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L’ombra di Craxi #Italia89 #mondoperaio

da mondoperaio 9 – settembre 2019

Italia ’89

L’ombra di Craxi

Prima di cominciare questo lungo commento al testo di Petruccioli (n.d.r. C. Petruccioli, Il tabù dell’alternanza, mondoperaio 9 – settembre 2019), mi sono chiesto a che cosa può servire riflettere sul passaggio cruciale che portò dal PCI al PDS. Dopo non poche esitazioni e contorsioni mi sono risposto che, dato il ruolo svolto dal PCI nel sistema politico italiano dal 1946 al 1989 e poi dal PDS e i suoi successori nella fase successiva, qualche notazione, qualche approfondimento e molte critiche hanno senso. D’altronde, seppure in maniera tutt’altro che lineare, il Partito Democratico di oggi (domani non so) porta sulle spalle un fardello di eredità comunista, ex-comunista, post-comunista nient’affatto lieve. Provare a fare chiarezza sulle modalità della svolta dell’89-91, sulle sue inadeguatezze, su quello che non avrebbe mai potuto essere serve in qualche modo per indicare la necessità di una svolta contemporanea il prima possibile e, forse, a non rifare errori simili, molti dei quali già ampiamente commessi, addirittura ripetuti più volte.

Dal resoconto di Petruccioli, dalla mia condizione di allora (ero Senatore della Sinistra Indipendente), da quanto avevo letto e studiato, da quello che sapevo, direi, senza falsa modestia, molto e, comparativamente, moltissimo (!), sui partiti e sulle loro trasformazioni, credo di potere sostenere che quel Partito Comunista Italiano era sostanzialmente non riformabile. Vale a dire che non sarebbero bastati aggiustamenti nelle modalità di comportamento del gruppo dirigente, cambiamenti cosmetici nel pensiero politico, riforme nella struttura organizzativa. Ci voleva di tutto e di più. Non ho nessuna difficoltà a concordare con Petruccioli che critica coloro che hanno concepito e trattato la “svolta come evento improvviso, indotto nel Pci dall’esterno, sostanzialmente avulso dalla vicenda originale [qui qual è il significato di “originale”? GP] di quel partito”. Tutto questo, però, è un’aggravante essendosi poi rivelata enorme l’impreparazione ad affrontare una svolta ritenuta insita nella storia “originale” del partito.

L’occasione per cominciare era andata perduta nel giugno del 1984 subito dopo la morte di Enrico Berlinguer. Scegliere come segretario Alessandro Natta aveva significato rimandare sine die, ma il giorno fatidico arrivò presto, la trasformazione di un grande partito, di massa, popolare, rappresentativo che aveva iniziato il suo declino elettorale e culturale (più precisamente, di perdita dell’egemonia di tipo gramsciano). Potremmo anche fare dell’ironia sull’affollarsi di molti bene intenzionati medici al capezzale del PCI, troppi dei quali neppure lo ritenevano “sufficientemente” ammalato. Proliferavano Le lettere al Partito comunista e suggerimenti sotto forma di altri generi letterari. Probabilmente, il gruppo dirigente si sentiva lusingato da cotanta attenzione. Certamente, alla base giungevano scarsi echi di un dibattito che mi pareva spesso ovattato e occasionale, cioè dettato da qualche occasione (terremoto, scala mobile, etc.). Molta della base, però, pur attraversata da una pluralità di linee divisorie, manifestava notevole interesse per tutte quelle idee che suggerissero come andare oltre le caute posizioni ufficiali. Anche se è vero che, spesso, in non pochi partecipanti, affiorava un grumo di emozioni, sentimenti e risentimenti, che rendeva alcuni incapaci di guardare indietro e di fare i conti con il passato al tempo stesso che li impossibilitava a guardare a vanti, a progettare il futuro. In quelle occasioni ho imparato che, comunque, in politica bisogna tenere conto anche delle emozioni, non semplicemente scansarle.

Mi limiterò a due esempi personali, non per narcisismo, ma perché ne ho conoscenza diretta. Primo, all’invito del segretario del PCI di San Giovanni Valdarno, fra la fine del 1984 e la primavera del 1985, ad andare a discutere della riforma elettorale e. specificamente, della proposta che avevo presentato in Commissione Bozzi (4 luglio 1984), risposi chiedendo quali erano le posizioni degli iscritti. Risposta: metà favorevoli a quanto sostenevo, metà contrari. Mi precipitai. Ne scaturì un dibattito di rara intensità e qualità con le preferenze personali e politiche che si intrecciavano con il desiderio di acquisire il massimo di informazioni possibili sui sistemi elettorali e sulle loro conseguenze sui partiti, sulle coalizioni e, naturalmente, sul PCI. Nella primavera del 1986, in preparazione del Congresso del PCI di Firenze, fui invitato a Reggio Emilia, dall’allora segretario della sezione alla quale erano stati iscritti alcuni che negli anni settanta erano diventati brigatisti. I dirigenti desideravano una mia conferenza di respiro che, certo, consentisse di riflettere sulle tematiche dell’imminente congresso, ma anche di guardare avanti, molto avanti. Convenimmo sul titolo “Sopravviverà il PCI fino al 2000?”. A fronte di un centinaio di compagni, la mia risposta, non respinta pregiudizialmente, ma ampiamente, direi, appassionatamente, discussa, fu: “probabilmente, no”. Non sono un indovino, ma mi vanto di sapere applicare le conoscenze della scienza politica a tutti fenomeni politici (Giovanni Sartori sarebbe orgoglioso di me).

Dalle mie numerose escursioni sul territorio, che scherzosamente definivo turismo politico, frequentando non poche Federazioni e sezioni del PCI, dove non ero mai andato in precedenza, con la sola preclusione del PCB (Partito Comunista di Bologna) pervicacemente per nulla interessato a discutere con me (non lo fece mai), traevo regolarmente quella che era molto più che una impressione, vale a dire, la preoccupazione degli iscritti, dei simpatizzanti e dei militanti nel vedere che al cambiamento, in Italia, nell’Europa centro-orientale, nel mondo, il gruppo dirigente del partito non sapesse/non volesse/ non riuscisse a rispondere. Sembrava che, ad eccezione di Pietro Ingrao, nessuno di quel gruppo dirigente si interrogasse. Naturalmente, non solo sarebbe stupido negarlo, ma anche controproducente per qualsiasi comprensione di quanto stava succedendo, sui cambiamenti possibili e auspicabili, forse indispensabili, su tutto si stagliava l’ombra lunga e minacciosa di Bettino Craxi.

Un punto va chiarito subito, in maniera definitiva. La da molti temutissima socialdemocratizzazione del PCI (da anni chiamato a fare la sua Bad Godesberg in seguito alla quale i socialdemocratici tedeschi arrivarono rapidamente al governo), dopo il crollo del PCUS e del suo sistema, non era resa impraticabile dal socialdemocratico Craxi. A determinate condizioni, con una adeguata elaborazione, non sarebbe stata interpretabile come una improponibile resa a Craxi, un cedimento totale. La socialdemocratizzazione non era praticabile perché, nonostante qualche neppure troppo timido tentativo effettuato da alcuni studiosi comunisti di approfondire le esperienze, al plurale, socialdemocratiche, nel PCI la loro liquidazione politica e culturale era già avvenuta da tempo. La convinzione che le socialdemocrazie erano “in crisi”, “logore”, “superate”, non in grado di sconfiggere il capitalismo, quindi non erano una prospettiva da perseguire, era diffusissima nel partito, molto più che maggioritaria. Non vi erano dubbi che la terza via si trovava o doveva comunque essere cercata nella spazio fra i comunismi realizzati e le socialdemocrazie a loro volta realizzate. I lettori e gli interlocutori si faranno una o molte ragioni del mio silenzio su quegli studiosi e commentatori comunisti che, nello stesso periodo, per superare quel loro comunismo (sic), oppure forse solo per farsi pubblicità sulla stampa “borghese”, recuperavano il decisionismo attribuendolo al pensiero di Carl Schmitt, loro giurista, già nazista, di riferimento. Quella storia, però, la lascio scrivere a loro, anche a quelli poi diventati in maniera rivelatrice renziani. Il fatto è che per andare oltre le esperienze socialdemocratiche bisogna non soltanto averle studiate e conoscerle, ma avere la capacità di scegliere quello che è imperativo conservare e quello che bisogna valorizzare per costruire una situazione più avanzata. Nel frattempo, abbiamo capito, trent’anni dopo, che anche le conquiste socialdemocratiche sono reversibili. Peccato che molti pensino che la ripresa di un pensiero di sinistra debba passare attraverso il neo-liberalismo.

Da quanto leggo nel molto (fin troppo?) lungo documento di Petruccioli, quasi nulla di quello che ritenevo allora importante per trasformare un Partito comunista, con tutte le sue peculiarità italiane, fu davvero oggetto del dibattito. Cito “si sarebbe dovuta sviluppare una critica chiara e argomentata delle posizioni tradizionali del PCI che si volevano superare, delle radici ideologiche che ne erano all’origine e che motivavano, a ben vedere [si vedevano benissimo, GP], anche i residui [sic, !] ma tenaci legami con ‘il socialismo reale’.” Sarei alquanto più drastico su quello che i comunisti avrebbero dovuto chiedersi. Che cosa era fallito? L’Unione Sovietica aveva perso la Guerra Fredda sostanzialmente dal punto di vista economico? Dunque, era il modello di pianificazione, se non più precisamente il rapporto fra apparato politico-statale e società, che non aveva funzionato mentre il neo-liberismo investiva le maggiori democrazie anglosassoni,guidate da Reagan e da Thatcher, con uno tsunami liberatorio di potenzialità, risorse, energie?

In una società, inesorabilmente diventata “plurale”, –non scrivo “pluralista” poiché questo aggettivo chiama in causa non solo il numero dei soggetti, ma la realtà della competizione fra loro–, era già diventato evidente che il partito unico non era in grado di suscitare trasformazioni, di accogliere i trasformatori, di dare loro anche fette di potere politico. Quindici anni prima Norberto Bobbio (Quale socialismo. Discussione di un’alternativa, Torino, Einaudi, 1976) aveva sfidato i comunisti, ma non solo loro, chiedendo se esistesse una “dottrina marxistica dello Stato”, ricevendone verbose e inconcludenti risposte. La domanda mantiene tutta la sua attualità. Tuttavia, la risposta non è affatto scontatamente negativa. In qualche modo i cinesi stanno facendo i conti relativamente ai rapporti fra il Partito e lo Stato e il modo come li risolveranno avrà comprensibilmente un impatto enorme.

Nonostante si sapesse molto su che cosa era il Partito comunista italiano e sulle motivazioni ideologiche, programmatiche, di carriera politica che motivavano milioni di aderenti e migliaia di dirigenti, nella svolta l’unica “motivazione” presa seriamente in considerazione fu quella del nome della cosa (rossa). Petruccioli tenta, invano, per quel che mi riguarda, di convincerci che il problema era governare. Davvero? con il prevedibile 20 per cento circa dei voti? Mi pare, invece, che il problema fosse molto diverso. Se, dopo il crollo del muro di Berlino, comunisti proprio non si poteva più rimanere e socialdemocratici non si voleva diventare, e, probabilmente, neanche si sarebbe riusciti, quale opzione praticabile rimaneva? Democratici di Sinistra, quasi a significare due “cose” egualmente non sostenibili. Da un lato, che c’era una Sinistra evidentemente non democratica (honni soit qui pense à Craxi) e, dall’altro, che fino ad allora il PCI era stato di Sinistra, ma non Democratico. Con il senno di poi è facile notare che, nel corso della trasformazione, molti se ne andarono a sinistra e, più tardi, un numero forse persino maggiore decise che gli bastava l’aggettivo democratico –la cui specificità contenutistica continua a eludermi, non a illudermi.

A lungo ho insegnato ai miei studenti dei corsi di Scienza politica che “un partito è un’organizzazione di uomini e donne che presentano candidati alle elezioni,ottengono voti, conquistano cariche”. Regolarmente un certo, ma piccolo, numero di studenti dichiarava di essere insoddisfatto della mia definizione e mi chiedeva di integrarla facendo riferimento ad una ideologia. La mia replica è sempre stata che l’ideologia è certamente utile, ma non è una componente essenziale della definizione minima di partito. Epperò, nel caso del PCI non era proprio possibile transitare senza nessuna mediazione da un partito fortemente ideologico ad un partito post-ideologico. Incidentalmente, non vedo quasi nulla di tutto queste nelle note di Petruccioli che, quindi, ritiene che il PCI già fosse oppure avrebbe dovuto e potuto facilmente diventare un partito “programmatico”. Lo dirò meglio. Abbandonare, perché non di andare oltre si trattava, l’ideologia comunista (marxista, gramsciana) era, in qualche misura, indispensabile, ma rimanere privi di qualsiasi riferimento culturale era la peggiore delle soluzioni possibili. Una riflessione sui due cardini del pensiero e dell’azione delle socialdemocrazie realizzate avrebbe dovuto essere posta all’ordine del giorno, magari chiamando a riflettervi coloro che a quei due cardini, stato del benessere e keynesismo, e alla loro feconda combinazione, avevano già dedicato attenzione e riflessione scientifica.

Naturalmente, la mia non è in nessun modo una rivendicazione postuma di un contributo che non mi fu mai chiesto. Avevo, fra l’altro, anche scritto della assoluta necessità per un partito di sinistra, anche questa era una lezione socialdemocratica, di tenere rapporti intensi e frequenti, anche dialettici, con i sindacati e non solo con gli intellettuali per intenderci, del tipo Anthony Giddens, il quale andando Oltre la destra e la sinistra, (Il Mulino 1997), si è trovato alla Camera dei Lords! Rimando alla molto interessante analisi storico-comparata di Svezia Germania Stati Uniti svolta da Stephanie L. Mudge, Leftism Reinvented. Western Parties from Socialism to Neoliberalism, Cambridge, Mass-London, Harvard University Press, 2018, anche se non ne condivido alcune rigidità interpretative. Non fu, non dico fatto, ma neppure intrattenuto, nulla di tutto quello che riguardava la cultura politica. Nessuna discussione “culturale” su che cosa poteva cercare di essere un Partito che non poteva/non doveva rimanere comunista. Curiosamente, nell’Europa centro-orientale quasi tutti i partiti comunisti hanno traslocato armi e bagagli sotto l’etichetta socialista, godendo, almeno temporaneamente, di qualche relativo successo. Niente da imitare, ovviamente, tranne, forse, che un partito comunista ha/aveva il dovere di riflettere più a fondo sul suo tasso di socialismo oppure nel PCI proprio non ce n’era?

Comunque, dal 1991 quel che si era faticosamente (non certo per sola responsabilità di D’Alema: Petruccioli davvero esagera finendo anche per omaggiare D’Alema attribuendogli un potere politico enorme), ricomposto nel solco della vecchia organizzazione si è trovato in mare aperto senza bussola. La mia tesi, argomentata nel fascicolo La scomparsa delle culture politiche in Italia (“Paradoxa”, Ottobre/Dicembre 2015, pp. 13-26) è che, per l’appunto, è andato perduto qualsiasi appiglio, qualsiasi riferimento, qualsiasi elemento di cultura politica che abbia attinenza al disegno di un futuro che un partito progressista si impegna a costruire contenendo e riducendo le diseguaglianze sia sociali sia di opportunità. Al proposito, è imperativo (ri)leggere Bobbio, Destra e sinistra (Donzelli 1994).Di questo non parlarono allora coloro che stavano tentando di traghettare un nuovo partito lasciando la sponda del comunismo, ma che non possedevano la bussola del percorso e sembrarono assolutamente non interessati a cercarla. Né fu fatto in seguito.

Tutto questo ha avuto conseguenze pesantissime, userò un aggettivo caro a Pietro Ingrao, il quale, sia chiaro, fu parte del problema, “epocale”. Quelle conseguenze sono ancora qui con noi e da sole non promettono affatto di andarsene. Quelle conseguenze hanno un nome: Partito Democratico. Era inevitabile che, mai intessuto di significati e di contenuti, il termine Sinistra appassisse e fosse destinato a sparire anche grazie al davvero notevole, ma non proprio encomiabile, sforzo di alcuni intellettuali per negare l’utilità stessa della categoria sinistra: What is left? Sono gli stessi che, poi, con rara coerenza hanno sostenuto pancia a terra l’opera, sono molto riluttante a scrivere “riformatrice”, del due volte ex-segretario del Partito Democratico. Quanto al PD, la sua nascita non fu affatto preceduta da una approfondita elaborazione culturale, da uno scontro/incontro/confronto di idee e di prospettive. Al massimo, si arrivò a “narrazioni”, oggi meritatamente dimenticate, e a un catalogo di parole: Partito Democratico. Le parole chiave ( a cura di M. Meacci, Editori Riuniti 2007). Forse già dice qualcosa che la parola Riformismo abbia due trattazione: la prima, mia, la seconda opera di Iginio Ariemma. Non esiste praticamente nessuno disposto a negare che il Partito Democratico sia stato una spregiudicata operazione di addizione di ceti politici già democristiani e già comunisti. Quanto alla raccolta, fusione proprio no, ma neppure ibridazione, delle migliori culture progressiste e riformatrici del paese, fu solo propaganda smentita da due fatti. Avvenne i) quando quelle culture praticamente non esistevano più da una quindicina d’anni; ii) senza che la cultura socialista, sicuramente progressista e provatamente riformatrice, fosse neppure chiamata a dare un qualsiasi contributo.

Rimanendo nella narrazione politico-istituzionale che troppi hanno voluto dare della nascita del PD, non sono riuscito a capire quando sia davvero esistita “la condizione ideale perché i due soggetti [immagino uno conservatore, grande apertura di credito a Forza Italia, e l’altro lo stesso PD, a meno che Petruccioli si riferisca al Popolo delle Libertà e all’Ulivo e allora dovremmo fare un discorso alquanto diverso] incardinassero un bipolarismo politico di tipo europeo, con una alternanza di tipo europeo”. A scanso di equivoci, sottolineo che queste fantomatiche alternanze di tipo europeo, tranne che in Gran Bretagna, di recente con qualche eccezione, non contemplano che molto raramente la sostituzione di un governo con un altro governo del tutto diverso (G. Pasquino e M. Valbruzzi (a cura di), Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo ,Bologna, Bononia University Press 2011). Nella maggior parte dei casi si tratta di semialternanze assolutamente in linea con la storia delle coalizioni multipartitiche che caratterizzano tutte le democrazie parlamentari.

Inoltre, anche se, per fortuna, l’idea e la sostanza del partito della nazione sono già tramontate, neppure l’escamotage di Petruccioli tiene: due partiti della nazione in competizione fra di loro al massimo rappresenterebbero un po’ più e un po’ meno della metà della nazione. Fra l’altro, chi siamo noi per decidere che i partiti della nazione debbano essere soltanto due? Infine, sono in totale disaccordo sul contenuto del “programma riformista per un governo della sinistra”: “i cittadini devono poter scegliere il governo. Il governo deve governare. Il Parlamento deve fare le grandi leggi e controllare l’attività del governo”. Sarà anche chiaro, ma è, da un lato, sbagliato: da nessuna parte al mondo i cittadini scelgono il governo. Da nessuna parte al mondo il Parlamento fa le “grandi leggi”. Le fa il governo che dagli elettori ha ricevuto un mandato per tradurre le sue proposte in politiche. Dall’altro, il programma riformista è tanto vago quanto banale: “il governo deve governare”.

Non ricordo che nulla di tutto questo fosse all’ordine del giorno della trasformazione del PCI. So che chi perde di vista la rappresentanza e pretende di limitarla per ottenere governabilità sbaglia alla grande e sacrifica entrambe a suo totale discapito. Petruccioli proietta un passato da lui interpretato in un futuro che, in parte, è già stato sconfitto e superato. Ho scritto molto in materia. Approfondirò soltanto su richiesta esplicita del Direttore di “Mondoperaio”, ma, che sia chiaro, non ripartiremo da zero.

Mi è persin troppo facile concludere, ma è perché la conclusione me la sono costruita molto abilmente, che il compito del Partito Democratico, che al governo non è e il cui programma riformista è sparito, deve essere espresso in questi semplicissimi e esigentissimi termini primum philosophari deinde governare. Nelle condizioni attuali, filosofare richiede prioritariamente smontare in maniera ragionata quello che c’è, un enorme macigno per qualsiasi nuova partenza, e lasciare la porta aperta a tutti coloro che hanno qualcosa da offrire in termini di idee e energie. La storia della trasformazione del PCI, letta non soltanto con gli occhi di Petruccioli, ha molto da dire. Non è ancora troppo tardi.

Una cultura della coalizione: l’eredità di Roberto Ruffilli

Il senatore democristiano Roberto Ruffilli fu ucciso dalle Brigate rosse il 16 aprile 1988 nella sua abitazione di Forlì

Sono passati trent’anni da quel sabato pomeriggio 16 aprile del 1988 quando un commando delle Brigate Rosse assassinò il sen. Democristiano Roberto Ruffilli nella sua abitazione di Forlì. La motivazione, nient’affatto delirante, ma certo frutto di una malsana ossessione, era che attraverso la sua attività di studioso e di riformatore delle istituzioni, Ruffilli cercava di rendere più forte e, quindi, più repressivo lo Stato. In effetti, Ruffilli stava elaborando riforme condivisibili in grado di migliorare il funzionamento dello Stato italiano, dargli più autorevolezza, produrre governi più efficienti grazie ad una legge elettorale che offrisse buona rappresentanza ai cittadini elettori. Oggi, sicuramente, Ruffilli non tratterrebbe il sorriso di fronte a chi volesse valutare le proposte da lui avanzate quale capogruppo della delegazione DC in Commissione Bozzi (novembre 1983-1 febbraio 1985), come se non fossero passati trent’anni di stravolgimenti, interventi deformanti, collasso dei partiti, declino della qualità della classe politica. Di quella Commissione, mi limiterò ai nomi di alcuni democristiani, che vi avevano attribuito grande importanza, fecero parte Nino Andreatta, Pietro Scoppola, Mario Segni. Ciò detto, non posso resistere a quello che non è un puro gioco di immaginazione, ma è una riflessione fondata sulla mia conoscenza di Roberto Ruffilli come studioso e come persona, vale a dire chiedermi se Ruffilli aveva colto l’essenza del problema e se le soluzioni da lui allora prospettate avrebbero senso anche oggi. Subito, Ruffilli mi farebbe notare che, studiando e continuando a imparare, era disponibile a cambiare, se necessario, idee e proposte. Dunque, chi volesse conoscere le sue valutazioni su quanto in seguito è stato fatto, non fatto, malfatto, dovrebbe piuttosto seguire i suoi principi ispiratori.

Senatore eletto come indipendente dalla DC il cui segretario era Ciriaco De Mita, il compito di Ruffilli fu di elaborare riforme nella democrazia parlamentare tali da rafforzare il circuito cittadini-parlamento-governo. Alla fine dei lavori la Commissione votò un ordine del giorno, firmato anche dai capigruppo del PCI e del PSI, che suggeriva come sistema elettorale la rappresentanza proporzionale personalizzata utilizzata allora e tuttora in Germania. Ruffilli attribuiva grande importanza alla formazione di una cultura della coalizione. Allora gli espressi il mio, parziale, ma fermo, dissenso. L’Italia di quegli anni aveva, secondo me, bisogno di una cultura della competizione, premessa di qualsiasi democrazia bipolare, maggioritaria, capace di alternanza. Nei lunghi anni trascorsi ho capito meglio quello che Ruffilli voleva dire e quello che è necessario fare. Cultura della coalizione significa costruire uno schieramento maggioritario intorno a priorità programmatiche con patti chiari da rispettare e da attuare consentendo senza riserve che lo schieramento/ partito che ha ottenuto più voti/seggi esprima il capo della coalizione. La leadership deve sempre rimanere contendibile, ma, per citare Aldo Moro, di cui Ruffilli fu grande e convinto estimatore: “chi ha più filo tesserà più tela”.

Troppo facile concludere che si troverebbe a disagio con il clima, la congiuntura, la mancanza di stile della politica italiana di oggi. Avrebbe, comunque, continuato a studiare, scrivere, partecipare a incontri (numerosi quelli che abbiamo fatto insieme in mezza Italia di fronte a “pubblici” prevalentemente cattolici-democratici) a, per usare un’espressione alla quale ricorreva scherzosamente, “spezzare il pane della scienza”. Caro Roberto, il pan ci manca.

Pubblicato il 16 aprile 2018

Cittadini, partiti, istituzioni e leggi elettorali

Relazione pronunciata al convegno
“La forma di governo tra riformismo elettorale e mutamento politicoistituzionale”
Giornata di studi sulle Riforme istituzionali
Torino, 17 novembre 2017
Campus Luigi Einaudi
Pubblicato in federalismi.it
RIVISTA DI DIRITTO PUBBLICO, COMPARATO, EUROPEO
ISSN 1826-3534  – Numero Speciale 1/2018

 

Cittadini, partiti, istituzioni e leggi elettorali

Questa relazione è, prima di tutto, ma non soprattutto, un esercizio di resistenza alle tentazioni. Per quanto tentato dal replicare alle moltissime ignoranze e alle gravissime scorrettezze manifestate(si) nel dibattito sulle leggi elettorali, le loro riforme e controriforme, mi limiterò, a fatica, ad alcune considerazioni. Procederò a evidenziare gli errori più grossolani alla luce della ingente letteratura politologica in materia, la quale dovrebbe, da un lato, già essere patrimonio dei politologi e, dall’altro, apparire lettura essenziale per riformatori, in special modo, per i giuristi che si avventurino su un terreno ampio, dissodato, politicamente di straordinaria importanza. Purtroppo, non è affatto così. Mi troverò spesso di fronte ad un dilemma classico: criticare gli autori degli errori più grossolani, citandoli per nome e cognome (il pessimo articolo di Passarelli merita davvero la citazione) (1) oppure stendere un fin troppo pietoso velo sul loro sonno più che trentennale (2) di letture mancate e mai recuperate? Procederò molto pragmaticamente. Adesso, back to basics, come direbbe Giuliano Amato.

La più semplice definizione di una legge/sistema elettorale è che costituisce un meccanismo per la traduzione di voti in seggi (3) . Naturalmente, nel corso del tempo abbiamo imparato che è indispensabile guardare a tutto quello che sta a monte del momento elettorale e a tutto quello che sta a valle del voto. Con qualche ritardo, tuttavia molto utilmente, alcuni politologi USA (4) sono anche giunti a teorizzare e in parte a esplorare, cosa che nel loro paese diventa di importanza decisiva a causa delle drammatiche manipolazioni del voto attraverso il gerrymandering (5) – furiosamente praticato dalle assemblee statali dominate dai Repubblicani -, la necessità di analizzare il contesto (6) . Sono pochi, in Italia, ad avere proceduto a questo tipo di analisi prima di proporre, formulare, giudicare e fare approvare le nuove leggi elettorali.

Quando, nel 1953, un relativamente riluttante De Gasperi mosse alla riforma della legge elettorale proporzionale prevedendo un premio di maggioranza (7) la proposta era quella di rendere più solida la coalizione parlamentare (e politica) centrista a fronte della sfida di una riemergente destra neo-fascista e l’auspicio era quello di costringere i comunisti ad abbandonare la loro rendita di opposizione per diventare alleato dei socialisti, essenziale, ma non in posizione dominante.

Dunque, senza sminuire l’elemento partigiano, ovvero il rafforzamento della coalizione già al governo, importanza superiore aveva l’obiettivo sistemico: andare verso una competizione bipolare anche se per qualche prevedibile periodo di tempo sbilanciata a favore dei centristi. Nelle menti e negli intenti dei promotori dei referendum elettorali (1991, 1993) la motivazione sistemica era nettamente prevalente. Per molti di loro (mi colloco fra questi) era sostanzialmente cruciale: costruire le condizioni elettorali di una democrazia, qui sono costretto allo slogan, peraltro vicinissimo alla realtà, maggioritaria, bipolare, dell’alternanza e, aggiungo, che attribuisse all’elettorato il potere decisivo di produrre l’alternanza, non di eleggere il governo (obiettivo impossibile e improponibile nelle democrazie parlamentari), ma di scegliere fra coalizioni che a quel governo si sarebbero candidate. Qui tralascio tutti gli errori storici, politici e di comparazione di coloro che ritengono che l’alternanza, ovvero la sostituzione totale di un partito o di una coalizione al governo ad opera di un partito o di una coalizione all’opposizione caratterizzi la maggioranza delle elezioni nelle democrazie non solo europee (8) , ma occidentali (9) . Non è affatto così. Né, d’altronde, è corretto sostenere che sempre e dovunque il verificarsi dell’alternanza costituisca il fenomeno caratterizzante le democrazie di migliore qualità. Anzi, gli elettori del Regno Unito nonché ovviamente gli studiosi e i commentatori si sono lamentati della “troppa” alternanza negli anni Sessanta e, in seguito, hanno assistito (e cooperato) a lunghi periodi di governi conservatori (dal 1979 al 1997, diciotto anni e quattro elezioni generali), e di governi laburisti (dal 1997 al 2010, tredici anni e tre elezioni generali). Tecnicamente, la molto ben governata Germania, in quasi settant’anni di vita della sua Repubblica, ha avuto una sola alternanza completa nel 1998: dal governo Democristiani-Liberali guidati da Helmut Kohl al governo Sociadelmocratici-Verdi guidato da Gerhard Schröder.

Adesso, possiamo dirlo con maggiore conoscenza di causa, i referendari cercavano una riforma elettorale palingenetica che conferisse agli elettori tanto il potere di scegliere il loro candidato al Parlamento (quindi, di ottenere una rappresentanza migliore) quanto quello di incidere sulla formazione del governo. Nel 1993 la traduzione parlamentare dell’esito del quesito referendario fu fedele e ottima per il Senato: tre quarti di eletti in collegi uninominali, un quarto recuperati con riparto proporzionale fra i migliori, perdenti, sì, ma senza dimenticare né sottovalutare che quei perdenti avevano fatto campagna elettorale, parlato con gli elettori, ascoltato le loro richieste e, soprattutto, ottenuto voti, spesso molti. È la traduzione del quesito referendario alla Camera che lasciò molto a desiderare e fornì molto materiale da criticare. La legge, il cui relatore fu l’allora deputato Popolare Sergio Mattarella, si prestò alla critica e allo sberleffo di Giovanni Sartori che la definì Mattarellum.

Fermarsi qui, al latinorum, considerandolo uno dei contributi intellettuali grazie al quale Sartori merita di essere ricordato e celebrato (com’è improvvidamente stato fatto al Convegno Annuale della Società Italiana di Scienza Politica tenutosi a Urbino dal 14 al 16 settembre 2017) è semplicemente scandaloso. Significa non sapere niente dei sistemi elettorali e quindi non essere in grado di capire le motivazioni dello sberleffo al Mattarellum. La legge elettorale per la Camera era, in effetti, alquanto mattocchia. Congegnata, grazie al recupero proporzionale su scheda a parte (con possibilità di voto disgiunto, risorsa nelle mani degli elettori, ma anche strumento nelle mani dei partiti) ed alla facoltà di candidarsi in un collegio uninominale e in tre schede proporzionali, con l’obiettivo non proprio nascosto di salvare quei capipartito che non avessero conquistato il seggio nei collegi uninominali, la legge dava ai capi dei partiti piccoli notevole potere di ricatto. Il messaggio era ovvio: “se non candidate alcuni dei nostri in collegi uninominali sicuri, i vostri candidati non avranno i nostri voti”. Diversa, invece, fu la tattica della desistenza stipulata nel 1996 fra l’Ulivo di Romano Prodi e Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti. In una ventina o poco più di collegi, Rifondazione si impegnò a non presentare candidature invitando i suoi elettori a votare per i candidati dell’Ulivo. A sua volta, l’Ulivo reciprocava in altrettanti collegi. La desistenza, unitamente alla mancata alleanza fra Lega e Berlusconi, consentì all’Ulivo di vincere fortunosamente le elezioni, ma, in seguito, permise a Bertinotti di porre fine all’esperienza del governo dell’Ulivo nell’ottobre 1998, cambiando in peggio la storia d’Italia. A questo “peggio”, in misura piccola, ma concreta, aveva dato il suo contributo la frammentazione dei partiti, chiedo scusa, dei partitini, agevolata e mantenuta proprio dai meccanismi della legge Mattarella.

Che si potesse fare peggio, anzi, molto peggio, lo dimostrarono nel 2005 i quattro “saggi di Lorenzago”: Roberto Calderoli (Lega), Francesco D’Onofrio (UDC), Domenica Nania (Alleanza Nazionale), Andrea Pastore (Forza Italia). Quella che Calderoli avrebbe poco tempo dopo definito una “porcata”, vale a dire il tentativo di scrivere una legge deliberatamente totalmente “partigiana” che, prima di tutto, andasse a svantaggio del centro-sinistra, poi avvantaggiasse il centro-destra e i capi dei partiti e che, per l’appunto, Sartori bollò spregiativamente con l’epiteto Porcellum, era una legge proporzionale. Aveva lunghe liste bloccate senza voto di preferenza. Consentiva candidature multiple addirittura in tutte le circoscrizioni, opportunità pienamente sfruttata da Berlusconi convinto, in parte probabilmente a ragione, che il suo essere capolista portava voti alla lista, e utilizzata in larga misura anche dagli altri capi dei partiti di centrodestra e di centro-sinistra (la cui opposizione alla legge in Parlamento non può essere considerata né durissima né memorabile). Conteneva un premio di maggioranza che mirava ad attribuire al partito/la coalizione vittoriosi alla Camera almeno 340 seggi, mentre al Senato i premi erano regione per regione, un problema per il centro-sinistra, debole nelle regioni grandi, più popolose, portatrici di un premio in seggi più consistente come la Lombardia, la Sicilia, il Veneto, talvolta anche la Campania.

Che la Corte costituzionale abbia lasciato passare tre elezioni politiche (2006, 2008, 2013) prima di dichiarare incostituzionali diversi punti della legge Calderoli attesta due punti. Il primo è sicuro, poi confermato dalla sentenza successiva sull’Italicum: la giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia elettorale è, come mi ha detto un giudice costituzionale, “incerta” (sic!). Il secondo punto è che ai giuristi mancano le indispensabili competenze politologiche per valutare le conseguenze politiche delle leggi elettorali (10). Ancora oggi mi vanto di essere stato scelto più di trent’anni fa da due autorevoli Professori di Diritto Costituzionale (poi entrambi, Giuliano Amato e Augusto Barbera diventati giudici costituzionali, attualmente in carica) per scrivere il capitolo I sistemi elettorali nel loro Manuale di Diritto Pubblico (11) , aggiornato e ripubblicato per più di un decennio. Quanto all’Italicum, in pratica fu un Porcellinum. Qui ci metto del mio, sottolineando come fossero presenti tutte le componenti deprecabili del Porcellum in misura appena attenuata: le liste non erano più, dopo una lunga battaglia parlamentare, bloccate, ma i capilista sì con l’aggiunta successiva, a furor di popolo, del contentino di due preferenze purché per candidature di genere diverso. Le candidature multiple erano ancora possibili, ma “soltanto” in dieci circoscrizioni, non in tutte. Il premio di maggioranza rimaneva tale numericamente (non previsto per il Senato che Renzi e Boschi avevano reso non più elettivo salvo vederselo resuscitare sonoramente dal referendum costituzionale del 4 dicembre che bocciò tutte le loro malfatte riforme), ma poteva essere conseguito soltanto dal partito (divieto di formazione di coalizioni pre-elettorali) che avesse ottenuto il 40 per cento dei voti al primo turno (curiosamente proprio la percentuale raggiunta dal Partito Democratico nelle elezioni europee del maggio 2014) oppure dal partito (non le coalizioni poiché erano impediti gli apparentamenti, come pure è possibile nella legge per l’elezione dei sindaci) che vincesse il ballottaggio (12) fra i due più votati al primo turno.

Il ballottaggio è stato bocciato dalla Corte Costituzionale in mancanza della statuizione di una percentuale minima di voti per accedervi con il rischio di una gravissima distorsione della rappresentanza parlamentare. Infatti, nel frammentato sistema partitico italiano, non si può escludere che il partito vittorioso al ballottaggio avesse ottenuto fra il 20 e il 25 per cento dei voti e risultasse premiato con più del raddoppio dei suoi seggi pervenendo fino al 54 per cento. Qui è opportuno evidenziare che sia il Porcellum sia l’Italicum erano leggi elettorali proporzionali con premio di maggioranza. Quindi tutte le lamentele giornalistiche e politiche sul “ritorno alla proporzionale”, che, per Paolo Mieli e per alcuni politologi commentatori, costituirebbe il prodromo alla tragedia di Weimar in salsa italiana, mai contrastate dagli studiosi di scienza politica, erano assolutamente fuori luogo (senza contare che Weimar non crollò primariamente a causa della legge elettorale proporzionale). Vittoriosa con uno scarto minimo nel febbraio 2013, la coalizione Italia Bene Comune fra il Partito Democratico, Sinistra Ecologia e Libertà e i Socialisti Italiani con meno del 26 per cento dei voti, ottenne il 54 per cento dei seggi. Il premio fu, dunque, 28 per cento di seggi; il rimanente 72 per cento fu assegnato con ripartizione proporzionale. La legge che, nella più volta ripetuta frase di Renzi e Boschi, tutta l’Europa ci avrebbe invidiato e metà Europa avrebbe imitato, frase avallata dai costituzionalisti di riferimento del governo e del PD e nella sostanza in un numero imprecisato di articoli sul “Sole 24 Ore” dal politologo Roberto D’Alimonte della LUISS di Roma, non ha avuto modo di essere applicata. Dal punto di vista politico, meglio così. Il sistema politico italiano si è risparmiato non pochi inconvenienti di funzionamento del sistema e non pochi rischi di torsione autoritaria del partito vittorioso e del suo leader. Dal punto di vista politologico, invece, esprimo un rammarico. Infatti, il suo utilizzo, almeno una volta, avrebbe confermato in modo palese l’esistenza di gravi inadeguatezze sia per la rappresentanza politica sia per la governabilità (anche su questo, di più infra).

La cronaca dei tentativi furbeschi di elaborare e di fare approvare una legge che consentisse sia all’indolenzito (dalla batosta referendaria) Renzi sia al ringalluzzito Berlusconi di scegliere i loro parlamentari e, al tempo stesso, di svantaggiare il Movimento Cinque Stelle e di posizionarsi in maniera tale da pervenire, eventualmente, ad una coalizione governativa quasi centrista, non apporta elementi conoscitivi di nessun interesse tranne quello di ribadire che l’orizzonte dei sedicenti riformatori continuava ad essere ostinatamente “partigiano”. Né il potere degli elettori né il miglioramento del sistema politico trovavano posto nelle loro motivazioni anche se la parola governabilità era enfaticamente e ripetutamente pronunciata dai Democratici. In nessuno dei testi a me noti la governabilità si consegue attraverso l’elezione popolare diretta del governo (13). In nessun paese l’ingovernabilità è attribuibile/attribuita ai sistemi elettorali, neppure a quelli proporzionali, quanto, piuttosto a dinamiche sociali e culturali nonché, ovviamente, politiche, alle quali si possono dare risposte anche istituzionali che solo in minima parte passano attraverso le riforme elettorali (14). Nessun politologo ha mai sostenuto che la governabilità (15) crescerà riducendo la rappresentanza che è, invece, la tesi prevalente fra i politici italiani e i loro commentatori di riferimento. È una tesi sbagliata come, indirettamente, ma molto convincentemente, ha dimostrato Powell (16). Oserei affermare che quanto migliore è la rappresentanza elettorale, politica, parlamentare dei cittadini-elettori tanto più probabile è che si pervenga ad un buon governo, vale a dire ad un governo che voglia e riesca a tradurre le preferenze, gli interessi, le domande degli elettori in politiche pubbliche (17) .

Se la rappresentanza politica, che può essere tale esclusivamente se è elettiva (18), si esprime attraverso sistemi elettorali pessimi, le conseguenze negative su parlamento e governo saranno automatiche (19) . Coloro che, nominati e paracadutati in posizioni di vertice nelle liste bloccate e in collegi sicuri, sanno di potere contare sulla ricandidatura non si cureranno affatto di rispondere al loro elettorato (che, peraltro, molto raramente conoscono o possono identificare) e neppure, meno che mai, alla Nazione alla quale, secondo l’art. 67 della Costituzione dovrebbero offrire rappresentanza “senza vincolo di mandato” (su molti di questi aspetti si veda quanto affermato da Calamandrei in due pregevoli saggi degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso) (20). In questo modo si spezza il cruciale circuito dell’accountability. Viene meno l’insieme di comportamenti democratici virtuosi che mettono in relazione cittadini, rappresentanti e governanti (21). Nella legge elettorale a firma del deputato Ettore Rosato, capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei deputati, non si trova nessuna preoccupazione per l’accountability, per la responsabilizzazione degli eletti in Parlamento a tutto scapito degli elettori e del loro potere ridotto ai minimissimi termini. Detto alto e forte che la legge Rosato non è affatto un ritorno alla proporzionale poiché duecentotrentadue deputati e centosedici senatori saranno eletti in collegi uninominali e trecentottantasei deputati e centonovantatre senatori nelle circoscrizioni proporzionali, piccole per i deputati, da due a quattro eletti per circoscrizione, e in circoscrizioni regionali, come impone la Costituzione, per il Senato, va subito aggiunto che combina in peggio l’elemento maggioritario con l’elemento proporzionale.

Per coloro che amano questi paragoni, la legge Rosato capovolge la legge Mattarella, ne sminuisce la competitività e la svirilizza a favore delle segreterie dei partiti. Poiché oltre alla candidatura nel collegio uninominale sono ammesse fino a cinque candidature nelle circoscrizioni proporzionali fin d’ora possiamo essere certi (assured), anche se in verità non ne sentivamo il bisogno, che nessuno dei dirigenti dei partiti e dei loro collaboratori più stretti perderà il seggio. Gravissimo è che, a fini puramente partigiani, vale a dire, per vincolare il voto al partito, la legge Rosato neghi la possibilità del voto disgiunto. Chi sceglie un candidato nel collegio uninominale automaticamente vota la coalizione che lo sostiene nella quale può trovarsi un partito sgradito a quello stesso elettore. Chi apprezza una coalizione e la vota, automaticamente e inevitabilmente dà sostegno al candidato uninominale che, forse, avrebbe preferito non sostenere. Il voto disgiunto insieme alle liste bloccate fa della legge elettorale Rosato un esemplare fra i più riprovevoli della riaffermazione di quel che rimane della partitocrazia/partitinocrazia italiana. È una legge che nessuno in Europa ci invidierà e nessuno penserà di imitare.

La legge Rosato è anche una legge poco promettente per la governabilità come, malamente, intesa dai loro fautori. Non può in nessun modo promettere la maggioranza assoluta di seggi per uno schieramento. Anzi, suggerisce che sarà difficile per tutti andare a comporre una coalizione di governo decente, in grado di durare. Qui, però, prendendo atto che, seppure molto obtorto collo, qualcuno si è finalmente accorto che le democrazie parlamentari nell’Unione Europea hanno governi di coalizione, mi affretto ad aggiungere che qualsiasi governo di coalizione composto da due/tre partiti (persino quattro e più raramente cinque, remember il pentapartito?) è più e meglio rappresentativo di un governo composto da un solo partito. Da non sottovalutare che i cittadini il cui partito si trova nella coalizione di governo si sentiranno logicamente più e meglio rappresentati dei cittadini i cui partiti sono esclusi dal governo.
Dopodiché molto dipenderà dalla qualità dei governanti, sperabilmente scelti anche fra i parlamentari più esperti e più capaci.

Una delle tentazioni, peraltro non impellente, alla quale non voglio cedere, è quella di procedere alla simulazione della distribuzione dei seggi nel Parlamento da eleggere nel 2018. Anzi, intendo mettere in guardia tutti dalle simulazioni per di più condotte dagli orfani di un padre malevolo come fu l’Italicum. Chi prevede un futuro politico-parlamentare oscuro e pericoloso sta facendo, non del tutto inconsapevolmente, affermazioni dal contenuto poco democratico. Quattro mesi di campagna elettorale passerebbero come acqua sul volto e sulle opinioni degli elettori. I candidati (questo può essere vero) e i leader dei partiti non sapranno trovare gli argomenti giusti e le parole appropriate per fare cambiare opzione di voto a percentuali significative di elettori. Non soltanto costoro avrebbero già deciso, ma non cambieranno idea neppure se i leader e i loro esperti/collaboratori commettessero errori clamorosi (22) . Sappiamo, invece, che una percentuale notevole di elettori decide, anche guardando alle coalizioni in lizza, nell’ultima settimana della campagna se non, addirittura, un giorno prima o il giorno stesso del voto. Certo, la legge Rosato offre pochissime opportunità agli elettori che chiamerò, in ossequio ad una classificazione che ha avuto qualche successo, “d’opinione” (23), a coloro che, per l’appunto, valutano le scelte in campo. I “sinceri democratici” debbono augurarsi che gli elettori d’opinione siano molti, intendano attivarsi e superino il disgusto recandosi alle urne e smentendo con la loro crocetta i simulatori senza fantasia e i politici senza vergogna. Purtroppo, una legge elettorale pessima non consentirà di avere un Parlamento buono a sostegno di un governo capace. Chi comprime la rappresentanza non può ottenere governabilità.

 

 

1 G. PASSARELLI, Electoral Laws and Elections in the Second Italian Republic. The 2013 Landmark (?), in Polis, n. 1/2014, pp. 107-122.
2 Più che trentennale poiché, lasciando da parte la legge truffa (1953) e, non tornando assurdamente alla legge Acerbo (1923), improponibile come termine di paragone, dibattito e riforme risalgono all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso. Per una essenziale panoramica, si veda M. REGALIA, Electoral Systems, in E. JONES – G. PASQUINO (a cura di), The Oxford Handbook of Italian Politics, Oxford, OUP, 2015, pp. 132-143. La mia proposta, presentata in Commissione Bozzi il 4 luglio 1984 e ampiamente discussa per tutto il decennio, ora si trova in G. PASQUINO, Partiti, istituzioni, democrazie, Bologna, il Mulino, 2014, pp. 229-242.
3 S. ROKKAN, Citizens, Elections, Parties, Oslo, Universitetsforlaget, 1970.
4 M. HTUN – G.B. POWELL, Jr. (a cura di), Political Science, Electoral Rules, and Democratic Governance. Report of the Task Force on Electoral Rules and Democratic Governance, American Political Science Association, Washington, D.C., September 2013 (reperibile all’url: https://liberalarts.utexas.edu/government/_files/moserweb/APSATaskForce2013.pdf).
5 Il ritaglio truffaldino dei collegi elettorali è operazione che risale al governatore del Massachusetts Elbridge Gerry il quale la iniziò, con successo, nel 1812.
6 Il contesto, come messo in limpida evidenza cinquant’anni fa da Sartori, include i partiti e i sistemi di partito (G. SARTORI, Political Development and Political Engineering, in J.D. MONTGOMERY – A.O. HIRSCHMAN (a cura di), Public Policy, Cambridge (MA), HUP, 1968, pp. 261-298). Entrambi sono spariti dall’orizzonte culturale (sì, parola grossa) degli apprendisti riformatori italiani i quali, nel non necessariamente migliore dei casi, vedono solo l’orizzonte degli interessi del loro partito.
7 Il Ministro Maria Elena Boschi è arrivata ad affermare che i capilista bloccati sarebbero stati “i rappresentanti di collegio”. George Orwell direbbe che questo è uno splendido esempio di neolingua. Date le modalità con le quali è probabile che fossero selezionati e i comportamenti che si sarebbero attesi da loro, mi permetterei di suggerire che quei capilista erano a tutti gli effetti intesi come “commissari di partito” (del capo del partito).
8 M. VALBRUZZI, Government Alternation in Western Europe: A Comparative Exploration, tesi di dottorato, Firenze – Istituto Universitario Europeo, 2017.
9 G. PASQUINO – M. VALBRUZZI (a cura di), Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo, Bologna, BUP, 2011.
10 D.W. RAE, The Political Consequences of Electoral Laws, New Haven-Londra, Yale University Press, 1971.
11 G. AMATO – A. BARBERA (a cura di), Manuale di diritto pubblico, Bologna, il Mulino, 1984.
12 Di ballottaggio si deve parlare con precisione poiché è limitato a due concorrenti, competitors, non di secondo turno che spesso contempla la presenza anche di tre, addirittura quattro candidati.
13 G. PASQUINO, Sistemi politici comparati, Bologna, Bononia University Press, 2007; G. PASQUINO, Governments in European Politics, in J.J. MAGONE (a cura di), Routledge Handbook in European Politics, Londra, Routledge, 2015, pp. 295-310.
14 R. ROSE (a cura di), Challenge to Governance. Studies in Overloaded Polities, London, Sage Publications, 1980; M. CROZIER – S.P. HUNTINGTON – J. WATANUKI, La crisi della democrazia. Rapporto alla Commissione trilaterale, Milano, Franco Angeli, 1977.
15 La governabilità può essere secondo Sartori la conseguenza della stabilità del governo che consente e agevola la produzione di decisioni. Quanto le decisioni siano/saranno efficaci dipende soprattutto, ma non solo dalla competenza dei governanti.
16 G.B. POWELL. Jr., Elections as Instruments of Democracy, New Haven e Londra, Yale University Press, 2000.
17 O. MASSARI – PASQUINO (a cura di), Rappresentare e governare, Bologna, il Mulino, 1994.
18 Se gli eletti parlamentari temono che a sanzionare i loro comportamenti saranno, nell’ordine, il capo del partito, il capo della corrente di partito, il gruppo di pressione che ne ha imposto la presenza in lista e non gli elettori, è prevedibile che daranno “rappresentanza”, se tale si può definire (meglio obbedienza) ai capi e non agli elettori. Sul punto si veda: G. SARTORI, Elementi di teoria politica, Bologna, il Mulino, 1990, pp. 211-236.
19 G. PASQUINO, Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Milano, Egea-UniBocconi, 2015, pp. 71-91.
20 P. CALAMANDREI, Patologia della corruzione parlamentare, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2017.
21 G. PASQUINO, Accountability, Electoral, in B. BADIE – D. BERG SCHLOSSER – L. MORLINO (a cura di), International Encyclopedia of Political Science, Londra, Sage Publications, 2011, pp. 13-16.
22 Molti elementi utili a smentire ciascuna e tutte queste affermazioni si trovano in P. BELLUCCI-P. SEGATTI (a cura di), Votare in Italia: 1968-2008. Dall’appartenenza alla scelta, Bologna, il Mulino, 2010.
23 A. PARISI – G. PASQUINO, Relazioni partiti-elettori e tipi di voto, in A. PARISI – G. PASQUINO (a cura di), Continuità e mutamento elettorale in Italia. Le elezioni del 20 giugno 1976 e il sistema politico italiano, Bologna, il Mulino, 1977, pp. 215-249.

La legge elettorale, i sistemi politici e 5 cose da non dimenticare @StudiElettorali

Bisogna sfatare un po’ di luoghi comuni sul dibattito attuale e prendere con le pinze le stime del voto che si fanno a quattro mesi dal voto.

Questo è un articolo dell’Atlante elettorale della Società Italiana di Studi Elettorali (Sise) che – in collaborazione con Repubblica – offre ai lettori una serie di uscite settimanali in vista delle elezioni politiche del 2018. La Sise promuove dal 1980 la ricerca nel campo delle elezioni, delle scelte di voto e del funzionamento dei sistemi elettorali. L’Associazione si avvale del contributo di giuristi, sociologi, storici e scienziati della politica, con l’obiettivo di favorire la discussione attraverso l’organizzazione di convegni di taglio accademico aperti anche al contributo di politici e commentatori.

La legge elettorale Rosato assegna due terzi dei seggi (66 per cento) della Camera e del Senato con metodo proporzionale e un terzo con metodo maggioritario in collegi uninominali. Nel 2006 circa il 90 per cento dei seggi furono assegnati con il metodo proporzionale; nel 2008, più dell’85 per cento; nel 2013 più del 75 per cento. Quindi, l’Italia non sta affatto “tornando alla proporzionale”. Non ne era mai uscita, neanche con l’Italicum. Al contrario, è cresciuta la percentuale di seggi attribuiti con metodo maggioritario.

Tutte le democrazie parlamentari europee utilizzano da tempo, quelle scandinave, il Belgio e l’Olanda, da più di cent’anni, leggi elettorali proporzionali. La legge tedesca, che si chiama “rappresentanza proporzionale personalizzata”, in vigore dal 1949, ha subito diversi piccoli adattamenti, ma la struttura è invariata.

Soltanto la Francia ha dal 1958, con la sola interruzione delle elezioni legislative del 1986, una legge elettorale maggioritaria in collegi uninominali con clausola di accesso al secondo turno. Talvolta, raramente, passano al secondo turno soltanto due candidati. Allora si ha tecnicamente ballottaggio. Quando i candidati che rimangono in lizza sono più di due si ha, per l’appunto, il secondo turno nel quale chi vince raramente ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi.

La quasi totalità dei governi delle democrazie europee sono governi di coalizione, composti da due o più partiti. Rari sono i casi di governi composti da un solo partito, ovviamente ad esclusione della Gran Bretagna (tranne nel periodo 2010-2015) e, soprattutto nel passato, dei governi di minoranza socialdemocratici, in particolare in Svezia, agevolati dalla non necessità di un esplicito voto di sfiducia.

I governi di coalizione si caratterizzano per due elementi. Il primo elemento è che, comprensibilmente, due partiti rappresentano l’elettorato, le sue preferenze, i suoi interessi, persino i suoi ideali, meglio di quanto possa fare un solo partito. Il secondo elemento è che il programma concordato, faticosamente quanto si vuole (ma con meno fatica se non è la prima volta che si forma quella coalizione di governo) smusserà le punte estreme dei programmi dei differenti partiti. Quel governo risulterà meglio rappresentativo delle preferenze degli elettori mediani.

Nonostante recenti, comparativamente e numericamente del tutto infondate, affermazioni, non è affatto vero che l’alternanza al governo fra partiti e coalizioni costituisca una costante nel funzionamento delle democrazie parlamentari europee. Al contrario, l’alternanza è un fenomeno generalmente raro e l’alternanza “completa” – quella nella quale un partito o una coalizione subentrano ad un partito e ad una coalizione escludendoli totalmente – è un fenomeno rarissimo. Richiede l’esistenza di un solido sistema bipartitico com’è stato quello inglese dal 1945 al 2010, nel quale soltanto due partiti, gli stessi, potevano ottenere la maggioranza assoluta di seggi nella Camera dei comuni e, quando la ottenevano, governavano da soli. Altrove, nella grande maggioranza dei casi, quello che avviene è la sostituzione di uno o due partiti al governo accompagnata dalla persistenza di uno o due partiti nel governo: semi-alternanza? Semi-rotazione?

La casistica è amplissima. Mi limiterò ai due esempi più recenti. In Austria, i Popolari, già al governo, hanno deciso di fare una nuova (ma non inusitata) coalizione di governo escludendo i Socialdemocratici e includendo i Liberali. In Germania è ritornata possibile la Grande Coalizione, esempio probante di non alternanza. In nessuna delle democrazie parlamentari europee è mai stato posto l’obiettivo di conoscere “chi ha vinto” la sera stessa delle elezioni.
Infine, una nota di cautela sulle simulazioni relative ai risultati elettorali e alle loro conseguenze sui governi possibili. Ragionare su quelle simulazioni a quattro mesi dalle elezioni prendendole come attendibili significa ritenere che:
1. la campagna elettorale non farà nessuna differenza;
2. gli accordi pre-elettorali fra i partiti saranno irrilevanti;
3. le personalità dei leader degli schieramenti non conteranno quasi nulla;
4. nessuno degli antagonisti commetterà errori significativi né troverà un asso nella manica;
5. le preferenze degli elettori, molti dei quali, è noto, decideranno il loro voto nell’ultima settimana, se non la notte prima dell’elezione, rimarranno stabili.
Tutto improbabile.

* Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica.

Pubblicato il 7 dicembre 2017 su Repubblica.it

 

 

Caos e alternanza

Due o tre cose che sappiamo sull’alternanza
di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi

 

L’alternanza “vera”, alla cui mancanza Paolo Mieli addebita, sulla scia di un libro di Massimo Salvadori (Storia d’Italia, crisi di regime e crisi di sistema 1861-2013, Il Mulino 2013), i mali dell’Italia, il caos italiano, si manifesta quando un partito (o una coalizione) viene sostituito/a al governo da un altro partito (o coalizione). In blocco. Queste sostituzioni, sostiene Mieli, avvengono e sono avvenute dappertutto. In Italia, praticamente mai. Non è esattamente così; anzi, non è proprio così. L’alternanza pura e dura, totale, è un fenomeno raro. Qualcuno, Giancarlo Loquenzi, prende ad esempio gli USA sostenendo che Repubblicani e Democratici si alternano in blocco frequentemente. Non è così. I numeri sono probanti e non difficili da trovare. Molto materiale utile/issimo si trova nel volume curato da me e da Marco Valbruzzi, Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo (Bononia University Press 2011). Qui ci limiteremo ad alcune poche notazioni con riferimento ai casi tedesco e austriaco, nei quali si sono appena svolte le elezioni politiche e al caso USA.

Dal 1949 al 2017, la Germania ha sperimentato una sola alternanza completa/totale vale a dire nella quale i due partiti al governo (democristiani e liberali) hanno perso le elezioni e sono andati a fare l’opposizione ai due partiti (socialdemocratici e verdi) subentrati al governo: 1998-2005. Prima di allora c’erano state esclusivamente sostituzioni parziali con i Liberali, partito al governo dal 1949 al 1966 con i democristiani e dal 1969 al 1982 con i socialdemocratici, poi, nuovamente, dal 1982 al 1998 e dal 2009 al 2013 con i democristiani. Tre grandi coalizioni 1966-1969; 2005-2009; 2013-2017. No, l’alternanza completa non è stata la modalità prevalente di cambio dei governi in Germania. Eppure, nessuno scriverebbe di “caos tedesco” e nessuno direbbe che la carenza di alternanza ha prodotto malgoverno.

L’Austria non è un caso molto dissimile dalla Germania (vedi fig. 1). Ci sono state Grandi Coalizioni dal 1947 al 1966; un governo monocolore Democristiano dal 1966 al 1970; un’alternanza nel 1970 con un governo monocolore Socialdemocratico durato fino al 1983; un governo Socialdemocratici-Liberali dal 1983 al 1987; una Grande Coalizione dal 1987 al 1999. Poi governo dei Democristiani con i Liberali di Haider dal 1999 al 2002. Poi soltanto Grandi Coalizioni. Quindi, se i Popolari faranno una coalizione con i Liberali sarà semplicemente una semi-rotazione governativa. No, l’alternanza non abita neanche in Austria.

Quanto agli Stati Uniti d’America, un conto sono le elezioni presidenziali vinte da un candidato Repubblicano o da un candidato Democratico: alternanza alla Casa Bianca, sostanzialmente e significativamente favorito dal limite di due soli mandati; un conto molto diverso è l’alternanza fra Repubblicani e Democratici in Congresso. Spesso, infatti, i Presidenti dell’uno o dell’altro partito non hanno avuto la maggioranza del loro partito sia al Senato sia alla Camera dei Rappresentanti. Il fenomeno del “governo diviso” ha segnato quarant’anni dal 1945 ad oggi, ovvero più della metà del tempo. Dal novembre 2016 con o sotto Trump i Repubblicani controllano entrambi i rami del Congresso. Soltanto se, fenomeno assolutamente improbabile, i Democratici riuscissero a conquistare le due maggioranze nelle elezioni di metà mandato del 2018 potremmo parlare di alternanza (termine praticamente inusitato nel linguaggio politico USA), ma rimarrebbe il potere presidenziale ad impedire l’attuazione di un programma democratico.

Insomma, non sembra proprio che l’alternanza costituisca la modalità prevalente dei cambi di governo nelle democrazie contemporanee, persino a prescindere dalle leggi elettorali. Ma, poi, lasciando da parte le malposte aspettative di leggi elettorali malcongegnate: è l’alternanza che produce buona politica oppure, piuttosto, è la buona politica che pone le condizioni dell’alternanza? O, forse, è la cattiva politica, prodotta da mediocri governanti, che apre la porta all’alternanza?

Pubblicato il 26 ottobre 2017 si La Terza Repubblica

Così il “Mattarellum” incoraggia il bipolarismo

Corriere della sera

Non è bizzarra l’aspettativa che i partiti esistenti tentino strenuamente di difendere se stessi di fronte a qualsiasi riforma elettorale e, se possibile, mirino ad avvantaggiarsene. E’ sbagliato, però, molto sbagliato, pensare che buone leggi elettorali, una volta congegnate, siano del tutto dominabili dai partiti e non abbiano effetti significativi su ciascuno di loro, sul sistema dei partiti, sulle modalità di competizione. Quando, poi, dalla teoria si scende alla pratica, allora i ragionamenti dovrebbero fare riferimento alle realtà conosciute e certificate. Ad esempio, il Mattarellum non fu elaborato per difendere e neppure per configurare il bipolarismo. Sicuramente, i referendari e i molti milioni di elettori che nel fatidico 18 aprile 1993 approvarono il quesito erano interessati al bipolarismo poiché desideravano fortemente costruire le condizioni elettorali dell’alternanza. Altrettanto sicuramente, però, non fu un fantomatico e inesistente bipolarismo, tantomeno parlamentare, a dare vita al Mattarellum.

Difficile dire esattamente quanti poli esistessero nel Parlamento eletto nel 1998, forse almeno quattro: Movimento Sociale, Lega Nord, Democristiani, Partito democratico della Sinistra (più Verdi e Rifondazione Comunista, forse la seconda anch’essa considerabile come polo). Eppure, furono quei molti poli ad approvare, sotto la costrizione del successo referendario, il Mattarellum. Ovviamente mai bipolaristi, i Democristiani neppure erano interessati a una legge elettorale in grado di favorire l’alternanza che, notoriamente, diventa più facile se il sistema dei partiti si approssima al bipolarismo. Tuttavia, se il Mattarellum non fosse (stato) un sistema elettorale tre quarti maggioritario applicato in collegi uninominali, la comparsa del bipolarismo sarebbe stata alquanto improbabile. Anzi, i Democristiani variamente diventati Popolari si comportarono come se fosse possibile mantenere/avere un sistema tripolare nel quale loro, collocati al centro, avrebbero deciso le alleanze di governo.

La spinta decisiva al bipolarismo la impresse, più di chiunque altro, Silvio Berlusconi che comprese rapidamente la necessità di costruire coalizioni in grado di presentare e sostenere un unico candidato nei collegi uninominali. Al Nord fece il suo debutto il Polo della Libertà: Forza Italia più Lega Nord. Nel Centro e nel Sud, il Polo del Buongoverno mise insieme Forza Italia e la neo-trasformata Alleanza Nazionale. I Popolari ebbero un esito disastroso. Sia il fautore dei collegi uninominali, Mariotto Segni, sia il relatore della legge che porta il suo nome, Sergio Mattarella, furono sconfitti nei loro collegi uninominali, ma rieletti grazie al recupero proporzionale (con le modalità apposite, scheda separata e candidature bloccate, disegnate per la Camera dei Deputati) e il partito nel suo insieme risultò irrilevante.

L’obiezione, troppo spesso pappagallescamente ripetuta, che il Mattarellum non è adatto ad un sistema partitico tripolare, è sostanzialmente sbagliata. Che uno o due dei poli esistenti non voglia il Mattarellum è plausibile, forse anche comprensibile, anche se discende da gravi difetti di miopia politica. Peraltro, nell’attuale Parlamento i poli sono più di due, almeno quattro: Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Lega Nord (più, forse, Fratelli d’Italia) e Forza Italia, se non addirittura cinque qualora comparisse un’aggregazione di sinistra. La riproposizione del Mattarellum, con qualche correzione, ad esempio, per impedire le liste civetta, obbligherebbe a formare aggregazioni. Insomma, darebbe una forte spinta in direzione del bipolarismo, naturalmente penalizzando in maniera anche molto significativa chi non cercasse oppure non volesse alleati. Concludendo, il Mattarellum incentiva in maniera importante il bipolarismo e dovrebbe essere sostenuto da chi il bipolarismo desidera davvero. A non volere il Mattarellum sono i nemici del bipolarismo, che provengano dai ranghi dei sostenitori ipocritamente pentiti dell’Italicum oppure da quelli dei fautori di un sistema proporzionale, non tedesco, che nessun “latinorum” potrebbe legittimare e lustrare. Rimane, però, che chi voglia ristrutturare il sistema dei partiti italiani deve sapere che, se respinge il Mattarellum, non gli resterà che fare affidamento su leggi proporzionali purché dotate di alte soglie percentuali per l’accesso al Parlamento. Riuscirà ottenere qualche miglioramento rispetto alla situazione attuale, ma sarà molto improbabile che pervenga al bipolarismo.

Pubblicato il 5 gennaio 2017

Mattarellum: si dovrebbe ripartire da lì

Archiviato, non del tutto, il referendum costituzionale con una netta vittoria del No, una delle conseguenze immediate è che è imperativo fare la legge elettorale del Senato. Inoltre, poiché è molto probabile che la Consulta avanzerà serissime riserve e formulerà indicazioni precise relativamente all’Italicum (già dato per morto e sepolto da coloro che lo hanno elaborato e esaltato), dirigenti di partito, giuristi e politologi di riferimento (spesso gli stessi responsabili dell’Italicum) insieme ai parlamentari hanno ripreso la danza tribale intorno al sistema elettorale più bello del mondo. In verità, il primo candidato, abbastanza autorevole dato il suo non del tutto disprezzabile passato, è il Mattarellum. Come suggerisce il nome, è la legge elettorale di cui fu relatore Sergio Mattarella, allora, 1993, deputato dei Popolari. Mentre per il Senato quel che rimaneva dei partiti italiani, travolti da Mani Pulite, decisero di tradurre sostanzialmente l’esito del referendum che aveva quasi del tutto cancellato la precedente legge proporzionale, alla Camera dei deputati, presieduta da Giorgio Napolitano, cercarono di contenere gli effetti maggioritari del referendum. Non lo fecero in maniera particolarmente efficace introducendo una seconda scheda di recupero proporzionale con lista dei candidati bloccata che consentì la presenza delle cosiddette liste civetta per evitare il cosiddetto scorporo dei voti già utilizzati per vincere il seggio nei collegi uninominali.

La semplice descrizione di un sistema che eleggeva tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali e un quarto con il cosiddetto recupero proporzionale rivela qualche complessità di troppo. Il pregio maggiore del Mattarellum fu che, imponendo la formazione di coalizioni pre-elettorali (operazione nella quale Berlusconi fu bravissimo, mentre i Popolari si condannarono all’estinzione), diede vita al bipolarismo e, di conseguenza, all’alternanza. Nel 2005 il centro-destra, mai abbastanza capace di trovare candidature attraenti peri collegi uninominali, sostituì il Mattarellum con una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza, detta Porcellum, predecessore immediato dell’Italicum che, dunque, non è affatto maggioritario.

Comprensibile è che Berlusconi, data la debolezza attuale di Forza Italia, desideri una legge proporzionale, ma di leggi elettorali proporzionali ne esistono numerose varianti la migliore della quali è quella tedesca. Curioso, invece, che chi aveva collaborato all’Italicum e lo aveva sostenuto a spada tratta oggi dica che l’idea di Renzi di tornare al Mattarellum è “ottima”. Però, da un lato, quell’idea non è solo di Renzi che, casomai ci è arrivato tardivamente; dall’altro, una riesumazione del Mattarellum senza alcune modifiche non sarebbe del tutto positiva. Comunque, sono già molti coloro che respingono il Mattarellum sostenendo che, nel migliore dei casi, funzionerebbe in un sistema partitico bipolare, ma non è adeguato all’attuale tripolarismo italiano. È un’obiezione sbagliata poiché quando il Mattarellum fu introdotto non c’era affatto il bipolarismo in Italia. Berlusconi non aveva neppure ancora manifestato la sua intenzione di “scendere in campo”. Grazie ai collegi uninominali e alla formazione, voluta e ottenuta da Berlusconi, di un polo bifronte (al Nord e al Centro-Sud) di centro-destra, il Mattarellum diede il suo potente contributo a una competizione bipolare la cui necessità e dinamica il centro-sinistra comprese e praticò soltanto quando nel 1996 seppe costruire l’Ulivo.

Non importa se il sistema partitico italiano è attualmente tripolare, anche se il polo di centro-destra al momento pare quasi inesistente. I collegi uninominali sarebbero sufficientemente costrittivi da imporre una competizione bipolare, mentre il recupero proporzionale darebbe rappresentanza parlamentare a chi non sa e non vuole trovare alleati e formare coalizioni pre-elettorali. Insomma, il Mattarellum semplificato e snellito, facilmente comprensibile dagli elettori nei suoi effetti, è il sistema che chi vuole andare presto alle urne dovrebbe preferire. Tutto il resto, che, peraltro, è già cominciato, appare come un polverone déjà vu che rischia di produrre un’altra legge che favorisce alcuni partiti e che non conferisce potere agli elettori.

Pubblicato AGL il 23 dicembre 2016

Dizionario di Politica Bobbio, Matteucci, Pasquino. Perchè le parole contano!

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Intervista raccolta da Annamaria Abbate per la Casa della Cultura

Giunto alla sua quarta edizione, a quarant’anni dalla data della prima pubblicazione, il Dizionario di Politica di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino resta un’opera unica nel suo genere. Uscito per la prima volta nel 1976, negli anni Ottanta fu tradotto anche in spagnolo e portoghese, lingue parlate in molti Paesi allora nuovi alla democrazia. Diventato un “classico” della Scienza politica, ha accompagnato generazioni di studiosi e ora è riproposto dalla UTET in una nuova edizione aggiornata

Leggo dalle sue note bio-bibliografiche che lei, Prof Pasquino, si dice “particolarmente orgoglioso” di avere condiretto, insieme a Bobbio e a Matteucci, il Dizionario di Politica. Ci racconta perché e com’è successo?

Semplicissimo. Fui cooptato da entrambi, Bobbio, il docente con il quale mi ero laureato a Torino nel marzo 1965, e Matteucci, il docente che mi aveva “reclutato” come professore incaricato di Scienza politica nell’Università di Bologna nel novembre 1969. Svolsi il compito di Redattore capo della prima edizione, sette anni di lavoro, pubblicata nel 1976. Da Bobbio, filosofo della politica, e da Matteucci, storico delle dottrine politiche, ho imparato molto, a cominciare da come si scrive una voce di dizionario (di politica, non di scienza politica), a come si citano gli autori, tutti, anche quelli con i quali si è in disaccordo, a come si riscrive quello che collaboratori disinvolti e sicuri di sé, ma presuntuosi e irritabili, hanno consegnato. Sia Bobbio sia Matteucci, molto esigenti con se stessi, mi parevano, e qualche volta osai dirlo loro, fin troppo arrendevoli nei confronti di alcuni loro colleghi, diciamolo, rigidi. Fu, poi, nel corso della preparazione della seconda edizione, che uscì nel 1983, che Bobbio decise, con il beneplacito di Matteucci, di promuovermi condirettore: un premio straordinario. Ne fui felice e ne rimango, per l’appunto, “particolarmente orgoglioso”.

Che tipo di lavoro vi proponevate e ne siete stati soddisfatti?

Volevamo preparare uno strumento il più articolato possibile di analisi, storica, filosofica, politologica, dei concetti, dei fenomeni, dei movimenti politici più importanti, non solo italiani, di un’analisi che fosse precisa e compiuta, ma anche suggestiva, che offrisse il massimo di informazioni, ma anche prospettive per approfondimenti. Nessuno di noi tre pensava opportuno rincorrere l’attualità e le mode; tutt’e tre abbiamo cercato di illuminare i temi classici della politica. Al proposito, mi fa grandissimo piacere sottolineare che le non poche voci assolutamente fondamentali scritte da Bobbio e da Matteucci hanno retto al passare del tempo. Anzi, rimango convinto che chiunque voglia capire la democrazia e la teoria delle elites, farebbe molto bene a leggere le due voci di Bobbio così come chi vuole conoscere che cosa sono il costituzionalismo e il liberalismo deve assolutamente leggere le due voci di Matteucci. Entrambi scrissero diverse altre voci molto importanti. Vorrei segnalare Disobbedienza civile di Bobbio e Diritti dell’uomo di Matteucci. Naturalmente, tutt’e tre vedevamo problemi irrisolti, inconvenienti analitici, fenomeni insorgenti. Prima nel 1983 e poi, nella terza edizione, del 2004, abbiamo cercato di porvi rimedio. Faccio un solo esempio: la riscrittura delle voci comunismo e socialismo diventate in parte obsolete in parte inutili per chi leggesse il Dizionario nel 2004. Bobbio non poté vedere la 3a edizione poiché morì due settimane prima della pubblicazione, ma avevamo discusso insieme tutti cambiamenti (e gli alleggerimenti).

Come si spiega l’assenza di Giovanni Sartori, il suo “secondo” maestro? Come mai non gli avete affidato nessuna voce?

In quegli anni Sartori, che si trasferì a Stanford nell’estate del 1976, era impegnatissimo a scrivere il suo fondamentale Parties and party systems (pubblicato nel 1976 e del quale celebreremo opportunamente il 40esimo anniversario). Interpellato, ci fece notare che Bobbio e Matteucci potevano scrivere ottimamente le voci, Costituzionalismo, Democrazia, Liberalismo, Scienza politica, sulle quali lui aveva già scritto molto. Quanto ai Sistemi di partiti disse che potevo provarci io stesso che, insomma, dovevo pure avere letto quanto lui aveva scritto. Per le edizioni successive acconsentì a mandarci qualche riga di apprezzamento di cui, conoscendolo, siamo tuttora molto lieti e grati!

E lei, prof Pasquino, di quali voci si sente “particolarmente orgoglioso”?

Premetto che mi è sempre piaciuto cercare di formulare le definizioni più precise dei concetti politici, rintracciando quel che serve nella storia e collegandolo alle trasformazioni avvenute e alle nuove interpretazioni. Potrei dire che tutte le mie voci mi sono care, ma non è così (anche perché, talvolta, mi capita persino di avere un po’ di senso critico nei miei confronti). Sono piuttosto soddisfatto delle voci Forme di governo, Militarismo e Rivoluzione. Nella nuova edizione ho scritto, in maniera che mi pare efficace, le voci Accountability, Deficit democratico e Scontro di civiltà. Mi pongo costantemente in un dialogo ideale con i lettori, le loro curiosità e i loro interessi. Cerco di scrivere in maniera tale da soddisfare i lettori senza ridurre il tasso di inevitabile tecnicismo che ciascuna voce deve contenere. Lo faccio osservando la lezione di Bobbio e di Luigi Firpo: la chiarezza espositiva è una conquista che giova sia a chi scrive sia a chi legge.

Il Dizionario è oramai arrivato alla quarta edizione che esce quarant’anni dopo la prima. Potrebbe dirci che tipo di interventi ha fatto, ha suggerito, ha incluso?

Anche per non produrre un testo troppo voluminoso e non più maneggevole, ho fatto cadere alcune voci di esclusivo interesse storico che si trovano in molti repertori. Abbiamo proceduto al rinfrescamento di diverse voci e alla riscrittura specifica in chiave comparata della voce Mafia (Federico Varese, cervello italiano, brillante studioso, da quasi vent’anni a Oxford), di Terrorismo politico (Luigi Bonanate) per includervi anche il terrorismo cosiddetto internazionale, e di Unione Europea (Roberto Castaldi) perché l’UE cambia, purtroppo, non sempre in meglio, ma merita di essere analizzata con grande attenzione. Poi ci sono diciassette voci del tutto nuove che vanno, ne cito solo alcune, da Alternanza a Capitale sociale, da Cittadinanza a Patriottismo, da Consociativismo a Governance, da Narrazione a Primarie (non poteva mancare!). Tutte le volte che analizzo la politica e che commissiono analisi ai colleghi mi rendo conto quanto sia importante essere attentissimi e chiarissimi nelle definizioni, articolati nelle interpretazioni, non-ideologici nelle valutazioni. Tre qualità che è tuttora possibile apprezzare e tentare di imparare da due maestri come Bobbio e Matteucci.

Conoscendola, prof Pasquino, e avendola spesso ascoltata parlare e, come dice lei, “predicare”, non posso credere che lei non voglia niente di più che definizioni, interpretazioni, valutazioni, dal Dizionario di Politica.

Certamente, conoscendomi, anch’io so che desidero molto di più. Mi piacerebbe che il Dizionario fosse ampiamente utilizzato e diventasse indispensabile non soltanto (la prego di notare l’ordine) ai colleghi e agli studenti, ma anche agli operatori dei mass media, sì, i giornalisti della carta stampata, della radio e della televisione, magari diventasse, come sento che si dice, “virale” in rete (sic) e a un’opinione pubblica che rifiuti di farsi ingannare dagli affabulatori. Ciò detto, chiudo il mio piccolo libro dei sogni. Il predicatore che è in me rinsavisce; si disincanta; torna al realismo, alla politica che c’è; si rimette a studiare, a scrivere, a criticare, cercando di migliorare il linguaggio e le analisi politiche, e si rallegra nel dedicare questa nuova edizione alla memoria di Norberto Bobbio e di Nicola Matteucci (anche loro “predicatori” di una politica esigente e migliore).

Pubblicato il 28 aprile 2016

È nelle librerie il Dizionario di Politica di Bobbio, Matteucci, Pasquino. Nuova edizione aggiornata UTET 2016

Prefazione alla nuova edizione
Le parole contano

La politica cambia e cambia la sua “narrazione”. Di conseguenza, cambiano anche le parole per raccontarla e i concetti per analizzarla. Alcune parole sono effimere; altre sembrano destinate a durare; altre ancora meritano di essere diversamente spiegate. I concetti sempre meritano di essere definiti con attenzione alla loro storia e con precisione rispetto ai loro contenuti. Giunto alla sua quarta edizione, a quarant’anni dalla data della sua prima pubblicazione, questo Dizionario ha regolarmente mirato a includere tutte le parole importanti della politica e offrire le più accurate concettualizzazioni. Né Norberto Bobbio né Nicola Matteucci pensavano di dovere rincorrere l’attualità, spesso confinante con la caducità, ma entrambi furono sempre disponibili a prendere in seria considerazione fenomeni politici nuovi la cui trattazione meritasse di essere inclusa in un dizionario di politica. Ferme restando le grandi voci della politica, molte delle quali scritte, opportunamente, da loro stessi, che contengono tuttora le migliori chiavi di lettura delle strutture portanti della politica, entrambi avrebbero certamente incluso l’analisi dei fenomeni nuovi. Sarebbero anche stati d’accordo sull’opportunità di aggiornare complessivamente il Dizionario da loro impostato e diretto.

La lezione dei classici può e deve accompagnarsi a quanto di nuovo emerge continuamente in politica e serve senza nessun dubbio a illuminare le problematiche contemporanee. Tuttavia, la selezione di quali problematiche nuove includere e di quali fenomeni antichi, diventati minori e oggi non più rilevanti, escludere, si presenta sempre difficile. Però, selezionare è indispensabile, anche al fine di mantenere non esagerate le dimensioni di questa opera che continua ad essere unica, nonostante qualche imitazione, nel panorama italiano e non solo. La mia conoscenza del pensiero politico di Bobbio e di Matteucci, la mia lunga familiarità con i loro interessi scientifici e culturali e la fiducia da loro sempre manifestatami mi consentono di pensare che sarebbero stati fondamentalmente d’accordo con le mie scelte di inclusione del nuovo e di esclusione di alcune voci divenute non più necessarie.

Oltre a rinfrescare alcuni voci, dunque, abbiamo proceduto all’aggiunta di una ventina di voci nuove. Lascio ai lettori, ai colleghi e agli studenti quella che mi auguro sia la gradevole curiosità di scoprire le voci nuove, valutando nei fatti quali conoscenze aggiuntive apportino per una migliore comprensione della politica nel mondo contemporaneo(e, se siamo stati bravi, anche per qualche tempo a venire). Ho la profonda convinzione, certo di condividerla con Bobbio e con Matteucci, che qualsiasi buona analisi politica debba iniziare con la definizione corretta dei fenomeni e con la loro migliore concettualizzazione possibile. Questo Dizionario offre gli strumenti più adeguati per procedere con successo ad entrambe le operazioni. Infine, non posso trattenermi dallo scrivere che buone analisi politiche sono necessarie sia per criticare e contrastare la cattiva politica sia per porre le premesse della buona politica. Almeno, seppure con enfasi differenti, questo è quanto, con Bobbio e Matteucci, abbiamo cercato di fare. Poiché le parole contano.

Bologna, gennaio 2016

Gianfranco Pasquino

 

 

«Il Dizionario di Politica è un’opera importante, unica nel suo genere, non soltanto in Italia, ma anche all’estero dove è stato apprezzato e tradotto. Rigoroso nelle definizioni, articolato e convincente nella trattazione dei termini politici, questo Dizionario, opportunamente rivisto e aggiornato, è uno strumento istruttivo, utile per gli studenti, per i docenti e sicuramente anche per tutti coloro che di politica vogliono saperne meglio e di più.» Giovanni Sartori

Norberto Bobbio Nicola Matteucci Gianfranco Pasquino Dizionario di Politica Nuova edizione aggiornata UTET 2016

Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino
Dizionario di Politica. Nuova edizione aggiornata UTET 2016

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Norberto Bobbio
Nicola Matteucci
Gianfranco Pasquino

Dizionario di Politica
Nuova edizione aggiornata UTET 2016

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18 voci nuove:
ACCOUNTABILITY          Gianfranco Pasquino
ALTERNANZA          Marco Valbruzzi
CAPITALE SOCIALE          Marco Almagisti
scontro di CIVILTÀ          Gianfranco Pasquino
CITTADINANZA          Maurizio Ferrera
COALIZIONI          Marta Regalia
COMPETIZIONE          Marta Regalia
CONSOCIATIVISMO          Francesco Raniolo
DEFICIT DEMOCRATICO          Gianfranco Pasquino
GOVERNANCE          Simona Piattoni
GOVERNO DIVISO          Gianfranco Pasquino
NARRAZIONE          Sofia Ventura
NEO-PATRIMONIALISMO          Francesco Raniolo
PATRIOTTISMO          Maurizio Viroli
POLARIZZAZIONE          Marta Regalia
elezioni PRIMARIE          Marco Valbruzzi
TRANSIZIONE          Gianfranco Pasquino
TRASFORMISMO          Marco Valbruzzi

Copertina dizionario

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… Pace
Pacifismo
Parlamento
Partecipazione politica
Partiti cattolici
Partiti politici
Partitocrazia
Paternalismo
Patriottismo
Pauperismo
Peronismo
democrazia Plebiscitaria
Pluralismo
Polarizzazione
Polis
Politica
Politica comparata
Politica economica
Popolo
Populismo
Potere
Prassi
Primarie
Principato
Processo legislativo
Professionismo politico
Progresso
Proletariato
Propaganda
Proprietà
Pubblica amministrazione
Puritanesimo
Qualunquismo
Quarto stato
Radicalismo
Ragion di Stato
Rappresentanza politica
Razzismo
Referendum
Regime politico
Regionalismo
Relazioni industriali
Relazioni internazionali
Repubblica
Repubblica romana
Repubblicanesimo
Resistenza
Rivoluzione
Romant icismo politico
Scienza politica
Sciopero
Sciovinismo
Secessione errate
Signorie e principati
Sindacalismo
Sistema politico
Sistemi di partiti
Sistemi elettorali
Socialdemocrazie
Socializzazione politica
Società civile
Società di massa
Società per ceti
Sociologia politica
Sottosviluppo
Sovranità
Sovrastruttura
Spazio politico
Sistema delle Spoglie
Stabilità politica
Stalinismo
Stato assistenziale
Stato contemporaneo
Stato d’assedio
Stato del benessere
Stato di polizia
Stato e confessioni religiose
Stato moderno
Storicismo
Stratificazione sociale
Struttura
Tecnocrazia
Teocrazia
Teoria dei giochi
Terrorismo politico
Terza via
Timocrazia
Tirannia
Tolleranza
Totalitarismo
Transizione
Trasformismo
Trotskysmo
Uguaglianza
Unione Europea
Utilitarismo
Utopia
Violenza

Governabilità e bipolarismo nello stivale

Larivistailmulino

Non esiste nessuna Enciclopedia di Scienze Sociali e nessun Dizionario di Politica (meno che mai quello che ho avuto il privilegio di curare insieme a Bobbio e Matteucci, nel quale la voce “Governabilità” è stata scritta da me), che associ la governabilità di un sistema politico, meglio, di una democrazia, al premio di maggioranza, ad un’aggiunta di seggi regalati al partito più grande. Governabilità è, invece, sempre collegata alla stabilità di un governo (non necessariamente dello stesso capo di governo) che è una delle premesse, ma tutt’altro che l’unica o la più importante, della capacità decisionale. Governabilità è l’esito positivo dell’attività di un governo che sa rispondere in maniera efficace e responsabile, ad esempio, con riferimento al programma presentato agli elettori, alle domande degli attori socio-economici, selezionandole e interpretandole. Il procedimento sarà tanto migliore quanto, a loro volta, le associazioni e i gruppi socio-economici non saranno “disintermediati”, vale a dire, non presi in considerazione e snobbati, ma vivaci, rappresentativi, in competizione fra di loro. Molto di tutto questo non ha nessuna relazione con il sistema elettorale tanto che, nel corso della seria crisi di governabilità che colpì le democrazie occidentali per tutti gli anni settanta fino all’inizio degli anni ottanta, nessuna democrazia pensò di risolvere il problema attraverso una riforma del sistema elettorale. E nessuna lo fece.

Che qualcuno possa credere che l’Italicum produrrà meccanicamente governabilità nel sistema politico italiano è uno dei numerosi misteri non gloriosi della propaganda politica dei renziani e della scarsa professionalità dei giornalisti italiani. Naturalmente, è lecito pensare che un governo monopartitico dotato di una congrua maggioranza parlamentare si trovi in condizioni migliori per offrire governabilità agli italiani. Tuttavia, non soltanto non esiste nessuna certezza che un simile governo sia più e meglio rappresentativo dei governi di coalizione e maggiormente in grado di produrre le decisioni più appropriate e meglio applicabili, ma non esiste neppure una controprova affidabile. Tutti i governi delle democrazie europee, con la sola eccezione, finora, della Spagna (nella quale, peraltro, piccoli partiti regionali sono spesso stati essenziali per la formazione dei governi socialisti e popolari) e, in passato, della Gran Bretagna, sono stati e sono governi di coalizione. In nessuna di quelle democrazie si parla di crisi di governabilità o di ingovernabilità. In nessuna la soluzione di eventuali crisi viene demandata alla riforma del sistema elettorale. L’ultima riforma di rilievo del sistema elettorale vigente in una democrazia europea, dettata da preoccupazioni partigiane, ebbe luogo in Francia. Fu, in verità, una controriforma quando (nel 1985) Mitterrand introdusse, al posto del doppio turno di collegio, una legge proporzionale cancellata da Chirac immediatamente dopo la sua vittoria nelle elezioni parlamentari del 1986.

Fissato il punto che la governabilità è qualcosa che dipende in minima parte dal sistema elettorale, è possibile aggiungere che sono le modalità di competizione politica che facilitano oppure ostacolano la governabilità. In più di un modo, la governabilità è facilitata anche, ma certamente non automaticamente prodotta, dal bipolarismo e dal fenomeno strettamente collegato dell’alternanza. Per anni gli italiani si sono raccontati che volevano costruire una matura democrazia dell’alternanza, che avevano bisogno dei meccanismi elettorali per dare vita a una democrazia compiuta. Anche grazie al Mattarellum, gli italiani hanno avuto sia il bipolarismo sia l’alternanza, ma giustamente sono rimasti abbastanza insoddisfatti dalle qualità di entrambi, ovviamente a causa delle modalità con le quali bipolarismo e alternanza sono stati interpretati e manipolati dai protagonisti politici. Il mantra dei proponenti dell’Italicum e dei loro affannati sostenitori è che produrrà sicuramente il bipolarismo. Questa è un’affermazione azzardata che probabilmente si rivelerà falsa.

Certamente, i meccanismi dell’Italicum non autorizzano nessuna previsione favorevole. Anzi, è facile indicare perché alcuni dei meccanismi elettorali previsti rendono il bipolarismo poco probabile. In primo luogo, se il premio in seggi va al partito o alla lista che prende più voti, non potrà formarsi nessuna coalizione pre-elettorale intenzionata ad offrire all’elettorato un’opzione praticabile di governo. In secondo luogo, se al ballottaggio non sarà possibile appoggiare l’uno o l’altro dei contendenti con aggregazioni sotto forma di apparentamenti -che non soltanto è modalità diversa da quella della formazione di coalizioni pre-elettorali, ma è quanto già avviene nel caso di maggior successo delle riforme che furono fatte (1993) anche prima dell’avvento di Renzi: quella dei sistemi per l’elezione dei sindaci-, ne conseguiremmo inevitabilmente un vincitore contornato da diversi sconfitti in ordine sparso. Inoltre, gli sconfitti non soltanto non avranno nessun incentivo a formare un fronte unitario di opposizione, che, per l’appunto, caratterizzerebbe un, altrimenti impossibile, bipolarismo, ma entreranno in concorrenza perversa fra di loro, proponendo l’irrealizzabile. Infine, perché, poi, non è male tenere anche conto del sistema partitico al quale verrà applicato l’Italicum, è possibile che al ballottaggio vadano il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle, vale a dire un Partito della Nazione e un Partito tecnicamente Antisistema, che significa che, se potesse, cambierebbe il sistema politico-istituzionale e socio-economico.

Se le coalizioni pre-elettorali o gli apparentamenti post primo turno fossero accettati nella legge, due esiti, entrambi preferibili, diventerebbero possibili. Primo esito: il centro-destra potrebbe aggregarsi , superando in voti il Movimento Cinque Stelle. Secondo esito: a sua volta il Movimento Cinque Stelle potrebbe cercare alleati stemperando alcune sue asperità programmatiche. Infatti, la formazione di coalizioni, come rivelano tutte le ricerche, implica due conseguenze entrambe positive: I) dà vita a un governo maggiormente rappresentativo di quello costruito da un solo partito; II) obbliga quel governo a formulare un programma delle sue attività meno “estremo” di quello di un solo partito, tagliando le ali alle proposte eclatanti, più partigiane, meno condivise. Un bipolarismo incentivato dai meccanismi elettorali renderà meno conveniente rimanere sparsi all’opposizione cercando di lucrarne separatamente alcuni vantaggi. Anzi, obbligherà un po’ tutti a cercare di rappresentare una pluralità di interessi e di preferenze e, di conseguenza a fare funzionare, nella maniera che sapranno, una democrazia dell’alternanza. L’Italicum non dà allo stivale del nostro scontento nessuna garanzia né di governabilità né di bipolarismo.

Pubblicato su rivistailmulino.it il 4 maggio 2015