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Il Premier supervisore e i fragili equilibri

In circa tre settimane la crisi del governo giallo-verde guidato dal Professor Giuseppe Conte si è dipanata ed è giunta a compimento senza troppe complicazioni. Eppure, il passaggio dal governo Cinque Stelle più Lega al Governo Cinque Stelle più Partito Democratico appariva tutt’altro che facile e scontato. Le tensioni e le accuse reciproche nel passato sono state intelligentemente superate non soltanto per la brama di “poltrone” (alle quali, indennità aggiuntive comprese, Salvini con gli altri ministri e sottosegretari della Lega è rimasto attaccato fino all’ultimo momento), ma per l’intento di cambiare linea su molte materie importanti. Credo che, nel male e nel bene, l’Europa sia stata la discriminante. Ringalluzzito dalla sua copiosa messe di voti sovranisti, Salvini ha tirato la corda del governo e l’ha rotta. Dopo avere votato Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione, il gruppo dirigente delle Cinque Stelle e il loro garante Beppe Grillo hanno tirato le somme: l’Italia ha bisogno di un rapporto serio e collaborativo con l’Unione Europea che nessuna alleanza con la Lega potrebbe mai garantire. Al tempo stesso, sia chiaro, all’Unione Europea è utile che l’Italia abbia un governo europeista fatto da persone competenti e credibili, in grado anche di dire dei no, ma soprattutto capaci di assumere impegni e di rispettarli in cambio ovviamente di sostegno alle politiche, economiche e migratorie. Nel nuovo governo, che, giustamente, il Presidente del Consiglio desidera sia definito Conte 2 per marcare la discontinuità effettiva, sono cambiati sia il Ministro degli Esteri, oggi il ridimensionato capo politico delle Cinque Stelle, Luigi Di Maio, sia il Ministro dell’Economia, oggi l’autorevole europarlamentare del Partito Democratico Roberto Gualtieri, molto stimato a Bruxelles. Ad entrambi, unitamente al Commissario che l’Italia designerà, probabilmente l’ex-capo del governo Paolo Gentiloni, è affidato il compito di ristabilire una collaborazione operosa.

Nel suo insieme la compagine ministeriale presenta alcuni elementi degni di nota. Insieme alla discontinuità, ovviamente prodotta dall’ingresso dei Ministri espressione del Partito Democratico, tutti debuttanti tranne Dario Franceschini che torna ai Beni Culturali dove aveva lasciato un’impronta molto positiva, si trova la continuità in settori che ne hanno grande bisogno con la permanenza dei pentastellati Alfonso Bonafede alla Giustizia e Sergio Costa all’Ambiente. È cresciuta la presenza delle donne, ora sette, con il compito più delicato al Ministero delle Infrastrutture attribuito alla vicesegretaria del Partito Democratico Paola De Micheli. Infine, notazione non marginale, entrano al governo anche due “renziani”, Teresa Bellanova e Lorenzo Guerini, segno promettente che l’ex-segretario del PD non farà il guastatore. Il Conte 2 ha tutte le caratteristiche di un governo che mira a durare fino al termine della legislatura, il lontano marzo 2023. Ne ha certamente le potenzialità.

Pubblicato AGL il 5 settembre 2019

M5s in cerca di un’identità (europea). La missione Di Battista spiegata da Pasquino

di Francesco Bechis
Conversazione di Formiche.net con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna.
Di Battista? Se è mancato ai Cinque Stelle vuol dire che hanno un problema strutturale. Le pagelle del 2018? Moscovici il ministro più efficiente, Bonafede secondo. Il Pd? È un partito caserma.

 

“Sto leggendo una stupenda biografia di Trotsky scritta da un trotskista, Isaac Deutscher. Ma se proprio volete parlare di Di Battista…”. Interrompiamo a malincuore le letture natalizie di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, decano dei politologi italiani. Siamo però costretti a riferirgli una notizia: Alessandro Di Battista è tornato in pista. Non solo quella da sci, dove si è fatto immortalare in un video di auguri di fine anno con l’amico Luigi Di Maio, in rispettoso silenzio. Per qualche mese, prima di partire alla volta del Congo, il pasionario del Movimento Cinque Stelle darà manforte ai suoi in vista di una campagna, quella per le europee di maggio, che non sarà una passeggiata di salute. “Sì, sì, ho visto il video un paio di volte, sono commosso”, scherza il professore – “A me Di Battista non era mancato, spero non sia mancato anche ai suoi colleghi. Un Movimento che ha bisogno di un suo esponente per sopravvivere ha un problema strutturale”.

Professore, partiamo dal video di auguri.

C’è una doppia lettura che possiamo dare del video. Di Battista parla solo per pochi secondi, riconosce che Di Maio è il vero capo politico. Di Maio lancia ai suoi e ai detrattori un messaggio molto chiaro: è lui che parla a nome di tutto il Movimento, e nessun altro.

Quanto è mancato Di Battista al Movimento Cinque Stelle?

Se un movimento soffre dolorosamente la mancanza di un suo esponente significa che ha un problema strutturale, perché dipende da pochissime persone. Dovrebbero rifletterci su.

Il Movimento si è perso un po’ per strada mentre Di Battista era in Sud America?

Non si è perso nulla per strada. Più semplicemente la strada ha preso una direzione diversa. Quando si va al governo non ci si può portare dietro tutto, qualcosa deve essere abbandonato, altre proposte devono essere limate assieme all’alleato di coalizione. Il Movimento aveva una straordinaria capacità di dire no all’opposizione, ora è obbligato a dire qualche sì. Anche Di Battista avrebbe subito restrizioni una volta entrato nella stanza dei bottoni, forse per questo se ne è andato a spasso 7-8 mesi.

Perché questo ritorno? Sarà un modo per arginare l’onnipresenza mediatica di Matteo Salvini in vista delle europee?

Sarò controcorrente, ma sono convinto che la personalizzazione della politica abbia poco a che vedere con le qualità personali e abbia molto a che vedere con le idee. Di Battista potrebbe arginare Salvini se avesse un’idea di Europa davvero alternativa e la sapesse articolare. E invece, a differenza di Salvini e dei suoi colleghi sovranisti, mi sembra che lui e il Movimento abbiano le idee molto confuse.

Ora i Cinque Stelle devono trovare un alleato per avere i numeri all’Europarlamento. Con chi possono andare?

In Europa non c’è nessuno come loro. La convivenza al governo con la Lega rende loro difficile trovare partner, avranno problemi molto grossi a meno che non riescano ad elaborare una linea politica che li distingua. Gli unici che potrebbero tendere una mano sono i Verdi, a patto che i pentastellati valorizzino il tema ambientale e quello dei diritti. L’alternativa è vagare e finire nel gruppo misto. I liberali di Verhofstadt saranno il vero ago della bilancia fra Ppe e Pse, non ricommetteranno l’errore di tentare un’alleanza con i Cinque Stelle.

A proposito di numeri, a forza di espulsioni alla Camera e al Senato la maggioranza si stringe. Queste cacciate dall’Eden creeranno problemi?

La questione numerica è irrilevante, recupereranno i numeri persi da altre parti. Sorvolerei anche sulle critiche al modello democratico del Movimento, perché non c’è un partito italiano che al suo interno abbia dinamiche democratiche. I Cinque Stelle sono più esposti perché si sono dati regole molto restrittive, ma la democrazia non abita nei partiti. Bisogna invece riflettere sulla capacità del gruppo dirigente di controllare il reclutamento. Troppo spesso vengono reclutate persone con idee chiaramente in contrasto con il Movimento solamente perché sono famose, è il caso di De Falco. Il risultato è che vengono espulse da un giorno all’altro, senza neanche fornire una pubblica motivazione. Il dissenso dovrebbe essere valorizzato, non espulso.

Altro che Pd. Lì il dissenso c’è eccome, anzi regna sovrano…

Il Pd non dà spazio al dissenso, ma a una moltitudine di persone con opinioni diverse fra cui spunta sempre qualcuno che vuole imporre la sua volontà. Renzi ci è riuscito per un po’, ma ha commesso il grave errore di buttare fuori i dissidenti. Oggi nel Pd c’è una competizione fra persone con distanze ideologiche minime, l’unica vera distanza che viene misurata è quella da Renzi. I candidati alla segreteria, Zingaretti, Giachetti, Martina, dovrebbero prima chiedersi che tipo di partito vogliono costruire. Ovvero, come diceva Achille Occhetto, se costruire un partito caserma o un partito carovana, che va avanti e accetta tutti.

Prima di lasciarla alle sue letture trotskiste, le chiedo una pagella dei ministri gialloverdi nel 2018.

Se devo stilare una classifica dei ministri più efficaci lascio in disparte sia Salvini che Di Maio. Sul primo posto non ho alcun dubbio, scelgo Pierre Moscovici (ride, ndr). Al secondo ci metto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ha portato a casa il ddl anticorruzione e ha saputo tenere una linea decorosa nella polemica con i giudici.

Pubblicato il 2 gennaio su Formiche.net