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Il Ministro straripante e l’opposizione afona

I risultati dei ballottaggi “amministrativi” del 24 giugno sono ancora più netti e più incisivi di quelli delle elezioni politiche del 4 marzo. Sull’onda del governo in carica, delle prime prove di alcuni ministri, a cominciare, ovviamente, dallo straripante Ministro degli Interni Matteo Salvini, e delle esitazioni dei neo-ministri delle Cinque Stelle nonché della pratica scomparsa del Partito Democratico dalla scena dell’azione e della comunicazione, un po’ dappertutto i candidati dei “verdi” (la Lega) e dei “gialli” (il Movimento Cinque Stelle) ottengono, rispettivamente, ottimi e buoni risultati. Lo sappiamo che quando votano per i sindaci gli elettori sono consapevoli che la posta in gioco è il governo della loro città nei prossimi cinque anni. Sanno anche, però, che quel governo e quel sindaco saranno comunque influenzati e condizionati da quello che succede a livello nazionale. Per esempio, il numero di immigrati che si troverà nei loro comuni dipende, in buona parte, dalla capacità di controllo all’ingresso fatta valere a livello nazionale. Sanno che la crescita dei posti di lavoro a livello locale è un fenomeno che un buon governo, un buon ministro e buone politiche può agevolare. Quegli elettori hanno anche visto e sentito che il Partito Democratico rivendica successi passati, che per molti di loro non sono affatto stati tali, ma non ha nessuna proposta innovativa, solo critiche, per quanto fa, peraltro finora poco, il governo debuttante. Hanno, poi, quegli elettori deciso di convalidare, anche a livello locale, la decisione presa da Renzi , collocando il PD all’opposizione.

Sono così cadute tre città toscane: Massa, Pisa, Siena, e una città della Romagna, Imola, dove nel 1882 fu eletto al Parlamento il primo socialista Andrea Costa e che è stata governata dalla sinistra ininterrottamente dal 1945 a ieri. Questi sono i casi più clamorosi delle sconfitte del PD a fronte qualche volta della Lega, qualche volta del centro-destra, qualche volta del Movimento Cinque Stelle. Mi limito a due casi emblematici (ricor)dando i numeri che spesso sono più significativi delle percentuali. A Pisa il candidato della Lega sconfigge il candidato del PD guadagnando fra il primo turno e il ballottaggio quasi sette mila voti , dei quali, con tutta probabilità, tre mila provengono da elettori delle Cinque Stelle. A fatica cresce il voto anche del candidato del PD che raccoglie le membra sparse di parte della sinistra, ma rimane sotto di duemila voti. A Imola, mentre la candidata delle Cinque Stelle, in svantaggio di più di tremila voti al primo turno rispetto alla candidata del PD, riesce a fare praticamente il pieno dei voti espressi dai leghisti passando da nove mila a quasi sedici mila voti, la candidata del PD addirittura perde quasi trecento voti non scollandosi dai dodici mila e settecento raccolti al primo turno. Qui sta la considerazione generale: il PD non trova alleati, non vuole e forse non sa fare coalizioni. Ricorrendo al titolo di un famoso romanzo di Osvaldo Soriano, il PD è triste, solitario, y final, probabilmente giunto al termine della sua travagliata traiettoria poco più che decennale.

Anche le Cinque Stelle debbono sentirsi un po’ tristi, appena rallegrate dalla conquista, oltre che di Imola, del feudo già democristianissimo di Avellino. Solitarie non possono più essere con la loro esperienza di governo con la Lega oramai iniziata, ma, certo, i primi frutti ancora non si vedono. Stanno andando quasi tutti alla Lega che, per ricorrere al politichese, può tenere aperti due forni: quello attuale con le Cinque Stelle, quello di riserva, con il resto del centro-destra, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Dal voto dei ballottaggi, in effetti, esce rafforzato il polo leghista del governo giallo-verde. Lasciando che molti analisti si affannino a cercare contraddizioni e controversie nel governo, gli elettori hanno premiato il molto loquace Salvini, dato qualche premio di incoraggiamento al Movimento Cinque Stelle e detto che l’opposizione del PD è molto, troppo afona.

Pubblicato AGL il 27 giugno 2018

L’opposizione e suoi doveri

Per chi ha passato la maggior parte della sua vita parlamentare al governo del paese ovvero sostenendo il governo del suo partito, collocarsi all’opposizione è uno scivolamento doloroso. Purtroppo, sembra che i novanta giorni trascorsi dal 4 marzo non sono stati sufficienti a elaborare il lutto. Berlusconi non sarà un’opposizione molto agguerrita contro quello che definisce un governo pauperista e giustizialista. Non potrà tagliare i ponti con Salvini anche perché soltanto mantenendo le coalizioni nelle città e nelle regioni nelle quali la Lega governa con Forza Italia gli è possibile sperare in un futuro migliore. Quindi, assisteremo a qualche dichiarazione più o meno dura, ma a nessun atto concreto di rottura che non sarebbe apprezzato e neppure condiviso dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che già si sono detti disponibili alla prosecuzione di un buon rapporto con Salvini. Di conseguenza, l’onere dell’opposizione cadrà tutto sul Partito Democratico grande sconfitto, fin dall’inizio autocollocatosi sdegnosamente in un angolino. In maniera del tutto rivelatrice, l’ex-ministro PD Graziano Delrio ha già annunciato che il suo partito starà in trincea. Credo che, se proprio bisogna ricorrere a termini militari, sarebbe molto più opportuno che il PD si preparasse a una controffensiva, andando all’attacco.

Infatti, c’è molto da attaccare nelle proposte politiche di Lega e Cinque Stelle, più o meno vagamente recepite nel Contratto di Governo (per il Cambiamento come aggiunge ossessivamente Di Maio). Una buona opposizione ha il compito, anzitutto, di non cadere nella trappola della demonizzazione, nella quale si stanno avviluppando gli operatori dei media. Il governo Lega-Cinque Stelle non è il governo più a destra mai avuto dall’Italia. I governi guidati da Berlusconi 2001-2006 e 2008-2011 sono stati governi nei quali le posizioni e le politiche di destra furono effettivamente dominanti. Più corretto affermare e documentare, soffermandosi appena su inesperienza e incompetenza, che il governo Conte-Di Maio-Salvini è un governo segnato dall’ambiguità e dalla contraddittorietà su molte tematiche. In attesa del discorso d’insediamento del Presidente del Consiglio Conte, la graduatoria delle tematiche discende dalle prime esternazioni di Salvini e, in subordine, Di Maio. “Finita la pacchia”, nella pittoresca espressione del Ministro degli Interni Matteo Salvini, si preannunciano tempi duri per gli immigrati irregolari. L’opposizione ha il dovere di criticare non tanto la durezza delle frasi di Salvini, ma la vaghezza delle sue proposte mettendo l’enfasi sul loro costo e sulla loro probabile impraticabilità. Meglio ancora se l’opposizione fa rilevare che qualsiasi successo si voglia conseguire dipenderà dalla coordinazione e dal sostegno dell’Unione Europea. Ne deriva un’implicita, ma non meno incisiva, critica del sovranismo salviniano: da sola, l’Italia non è in grado di giungere a nessuna soluzione del “problema migranti”. Di Maio si è messo all’opera non soltanto per dare il reddito di cittadinanza, ma anche per le pensioni di cittadinanza. Non basteranno, ovviamente, i soldi eventualmente recuperati da un ricalcolo, pomposamente definito eliminazione, dei vitalizi degli ex-parlamentari. Questo è il terreno sul quale un’opposizione adeguatamente attrezzata dovrebbe dare e ripetere i numeri, evidenziando che i costi sono intollerabili per il bilancio dello Stato per di più se la legge Fornero venisse deformata. I recenti efficaci dati dell’INPS rivelano da quanto tempo qualche centinaio di migliaia di italiani ha goduto di privilegi almeno in parte responsabili delle diseguaglianze che è giusto criticare con l’obiettivo di rimediarle. Sul punto, l’opposizione ha il dovere, che definirei morale ancora prima che politico, di spiegare che la flat tax, anche in due scaglioni, è, prima di tutto anticostituzionale poiché la Costituzione sancisce la progressività delle tasse, in secondo luogo produttiva di ulteriori diseguaglianze a favore dei più abbienti. Grande è lo spazio di un’opposizione sulle cose e propositiva.

Pubblicato AGL il 5 giugno 2018

Un’inammissibile offensiva oltre la carta

Punti fermi.

Primo, il Presidente della Repubblica, com’è nei suoi poteri (art. 92) ha respinto il nome di un ministro e ha suggerito il nome del sostituto, dirigente e parlamentare della Lega.

Secondo, il Presidente del consiglio incaricato, Giuseppe Conte, dimostrandosi mero esecutore di, nell’ordine, Salvini e Di Maio, ha rimesso il suo incarico.

Terzo, scavalcato da Salvini, fallito l’obiettivo Presidenza del Consiglio, con il fiato sul collo di coloro che si apprestano a defenestrarlo, forse addirittura prendendo consapevolezza dei suoi molti errori e di un futuro incerto, Di Maio ha rilanciato. Chiede quella che lui chiama “la parlamentarizzazione della crisi” riferendosi all’art. 90 della Costituzione. In verità, quell’articolo regolamenta quello che Di Maio vorrebbe, vale a dire la messa “in stato d’accusa” del Presidente della Repubblica in due fattispecie: alto tradimento e attentato alla Costituzione..

Quarto, il Presidente della Repubblica ha immediatamente proceduto, come aveva pre-annunciato nel corso dei negoziati e come gli consente il citato art. 92 della Costituzione, al conferimento di un nuovo incarico a Carlo Cottarelli, già Commissario alla spending review, poi licenziato dal Primo ministro Renzi. Qualora, come appare probabile, Cottarelli non ottenesse la fiducia dal Parlamento si terranno nuove elezioni alla fine dell’estate. Altrimenti, il governo durerà fino all’approvazione del bilancio.

Quinto, il Presidente della Repubblica ha operato in quanto rappresentante dell’unità nazionale che deve fare osservare i Trattati sottoscritti dall’Italia, fra i quali quelli che regolano l’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e tutti gli obblighi che ne conseguono.

Sesto, consapevolmente, ripetutamente, democraticamente, ossia con votazioni parlamentari, rispettando l’art. 11 della Costituzione, l’Italia ha acconsentito e proceduto a “limitazioni di sovranità” per entrare a far parte dell’Unione Europea. Non ha perduto, ma ceduto parte della sovranità nazionale a favore di un’organizzazione nella quale si esprime in maniera più efficace la sovranità degli Stati-membri.

Settimo, nel mondo globalizzato, i “mercati” e gli operatori economici, di tutti i tipi, banche e agenzie di rating comprese, posseggono anche misure variabili di potere politico che può essere contrastato da governi nazionali legittimati, stabili, efficienti, affidabili. Comprensibilmente, la speculazione si dirige contro governi instabili, inefficienti, inaffidabili. Oggi più di ieri, l’Italia si trova in questa situazione.

Ottavo, la causa di fondo della situazione attuale è data dall’incapacità flagrante del Movimento Cinque Stelle e della Lega di individuare un capo del governo di sicura autorevolezza, competenza, credibilità internazionale. A un ragionevole compromesso con il Presidente della Repubblica Mattarella, per il quale, nel passato, l’on. Di Maio non aveva risparmiato parole d’elogio, i due partner, ma soprattutto Salvini, hanno preferito cercare di dimostrare di avere superiore potere politico e di essere in grado di imporlo al Presidente, senza riguardo alcuno per le sue prerogative costituzionali.

Nono, Mattarella ha esercitato il suo potere costituzionale di bloccare questo tentativo per ribadire il ruolo di equilibrio e di garanzia della Presidenza come istituzione, adesso e nel futuro.

Decimo, le modalità d’azione e di reazione di Salvini e di Di Maio rivelano in maniera lampante la loro incomprimibile predisposizione populista. La sovranità che il popolo possiede e esercita con il suo voto deve rimanere, secondo comma dell’art. 1, “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Salvini e Di Maio, assecondando l’eversiva richiesta di Giorgia Meloni, stanno pericolosamente trasformando quella che era una pur grave crisi politica, la difficile formazione del governo, in una potenzialmente esiziale crisi istituzionale, una maggioranza parlamentare che travolge la Presidenza della Repubblica. Questo è inammissibile.

Pubblicato AGL il 29 maggio 2018

Tutti i limiti dell’avvocato Presidente

Prendi un professore, come almeno cento (stima prudente) altri in Italia, totalmente privo di esperienze e di competenze politiche, miracolato, che gonfia i titoli, ma non può gonfiare i muscoli, e affidagli la più alta carica di governo. Subito dimostrando di non sapere dove è arrivato e per fare che cosa, lui dichiara che sarà “l’avvocato degli italiani”. Però, dal (l’eventuale) Presidente del Consiglio gli italiani vorrebbero avere una guida che indica la strada, il mezzo di trasporto, la velocità e il traguardo. All’opposizione, in particolare al Partito Democratico, se e quando si sveglierà dal suo torpore, tocca il ruolo dell’avvocato: difendere con arringhe vigorose fondate sui fatti e sui misfatti gli italiani dalle politiche che si annunciano molto pericolose di cui Conte sarà, se ci riesce, mero esecutore. Tra il Contratto di Programma del Governo di Cambiamento (tutte maiuscole del retorico e enfatico Di Maio) e le politiche concrete che i ministri di Conte dovranno attuare si colloca cortesemente arcigno il Presidente della Repubblica Mattarella. La Costituzione consente che sia il Presidente del Consiglio a proporre i ministri. Conte si limiterà, non è uno scandalo, ma la presa d’atto della sua limitata, probabilmente inesistente autonomia, a consegnare a Mattarella la lista dei proposti. Al Presidente della Repubblica spetta la nomina e, di conseguenza, anche la facoltà di non nominare. Mattarella preferirebbe evitare lo scontro, ufficialmente con il Presidente del Consiglio, ma in pratica con i capi dei due partiti che si sono coalizzati. Almeno in tre importanti momenti Mattarella ha detto chiaro e forte che l’Italia deve rimanere nell’Unione Europea e svolgere un ruolo attivo. L’eventuale nomina dell’ottantunenne Paolo Savona, nemico aperto e giurato dell’Euro, al Ministero dell’Economia non è ovviamente il segnale che il Presidente della Repubblica desidera e si aspetta. Sembra che neppure i mercati e la Commissione Europea gradiscano lo scivolamento (o scivolone) dell’Italia fuori dagli impegni assunti nell’Unione Europea.

Quel ministro, sostengono all’unisono i due partner, attuerà la loro politica europea come scritta nel Contratto di Programma. Non sembra che sia proprio così poiché il Contratto ha toni, modi e linee molto meno bellicose di quanto Paolo Savona ha ripetutamente espresso anche nel suo libro più recente. Verrà il Ministero dell’Economia privato di alcuni poteri affidandoli, ad esempio, all’europeista Enzo Moavero Milanesi, uomo esperto e competente, già ministro proprio degli Affari Europei? Quale sarà il ruolo del Ministro degli Affari Esteri, forse l’ambasciatore Salzano, scelto da Di Maio fra i suoi conoscenti? Si preparano non pochi scontri e conflitti derivanti da differenze d’opinione tutt’altro che marginali su quella che, tutti dovrebbero averlo imparato, è una delle tematiche più importanti, se non la più importante, politicamente, economicamente e socialmente: se e come stare nell’Unione Europea. Poiché è noto che Salvini è un “sovranista” duro e conseguente (“L’Italia agli italiani”), mentre Di Maio sembrava essersi trasformato in un europeista blando, forse opportunista, se Savona diventerà ministro, nessuna acrobazia del capo politico delle Cinque Stelle potrà cancellare il suo cedimento.

Fermo restando che Salvini e Di Maio, nell’ordine, hanno il potere di indicare e Mattarella ha quello di decidere, due elementi appaiono fin da subito preoccupanti. Il primo è l’evidente emarginazione del Presidente del Consiglio incaricato poiché Giuseppe Conte non ha deciso, ma ha preso tempo, per i suoi committenti. Il secondo elemento preoccupante è che, nell’incertezza, sale di parecchio lo spread fra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani e quindi crescono gli interessi sul debito pubblico. L’Italia sta già pagando il conto del probabile governo Conte e delle sue contraddizioni. Buon fine settimana.

Pubblicato AGL 26 maggio 2018

Regole poco conosciute

Fuori i nomi o il nome? Già questa era una scelta difficile. Sottoporre al Presidente della Repubblica un solo candidato sul quale Di Maio e Salvini avessero fatto convergenza (forse anche conversione capovolgendo alcuni dei criteri sostenuti in campagna elettorale) oppure offrirgli una rosa di nomi altamente qualificati consentendogli di esercitare al meglio il potere costituzionale di nomina del Presidente del Consiglio? Non si erano vantati, Di Maio più di Salvini, di avere, conoscere, potere fare affidamento su persone di alto livello per entrare in quella che Di Maio chiama Terza Repubblica (Salvini preferisce non dare i numeri)?

Più del nome, Giuseppe Conte, naturalmente, contano la biografia personale ed eventualmente politica, le esperienze, i successi e, il Presidente della Repubblica lo aveva variamente sottolineato, la sua conoscenza dell’Europa. Dopo tutta la lunga e profondamente sbagliata polemica contro i governi non eletti dal popolo -nelle democrazie parlamentari, i popoli, vale a dire, meno pomposamente, gli elettori, eleggono un Parlamento dal quale emergerà un governo. La legittimità di quel governo si fonda nel rapporto di fiducia che riesce a stabilire e a mantenere con il suo Parlamento, qualche volta, quando necessario, espressa con un voto. Fatto un governo politico, Cinque Stelle e Lega si sono contrastati a vicenda, invece di chiedere/accettare che, con assoluto rispetto delle regole non scritte delle democrazie parlamentari, Di Maio diventasse Presidente del Consiglio e Salvini Vice-Presidente, magari con anche un incarico ministeriale. Invece, contraddicendosi anche su un punto rilevantissimo, hanno voluto che il loro governo politico sia affidato e guidato da un non-politico, un non-parlamentare, qualcuno che non ha mai, ma proprio mai, superato un qualsiasi test elettorale, un professore come nelle Università italiane ce ne sono almeno cento e più. La motivazione è che sono loro, Di Maio e Salvini, che vogliono dettare la linea al governo e ai ministri.

Non è chiaro quanta voce in capitolo avrà il Presidente del Consiglio che hanno scelto. Avremo qualche anticipazione quando quel Presidente del Consiglio godrà della prerogativa costituzionalmente sancita di “proporre” al Presidente della Repubblica i nomi dei ministri. Molte anticipazioni dicono che quei nomi non saranno farina del suo sacco. Gli verranno suggeriti per non dire, più brutalmente, imposti da Di Maio e da Salvini. Lui, Conte, sarà nel migliore dei casi il latore di quei nomi al Presidente della Repubblica al quale, se obiettasse con argomenti, sembra improbabile che il Presidente del Consiglio saprebbe replicare e contro argomentare.

Quanto alle politiche pubbliche che discenderanno dal “Contratto di Governo”, al Presidente del Consiglio è già stato fatto sapere in tutte le salse che dovrà limitarsi a esserne l’esecutore. Non sappiamo quanto è stato coinvolto nell’elaborazione di quelle politiche ed è più che lecito chiedere quanto le conosce e le condivide. In nessuna democrazia parlamentare il capo del governo è mai stato un semplice esecutore di politiche elaborate “a sua insaputa”. In maniera più o meno intensa è sempre, regolarmente stato coinvolto nella formulazione del programma del “suo” governo. Senza disconoscere il ruolo e il peso dei partiti che l’hanno prescelto e quindi la permanente necessità di collaborare con quei partiti, i loro capi e i “loro” ministri, nessun capo di governo è mai stato programmaticamente incaricato della mera esecuzione di qualcosa deciso altrove senza sua consultazione. Insomma, Di Maio e Salvini stanno certamente innovando, ma è più che lecito ritenere che lo facciano senza sufficiente conoscenza delle regole e dei meccanismi che consentono il buon funzionamento delle democrazie parlamentari. Più precisamente, se imporranno al loro prescelto per Palazzo Chigi tutto e solo il programma preconfezionato incideranno molto negativamente sull’autonomia del capo del governo e sull’esercizio flessibile dei suoi poteri, costituzionali e politici. Tempi duri si preannunciano (anche per Giuseppe Conte).

Pubblicato AGL il 22 maggio 2018

Un politico che rinunci ai suoi poteri

Le idee camminano sulle gambe degli uomini” sosteneva memorabilmente quel gran maschilista di Mao Tse-tung. A giudicare dalla loro spasmodica attesa del nome del capo del prossimo governo, i notisti politici italiani a distanza di decenni gli stanno credendo quasi fino in fondo. Invece, no, replicano, qualche volta in maniera contraddittoria, alcuni pochi commentatori. Chiunque verrà scelto da Di Maio e Salvini come Presidente del Consiglio non sarà in grado di fare camminare le sue idee, ma dovrà veicolare le idee dei due capi politici tradotte nel Contratto di Governo. In verità, non è interamente così. Lo è, nel migliore dei casi, solo parzialmente. Primo, forse non saranno Di Maio e Salvini a scegliere il capo del loro governo. Che abbiano già ricevuto qualche monito dal Presidente della Repubblica, ad esempio, sull’inaccettabilità di alcune candidature, è possibile, persino probabile. Che qualcuno abbia ricordato loro che, secondo la Costituzione italiana, è il Presidente della Repubblica che nomina il Presidente del Consiglio, è auspicabile. Che farebbero meglio a sottoporre una rosa di nomi sarebbe opportuno. Qualche pratica della cosiddetta Prima Repubblica, che non soltanto i democristiani seguivano con perizia, risulterebbe piuttosto utile ai neofiti di quella che, molto impropriamente, Di Maio, per attribuirsi il merito di esserne il fondatore, continua a definire Terza Repubblica. Incidentalmente, di Terza Repubblica (1871-1940) ne abbiamo vista una, quella francese, caratterizzata da non poco trasformismo gallico, che giunse del tutto impreparata alla Seconda Guerra Mondiale.

Vicendevolmente bloccatisi dalla corsetta a Palazzo Chigi, avrebbero messo fin da subito a repentaglio la formazione del “loro” governo, Di Maio e Salvini non hanno proposto e formulato nessun criterio per individuare il Presidente del Consiglio. Su un punto, però, sembrano, un giorno sì l’altro no, essere d’accordo: non potrà essere un tecnico (brutta espressione che non dice granché). Dovrà essere un politico. Di tipi “politici”, però, ce ne sono molti: qualcuno che ha già fatto politica? un ex-parlamentare? oppure un parlamentare attualmente in carica? Un rappresentante del Movimento 5 Stelle oppure della Lega? Qualcuno proveniente da uno schieramento terzo, meglio se non più esistente? Un politico senza potere personale, ma con un passato più o meno glorioso o sfumato? Qui fa inevitabilmente comparsa il quesito se il Presidente del Consiglio “giallo-verde” finirà per essere un mero esecutore del Contratto di Governo oppure se avrà/potrà svolgere un ruolo attivo.

Il paragone con i Presidenti del Consiglio della cosiddetta Prima Repubblica è alquanto fuorviante. Molti di quei capi di governo eseguivano le politiche formulate e decise dai dirigenti dei partiti che facevano parte della coalizione governante. Pochissimi avevano attivamente partecipato ai negoziati sulle politiche. In molti casi, la loro reale capacità consisteva nel tenere insieme il più a lungo possibile coalizioni litigiose e dirigenti/sfidanti ambiziosi nella consapevolezza che una loro caduta, molto probabile, non precludeva un re-incarico né un ritorno al governo in altra carica ministeriale. Nell’attuale congiuntura le incognite si sono moltiplicate. Certo, se il prossimo Presidente del Consiglio sarà un esecutore oppure riuscirà a essere/diventare un protagonista dipenderà moltissimo dalla sua biografia politica e dalle sue capacità da dimostrarsi in corso d’opera. Probabilmente, la sua statura si misurerà su una qualità che anche nella Prima Repubblica fu molto apprezzata: sapere stemperare i probabili conflitti, disinnescare le tensioni, garantire ascolto alle preferenze dei due leader e dei loro ministri, mediare senza eccedere, soprattutto senza acquisire una popolarità che vada a scapito dei due contraenti. Sarebbe la rivincita dello stile di leadership della Prima Repubblica, ma anche, tutto sommato, fatta salva la qualità, per ora non valutabile, delle politiche condivise, un buon viatico per il governo. Per adesso, Di Maio e Salvini sono ancora senza nome. Domani sarà un altro giorno?

Pubblicato AGL 15 maggio 2018

Maggioranza con tante incognite

Giunti sull’orlo del baratro elettorale, di cui tutti dicevano di non avere paura, e del baratro istituzionale, di cui tutti dovrebbero avere il terrore, Di Maio e Salvini hanno ripreso il dialogo per dare un governo al paese. Hanno anche il beneplacito, un po’ tormentato, di Berlusconi che consente a Di Maio di salvare la faccia del suo ostracismo nei confronti del leader di Forza Italia costretto, da tutti i sondaggi che registravano un suo ulteriore calo di consensi nel caso di elezioni anticipatissime, a far buon viso a un gioco per lui cattivo. Il respiro di sollievo lo tirano anche i dirigenti del PD, ugualmente dati in forte calo, tutto meritato, poiché dal 5 marzo non sono stati in grado di delineare una qualsiasi strategia. Se vedrà la luce, il governo Di Maio-Salvini, qualcuno del PD, in particolare i renzianiduri, dovrà spiegare ai loro elettori e, forse, a tutti gli elettori, che quel governo è un’opzione migliore di tutte le alternative, persino di quella che avrebbe potuto vedere il PD in una coalizione, certo, complessa e faticosa, con le Cinque Stelle. Compito non facile neppure per gli acrobati del politichese che, invece, diranno che il PD si rigenera all’opposizione.

Un governo dei due vincitori, il Movimento 5 Stelle essendo lo schieramento più votato e la Lega avendo addirittura quadruplicato i suoi voti rispetto alle elezioni del 2013, ha piena legittimità democratica. Si potrebbe addirittura sostenere che, con la Lega, che rappresenta buona parte dell’elettorato del Nord e le Cinque Stelle, che sono dominanti nel Sud, il loro governo darebbe ricomposizione politica e sociale all’Italia spesso fin troppo divisa. Preso atto che in democrazia i numeri contano e che una maggioranza numerica in Parlamento è essenziale per qualsiasi governo, appare opportuno interrogarsi su quali saranno effettivamente le convergenze programmatiche fra Cinque Stelle e Lega e quali saranno i ministri capaci di tradurle in provvedimenti legislativi.

Anche se, di recente, il Movimento Cinque Stelle ha dimostrato notevole agilità nel territorio programmatico, andando oltre ovvero, secondo non pochi critici, tradendo, punti importanti votati on-line, alcune posizioni non sembrano facilmente conciliabili con quello che la Lega, meno ondivaga, ha scritto nel suo programma e ha detto in campagna elettorale. Il reddito di cittadinanza, vero cavallo di battaglia delle Cinque Stelle, è assolutamente impraticabile se la Lega vorrà ottenere la flat tax. Semplicemente, mancheranno i soldi richiesti, che sono molti. Fra l’altro, è giusto evidenziare che la flat tax è in contrasto con l’art. 53 della Costituzione che sancisce il principio della tassazione progressiva. In materia d’Europa, Salvini, che vuole riappropriarsi della sovranità nazionale, può rallegrarsi di un eventuale referendum sull’Euro resuscitato da Grillo. Tuttavia, questo referendum non è attualmente possibile secondo la Costituzione italiana e va contro tutti gli sforzi fatti da Di Maio per accreditare le Cinque Stelle in ambito europeo. Va anche contro dichiarazioni esplicite del Presidente Mattarella che ha più volte segnalato la necessità e importanza di un ruolo credibile e attivo dell’Italia nell’Unione Europea.

La grande occasione di ottenere cariche di governo suscita comprensibili ambizioni personali anche molto forti. Entrambi, Di Maio e Salvini, hanno annunciato che la formazione del governo non sarà intralciata da una loro richiesta non negoziabile di diventare Presidente del Consiglio: sconfessione netta della linea personalistica troppo spesso espressa da Di Maio e ribadita pedissequamente dalle Cinque Stelle. Ricordato che la nomina del Presidente del Consiglio spetta costituzionalmente al Presidente della Repubblica, Di Maio e Salvini dovranno trovare l’accordo su un nome, meglio su una rosa di candidati, in grado di essere il punto di equilibrio più autorevole possibile della loro coalizione. Discorso non dissimile per il Ministro dell’Economia. Insomma, il cammino è appena agli inizi. Una cosa sola sappiamo con certezza: le prossime elezioni non sono dietro l’angolo.

Pubblicato AGL 11 maggio 2018

Qui ci serve una formula magica

Con la forza dei numeri, non delle idee, Renzi ha ancora una volta imposto la sua linea alla Direzione del Partito Democratico. L’unanimità, del tutto fittizia, ottenuta dalla relazione Martina salva la carica del segretario reggente, ma pone la parola fine sull’eventuale apertura di un negoziato con i Cinque Stelle. È quel che Renzi aveva del tutto impropriamente, ma deliberatamente, dichiarato in una trasmissione televisiva, non il luogo dove si dovrebbero annunciare decisioni politiche tanto importanti come quelle che riguardano il governo dell’Italia. La conclamata rinuncia del PD a prendere qualsiasi iniziativa, non credibile essendo quella di un governo istituzionale (da affidare a chi? agli sconfitti del referendum del 4 dicembre, Renzi-Boschi, e all’autore della pessima Legge Rosato?), segna un altro passo verso l’irrilevanza politica del partito. I retroscena dicono che il Presidente della Repubblica sia rimasto molto irritato dai comportamenti dei renziani che, per di più, non si fermano qui, potendo addirittura sfociare in una sostituzione di Martina a fine maggio nell’Assemblea nazionale.

Pur consapevole della difficoltà di dare vita ad un governo decente, pardon, politico, Mattarella non si aspettava di trovarsi fra le mani una potata tanto bollente. Lunedì farà l’ultimo giro di consultazioni per cercare una formula che rappresenti il punto d’equilibrio fra le diverse richieste dei partiti, tutte contenenti qualche elemento accettabile e molti elementi discutibili. Accettabile era la richiesta del centro-destra di essere riconosciuto come lo schieramento vincente; inaccettabile la pretesa di ottenere l’incarico senza indicare con quali voti avrebbe raggiunto la maggioranza assoluta in entrambe le Camere. Mattarella, correttamente e tenendo conto del precedente di Napolitano, non è favorevole allo scouting, vale a dire alla caccia a parlamentari nei quali il trasformismo faccia aggio sulla responsabilità. Non sarebbero affidabili. Ugualmente legittima era la richiesta delle Cinque Stelle che toccasse a loro dare vita al governo; molto meno convincente che al loro capo Luigi Di Maio spettasse senza se senza ma la carica di Presidente del Consiglio se non si dimostrava in grado di trovare gli alleati per una coalizione maggioritaria.

Per nulla condivisibile, anzi, da scartare senza necessità di spiegazioni, che si vada a un inedito duello con Salvini definito molto erroneamente secondo turno elettorale, come sostiene Di Maio, facendo solo confusione. Non soltanto lo scioglimento del Parlamento è esclusivo potere presidenziale, come hanno dimostrato ad abbondanza Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano, ma è da considerarsi un’ultima ratio alla quale Mattarella spera non si sia ancora pervenuti e per la quale, comunque, sarà indispensabile dare vita a un governo capace di garantire un ineccepibile svolgimento del procedimento elettorale. Non rimane, scusate se è poco, dirò scherzosamente, che trovare la formula quasi magica per dare vita a un governo che, mi esercito anch’io nelle formule, sia di “responsabilità nazionale”. Non per (ri)fare riforme costituzionali pasticciate, ma per governare l’economia secondo i criteri definiti in sede di Unione Europea, per spingere la crescita e creare posti di lavoro. Non pare neanche il caso di scrivere un’altra legge elettorale, potendo bastare, per il momento, tre ritocchi alla Legge Rosato: introduzione del voto disgiunto; soglia del 4 per cento per l’accesso al Parlamento; abolizione delle candidature multiple. Non un governo di tutti, dirà Mattarella, ma di coloro che, per l’appunto, con responsabilità nazionale, saranno disponibili ad assumersi oneri e, eventualmente, onori. Quanto al Presidente del Consiglio e ai ministri, il Presidente rivendicherà a se stesso le scelte, oculate e rappresentative, di personalità con esperienza e competenza. Non è un libro dei sogni, ma un’agenda di lavoro certamente impegnativa. Auguri, Presidente, a lei e a noi.

Pubblicato AGL il 7 maggio 2018

Le urne, i dubbi e i conti del Quirinale

Quel che non sono finora riusciti a muovere i leader dei vari partiti nelle loro consultazioni reciproche potrebbe essere stato messo in movimento, un po’ dagli elettori del Molise, un po’ di più dagli elettori del Friuli-Venezia Giulia. Nella sua fin troppo rentrée anticipata (aveva promesso due anni di silenzio), alla televisione, non nella Direzione del partito, convocata per il 3 maggio, il due volte ex-segretario del PD Matteo Renzi ha chiuso qualsiasi spiraglio di dibattito con le Cinque Stelle, spiazzando il segretario reggente, Maurizio Martina, che ha subito deprecato metodo e merito delle dichiarazioni renziane. Non è più chiaro che cosa sarà all’ordine del giorno della Direzione, magari quella discussione finora mancata sulle ragioni della secca sconfitta del 4 marzo.

Lanciando un messaggio sia al Presidente Mattarella sia al centro-destra, il sedicente senatore “semplice” di Scandicci, Impruneta, Lastra a Signa ha altresì dichiarato la sua disponibilità a un governo costituente, utile anche a salvare per un anno e mezzo circa le poltrone dei senatori, ai quali ha fatto riferimento esplicito, e dei deputati da lui nominati e fatti eleggere. Mentre il Presidente della Camera, il pentastellato Roberto Fico, colto sul fatto di non pagare i contributi a chi lavora a casa sua e della compagna come colf, scopre il contrappasso dell’ossessiva, ancorché giusta, campagna delle Cinque Stelle sull’onestà, il nervosismo travolge Di Maio che sente che Palazzo Chigi per lui non è più dietro l’angolo. Renzi non apre il forno del Partito Democratico; Salvini adamantino vuole che il forno del centro-destra non escluda l’inaccettabile, per le Cinque Stelle, vecchio fornaio Silvio Berlusconi. Lo stallo è servito, a mio parere, senza eccessive preoccupazioni poiché il governo Gentiloni c’è e può continuare.

Pur non esagerando l’impatto del voto per le elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia (fra l’altro, ha votato meno del 50 per cento degli aventi diritto) e tenendo conto delle specificità, i segnali politici sono chiari. Primo, le Cinque Stelle arretrano significativamente, segno che una parte non piccola di quegli elettori non hanno affatto gradito l’andirivieni fra i due forni e la preclusione nei confronti di Berlusconi. Secondo, il PD e le liste alla sua sinistra sono stabili o appena declinanti. Non c’è nessun segnale di ripresa, nessun apprezzamento per la decisione di stare all’opposizione. Anzi, si direbbe che gli elettori della regione abbiano preso atto che il PD vuole stare all’opposizione (ma in Friuli-Venezia Giulia era il partito della governatrice uscente) e lì l’hanno collocato. Nella sua nuova veste di statista sobrio e misurato, Salvini non ha esultato in maniera scomposta, ma lui e il candidato della Lega Massimiliano Fedriga sono i vincitori assoluti di queste elezioni. Rispetto al 2013, la Lega ha più che quadruplicato i suoi voti da 33 mila a 147 mila. Dal canto suo, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, leale alleata nel centro-destra, più che triplica i suoi consensi passando da 6 mila a 23 mila voti, mentre prosegue inarrestabile il declino di Forza Italia che perde 30 mila voti.

Ferme restando tutte le note di cautela su un voto nel quale le tematiche regionali e le personalità dei candidati hanno un’importanza significativa, sarebbe sbagliato non trarne un paio di lezioni. La prima è che il Nord(est) dimostra di essere un territorio, al tempo stesso, molto ostico per le Cinque Stelle e molto favorevole al centro-destra. La seconda è che diventa alquanto più difficile pensare che sia fattibile una coalizione di governo che escluda il centro-destra. Forse, da oggi, anche al Quirinale il Presidente Mattarella si sarà rimesso a fare i conti del numero dei seggi che mancano al centro-destra per il conseguimento della maggioranza assoluta in Parlamento. Si chiederà anche se, eventualmente rompendo con le prassi rigorosamente seguite dai suoi predecessori: “nessun incarico se non esiste una maggioranza precostituita”, la situazione attuale non richieda una eccezione.

Pubblicato AGL il 1° maggio 2018

Esploratore con mandato ristretto

Nessun colpo d’ala. Il Presidente Mattarella ha deciso di seguire il percorso più tradizionale, vale a dire conferire un mandato esplorativo alla seconda carica dello Stato, la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. In maniera restrittiva, Mattarella ha anche precisato che l’esponente di Forza Italia dovrà svolgere: “il compito di verificare se esiste una maggioranza parlamentare fra i partiti della coalizione del centrodestra e il M5S e se è possibile un’indicazione condivisa per il conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio per costituire il governo”, e dovrà farlo in tempi molto brevi, entro venerdì sera. Poi Mattarella dedicherà il fine settimana a valutare quello che gli sarà stato riferito, in aggiunta a quanto avranno dichiarato ai quotidiani, alle radio, ai contenitori televisivi, i loquaci esponenti delle Cinque Stelle, della Lega e di Forza Italia.

Da subito, però, ha cominciato a circolare addirittura il nome di un ex-giudice costituzionale, l’ottantaduenne Sabino Cassese, del quale Mattarella è stato collega alla Corte Costituzionale come possibile destinatario dell’incarico a formare il prossimo governo. Anche se è facile fare i nomi di almeno altri due o tre ex-giudici costituzionali dotati di innegabili competenze politiche e di utilissima esperienza europea, Cassese ha visto la politica da vicino al Quirinale con il Presidente Ciampi che lo nominò giudice Costituzionale. Seguendo queste voci, che, in parte, svuotano il mandato ricevuto dalla Casellati, “berlusconiana” tutta la vita, se ne potrebbe dedurre che Mattarella pensa, forse desidera, che l’incompatibilità Cinque Stelle/Berlusconi risulti limpidamente conclamata.

La preclusione del Movimento Cinque Stelle fermamente e ripetutamente affermata da Di Maio nei confronti di Berlusconi non può che rendere impossibile un governo Di Maio con Salvini che si porti dietro tutto il centro-destra. Non si tratta soltanto di un veto delle Cinque Stelle sulla persona del leader di Forza Italia, ma su quello che rappresenta: un enorme irrisolto conflitto di interessi e un modo di governare. E’ importante che questa preclusione sia manifestata alla Presidente Casellati e da lei personalmente verificata. A quel punto, se Salvini non si sgancia dalla coalizione di centro-destra è evidente che non sarà fattibile neppure un governo Di Maio-Salvini.

Il Presidente Mattarella ha comunque posto un’altra stringente condizione. Se Di Maio e Salvini riuscissero a convergere dovrebbero produrre “un’indicazione condivisa per il conferimento dell’incarico del Presidente del Consiglio”. In queste parole sufficientemente chiare si deve leggere l’aspettativa, se non la convinzione del Presidente Mattarella che tanto Di Maio quanto Salvini dichiarino all’esploratrice Casellati sia che sono disponibili a fare un passo di lato (non indietro poiché, ovviamente, entrambi rimarranno leader del proprio movimento/partito) sia che sono in grado di suggerire un Presidente del Consiglio accettabile e condiviso. In contemporanea sullo sfondo si hanno cambiamenti che prefigurano soluzioni alternative praticabili.

In maniera del tutto bizantina i Democratici “diversamente” renziani, come il segretario reggente Martina, e non renziani hanno espresso una pur circoscritta propensione a vedere le molte carte delle Cinque Stelle e hanno messo sul tavolo tre priorità programmatiche non incompatibili con quelle del Movimento. Dal canto suo, Di Maio sta prendendo atto che il fallimento del difficile accordo con Salvini che scelga di non emanciparsi bruscamente da Berlusconi lo obbligherebbe a trattare con il PD. Il ravvicinamento fra Cinque Stelle e Democratici post-renziani avrebbe/avrà probabilmente ancora bisogno di tempo. Potrebbe anche non essere del tutto lineare e richiedere l’apporto numerico e politico di altri parlamentari. Insomma, il mandato esplorativo della Casellati potrebbe concludersi con la accresciuta consapevolezza di tutti che, sbarrata una strada, altre strade possono essere esplorate.
Pubblicato AGL il 19 aprile 2018