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A Bruxelles per contare di più

Agli italiani le elezioni per il Parlamento europeo sembrano interessare molto poco. I dirigenti dei partiti e i loro candidati, fra un insulto e un’offesa, hanno fatto poco per informare gli elettori su quanto utile per l’Italia è l’Unione Europea e su quanto importante è mandare al Parlamento europeo chi crede nell’Unione e chi ha le competenze per fare un buon lavoro. Agli Europei, invece, in particolare alla Cancelliera Merkel, come andranno le elezioni in Italia interessa, eccome. Infatti, molti europei, quelli che contano in politica e in economia, desiderano che in Italia ci sia un governo stabile, magari capace di riforme, e affidabile negli impegni che prende. Preferiscono che chi va nel Parlamento europeo intenda non soltanto, com’è giusto, proteggere e promuovere gli interessi italiani, ma che lo faccia convincendo il governo italiano che bisogna adempiere alle direttive europee per avere il potere di chiedere cambiamenti nelle politiche economiche e sociali.
I partiti italiani hanno molte poste in gioco in queste elezioni, non tutte particolarmente significative a livello europeo. Matteo Renzi ha la necessità di potenziare la sua leadership sia del PD sia del governo con un risultato che lo legittimi. Queste sono le prime elezioni che chiamano in causa tutto l’elettorato e Renzi ha due speranze. La prima è che il voto per il Partito Democratico superi il 30 per cento. La seconda è che il vantaggio del PD sul Movimento Cinque Stelle sia di almeno cinque punti percentuali. Grillo ha già annunciato il suo proprio successo (s)misurato sul sorpasso del PD che porterebbe, secondo lui, alla crisi di governo e anche alla defenestrazione del Presidente della Repubblica. Tuttavia, la sua scelta di andare del salotto di Vespa segnala che non sentiva il successo già acquisito e percepisce qualche difficoltà da superare con la teletrasmissione della sua tracotanza. Mai decollata, la campagna di Berlusconi è stata tutta sulla difensiva: parare i danni. Il più grosso, oramai molto probabile, dei danni, consiste nel non superare il 20 per cento di voti. Trovarsi sotto il 18 per cento potrebbe accelerare il ricambio familiare, dinastico della leadership con la chiamata in campo della figlia Marina. L’insuccesso renderebbe difficile un accordo da posizioni di forza con l’ex-delfino Alfano. Dal canto suo, il leader del Nuovo Centro Destra è impegnatissimo a spingere il suo partito, che si misura anche lui per la prima volta in elezioni a livello nazionale, oltre il 4 per cento, fino al 6-8.
Qui subentrano gli europei, ovvero i popolari europei che hanno dimostrato di volere tenere lontano Berlusconi i cui voti, però, servono al loro candidato alla carica di Presidente della Commissione. I popolari si augurano che i molti voti persi da Berlusconi vadano sulle liste di Alfano. Per gli altri concorrenti, l’obiettivo è semplicemente superare la soglia del 4 per cento e mandare qualche candidato al Parlamento Europeo. La Lega è persino “scesa” nel Meridione a cercare i voti, una volta snobbati, degli anti-Euro. Scelta Europea spera controcorrente che un elettorato di sentimenti europeisti declinanti premi la sua coerenza. Fratelli d’Italia vorrebbe portare a Bruxelles il suoi spirito nazionalista. La lista Tsipras, troppo occasionale e poco competitiva, ha l’ambizioso scopo di cambiare verso all’Europa. La verità, che vale per tutti, è che l’Unione Europea cambierà gradualmente direzione economica e politica soltanto quando i tre grandi gruppi nel Parlamento Europeo, al momento, Popolari, Socialisti, Liberal-Democratici, raggiungeranno un accordo complessivo per fare una serie di piccole, graduali, ma significative riforme sia sulla distribuzione del potere fra le istituzioni: Consiglio, Commissione, Parlamento, sia sull’equilibrio fra politiche di austerità e politiche di crescita.
Chi si chiama fuori non votando o scegliendo candidati e partiti euroscettici e populisti non conterà per niente. Gli eletti dei partiti che pensano che l’Unione Europea è il luogo del nostro destino, non soltanto per stare insieme, ma per cambiare, avranno un grande lavoro da fare.

Pubblicato AGL 25 maggio 2014

Moderati, non c’è spazio per Passera

Intervista di Giuseppe Mottola pubblicata su L’Indro  20 Maggio 2014l'Indro“Coraggio posdatato”
Moderati, non c’è spazio per Passera
Il 14 giugno il processo costituente di Italia Unica. Intervista al politologo Gianfranco Pasquino

«Come il cavaliere templario della ballata di Schiller, il partito moderato mosse diritto al mostro del disavanzo, con un mastino al fianco. Questo mastino si chiamava l’Imposta». Ed è ancora vivo, a differenza del nostro eroe contabile, ucciso dalle umane vicende politiche. Che il partito di Balbo, d’Azeglio e Cavour avesse in sorte di morire, comunque, il fondatore del ‘Corriere della Sera’ lo sapeva. «Questo partito cadrà un giorno, perché tutto cade», scriveva ancora Eugenio Torelli Viollier nel primo editoriale del ‘Corriere‘, datato 5 marzo 1876, nel quale la testata metteva in chiaro la sua simpatia per la formazione che aveva nel curriculum «l’Italia unificata, il potere temporale de’ papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio». La Destra Storica, come fu poi chiamata, che governò proprio fino al 1876, quando fu sostituita dalla Sinistra Storica di Agostino de Pretis.

Quel Partito moderato è scomparso, ma il moderatismo no. Se rifuggite gli estremismi, siete per il cambiamento graduale e avete posizioni tendenzialmente di centro e conservatrici potete ritenervi elettori moderati. Siete anche l’oggetto del desiderio di varie forze politiche, con il sogno di unirvi tutti sotto una sola bandiera. Ci ha provato senza successo Silvio Berlusconi, in particolare con il Popolo della Libertà, esperimento fallito di fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale: il partito, nato nel 2009, si è sciolto nel 2013 per contrasti interni sul sostegno al governo Letta fra Berlusconi e il suo ‘delfino’ Angelino Alfano, ed è poi confluito nella rinata Forza Italia, dalla quale Alfano si è staccato creando il Nuovo Centrodestra. Fi e Ncd ambiscono entrambe a rappresentare i moderati, al pari dei centristi come Scelta Civica per l’Italia, e quegli elettori fanno gola anche nel centrosinistra al Partito democratico. In quanto al Movimento 5 Stelle, «moderato è una parola che mi fa paura, noi stiamo andando verso la bancarotta con la parola ‘moderato», ha detto il leader Beppe Grillo il 20 maggio.

In quest’arena c’è un nuovo sfidante ai cancelli: Corrado Passera. L’ex amministratore delegato della banca Intesa Sanpaolo, già ministro nel governo di Mario Monti (novembre 2011-aprile 2013) nel dicastero per lo Sviluppo economico, le infrastrutture e i trasporti, ha fondato il partito Italia Unica con l’intento esplicito di riunire i moderati contro il segretario del Pd e capo del governo Matteo Renzi e il leader di M5S Beppe Grillo, e il 14 giugno darà il via al processo costituente. Gran parte dell’elettorato non sa chi votare e manca una proposta politica seria e alternativa ai populismi, ha detto Passera al ‘Corriere della Sera’ nell’intervista del 18 maggio in cui ha annunciato il suo progetto «popolare nell’accezione europea del termine con forte iniezione liberale», e il centrodestra «è come se non fosse in partita», ma «non è possibile che 10 milioni di voti rischino di non contare più niente». Italia Unica vorrebbe riempire quel vuoto, debuttando alle prossime elezioni politiche. Con quale programma si vedrà: ci sarà una consultazione via web al riguardo.

Per ora si sa, come ha spiegato Passera, che il nuovo partito è per l’economia di mercato «combinata ad una grande sensibilità sociale», l’abolizione di Senato e province, uno Stato più magro che si occupi di regole, controllo e programmazione e non di gestione, e una legge elettorale a doppio turno di coalizione con collegi uninominali, e non chiede deroghe agli impegni verso l’Unione europea ma vuole che questa promuova lo sviluppo. Tempo per definire il programma potrebbe essercene molto: le prossime politiche alle quali l’ex ministro vuole partecipare potrebbero essere anche nel 2018. Questo ha attirato l’ironia di Alfano, che ha parlato di «coraggio postdatato». Per il forzista Maurizio Gasparri Passera mancherà l’obiettivo («Sono più i milioni che ha guadagnato che i voti che prenderebbe»), mentre il leader dei Moderati Giacomo Portas, deputato nelle file del Pd, ha invitato l’ex ministro a parlare con loro. La segretaria di Scelta Civica e ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, per parte sua apprezza l’iniziativa ma esorta a farla partire dal basso.

Proprio l’organizzazione del partito sul territorio può essere un punto debole dell’iniziativa di Passera, così come lo è la quantità di concorrenti, secondo il politologo Gianfranco Pasquino. Con lui abbiamo parlato del progetto dell’ex ministro.

Secondo Corrado Passera gran parte dell’elettorato non sa chi votare e il centrodestra è messo fuori gioco dalla sua debolezza. Ha ragione? Quanto spazio c’è oggi per un nuovo partito dei moderati?

Credo che lo spazio sia poco. Una parte è coperta da Forza Italia, un’altra in modo significativo dal Nuovo centrodestra, un’altra ancora da Scelta civica e Scelta europea, e poi ci sono altri elettori che votano il Pd. I moderati non sono a spasso, hanno quattro case e sanno anche muoversi fra di esse.

Passera è stato banchiere -in Intesa Sanpaolo- e ministro del governo Monti. Questo potrebbe condizionare gli elettori? Gli avversari politici già critici verso la categoria dei banchieri e l’esecutivo Monti potrebbero approfittarne?

Ognuno arriva in politica con la sua biografia, e quella di Passera mi sembra buona. Non conta solo quella, però; sono importanti anche le cariche ricoperte e la capacità organizzativa. Berlusconi, ad esempio, si basò sui venditori di Publitalia per organizzare Forza Italia. Passera come intende fare?

Forza Italia quanto risentirà del nuovo concorrente? Già oggi può soffrire la competizione del Pd di Matteo Renzi e del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Berlusconi è davvero il passato remoto per moltissimi, come ha detto Passera?

In quanto alle idee i partiti oggi sono il passato, anche se non remoto. L’unico con idee nuove era Monti, ma si è sepolto con le sue bugie. Ribadisco, comunque, che serve anche l’organizzazione sul territorio e da questo punto di vista l’intenzione di Passera mi sembra velleitaria.

Passera si rivolge anche agli elettori della sinistra: non lascerà a questa la rappresentanza del ceto medio produttivo e del terzo settore e la sfiderà sulla lotta alla povertà, ha detto. Quanti consensi potrebbe avere da quella parte? Può impensierire il Partito democratico?

Premesso che la sinistra non è solo il Pd, non vedo perché gli elettori di questo partito dovrebbero votare altri, ora che hanno per la prima volta a capo del governo un dirigente giovane e dinamico come Renzi.

Secondo Passera alcuni elettori votano il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, come anche il Pd di Renzi, per mancanza di alternative. ‘Italia Unica’ può togliere voti al Movimento?

Spesso si sceglie un partito perché non si hanno alternative e perché non si vuole vincano gli altri. Gli elettori di Grillo hanno molte alternative, ad esempio il Pd, Sel e anche Forza Italia per quanti provengono dal centrodestra, ma hanno deciso di votare il Movimento 5 Stelle e non penso cambieranno idea; l’unica speranza per gli altri è che si indignino al punto da non andare a votare.

Passera considera «passato prossimo» il leader del Nuovo centrodestra e ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ex ‘delfino’ di Berlusconi, e lo ritiene destinato a restare minoritario. Lo stesso pensa di Pierferdinando Casini. Le ambizioni dei due quanto risulteranno ostacolate dall’aspirazione di Passera alla leadership del centrodestra?

Casini è il passato, mentre Alfano lo è solo in parte. Passera fa male a sfidare anche Alfano, perché potrebbe collaborare con lui alla creazione di un partito moderato ed europeo decente, formazione che l’Italia non ha avuto e Alfano sta tentando di esprimere. Passera lo sfida, ma non riuscirà a sostituirlo.

Alfano ha accusato Passera di «coraggio postdatato, a futura memoria» perché non si presenterà alle elezioni europee di questo mese ma alle prossime politiche, che potrebbero tenersi anche nel 2018.

Al di là del postdatato, mi pare una buona battuta. Passera deve trovare da fare fino alle prossime politiche. Deve anche organizzare il suo partito sul territorio, e come possa farcela non so. Se ha la fiducia di operatori economici potrebbe affidarsi a loro, ma finora non l’ho vista.

La segretaria di Scelta civica e ministra della Pubblica istruzione, Stefania Giannini, ha detto che il progetto di Passera sembra avere molto in comune con la proposta politica di Mario Monti e ritiene curioso che «citi tutti tranne noi, quasi un lapsus freudiano».

Penso che Passera manchi un po’ di generosità. Monti, che lo nominò ministro, lo scelse anche perché pensava condividesse molto della sua visione politica. Se Passera vuole fare politica non doveva lasciare Monti e se aveva differenze di opinioni con lui doveva lavorare per ridefinire Scelta civica. Fuori non conta nulla.

Passera ha detto che la sua proposta è rivolta a quanti «non si riconoscono nei populismi imperanti, incluso Renzi». In Italia oggi quanto contano il carisma del leader e il contatto diretto con i cittadini per conquistare voti? Si può farne a meno?

Non è facile per un banchiere il contatto diretto con i cittadini, qualsiasi cosa s’intenda, ma certo bisogna girare il Paese reale. Renzi parte meglio perché è stato presidente di Provincia e sindaco e ha partecipato a due primarie del Pd. In quanto al carisma, è una parola grossa: oggi al massimo ci sono popolarità ed elementi di spettacolarità. Carismatico era Berlusconi nel ’94, come uomo di successo e sfidante di un forte schieramento progressista.

L’Italia non è nuova ai propositi di unire gli elettori moderati sotto una sola bandiera. Berlusconi ha già fallito con il Popolo della Libertà. Quali lezioni può trarre Passera dal passato?

In questo Paese esistono ancora una sinistra e una destra, nonostante tutto, e se gli elettori moderati si collocano dove dovrebbero, nella destra moderata, ribadisco che spazio non c’è. Non solo ci sono Forza Italia, Nuovo centrodestra e Scelta civica, ma Renzi è riuscito a conquistare alcuni al Pd. Quattro case sono abbastanza per questi elettori.

Giuseppe Mottola

Grillo non vincerà le Europee e Renzi non cadrà. Parola del politologo Pasquino

l’intervista di  Francesco De Palo pubblicata il 20 maggio 2014 su Formiche.net

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E se Beppe Grillo vincesse le elezioni europee? E’ l’interrogativo che si sta ponendo Formiche.net in chiave ipotetica per comprendere i possibili effetti su istituzioni, governo e partiti di un’affermazione sonante del Movimento 5 Stelle il 25 maggio. Dopo l’opinione di Giuliano Cazzola (“si andrebbe al voto anticipato”), ecco l’analisi del politologo Gianfranco Pasquino che non scorge flagelli in vista per gli equilibri politici…

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I Cinque Stelle non vinceranno alle elezioni Europee, Alfano non andrà male, il governo Renzi non cadrà e Berlusconi scenderà sotto il 20%.

E’ la previsione che affida a Formiche.net il politologo Gianfranco Pasquino, secondo cui non è nel novero delle possibilità una crisi di governo né tantomeno è ipotizzabile l’eventualità che il Colle immagini un cambiamento a Palazzo Chigi.

Cosa accadrebbe al governo se Beppe Grillo vincesse alle Europee?
I Cinque Stelle non vinceranno alle elezioni Europee, Alfano non andrà male, Renzi non cadrà e Berlusconi scenderà sotto il 20%, per cui dovrà leccarsi le ferite proprio per riconquistare la fiducia di Alfano e dei suoi, che saranno ringalluzziti dal 6% che potrebbero ottenere.

In caso di “pareggio” o comunque di buon risultato di Grillo, quali sarebbero i riverberi sulla maggioranza, sul Pd, sugli alfaniani e sulle larghe intese?
Grillo otterrà sicuramente un buon risultato, ma sarà irrilevante. Perché anche se dovesse prendere più del 25% non sarà in grado di far pesare quei voti. Potrà per assurdo anche andare sotto il balcone del Quirinale ma non otterrà proprio nulla. Il miglior risultato per Grillo potrebbe essere un Pd sotto il 30%, o un Ncd sotto il 4% ma la soluzione dello sconquasso non sarebbe nelle sue mani bensì in quelle del Colle. E senza dimenticare che comunque la maggioranza parlamentare resterebbe identica. Questo è un voto solo europeo. Per avere un riscontro, Grillo dovrebbe sperare che la maggioranza cambi, ciò che oggi non si verifica.

Giuliano Cazzola su Formiche.net ha osservato che se Grillo vincesse si andrebbe dritti ad elezioni anticipate. Che ne pensa?
No, è semplicemente sbagliato e sostanzialmente impraticabile. Non si potrà andare a un voto anticipato a maggior ragione se il M5S dovesse avere un exploit domenica prossima. Il quel caso il Presidente della Repubblica ricorderà loro che non sono stati capaci di votare una nuova legge elettorale, per cui come si potrebbe andare alle urne? Certamente provvederà a ricordare loro che dal primo luglio al 31 dicembre l’Italia ha il turno di presidenza europea, quindi non ci potrà essere alcuna crisi di governo.

A proposito di legge elettorale, è vero che l’Italicum è concepito proprio per fermare Grillo?
Intanto l’Italicum è concepito in maniera sbagliata, perché avvantaggerebbe Berlusconi e Renzi che potrebbero continuare a nominare i propri parlamentari. Si tratta di una legge mal fatta, che per di più rischia di favorire Grillo e spiego il perché. Se riuscisse finalmente a darsi un ordine a livello di coalizioni, magari al secondo turno passerebbe il M5S al posto di Forza Italia. Dunque la legge dovrà senza dubbio essere rivista dopo le Europee.

L’Italia è tornata a un bipolarismo muscolare con da una parte l’antisistema Grillo e tutti gli altri contro?
Abbiamo avuto in passato un bipolarismo balordo, ma per essere muscolare avrebbero dovuto avere i muscoli entrambi gli schieramenti, invece li ha avuti solo Berlusconi, che li mostrava fin troppo. Oggi abbiamo un tripolarismo di fatto ma se aumentasse il bipolarismo tra Renzi e Grillo, beh sarebbe un bipolarismo vocale più che muscolare.

twitter@FDepalo

Europa, dove sei?

Al marziano inopinatamente capitato in Italia non è chiaro che tipo di campagna elettorale sia in corso. Da un lato, in questo abbastanza vicini, perché entrambi piuttosto irritati e con preoccupazioni differenti, Renzi e Berlusconi stigmatizzano il buffone-pagliaccio Grillo. La “marcia su Roma” (ma non sarebbe preferibile marciare su Bruxelles?) l’ha già fatta lui, con successo, sostiene il Berlusconi, adesso solo temporaneamente confinato ai servizi sociali a Cesano Boscone. Dall’altro lato, sta Grillo che con linguaggio scurrile deride un po’ tutti, ma soprattutto Renzi e proclama che lui, Grillo, è già “oltre Hitler”, ma non precisa dove è effettivamente arrivato. Quei non molti elettori italiani che stanno cercando di informarsi su quale sia la posta in gioco nell’elezione del Parlamento europeo, ricevono informazioni non positive riguardo alla non superata depressione dell’economia italiana che, certamente, non è responsabilità dell’Unione Europea o dell’Euro, e neanche dei migranti, come vorrebbe fare credere il neo-segretario leghista, l’ipersemplificatore Matteo Salvini.

La maggioranza degli elettori italiani prestano, come è oramai loro abitudine da parecchie elezioni a questa parte, pochissima attenzione. Si sintonizzeranno con la campagna elettorale soltanto due o tre giorni prima del voto. Alla fine, in buona sostanza, sceglieranno non con riferimento a tematiche europee che rarissimi candidati hanno trattato, illustrato, spiegato, ma in base alle loro preferenze partitiche espresse poco più di un anno fa. Dimenticheranno gli insulti reciproci fra dirigenti con poche idee che hanno sentito con fastidio. Guarderanno allo stato dell’economia, forse con minore preoccupazione di un anno fa e molti saranno lieti di constatare che la loro busta paga e quella dei loro parenti e amici è stata rimpinguata con 80 utili Euro. Altri, forse si chiederanno che cosa hanno fatto degno di nota i parlamentari nazionali delle Cinque Stelle, ma non è detto che la sostanziale irrilevanza politica dei pentastellati cancelli le ragioni della protesta e dell’irritazione nei confronti della classe politica nel suo esempio.

A contrastare tutto questo sembra, però, che il Presidente del Consiglio, attivissimo sul territorio e loquacissimo, sia riuscito a convincere alcuni elettori insoddisfatti, ma attenti, che lui è davvero l’unico nuovo che avanza, per di più veloce. Magari non ha le soluzioni per tutto, ma, sembra pensare una fascia di elettori, merita un’apertura di credito. Se non lui, chi? In effetti, Renzi è alla ricerca di un successo personale che legittimi il suo ingresso a palazzo Chigi da extraparlamentare che non ha superato nessun passaggio elettorale. Proprio perché Berlusconi continuerebbe ad essergli utile come interlocutore per le difficili riforme istituzionali, Renzi non lo sceglie come principale avversario. La competizione elettorale è diventata quasi un duello, verbale, fra Renzi e Grillo. Entrambi sanno dove cercare i voti aggiuntivi. Grillo li vuole strappare agli insoddisfatti del PD. Renzi vuole raggiungere soprattutto i giovani che sono il grande serbatoio dell’insoddisfazione che guarda alla protesta (di Grillo) piuttosto che alla sua proposta di riforme annunciate. Al momento, le asticelle, come si dice nel lessico politico-giornalistico, sono quattro: Alfano e il suo Nuovo Centro destra mirano ad andare alquanto al di sopra del 4 per cento, almeno fino al 6. Berlusconi si augura di giungere nei pressi del 20 per cento. Grillo è convinto che replicherà il suo 25 per cento del 2013, e più. Renzi ha assoluto bisogno di portare il Partito Democratico al di sopra del 30 cento. Tutti si lamentano che si parla poco dell’Europa e che l’Italia finirà per contare ancora meno a Bruxelles, ma, finora, nessuno ha saputo cambiare decisamente rotta (dovrei scrivere “verso”?). Peccato perché il destino dell’Italia starà anche nelle mani del prossimo Parlamento europeo e della Commissione europea, entrambi decisivamente plasmati dall’esito del voto del 25 maggio.

Pubblicato AGL 19 maggio 2014

Arlecchino e le riforme elettorali

Di leggi elettorali ne abbiamo viste di tutti i colori e di proposte di riforma ne abbiamo sentite di troppi tipi. Quelle che abbiamo visto all’opera, proporzionale con preferenze della prima fase della Repubblica, Mattarellum dal 1994 al 2001, proporzionale con liste bloccate e premio di maggioranza, ovvero, anche secondo la Corte Costituzionale, un vero Porcellum, utilizzato tre volte: 2006, 2008, 2013, non sono state soddisfacenti. Tutte avevano dei problemi, grossi; più di tutte il Porcellum. Dunque, fare di meglio non dovrebbe essere impossibile e neppure troppo difficile. Invece, un po’ tutti i partiti, tutti i dirigenti e i loro esperti di riferimento, nonché la maggioranza dei parlamentari ragionano in base a due presupposti paralizzanti. Primo, quale è la legge elettorale che farà vincere il mio partito (e, di conseguenza, mi salverà il seggio)? Secondo, quale è la legge elettorale che funziona meglio per me/noi in questo contesto (che molti definiscono tripolare)?

La ricerca di vantaggi particolaristici, per di più nel breve periodo,è il modo più sicuro per fare una brutta legge elettorale destinata ad essere variamente criticata, mai pienamente accettata e, quel che più conta, a funzionare male. L’unico criterio che i sedicenti riformatori elettorale dovrebbero usare è quello del potere dei cittadini-elettori. Qual è, pertanto, la legge elettorale che dà più potere agli elettori? Senza disperdersi nel sogno di una legge elettorale perfetta, che non esiste, ma ci sono leggi elettorali ottime come quella tedesca, proporzionale personalizzata con clausola di accesso al Parlamento), e come quella francese (maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali), entrambe imitabili e facilmente importabili, sembra opportuno prendere le mosse da quel che conosciamo meglio. D’altronde, i riformatori elettorali italiani non hanno affatto saputo inventare qualcosa di particolarmente apprezzabile.

Sembra che nessuno desideri ritornare alla proporzionale di un tempo che fu, anche se non sono pochi quelli che desidererebbero il voto di preferenza (facilmente surrogabile dai collegi uninominali). Impossibile ripresentare qualsivoglia variante del Porcellum dichiarato incostituzionale (e brutto) dalla Corte Costituzionale. Non resta, fra i sistemi noti, che il Mattarellum. Non è né ottimo né pessimo. E’ perfezionabile. Tre quarti dei parlamentari (sperabilmente dei soli deputati se il Senato verrà profondamente riformato) sono eletti con sistema maggioritario in collegi uninominali dove candidati e elettori dovranno”metterci la faccia”. Un quarto dei deputati è eletto con il recupero proporzionale. Consente ai partiti e alle coalizioni che lo vogliano di designare il loro candidato a capo del governo.

Il Mattarellum non svantaggia a priori nessuno e non avvantaggia nessuno. Non ha bisogno di voti di preferenze neppure di premi di maggioranza. Con qualche ritocco, per evitare liste civetta, ovvero false, e per meglio distribuire il recupero proporzionale, funzionerà adeguatamente. Soprattutto, nelle condizioni date, può essere il più facile e conveniente punto di convergenza e di approdo delle principali forze politiche: dal Partito Democratico al nuovo veicolo di Berlusconi, “Forza Silvio”, alla Lega, persino al Movimento Cinque Stelle. Alfano lo teme perché dovrebbe cercarsi alleati da posizioni di debolezza, ma in un anno e mezzo, l’orizzonte che Renzi e Letta danno al governo, il Nuovo Centro Destra potrebbe riuscire a rafforzarsi sul territorio.  Poiché la nuova discussione su quale legge elettorale approvare comincerà alla Camera dove il Partito Democratico ha una ampia maggioranza partorita dal premio del Porcellum, al PD spetterà la prima mossa. Saggezza istituzionale suggerisce che il Mattarellum ritoccato ha buone probabilità di viaggiare veloce verso la approvazione. Tutto il resto appare alquanto, forse troppo, problematico. Chi la tira per le lunghe rischia, nel tempo dell’anti-politica e del populismo telematico, di tirare le cuoia.

Si sta facendo tardi

E’ vero. Parecchi di noi si erano illusi che lo strappo di Fini dal partito nazional-cesaristico conducesse alla costruzione di un’organizzazione politica di destra, moderna, europeista, decente. Qualcuno fra noi aveva addirittura pensato che la destra decente avrebbe stimolato anche la costruzione di una sinistra decente. D’altronde, la sprezzante definizione di “amalgama mal riuscito”, affibbiata da D’Alema al Partito Democratico, coglieva nel segno. Purtroppo, il sarcasmo di D’Alema spesso obnubila la verità di molte sue valutazioni. Adesso, tocca ad Alfano spingere nella direzione di una destra decente che ha a cuore le sorti di un governo dalle intese né abbastanza larghe né abbastanza solide, ma necessarie. Sull’altro versante, molti sono in movimento per zompare sull’oramai affollatissimo carro del vincitore fiorentino (auto)preannunciatosi. Altri stanno seduti sulla riva del fiume a vedere chi passerà. Altri, ancora, pochini, vorrebbero cominciare sul serio l’opera lunga e faticosa di costruzione di un partito che occupi la maggior parte dello spazio di sinistra. Potrebbe, persino, quel partito, qualificarsi socialista, con buona pace di coloro che non soltanto vogliono morire democristiani, ma vorrebbero farlo il più tardi possibile e preferibilmente stando al governo o in qualche altra comoda ben ricompensata carica. Non è proprio il caso di accontentarli. Socialista non è una brutta parola. Socialista è quell’esperienza ampiamente vissuta nel dopoguerra europeo che ha portato molti paesi ad essere prosperi, istruiti, sani. Faccio riferimento allo Human Development Index delle Nazioni Unite che colloca ai primi dieci posti paesi che hanno tutti un grande partito socialista, ieri o oggi, al governo. Sono anche paesi con corruzione politica minima e, elemento che dovrebbe soddisfare i sedicenti liberali/liberisti italiani,con un alto livello di concorrenzialità e di meritocrazia. Se le energie dei candidati alla carica di segretario del PD non si sono esaurite in mediocri critiche reciproche, di nessun interesse per i loro eventuali elettori, ma si spostassero sulla cultura politica, allora una bella discussione sul significato e sui contenuti del socialismo oggi potrebbe essere utile anche a Rosi Bindi, Castagnetti, Fioroni e a milioni di elettori. Gli accapigliamenti li abbiamo già visti. Non sono neppure più divertenti. Invece, di quale cultura politica dovrebbe essere portatore il Partito Democratico non l’abbiamo sentito raccontare né dal Prodi che se ne è ito né dai suoi collaboratori, ma neppure da Bersani e da D’Alema. E non è vero che non è mai troppo tardi.