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Zuppi e Barbero. L’importanza del pluralismo @DomaniGiornale
gennaio 28, 2026 3:33 PM / Lascia un commento

Il pluralismo è l’elemento fondamentale, costitutivo delle democrazie. Cruciale è che il pluralismo si accompagni alla competizione fra persone, associazioni, idee, proposte, soluzioni che poi saranno i cittadini a valutare, a scegliere, a sanzionare approvando o bocciando, positivamente o negativamente. Pertanto, è importante che ciascuno e tutti siano in condizione di esprimere le loro opinioni e di farle circolare liberamente. La censura, salvo casi eccezionalissimi, è sempre una cosa brutta. La censura è uno degli elementi che caratterizzano i regimi autoritari e, in più alto grado, i regimi totalitari. A sua volta, “il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” [quindi, Facebook, Instagram, blog], riconosciuto solennemente, promosso e protetto nell’art. 21 della Costituzione italiana, occupa un ruolo di rilievo nelle democrazie. La sua repressione e la sua violazione segnalano che qualcosa non funziona in quelle democrazie.
Negli Stati Uniti d’America, inevitabile punto di riferimento, non per caso, le libertà di religione, di parola, di stampa, di associazione sono collocate nel primo emendamento alla Costituzione. Oggi, anche grazie (sic) a Trump, non pochi autorevoli giuristi e politologi USA hanno posto il problema se la libertà di parola dei detentori di cariche politiche, quando è esercitata sotto forma di insulto, minaccia, ricatto e rappresaglia, non debba in qualche modo essere regolamentata
Naturalmente, anche nei regimi democratici, c’è chi, soprattutto i potenti, non gradiscono la libertà di parola degli altri. In Italia, uno dei bersagli preferiti, in particolare, dalle destre di ogni ordine e grado, sono gli intellettuali. Dunque, il professor Barbero non deve inquietarsi se Facebook lo censura suscitando gli applausi delle destre. Si trova in buona compagnia con molti intellettuali che nel passato vennero bollati come “culturame”. D’altronde, non riesco a ricordare esempi di fenomenali dibattiti di idee e proposte condotti dalle destre in Italia e altrove, tranne i neo-conservatori USA più di trent’anni fa che oggi probabilmente cadrebbero sotto la mannaia dell’infamante accusa di essere cultura woke (tradurrò malsana).
La voce della Chiesa, forse, meglio, del Vaticano si leva di frequente in difesa di principi e valori non soltanto religiosi, ma anche civili, umani, di recente, in particolare la pace. Non sono necessariamente i miei valori, ma proprio per questo, orgoglioso seguace di Voltaire, ritengo che sia importante difendere il diritto delle autorità religiose, ovviamente, non solo di quelle cattoliche, di esprimere, diffondere, argomentare e difendere le proprie opinioni culturali, sociali, politiche, persino elettorali, anche facendo capriole e contraddicendosi. In occasione di altri referendum, ad esempio quello abrogativo sulla procreazione assistita, lo hanno già fatto nel passato, invitando all’astensione per bocca del Cardinale Ruini (e contribuendo in maniera significativa al fallimento del referendum). Dopodiché, non trattandosi di dogmi, credo che sia lecito discutere nel merito le argomentazioni delle autorità ecclesiastiche come di quelle di qualsiasi altra “autorità”. Se il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale di Bologna Matteo Zuppi, esprime la sua preoccupazione per gli effetti pericolosi sulla separazione dei poteri che deriverebbero dalla riforma della giustizia varata dalla maggioranza governativa, ne prendo atto. Eventualmente, ne discuto in maniera più o meno critica, mentre personalmente plaudo, anche con riferimento all’art. 48 della Costituzione che dichiara inequivocabilmente che l’esercizio del voto è “dovere civico”, all’invito ad andare alle urne.
Gli anatemi, meno che mai quelli ipocriti, non appartengono alla concezione democratica della politica. E se intellettuali, ecclesiastici, giornalisti, sindacalisti, uomini e donne di sport convergono sulla stessa posizione referendaria, non li bollo con la non elegante espressione “accozzaglia”. Ritengo che si tratti di apprezzabile pluralismo e tiro avanti.
Pubblicato il 28 gennaio 2016 su Domani