca fuori da entrambi, dovremo confrontarci, non ha neppure fatto capolino nelle due kermesse. Anzi, per rimanere nelle parole francesi (in attesa delle “epocali” elezioni presidenziali della Quinta Repubblica), mi è parso di vedere entrambi gli sfidanti in surplace. Sta arrivando il tempo del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria e poi della manovra d’autunno. Sembra che il (governo del) PD non vorrà fare nulla o quasi per non provocare le reazioni elettorali degli elettori-contribuenti. Dal canto loro, le Cinque Stelle nulla dicono del bilancio dello Stato e della montagna del debito pubblico che, pure, impedirebbe/impedirà qualsiasi attuazione del “loro” reddito di cittadinanza. No, né il PD né il Movimento Cinque Stelle guardano, al futuro e meno che mai cercano di costruirlo. Il futuro è altrove.

Pubblicato AGL il 14 aprile 2017

Trattato di Roma. Dal passato la lezione per andare avanti

 

Guardare indietro per meglio andare avanti? Celebrare il 60esimo anniversario del Trattato di Roma (25 marzo 1957) che lanciò il mercato comune dal quale si dipanò tutto il percorso che ha portato all’attuale Unione Europea è doveroso. E’ giusto farlo senza dimenticare le difficoltà degli ultimi sette-otto anni prodotte da fattori esogeni, che vengono da fuori: per l’economia, da quanto successo con il fallimento della Lehman Brothers negli USA; per la società, da ondate di migranti che lasciano i loro paesi poveri, ma anche molto oppressivi, talvolta lacerati da guerre civili. Quei migranti rendono uno straordinario omaggio all’Europa. Lo ritengono il continente che consentirà a loro e ai loro figli di vivere una vita migliore. Lo ha anche già consentito a tutti gli europei i quali, purtroppo, hanno la memoria corta e una inadeguata conoscenza della storia. Gli europei “occidentali” hanno dimenticato le condizioni dei loro paesi quando si accordarono per l’Europa dei sei; gli europei “orientali” hanno subito spinto sotto il tappeto i decenni nei quali furono oppressi dal comunismo.

Anche se non è sbagliato, ricordare i successi sembra servire a poco. I grandi europeisti, dal tedesco Adenauer all’italiano De Gasperi , dal francese Schuman al belga Spaak, da Jean Monnet a Altiero Spinelli riuscirono a proiettarsi con la riflessione e con l’azione nel futuro, non con sogni da realizzare, ma con impegni di tradurre in realtà. Hanno visto molto lontano. Le alternative attuali sono state descritte con grande chiarezza nel documento sui cinque scenari di fronte all’Unione Europea preparato dal Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker: 1. Avanti così; 2. Limitarsi al mercato comune; 3. Chi vuole faccia di più; 4. Fare meno in modo più efficace; 5. Fare molto di più insieme. Il quinto è lo scenario federalista, assolutamente improbabile a questo stadio, ma che Juncker fa molto bene a delineare poiché gli Stati Uniti d’Europa sono stati una motivazione potente e tuttora esistono Movimenti Federalisti Europei un po’ dappertutto, Italia compresa. Lo scenario che si sta lentamente affermando è il terzo, spesso definito come Europa a due velocità. In effetti, variazioni nella velocità dell’integrazione fra gli Stati-membri dell’Unione già esistono: sono 19 su 28 gli Stati che usano l’Euro. Sono 22 su 28 gli Stati che hanno firmato il Trattato di Schengen, ma alcuni hanno già sollevato obiezioni e imposto eccezioni.

E’ possibile, ma soprattutto auspicabile, che gli Stati più veloci procedano più rapidamente sul terreno sia della difesa e della sicurezza comune sia delle politiche fiscali e sociali, del welfare. L’Italia ha la possibilità di stare nel gruppo degli Stati più veloci. Anzi, cercare di rimanervi significherà spiegare agli italiani, al fine di ottenerne il necessario consenso, il significato delle politiche da attuare e dei sacrifici da fare. Nessuna politica europea è bizzarra, cervellotica, emanata soltanto perché fa comodo ad uno Stato, per quanto forte, come, per esempio, la Germania, ma perché è condivisa, dagli olandesi e dagli austriaci, dai danesi e dagli svedesi. Se, poi, gli Stati più veloci conseguiranno, com’è probabile, risultati molto positivi, ne seguirà un effetto di imitazione/emulazione. Dopo Brexit molti hanno pensato che l’imitazione si sarebbe scatenata per lasciare l’Unione Europea. Al contrario, adesso sono molti proprio in Gran Bretagna a pensare di avere sbagliato alla grande, mentre i paesi dell’Est Europeo, fatti i conti sui vantaggi che traggono dalla loro adesione all’UE, non manifestano nessuna propensione all’uscita. Debbono essere sfidati a impegnarsi a fare di più, a procedere più rapidamente. Hic Roma hic salta.

Pubblicato AGL 24 marzo 2017