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Craxi e dopo: battaglie necessarie, da combattere #unpassodietroCraxi

Contributo pubblicato nel libro di Federico Bini, Un passo dietro Craxi, Edizioni WE, s.d. (ma 2021), pp. 67-73

L’ideatore di questo libro, Federico Bini, invita a valutare “meriti e demeriti” di Craxi. Lo farò con grande impegno sfruttando al mio meglio quello che considero un vantaggio di prospettiva rispetto a tutti gli intervistati. Non ho avuto modo di incontrare Craxi tranne in un paio di frettolose occasioni. Quella che ricordo meglio è la commemorazione di Lelio Basso al Senato nel decimo anniversario della morte (dicembre 1988) quando, arrivato leggermente in ritardo, Craxi si sedette proprio di fianco a me e come se sapesse chi ero pronunciò con grande familiarità un paio di commenti politici molto critici sul modo con il quale l’oratore principale veniva descrivendo il percorso politico di Basso (incidentalmente, condividevo le osservazioni di Craxi). Per quel che può contare, mi sono sempre considerato socialista senza aggiunte, favorevole ad una democrazia nella quale l’alternanza è praticabile e praticata, che ritiene che buone politiche sono quelle che seguono, rincorrono la stella polare, come scrisse memorabilmente il mio maestro Norberto Bobbio, dell’eguaglianza, nella mia personale concezione, l’eguaglianza non di esiti, ma di opportunità, non soltanto all’inizio, ma per tutta la vita delle persone: dalla culla alla tomba. Ai tempi di Craxi ero Senatore della Sinistra Indipendente e, fra l’altro, feci parte della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali (Novembre 1983-1 febbraio 1985) presieduta dal deputato liberale Aldo Bozzi.

Quando lascia l’Italia per Hammamet, Craxi, senza giri di parole, è politicamente sconfitto, e lo sa. Cercherà, invano, di preparare la riscossa. Chi gli voleva bene avrebbe dovuto allora e per tutti gli anni successivi ricordargli che, ad ogni buon conto, aveva ottenuto alcune importanti incancellabili conquiste che stanno nei libri della storia d’Italia. Aveva significativamente contribuito all’ascesa alla Presidenza della Repubblica di Sandro Pertini (anche se il suo candidato preferito era Giuliano Vassalli). Era stato il primo socialista a diventare Presidente del Consiglio. Con il decreto di San Valentino (14 febbraio 1984) e, poi, con la sua coraggiosa posizione sul referendum “scala mobile” (giugno 1985) era riuscito ad arrestare la corsa dell’inflazione. Grazie al sostegno da lui convintamente dato all’Atto Unico (1985) aveva riaperto la strada verso un’Unione più stretta. Ma, come argomenterò, aveva scoperchiato e lasciati irrisolti alcuni problemi decisivi per il Partito socialista e per il sistema politico italiano. In una (in)certa misura quei problemi, che hanno notevolmente inciso su tutta la storia e la politica italiana dal 1994 ad oggi, rimangono tali, forse aggravati.

Prima il partito socialista. Quando Craxi ne divenne segretario nel 1976 il PSI era un partito diviso in correnti in lotta fra di loro, ciascuna, a differenza delle correnti democristiane, con scarso radicamento sociale. Nel mensile “Mondoperaio” era aperto da qualche anno, e continuerà ancora fino all’inizio degli anni Ottanta, la riflessione, ampia, articolata, approfondita, sul Parti Socialiste di François Mitterrand nato nel 1971, in particolare, sulla sua strutturazione. Di quelle riflessioni Craxi non tenne nessun conto. Scelse una strada molto diversa, quella della concentrazione del potere al vertice, nelle sue mani, e della personalizzazione della politica, attuata con indubitabilmente grande efficacia, lasciando troppo spazio ad alcuni signori delle tessere dalla Toscana al Veneto, dal Piemonte alla Sicilia, dalla Puglia alla Calabria. Quando Craxi se ne andò, i signori delle tessere cercarono di salvare le loro posizioni politiche, non il partito socialista. Alcuni di loro trovarono accoglienza in altri schieramenti. Il partito scomparve.

Il rinnovamento del Partito socialista doveva, secondo Craxi, passare anche attraverso una ridefinizione della cultura politica socialista: primum vivere deinde philosophari. Sinceramente, non sono riuscito a capire come si potesse pensare che il pensiero di Pierre-Joseph Proudhon potesse essere contrapposto a quello di Karl Marx. Potesse dare vita a una nuova cultura politica fermamente socialista. In quello che rimane il migliore dei discorsi riformisti di quel periodo all’insegna dei “meriti e bisogni” (Rimini, giugno 1982), Claudio Martelli non fa nessun riferimento all’inutile Proudhon, mettendosi in sintonia con il pensiero socialista nel resto dell’Europa e, in parte, con quello progressista degli USA. Se Craxi voleva davvero portare non solo il PSI, ma la sinistra italiana, comunisti naturalmente inclusi, avrebbe dovuto guardare al pensiero e all’azione dei partiti socialdemocratici e, subito aggiungerebbe Valdo Spini, laburisti in Europa. Praticamente, nulla di tutto questo avvenne nel quindicennio craxiano.

   Naturalmente, è lecito sostenere che quelli furono gli anni nei quali cominciava un po’ dappertutto il declino dei socialisti come partito di governo, ma non veniva affatto meno l’elaborazione teorica o, quantomeno, il riconoscimento delle nuove sfide sociali e culturali prima ancora che politiche. La bibliografia in materia è persino troppo ampia perché si possa citarla e non voglio privilegiare nessuno studioso in particolare. Alla vivida illuminante luce del senno di poi, tutti sono in grado di constatare che in Italia la cultura politica socialista è sostanzialmente scomparsa e che l’inizio di quella scomparsa può essere collocato nel periodo di Craxi. A scanso di equivoci, mi affretto ad aggiungere che, in modi diversi, anche i comunisti italiano non seppero trasformare la loro cultura politica e, sostanzialmente, vi rinunciarono. Quel Partito Democratico di Sinistra fondato il 1 febbraio 1991 era sostanzialmente alla ricerca di fondamenta culturali che non trovò mai e che, di conseguenza, non furono trasferite nel Partito Democratico.    

Per diventare più influente il Partito socialista doveva ovviamente crescere. Poteva farlo attraendo nuovi elettori al loro primo voto, ma anche elettori che ritenessero inadeguata la rappresentanza politica offerta loro sia dai democristiani sia dai comunisti. A mio parere c’erano molte diversamente buone ragioni a giustificazione dell’abbandono da parte di molti elettori di entrambi i grandi partiti-chiesa, per usare il termine inventato da Francesco Alberoni, e della loro ricerca di una rappresentanza laica e progressista. Però, Craxi, da un lato, continuò a rimanere in alleanza con la DC a livello nazionale, dall’altro, sfidò il PCI, anche su tematiche importanti, come quella del sostegno da dare ai dissidenti dei paesi comunisti. Lo fece in maniera molto ostile, ma soprattutto senza mai esprimere il suo aperto, esplicito sostegno all’alternativa di sinistra. Quello che molto correttamente Giuliano Amato e Luciano Cafagna definirono Duello a sinistra. Socialisti e comunisti nei lunghi anni ’70 (Bologna, il Mulino, 1982), finì per indebolire entrambi, certo anche per responsabilità del PCI, dei suoi dirigenti e delle loro inadeguatezze, ma, soprattutto, disorientò l’elettorato. Da allora, la “sinistra” italiana non ha smesso il suo declino che, a mio modo di vedere, non è né inevitabile né irreversibile. 

Bisognava cambiare anche le regole del gioco, ma non perché la Costituzione italiana fosse “superata” o costituisse un ostacolo ai cambiamenti quanto perché un gioco almeno in parte nuovo avrebbe offerto sfide e opportunità non soltanto ai protagonisti partitici (e sociali), ma soprattutto agli stessi cittadini. La proposta di Craxi di una Grande Riforma fu, al tempo stesso, importante, ma anche indefinita. Mirava esplicitamente a scuotere il “bipolarismo” DC/PCI, ma anche a trasformare le modalità della competizione politica e di governo. Non so se con il suo pregevole libro Una Repubblica da riformare (Bologna, il Mulino, 1980) Giuliano Amato si ponesse anche l’obiettivo di precisare contorni e contenuti di una Grande Riforma che portasse a una forma di governo semi-presidenziale non dissimile da quella della Quinta Repubblica francese (che continuo a ritenere un obiettivo da perseguire). So, però, che non fu quella la strada intrapresa da Craxi. In Commissione Bozzi i socialisti frenarono praticamente su tutto. Oggi, quasi dimenticata, l’unica riforma per la quale Craxi si batté con successo fu l’abolizione del voto segreto nelle aule parlamentari, una riforma regolamentare importante che avrebbe potuto anche condurre a più democrazia nei partiti e a migliore rappresentanza politica. In seguito, quando arrivò l’opportunità di scuotere il sistema politico italiano in uno dei suoi gangli costitutivi, la legge elettorale proporzionale, Craxi commise un errore politico letale non solo opponendosi, ma finendo per apparire il capofila dei conservatori istituzionali proprio mentre, a fatica e non senza divisioni interne, gli ex-comunisti approdavano alla spiaggia della preferenza unica e si apprestavano ad andare nel mare aperto di una legge elettorale non più proporzionale.

Insomma, sono convinto che si possa legittimamente concludere che Craxi non seppe condurre fino in fondo le importanti battaglie che aveva iniziato. Non ha bisogno di nessuna riabilitazione poiché la sua figura politica ha effettivamente dominato gli anni Ottanta. Neppure, però, servono gli elogi incondizionati che impediscono di predisporre gli strumenti indispensabili per una strategia riformista: partito, cultura politica, istituzioni. Continuons le combat.

Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna, è stato Senatore della Sinistra Indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996. Il suo libro più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020). In corso di stampa Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET, febbraio 2021).

Cittadini senza scettro Le riforme sbagliate. La Premessa

 

 

 

 

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Cittadini senza scettro Le riforme sbagliate Milano, Egea, 2015

PREMESSA

Qualche mese dopo la conclusione dei lavori della Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali, detta Commissione Bozzi dal nome del suo Presidente, il deputato di lungo corso del Partito Liberale Italiano Aldo Bozzi, l’editore Giuseppe Laterza mi propose di scrivere un libro sulla mia esperienza, su quanto era successo in Commissione, sullo stato delle riforme istituzionali. Avendo lavorato regolarmente, con una seduta tutte le settimane, dalla fine del novembre 1983 al 1 febbraio 1985, la Commissione aveva prodotto molto materiale utile, interessante, di buona qualità. Sulle prime risposi negativamente alla proposta dell’editore. Con Eliseo Milani, anche lui senatore della Sinistra Indipendente e grazie al formidabile aiuto del giovane consulente giuridico Pietro Barrera, avevamo appena terminato la stesura della Relazione di Minoranza (tuttora disponibile negli uffici del Senato), che conteneva la nostra visione complessiva della tematica, le nostre critiche alla Relazione di Maggioranza, le nostre proposte. In seguito, inaspettatamente, si aprì una finestra di opportunità.

A partire dalla seconda metà di luglio ebbi tutto un mese da dedicare all’argomento. Mi trovavo a Harvard, ospite dell’ufficio che il collega Robert D. Putnam mi aveva gentilmente lasciato per l’estate e, in grado di usufruire dell’imponente biblioteca dell’Università. Scrivendo in piena tranquillità (non c’erano ancora i telefonini) tutti pomeriggi, poiché la mattina insegnavo alla Harvard Summer School, tranne una pausa piscina, e due o tre ore dopo cena, completai un dattiloscritto. L’editore lo prese al volo e fu in grado di pubblicarlo splendidamente (nessun pasticcio e nessun refuso) in circa tre mesi. Ci accordammo subito sul titolo che prendeva spunto da un’importante volume sulla Costituzione scritto da Lelio Basso, Il Principe senza scettro. Democrazia e sovranità popolare nella Costituzione e nella realtà italiana, Milano, Feltrinelli, 1958. A quel principe, ovviamente il popolo, sovrano secondo il primo articolo della Costituzione, chiaramente non il capo del governo (come qualcuno fraintese allora e altri, peggio, continuano a sbagliare oggi), era possibile restituire lo scettro attraverso ben congegnate riforme istituzionali. La partitocrazia, di governo e di opposizione, lo aveva espropriato. Da questa riflessione e da questo impegno deriva quel titolo che, almeno nel linguaggio quotidiano, certamente non nella pratica, ha avuto un certo successo.

Il debutto del libro avvenne nella mia città, Torino, il 15 dicembre 1985, con due presentatori d’eccezione: il relatore della mia tesi di laurea Norberto Bobbio e l’on. Pietro Ingrao, Presidente del Centro per la Riforma dello Stato. Seguirono molte altre presentazioni (ma pochissime recensioni), fra le quali ricordo con piacere quella, nel giugno 1986, all’Istituto Gramsci di Grosseto con Achille Occhetto, allora coordinatore della segreteria del Partito Comunista Italiano, che era diviso fra una burbera maggioranza di sedicenti nobili conservatori costituzionali e una minoranza di innovatori. Ancora oggi, ascoltando i cantori della “Costituzione più bella del mondo”, è difficile dire chi ha vinto. Quello che è certo è che Occhetto condusse il partito sulla strada dei referendum e delle riforme elettorali. In seguito, con enorme fatica si fece anche altro, non sempre di buona qualità, come documento in appendice, in particolare la pessima legge elettorale formulata e approvata dal centro-destra nel novembre-dicembre 2005. L’eterogenesi dei fini ha voluto che proprio gli inconvenienti prodotti da quella legge elettorale, da ultimo, nelle elezioni del febbraio 2013, seguiti da una sentenza della Corte Costituzionale che, praticamente, ne distrugge gli assi portanti, abbiano rimesso in moto il discorso sulle riforme necessarie e possibili.

La Costituzione è certamente una splendida sessantenne, come dichiarò in quell’anniversario il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Sicuramente, qui la mia valutazione si distacca da quella del Presidente, non basteranno pochi ritocchi a quelle che sono più che semplici rughe per consentirle di svolgere gli essenziali compiti, finora adempiuti con altalenante successo, di restituire effettivo potere al popolo sovrano, di incanalare il conflitto politico, di oliare i freni e di bilanciare i contrappesi istituzionali, di garantire la libera competizione fra tutti i soggetti politici. Infatti, alcuni articoli della Costituzione, nient’affatto soltanto nella seconda parte: l’Ordinamento dello Stato, ma anche nella prima: Diritti e doveri dei cittadini, sono invecchiati e meritano di essere, se non eliminati, significativamente riscritti (anche, se qualcuno ci riuscirà, “al femminile”) . La partitocrazia, alimentata da partiti molto più deboli, non ha mollato la presa. Dunque, a trent’anni di distanza dal mio libro, si pone ancora il problema di come riuscire a Restituire lo scettro al principe. Le pagine che seguono mirano proprio a reimpostare il problema, a criticare i terribili semplificatori e gli ostinati conservatori e a formulare le migliori soluzioni possibili. Esistono.

Gianfranco Pasquino
2 dicembre 2014