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Svolta europeista per salvare il governo Conte

La ricerca di una maggioranza più solida a sostegno del governo Conte, quello esistente, ma, eventualmente, anche quello futuro, si presenta tutt’altro che facile. Deve evitare di dare vita a una situazione “raffazzonata” e “raccogliticcia”, vale a dire, senza principi condivisi e con parlamentari di varia provenienza tenuti insieme soltanto dal desiderio, pur legittimo, di non andare a elezioni anticipate e non perdere il seggio. Inoltre, quel gruppo/gruppetto ha bisogno, a norma di regolamento, del nome di un partito presentatosi alle elezioni del marzo 2018. La scoperta che l’on Cesa, capo dell’UDC, potrebbe essere coinvolto in attività della ‘ndrangheta in Calabria rende improbabile l’utilizzazione di quel nome e simbolo anche se, forse, potrebbe facilitare la migrazione di senatori che vi si siano identificati.

Uno dei punti di forza del discorso e del governo Conte è il richiamo all’Unione Europea. Grazie all’impegno e alla credibilità del Presidente del Consiglio l’Italia potrà disporre di 209 miliardi di Euro, 129 sotto forma di prestiti a bassissimi tassi di interesse e 80 come sussidi da non restituire. Questa massa di soldi arriveranno all’Italia una volta valutati i programmi di investimenti in alcune aree privilegiate, dall’economia verde alle infrastrutture, dalla digitalizzazione alla coesione sociale, i loro tempi, la loro fattibilità. Vi si possono aggiungere 36-37 miliardi di Euro del MES esclusivamente per spese sanitarie dirette e indirette. Finora il Movimento 5 Stelle ha opposto un rigido rifiuto e, non casualmente, Renzi ha posto l’accento sull’utilità di un ricorso immediato al MES che è anche la posizione del Partito Democratico e di Forza Italia. Dunque, dire sì al MES può significare inserire un’utile contraddizione nello schieramento di centro-destra e mandare un messaggio positivo ai senatori/senatrici di Forza Italia in condizione di disagio.

Il nucleo portante della rinnovata azione di governo, quella che giustificherebbe anche una maggioranza più coesa e indispensabilmente allargata è proprio costituito da una decisa svolta europeista. Conte potrebbe sfidare ItaliaViva ad essere coerente su questo terreno e incoraggiare la formazione di un gruppo di parlamentari di diverse provenienza, ma tutti orientati a mettere in evidenza la loro comune posizione europeista. Lì potrebbe trovarsi il sen. Nencini, socialista; lì potrebbe giungere la sen. Bonino della lista Più-Europa; lì finirebbero anche gli ex-democristiani che sempre furono europeisti nonché gli europeisti di Forza Italia. Un gruppo di questo genere darebbe un contributo positivo essenziale al rafforzamento numerico, ma anche politico del governo.

Nel 1941 l’ex-comunista Altiero Spinelli, il radicale Ernesto Rossi, il socialista Eugenio Colorni scrissero che sarebbe venuto il tempo di sostituire alla declinante differenziazione “destra/sinistra” quella fra i contrari all’unificazione politica dell’Europa e i favorevoli. Ottanta anni dopo a Conte si presenta l’opportunità di contribuire alla realizzazione di questa profezia.

Pubblicato AGL il 22 gennaio 2021

Renzi è stato sconfitto La maggioranza Ursula ora è possibile #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, che sta per pubblicare il suo ultimo libro, Libertà Inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, definisce come «un ritorno a casa» l’eventuale sostegno al governo di alcuni parlamentari di Italia Viva ma dice che «prima di dare un giudizio sul Recovery Plan occorre leggere il testo che andrà alle Camere».

Professor Pasquino, quanto può durare un governo indebolito dall’uscita di Italia viva dalla maggioranza?

Può durare fin che ci riesce. Vale a dire che può tentare ogni volta di avere la maggioranza necessaria: nello scostamento di bilancio e per la finanziaria serve quella assoluta ma nella maggioranza dei casi basta quella semplice. Possono esserci delle maggioranze leggermente diverse di volta in volta con pochi parlamentari che decidono su specifici provvedimenti ma la definerei una dialettica parlamentare quasi normale.

Ci sono vincitori e vinti in questa crisi?

Renzi ne esce sicuramente sconfitto, Conte ne esce piuttosto vittorioso, ma sottolineerei il piuttosto perché potrebbe diventare ancora più vittorioso se altri parlamentari, vedendo che il governo funziona, decidessero di sostenerlo.

Come potrebbe allargarsi questa maggioranza, per ora relativa?

Il gruppo misto è abbastanza ampio e fatto di persone che vengono anche da partiti di maggioranza come ex cinque stelle espulsi o fuoriusciti. Alcuni centristi non dovrebbero avere difficoltà ad appoggiare un governo Conte e non posso escludere che qualche esponente di Italia viva possa tornare a sostenere il governo che loro stessi hanno contribuito a far nascere. Per loro sarebbe un ritorno a casa.

È corretto definire questo esecutivo un “governo di minoranza”?

Non è tecnicamente un governo di minoranza. L’articolo 94 della costituzione dice che il governo deve avere la fiducia di entrambe le Camere. Se questo governo ce l’ha, punto. Un governo di minoranza è uno che non ha abbastanza numeri e che potrebbe essere sconfitto in Aula.

Non è il caso di questo governo.

Crede che il Recovery Plan sia migliorato?

Abbiamo discusso molto dei progetti per il piano di ripresa e di volta in volta il presidente del Consiglio ha detto che ci sono stati dei cambiamenti. Voglio prima leggere il documento che arriverà in Parlamento e su quella base discuteremo.

Alcuni esponenti del Pd ritengono che Renzi abbia ragione, mentre Zingaretti mantiene l’appoggio a Conte. Cosa ne pensa?

Non so cosa voglia dire che Renzi ha ragione. Se semplicemente vuol dire che ha fatto controproposte accettabili per rimodulare il Recovery Plan allora il Pd può farle proprie e convincere Conte ad accettarle. Ma Renzi ha torto su un punto fondamentale: non puoi far cadere il governo per negoziare, si negozia dall’interno e il ricatto non è accettabile. Zingaretti è solido ed equilibrato. In politica non servono fulmini ma qualcuno capace di tenere insieme un governo che funzioni fino a fine legislatura.

Nelle discussioni si sta parlando anche della futura elezione del capo dello Stato?

Mi auguro proprio che sia così. È importante che questa maggioranza arrivi a eleggere il Presidente della Repubblica magari allargando il perimetro, perché lì sì che serve una maggioranza più ampia. Occorre eleggere una persona affidabile, europeista e che conosca il Parlamento per guidare il paese nella direzione giusta.

E il centrodestra che ruolo ha in questa fase?

Non vedo nessuna novità nel centrodestra. Non riescono a ottenere quasi nulla di quello che desiderano e ognuno sta impersonando un ruolo: Meloni fa la dura, Salvini non sa bene che strada percorrere e Berlusconi ha deciso di diventare responsabile ma sa che deve rimanere nell’alleanza. Tuttavia per lui il rischio era quello di essere risucchiato e non è stato così. Sono ripetitivi, manca il guizzo.

A proposito di guizzi, come potrebbe ripartire questo governo dopo la crisi?

Potrebbe avere due momenti di gloria. Il primo quando la Commissione europea riceverà il Recovery Plan tra fine febbraio e inizio marzo e il secondo quando lo analizzerà verso fine aprile e scoprirà che tutto sommato è fatto bene. Il giudizio sarà positivo ma suggerirà cambiamenti e il governo occuperà la scena politica arrivando felicemente a giugno. A quel punto potrebbe persino aver funzionato il piano di vaccinazione degli italiani, con una pandemia contenuta.

Il Conte due è molto diverso dal Conte uno. Come giudica il cambiamento in senso europeista del presidente del Consiglio e del Movimento?

Lo vedo come un processo di apprendimento. Conte ha imparato molto in questi due anni, ha ottenuto 209 miliardi di euro e ora sta “insegnando” anche al Movimento. C’è un processo di razionalità in corso molto positivo. È positivo anche che l’intera coalizione si dimostri europeista perché, come diceva Spinelli nel manifesto di Ventotene, la divisione non sarà più tra conservatori e progressisti ma tra chi ha cuore l’unificazione dell’Europa e chi no.

Vede possibile una maggioranza “Ursula” con Forza Italia in maggioranza come quella che ha eletto von der Leyen in Europa?

È possibile. Berlusconi è ingombrante per via del suo passato e per la condanna per frode fiscale però quella coalizione è teoricamente possibile, anche senza essere formalizzata. Dipende da cosa voterà Forza Italia di volta in volta. Ma chiariamoci: il profilo di Ursula von der Leyen è molto superiore a quello di Giuseppe Conte.

Pubblicato il 20 gennaio 2021 su Il Dubbio

Sì a una vera Sinistra per una società più giusta e non sovranista #Europa

Internazionalista, attenta al lavoro e all’istruzione, abbattere le diseguaglianze: un articolo del politologo Gianfranco Pasquino per Globalist su come vorrebbe le sinistre d’Europa

“La sinistra non può essere sovranista, non può che essere internazionalista”. E deve ” concentrare sforzi e investimenti nel settore del lavoro collegandolo strettamente all’istruzione “. Lo scrive in questo articolo per globalist.it Gianfranco Pasquino: politologo, docente alla sede bolognese della Johns Hopkins University, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, accademico dei Lincei, è una delle voci critiche più sensibili e attente della scena politica italiana.

   La sinistra e la società giusta in Europa

Le sinistre hanno un rapporto tormentato con l’Unione Europea. Come spesso nella loro politica nazionale, le sinistre variamente configurate cercano di combinare posizioni internazionalistiche con posizioni nazionaliste, difensive, se non addirittura, non scriverò affatto “loro malgrado”, sovraniste. La sinistra, però, non può che essere internazionalista. Ha l’obbligo politico ed etico di operare per il superamento dello Stato nazionale, causa prima delle due guerre civili europee e tuttora ostacolo principale ad una convergenza politica sovranazionale. Eppure, la convergenza, questo è già un tema da enfatizzare nella campagna elettorale, si trova fin dall’inizio dell’unificazione europea, quando alcuni grandi statisti, Schuman, De Gasperi, Adenauer, Spaak, pungolati da Jean Monnet e Altiero Spinelli, seppero guardare molto avanti, ed è posta a fondamento di tutte le istituzioni europee.

Sottolineare l’importanza della libera circolazione di persone, capitale, merci e servizi è giusto. Tuttavia, molto di più l’accento va messo sul fatto inconfutabile che l’Unione Europea è il più ampio ed esteso spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo, ancora in espansione (poiché molte sono le domande di adesione). È anche il luogo nel quale uomini e donne godono delle maggiori opportunità di partecipazione politica incisiva– e coloro che non sfruttano quelle opportunità sono essi stessi parte del problema e non della soluzione. La sinistra dovrebbe, dunque, rivendicare con convinzione tutto quello che è già stato ottenuto, il cosiddetto acquis communautaire, prima di criticare l’esistente e di proporne, non il superamento, ma il perfezionamento.

Concentrarsi sul lavoro e l’istruzione

Due sono gli ambiti nei quali le politiche di sinistra sono argomentabili e fattibili. Sono ambiti nei quali in molte esperienze nazionali, la sinistra ha conseguito grandi successi e meriti. La rimodulazione del welfare state, per giovani e anziani, per disoccupati e sottooccupati, per donne e bambini, può essere proposta e ottenuta soltanto in una prospettiva europea che impedisca le rendite di posizioni e i vantaggi derivanti dagli squilibri fra gli stati che proteggendo meglio i loro cittadini sono esposti alle sfide di chi li protegge poco. Più specificamente è indispensabile concentrare sforzi e investimenti nel settore del lavoro collegandolo strettamente all’istruzione. Il secondo ambito è parte della sua storia, ma riguarda il futuro che la sinistra deve volere costruire, non tanto per la sua sopravvivenza, quanto per la sua visione: contenere e ridurre le enormi e crescenti diseguaglianze.

Le diseguaglianze incrinano la democrazia

Non è vero che la democrazia nasce promettendo l’eguaglianza, tranne l’eguaglianza di fronte alla legge. Piuttosto, è assolutamente certo che le diseguaglianze di ogni tipo incidono negativamente sulla democraticità di un sistema politico e sulla qualità della sua democrazia. La sinistra deve affrontare il compito di costruire eguaglianze di opportunità (al plurale), di intervenire non una sola volta, all’inizio, ma ripetutamente, per ricreare ad ogni stadio le opportunità necessarie. Qualsiasi operazione di questo genere richiede, non soltanto la volontà politica, che discende dalla capacità di “predicare” il valore delle eguaglianze di opportunità, ma soprattutto la consapevolezza che la sinistra deve mirare a dare vita e mantenere una società giusta, compito da svolgere e obiettivo conseguibile esclusivamente ad un livello più elevato, quello europeo.

La sinistra dei nostri desideri 

In questa concezione, la sinistra non si arrovella sulle tematiche economiche salvo su quelle relative alla tassazione e alla redistribuzione, sottolineandone non la, talvolta troppo vantata, razionalità delle cifre, quanto, piuttosto, la loro utilizzazione al perseguimento di valori condivisi. Certo, le “parole d’ordine” efficaci, che dovranno essere accuratamente definite, riguarderanno la chiarezza degli obiettivi e il coinvolgimento incisivo dei cittadini europei che consentiranno di fare grandi passi avanti. La sinistra che sta nei miei desideri, sicuramente diffusi e condivisi in larga parte d’Europa, ha la possibilità di elaborare coerentemente il messaggio della società giusta.

Pubblicato il 17 febbraio 2019 su globalist.it

Illuminare l’Europa e il suo/nostro futuro (… e vincere delusione, sconcerto e irritazione per la conferenza istituzionale del Ministro Moavero Milanesi)

Ho assistito alla conferenza istituzionale (sono definite così) tenuta dal Ministro degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi all’Accademia dei Lincei l’11 gennaio 2019. Non posso e non voglio sintetizzarla qui. Credo che sia disponibile sul sito. Qui scriverò poche osservazioni. No, non si comincia nessuna conferenza sul futuro dell’Europa menzionando l’aspirazione di Napoleone Bonaparte a riunificare, lo sappiamo, con la spada e con il fuoco, il continente: non propriamente una procedura raccomandabile. Secondo Moavero, anche Hitler va menzionato fra coloro che avevano l’obiettivo di una Europa unita (ma il Terzo Reich era molto più ambiziosamente al di sopra della semplice Europa). Lev Davidovic Bronstein, detto Trotsky, la cui straordinaria biografia scritta da Isaac Deutscher sto leggendo, ha protestato formalmente in più lingue, sostenendo a ragione che la sua rivoluzione permanente avrebbe dato vita ad una Europa unita dalla classe operaia. Al moderato Stalin di Europa ne bastò metà. La smetto qui con il sarcasmo, ma chiedo: possibile che lo staff del Ministro non gli abbia detto che il grande storico Federico Chabod, autore di un prezioso volume: Storia dell’idea d’Europa (1961), fu socio dei Lincei?

La dimenticanza di Altiero Spinelli, se voluta gravissima, se casuale ancora peggio per chi di Europa si è già occupato professionalmente (Ministro degli Affari Europei nei governi Monti e Letta) è clamorosa. Non uso altri aggettivi, ma, forse, è anche significativa. Credo si debba trarne la conclusione che Moavero respinge, senza neppure sentire il bisogno di contro-argomentare, la prospettiva federalista alla quale Spinelli si dedicò anima e corpo nella seconda parte della sua vita. Nella prima aveva combattuto il fascismo fino a essere condannato a molti anni in carcere e poi al confino dove, appunto, con Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, scrisse il Manifesto di Ventotene (1941), testo fondamentale dell’europeismo federalista.

Il titolo della conferenza faceva sperare che il Ministro avrebbe davvero parlato del futuro dell’Europa, dei futuri possibili dell’Unione Europea il cui Parlamento sarà (ri)eletto a fine maggio. Praticamente, neanche una parola. Eppure, non sarebbe stato fuori luogo confrontarsi con i cinque scenari formulati dal Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker il giorno del 60esimo anniversario del Trattato di Roma, 25 marzo 1957. Dire perché alcuni no, qualcuno sì e come l’Italia, che non si esaurisce nel governo giallo-verde, dovrebbe avere un ruolo anche propositivo per l’Europa, quella Utopia in costruzione, titolo di un volume del 2018 di cui Moavero è stato condirettore,unitamente a Giuliano Amato, Lucrezia Reichlin e chi scrive, pubblicato dalla Enciclopedia Italiana. Non sono soltanto deluso; sono sconcertato e profondamente irritato.

UE: per convinzione, non solo per convenienza.

Qualche volta giova ricordare gli elementi strutturali delle situazioni che analizziamo. La partecipazione italiana all’Unione Europea deriva da decisioni prese e riaffermate nel corso del tempo dai governi e dai Parlamenti. Ha un suo solido fondamento costituzionale nell’art. 11 che sancisce che “L’Italia … consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Non possono esserci dubbi che l’Unione Europea è una di quelle organizzazioni. Inoltre, è l’organizzazione alla quale l’Italia ha dato significativi contributi, anche con le energie di suoi rappresentanti, da Spinelli a Prodi, da Monti a Bonino, e più di recente, da Mogherini a Tajani e,in modo del tutto straordinario, Draghi. È quella il cui funzionamento l’Italia può meglio e più direttamente influenzare. Naturalmente, per esercitare influenza, da un lato, bisogna credere negli obiettivi e nelle capacità di quell’organizzazione, dall’altro, bisogna essere credibili come paese e come persone.

In qualsiasi attività che richieda sforzo e impegno continuativi, è giusto chiedersi quale sia il tornaconto, la convenienza, ma nel momento in cui si crede nel processo di unificazione politica dell’Europa come il più importante fenomeno storico della seconda metà del secolo XX, diventa anche opportuno agire in base alla convinzione. Con queste premesse, mi permetto di obiettare all’Ambasciatore Nelli Feroci che sembra voler portare il discorso sull’Europa alla pura e semplice convenienza per l’Italia, “malgrado tutto”, di continuare a farne parte. Nel frattempo, i britannici stanno già pagando il conto della loro inopinata exit e giorno dopo giorno capiscono che nessun isolamento potrà mai più essere “splendido”. Sicuramente, più deboli, economicamente, culturalmente, e meno “identitari”, gli italiani pagherebbero un prezzo ancora più alto se dovessero abbandonare l’Unione Europea o anche soltanto allentare i legami con le sue istituzioni. I sovranisti, non soltanto quelli italiani, debbono ancora spiegare in che modo i problemi della crescita economica, della riduzione delle diseguaglianze, dell’immigrazione, che sono difficili da risolvere nell’ambito di una Unione fra 27-28 stati, sarebbero affrontati e risolti da uno Stato che operi da solo, senza soffrire gli inevitabili contraccolpi della sua uscita che sarebbe comunque traumatica.

Poiché, però, ho spostato il discorso dalle convenienze alle convinzioni, il quesito da sollevare è quanto gli italiani credano oggi nella loro identità nazionale e quanto in una aggiuntiva identità europea, quanto pensino che il loro futuro e quello dei loro figli sia preferibile in un più ampio consesso di popoli oppure sia unicamente praticabile con efficacia nel cortile della loro casa. Fare della partecipazione all’Unione Europea una mera adesione di convenienza è riduttivo, sbagliato, diseducativo. Affermare come vado predicando che nell’Unione Europea bisogna stare per convinzione (che è il luogo in assoluto migliore per i cittadini degli Stati-membri e per coloro che chiedono l’adesione) richiede che i “convinti” procedano a spiegare indefessamente i pregi e le potenzialità dell’Unione. L’ha fatto fino al suo ultimo respiro il fondatore dell’Istituto Affari Internazionali, Altiero Spinelli. Gli dobbiamo l’impegno ad andare avanti.

Pubblicato il 3 ottobre su affarinternazionali.it

Una traccia di storia da bocciatura #maturità2018

Per fortuna, gli esami non finiscono mai. A settembre potrò ripetere la prima prova alla quale sono stato giustamente bocciato. Infatti, ho negato qualsiasi rilevanza al contributo di Aldo Moro alla costruzione dell’Europa. Ho scritto che, primo, citare un suo discorso del 1975, quando il Mercato Comune era già in esistenza da 18 anni, mi pareva anacronistico e, uh uh, ho ceduto all’esagerazione/esasperazione, aggiungendo addirittura: sbagliato. A quale fine poi? Costruire il santino di Aldo Moro? Ho sostenuto, secondo, che non è minimamente possibile mettere sullo stesso piano, per quel che riguarda l’Europa, De Gasperi e Moro. Lo statista trentino ha quasi tutti i meriti iniziali, ma, anche per questo, cruciali, mentre il politico pugliese arriva dopo, tardi e poco. Ad esempio, non è neppure citato nell’imponente indice dell’autorevole Oxford Handbook of the European Union (Oxford University Press 2012) dove De Gasperi ha quattro citazioni e Spinelli (appena menzionato nella Traccia) ne ha sei. Però, confesso subito, ma non faccio nessuna autocritica, anch’io neppure lo cito, Aldo Moro, nel mio volumetto L’Europa in trenta lezioni (UTET 2017). Terzo, in nessuno dei passaggi importanti dell’Europa: CECA, CEE (Messina, 25 marzo 1957) quando il ruolo centrale fu quello del Ministro degli Esteri, il liberale Gaetano Martino, Euratom, si ricordano contributi specifici di Moro. Capisco i sensi di colpa, anche, evidentemente, degli estensori della Traccia, a meno che abbiano semplicemente, forse opportunisticamente, ceduto alla commozione per il 40esimo anniversario del suo assassinio ad opera delle Brigate Rosse, ma stravolgere la storia non è mai il modo migliore di ricordarla, insegnarla, farla imparare. Non vorrei che, di questo passo, qualcuno prossimamente chieda di scrivere sul contributo, certo anticipatore, di Moro alla caduta del Muro di Berlino.

Quanto alle motivazioni della spinta all’unificazione europea, la Guerra Fredda mi pare essere il classico cavolo a merenda e le due superpotenze non erano state invitate a quella merenda. Si trattava, invece, di evitare per sempre la guerra calda, ovvero la Terza Guerra Mondiale, togliendo come oggetto del conflitto il carbone e l’acciaio contesi da Francia e Germania. Nella prospettiva, non nella speranza, poiché Altiero Spinelli e Jean Monnet erano uomini d’azione, seppur con differenti stili e temperamenti, oltre che nella convinzione politica e etica che gli Stati nazionali avrebbero continuati a farse guerre sempre più sanguinose e devastanti, si trattava di superare quegli stati obsoleti e ostinati con una costruzione democratica di diritti e doveri, opportunità, prosperità e pace per i cittadini. Qui, probabilmente, avrei scritto qualcosa sui sovranisti che sono tecnicamente dei reazionari: vogliono tornare indietro, come se i loro piccoli stati avessero qualche chance di risolvere problemi difficili anche per l’Unione dei Ventisette. Almeno agli inizi, gli USA videro con piacere il tentativo europeo e non solo poiché l’Europa unificata avrebbe costituito un baluardo contro l’eventuale espansionismo sovietico, ma anche perché un’Europa pacificata e consolidata non avrebbe avuto bisogno di nessun intervento militare USA. Quei governanti USA conoscevano molto dell’Europa a differenza dei loro successori a partire da George W. Bush e dal palazzinaro Donald Trump.

Ad ogni buon conto, meglio essere rimandato a settembre, quando arriverò ancora meglio preparato, avendo studiato anche il ponderoso pensiero di Salvini, già Eurodeputato, perché desidero superare l’esame alla grande, non per il rotto della cuffia con qualche frase di circostanza. Chi sa poi potrebbe pure essere che queste mie risposte scarne e irritate abbiano suscitato qualche curiosità in alcuni commissari. Qualcuno di loro potrebbe avere deciso di leggere qualcosa di Spinelli e persino di Moro (ad esempio, quella che è forse, ancorché enormemente simpatetica, la biografia migliore: Guido Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Il Mulino 2016, dove la presenza dell’Europa è del tutto marginale) nella speranza dei commissari e, naturalmente, mia che la prossima volta quando si chiederà agli studenti di scrivere sull’Europa ne sapranno di più perché i loro docenti ne avranno insegnato di più e meglio. L’Europa politica, sarebbe d’accordo persino Immanuel Kant, non è un sogno e neppure un destino al quale non riusciremo a sottrarci. È un progetto politico al quale molti italiani a partire da De Gasperi e Spinelli hanno dato un importante contributo. Per Moro cercheremo un’altra traccia in un altro di quegli esami che finiscono solo quando finisce la vita e con lei la possibilità di studiare e imparare.

Pubblicato il 28 giugno 2018 su PARADOXAforum

Dall’Euro all’Europa federale PER UN’EUROPA POLITICA #Bologna #4giugno

Il sogno e il progetto di un Europa unita concepito nel Manifesto di Ventotene da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, oggi si è tramutato in un inquieto ed instabile processo di integrazione. L’Europa della sola moneta e della burocrazia Intergovernativa appare sempre più inadeguata alla complessità della crisi e alla profondità delle differenti condizioni di vita dei popoli in Europa e di quelli intorno ad essa. Come ridare nuovo slancio e cosa cambiare? Rinnovamento o rifondazione?

lunedì 4 giugno 2018
ore 20,45
Centro Costarena
via Azzogardino, 48 – Bologna

intervengono

Gianfranco Pasquino
Prof. Emerito di Scienza Politica

Elly Schlein
europarlamentare S.&D.

 

L’Europa in trenta lezioni

INVITO “L’Europa in trenta lezioni” #Montemerano #Grosseto 19maggio @UtetLibri

Via del Bivio – Montemerano – Manciano (GR)

MONTEMERANO – Sabato 19 maggio, alle 18, si rinnova l’appuntamento con gli eventi promossi dall’Accademia del Libro nella Biblioteca Comunale di Storia dell’arte, che ospiterà la presentazione del libro di Gianfranco Pasquino

L’Europa in trenta lezioni

(UTET, 2017).

Sarà presente l’autore che ne parlerà con Maurizio Melani

Un tempo l’Unione Europea non era che un sogno. Confinati dal fascismo sull’isola di Ventotene, tra i bagliori sinistri della guerra mondiale che infuria lontano, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrivono il famoso Manifesto, in cui l’unità dell’Europa è già «una impellente tragica necessità». Oggi l’Unione Europea – a sessant’anni dagli accordi di Roma che diedero vita il 25 marzo 1957 al suo nucleo iniziale, la Comunità Economica Europea – viene considerata da molti suoi cittadini un’istituzione distante e complessa, per non dire complicata e dannosa. Una realtà per pochi e a favore di pochi. Eppure, per il suo ruolo centrale su tutti gli aspetti del vivere comune, l’immigrazione, l’economia, la difesa dei diritti individuali e collettivi e la tutela delle minoranze, è giusto considerarla una risorsa di tutti e che tutti riguarda.

A partire da questa consapevolezza, Gianfranco Pasquino ci racconta con passo rapido e ampiezza di sguardo il passato e il presente: trenta limpide lezioni che ricostruiscono gli equilibri di potere su cui l’Unione Europea si regge, gli organismi di cui è composta, i suoi valori-guida, le personalità che ne hanno influenzato lo sviluppo, le problematiche di ieri e di oggi. Un inedito viaggio nell’“Europa che c’è” e in quella che avrebbe potuto – e potrà – esserci, tra il progetto federalista degli Stati Uniti d’Europa e le brusche frenate degli ultimi anni (la più clamorosa, la Brexit: il referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’UE). L’Europa in trenta lezioni è un’occasione per fare il punto sull’Europa che abbiamo costruito fin qui, nel momento in cui più forti soffiano i venti contrari del populismo e del nazionalismo più ottuso. Un modo per capire cosa rischiamo di perdere e cosa potremmo invece riconquistare, recuperando i valori di libertà, di pace, di prosperità da cui, nelle ore più buie del secolo scorso, è nata l’idea di Europa unita.

Gianfranco Pasquino, allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore Emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. È James Anderson Senior Adjunct Professor alla SAIS-Europe di Bologna. Direttore, dal 1980 al 1984, della rivista “Il Mulino” e, dal 2000 al 2003, condirettore della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, dal 2010 al 2013 è stato Presidente della Società Italiana di Scienza Politica. Autore di numerosi volumi, i più recenti dei quali sono: Finale di partita. Tramonto di una repubblica (2013), Partiti, istituzioni, democrazie (2014), Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (2015), La Costituzione in trenta lezioni (2016) e Deficit democratici (2018). È particolarmente orgoglioso di avere co-diretto insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci per Utet il celebre Dizionario di politica (2016, nuova edizione aggiornata). Dal luglio 2005 è Socio dell’Accademia dei Lincei.

Maurizio Melani è stato a più riprese Direttore Generale al Ministero degli Esteri, Ambasciatore al Comitato Politico e di sicurezza dell’UE, in Medio oriente e in Africa. Durante varie fasi della sua carriera ha seguito gli sviluppi dell’integrazione europea al Ministero e alla Rappresentanza a Bruxelles. E’ Professore straordinario di relazioni internazionali alla “Link Campus University” e svolge attività di docenza in altre istituzioni di formazione superiore inclusa la Scuola Nazionale dell’Amministrazione. E’ autore di manuali, saggi, articoli e interventi soprattutto in materia di integrazione europea, crisi regionali, Medio Oriente, Africa, energia e cambiamenti climatici. E’ Presidente del Collegio dei Garanti dell’Associazione Uni-Italia per l’attrazione e l’assistenza di studenti stranieri nelle Università italiane e Membro dell’Advisory Board della Fondazione Tor Vergata Economia. E’ stato Consigliere di Amministrazione dell’Agenzia ICE.

Comunicato a cura dell’’Accademia del Libro, associazione no profit che gestisce la Biblioteca di Storia dell’Arte di Montemerano (GR)

Gianfranco Pasquino, L’Europa in trenta lezioni, UTET 2017

Governo di non-coalizione: figlio della nuova Europa?

Se l’assenza di un’intesa sufficiente a formare il Governo pare oggi cronicizzarsi, rinviando alla questione – sostanziale – delle premesse esistenti per avviare un dialogo politico, il carattere’istituzionale’ dell’esecutivo assume – o, meglio, rivela – la propria centralità. Nell’ipotesi di un’apertura erga omnes formulata dal Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che preveda la partecipazione di tutti i partiti, il nuovo Governo trarrebbe il proprio impulso da una strategia applicata (evitando, cioè, speculazioni astratte) su “obiettivi condivisi” a partire dagli “obblighi internazionali” che spettano al Paese. Né la Lega, forte della vittoria del Centrodestra in Molise e Friuli, né il M5S sembrano favorevoli alla proposta.
Resta, poi da capire quali potrebbero essere gli obiettivi effettivamente “condivisi” tra le forze politiche. Di certo, gli impegni italiani nell’agenda europea e internazionale (ridefinizione dell’Eurozona, politica migratoria e riforma del ‘Sistema Dublino’, funzione di facilitatorediplomatico nell’ambito dell’Alleanza atlantica, ruolo attivo nel Mediterraneo, nei Paesi africani e nelle organizzazioni internazionali – quest’anno l’Italia ha assunto la Presidenza dell’OSCE) crescono e non potranno essere disattesi dal protrarsi dello stallo interno. Il fatto che l’ordinaria amministrazione prosegua, anche rispetto a questi temi cruciali, riporta alla questione iniziale: la natura di istituzione di un Governo, quale che sia la maggioranza che esprime, non è derogabile.
Anche senza considerare i ‘bioritmi’ dei singoli Ministeri (mentre è stato faticosamente varato il Documento di Economia e Finanza, al G7 di Toronto il Ministro dell’Interno Marco Minniti si è posto attivamente – in coerenza con la linea assunta durante l’intero mandato – come alfiere della lotta all’estremismo terrorista), si potrebbe, in prima battuta, considerare la transitorietà governativa italiana alla luce delle recenti esperienze di altri Paesi europei.
Come è successo in Spagna nel 2016, dove 10 mesi di negoziazioni quadripartite e due legislative hanno preceduto, complice l’astensione ‘imperativa’ di numerosi Socialisti, l’investitura di Mariano Rajoy, l’anno successivo l’Olanda ha visto il liberale Mark Rutte privo, per oltre 200 giorni (dal 5 marzo al 9 ottobre 2017, esattamente come accadde nel 1977), di una maggioranza in Parlamento sufficiente a sostenerlo. Anche la Germania, del resto, ha dovuto attendere fino a marzo di quest’anno per un accordo che, dopo il voto di settembre, portasse alla ‘Grosse Koalition’… Ma Il più eclatante, arretrando nel tempo, resta il caso belga: 544 giorni dalle elezioni del 13 giugno 2010, con la vittoria dei Neo-fiamminghi di Bart De Wever, al 6 dicembre 2011.
Oltre ai tempi lunghi, comune a queste esperienze è la crescita economica: un aumento del 2,7% del Pil nel 2010 (e dell’1,8% nel 2011) per il Belgio e del 3,2% per la Spagna alla fine del 2016 (nel quarto trimestre, si è registrato nel Paese anche un calo della disoccupazione, scesa al 18,6%); nel 2017 l’Olanda è cresciuta del 1,5% rispetto al primo trimestre, con un’impennata rispetto all’anno precedente (3,8%); la Germania, infine, ha registrato un aumento dello 0,6 % nell’ultimo trimestre del 2017, cioè a valle delle elezioni federali.
La logica della ‘felicità senza governo’, evidenziata dal dibattito pubblico nell’accostamento di queste esperienze alle possibili evoluzioni della situazione italiana, solleva diverse questioni. Innanzitutto, limitandoci agli ordinamenti fondati sull’alternanza politica, siamo sicuri di interpretare realisticamente l’ ‘assenza di governo’ e – di conseguenza – cosa lega l’espressione di una maggioranza all’esercizio del potere, anzi: dei diversi poteri che sono espressione di uno Stato?
Ogni Paese, poi, è influenzato dalla costituzione giuridica interna dei suoi territori, in grado di incidere sull’alternanza o la convivenza di forze politiche contrapposte. Citiamo, in questo senso, ancora il Belgio, dove “comunque”, avverte Roberto Toniatti, Ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università di Trento, “il Governo è un oggetto in mano a due forze. Se lo sono potuti permettere: due Governi regionali, che rappresentano i due gruppi linguistici ai quali l’esecutivo risponde. Ciò non può succedere in Italia, dove non troviamo un dualismo simile e le Regioni non hanno la capacità di governare lo Stato”.

 

Mentre nell’Eurozona si danno segni di ricrescita, cosa implica per l’Italia, nella sua proiezione internazionale, lo scarto tra attività istituzionale e stallo politico? Risponde Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna
Intervista raccolta da Virgilio Carrara Sutour

Senza un nuovo esecutivo, quali prospettive avrebbe l’Italia restando priva di una coalizione? Questa disfunzione ‘europea’ può essere l’indicatore di un’evoluzione delle future democrazie?

Professor Pasquino, parlando di ‘Governi transitori’ nelle diverse esperienze europee, è possibile capire se si tratta di una transitorietà di carattere ‘strutturale’ della politica contemporanea? Una disfunzione può diventare, a sua volta, ‘funzione’? sull’agenda politica italiana, in particolare estera ed europea?

Nelle democrazie parlamentari, i Governi sono sempre legati a situazioni che possono cambiare da un momento all’altro: sono governi ‘di coalizione’ (pertanto, se un partito decide che non vuole più starci, squilibrerà l’assetto dell’esecutivo). Gli esempi sopra riportati, però, mostrano una difficoltà nel formare un Governo dopo un procedimento elettorale. Questo dipende dal fatto che, nella situazione di cambiamento che l’Europa attraversa oggi, nascono partiti nuovi e i partiti vecchi diminuiscono dal punto di vista del numero dei seggi. Diventa, così, più difficile creare coalizioni di governo sufficientemente stabili.

Fino ad oggi, tuttavia, ciò si è verificato in un numero limitato di democrazie parlamentari – infatti sono stati menzionati 4 casi. Non sono neanche sicuro che l’Italia faccia parte dello stesso gruppo: al momento non lo possiamo ancora dire, il che significa che abbiamo almeno una decina di casi in cui i Governi sono sufficientemente stabili.

In che misura lo stallo governativo può incidere sull’indirizzo e le iniziative di politica estera nazionale?

La politica estera, non dovrebbe essere una ‘cosa di governo’, bensì ‘di sistema’: pertinente al sistema politico. Detto altrimenti, dovrebbe esserci una sostanziale continuità della politica estera, che interpreto in due modi: la politica dell’Italia nei confronti dell’Unione Europea e quella nei confronti della NATO o, se vogliamo, dell’atlantismo. Tutto questo appare stabile: fatta eccezione per le poche pulsioni a uscire dall’Europa, che sono ridicole, o a fare a meno della NATO – che lo sono ancora di più -, la politica estera italiana è esattamente quella delineata, a partire dal 1949, da Alcide De Gasperi e dai suoi collaboratori e, in seguito, da Altiero Spinelli: stiamo nella NATO e agiamo nell’Europa.

Se mai, il problema è quello della capacità italiana di agire in Europa, perché non tutti sono convinti europeisti o sono europeisti ‘colti’ (cioè: sanno cosa voglia dire farne parte), né sono disposti a svolgere il ruolo di predicatori di un’Europa federale. Questo rende l’Italia sostanzialmente un partner passivo, sul quale si può fare affidamento, ma che non sviluppa nessuna iniziativa.

Pubblicato si L’Indro il 2 maggio 2018

Le condizioni del possibile

È più grave sbagliare i congiuntivi oppure sbagliare le riforme costituzionali? La risposta, convincente, non la lasciamo ai posteri. L’hanno data gli elettori italiani del 4 dicembre 2016 e del 4 marzo 2018. La lezione non l’hanno capita tutti coloro che continuano a dire che, se quelle riforme fossero state approvate, saremmo nel paradiso della politica maggioritaria e bipolare. Nessuno, ovvero pochissimi si interrogano sulla effettiva esistenza di un partito in grado di dare vita a quella politica conoscendone e accettandone consapevolmente rischi e opportunità. Molti, invece, spudoratamente, in spregio ad una riflessione mai adeguatamente portata avanti, hanno sostenuto che il Partito Democratico era l’interprete di quella politica e che quelle riforme di Renzi l’avrebbero resa possibile. Allora, l’analisi post-voto 2018 non può essere fatta di sole cifre anche se i due milioni e mezzo di voti persi dal Partito di Renzi rispetto a quello di Bersani sono molto eloquenti. Quindi, bisogna tornare o, meglio, tentare di analizzare che partito è diventato il PD di oggi e confrontarsi con i frequenti rimandi, superficiali, velleitari, senza fondamento alcuno, all’Ulivo. Non dirò nulla sul limpido flop elettorale della listarella “Insieme” che con l’Ulivo non aveva nulla a che spartire, meno che mai come mobilitazione della società civile, tranne l’endorsement di Prodi (il cui peso ciascuno valuterà per conto suo). Da qui ricomincia il discorso.

L’Ulivo fu, l’interpretazione non può essere affidata ai protagonisti del tempo che si lamentano della caduta, ma non sanno riflettere sulle cause di quella caduta, il tentativo di mettere insieme, non tanto le culture politiche, ma settori di classe politica e di partiti tradizionali con settori di società civile, di associazioni dei più vari tipi. L’Ulivo vinse le elezioni grazie a due fenomeni ultrapolitici: la desistenza con Rifondazione Comunista, pagata poi carissima, e la mancata alleanza fra Berlusconi e la Lega di Bossi. Sarebbe anche utile riflettere sulla leadership di Prodi, distinguendo molto accuratamente fra la sua azione di governo e la sua indisponibilità a candidarsi a capo politico della coalizione chiamata Ulivo. In seguito, poi, nell’ottica maggioritaria e bipolare, resa possibile e praticabile dalla Legge Mattarella (esito non di contrattazioni fra partiti, ma di un referendum popolare), il Partito Democratico consegnò al suo Statuto proprio l’apprezzabile e indispensabile coincidenza fra la carica di segretario e quella di candidato a Palazzo Chigi con la conseguenza che, in caso di vittoria, il segretario del Partito sarebbe diventato capo del governo senza lasciare la carica partitica. La scelta, perfettamente coerente con la logica del maggioritario e della competizione bipolare, non deve essere messa in discussione, ma si deve ricordare a chi diventa capo del governo che gli spetta politicamente di continuare a svolgere il compito di segretario del partito. Deve dedicare attenzione al funzionamento del partito poiché da quel partito ottiene sostegno e informazioni politiche sull’esito delle sue attività di governo in moda da potere quindi aggiustare la linea mettendosi costantemente in sintonia con una società che cambia.

Di cultura politica ulivista mi sembra non sia proprio il caso di parlare, ma, ovviamente, sono pronto a ricredermi quando mi saranno sottoposti i documenti relativi e fatti i nomi di coloro che hanno scritto sul tema. Il silenzio degli intellettuali, che viene periodicamente criticato, ma, paradossalmente sono altrettanto criticate le loro dichiarazioni e i loro appelli, è stato in materia di cultura politica, ulivista e post-, banalmente assordante. Non fu così per il referendum nel quale le prese di posizione a favore del “sì”, che documento nel mio piccolo libro (No positivo. Per la Costituzione. Per le buone riforme. Per migliorare la politica e la vita, Novi Ligure Edizioni Epoké, 2016), sono state assolutamente imbarazzanti per la assenza di qualità.

Avrebbe potuto l’esperienza dell’Ulivo rinascere, essere rilanciata, una volta che si fosse preso atto che né i Democratici di Sinistra né la Margherita erano in grado, divisi, di essere competitivi con la coalizione di centro-destra? La mia risposta è positiva, se quella esperienza fosse stata criticamente rivisitata e aggiornata. Invece, in maniera affrettata e frettolosa fu seguita una strada molto diversa, quella della ex post tanto criticata “fusione a freddo” fra le due nomenclature senza nessuna ricerca di apporti dalla società civile e senza nessun tentativo di (ri)elaborazione di una cultura politica riformista. In verità, nel 2007 fummo travolti da altisonanti affermazioni concernenti la capacità, se non addirittura il fatto compiuto, vale a dire lo strabiliante successo concernente l’avere messo insieme il meglio delle culture riformiste del paese: quelle, non meglio precisate, di sinistra, dei cattolici-democratici, degli ambientalisti. Da parte mia, che non condivisi mai quegli entusiasmi, sono giunto a una conclusione decisamente più realista curando un fascicolo della rivista “Paradoxa”, Ottobre/Dicembre 2015, dedicato a La scomparsa delle culture politiche in Italia . Fin da subito, mi parve strano e deplorevole che fra queste culture, più o meno, talvolta piuttosto meno, riformiste non facesse capolino la cultura riformista socialista di cui “Mondoperaio” aveva a lungo ospitato il meglio. Nelle sedi congressuali dei DS e della Margherita non ebbe luogo nessuna discussione specifica sulle modalità con le quali giungere ad una nuova elaborazione politico-culturale (e non rifugiamoci dietro la constatazione che neanche nel resto dell’Europa va meglio). Dopodiché il Partito Democratico fu travolto dalla cavalcata estiva 2007 di Walter Veltroni per la vittoriosa conquista della segreteria. Nel migliore dei casi, il PD era diventato un partito con un programma di governo (alternativo a quello del Presidente del Consiglio Prodi), ma senza la cornice di una cultura politica che traesse linfa né dalle pratiche riformiste italiane né da quanto altrove veniva elaborato in materia di diritti (Ronald Dworkin), di eguaglianze possibili (John Rawls), di collocazione politica e di riferimenti di classe (Anthony Giddens), di strutturazione partitica (qui i riferimenti sono troppo numerosi per citarli), di Europa (giusto il richiamo, troppo spesso di maniera e mai aggiornandolo, a Altiero Spinelli). Tutt’altro che casuale che sia toccato a Emma Bonino sottolineare la necessità di +Europa dato che la leadership del PD appare non sufficientemente credibile su questo terreno.

Mentre, altrove, alla liquidazione/liquefazione delle culture politiche classiche, peraltro ancora a fondamento di partiti decentemente strutturati e rappresentativi, veniva contrapposta la cultura politica del patriottismo costituzionale nella elaborazione di Jürgen Habermas, il Partito di Renzi ha cercato di travolgere le fondamenta del patto democratico-costituzionale che sta alla base della Repubblica italiana. È storia di ieri, ma anche storia di domani. Infatti, nessuna alternativa di un qualche spessore è stata elaborata e contrapposta alle proposte del Movimento Cinque Stelle relative alla democrazia diretta, alla democrazia elettronica contrapposta alle primarie, del limite ai mandati elettivi, dell’imposizione del vincolo di mandato che travolgerebbe la democrazia parlamentare, ma che politicamente non può essere criticato in maniera credibile da chi fa valere il vincolo per i suoi parlamentari e dai parlamentari che si asserviscono. È presumibile che non siano stati molti gli elettori che hanno dato il loro voto al Movimento Cinque Stelle per motivazioni intrise di “direttismo” (come scrisse Giovanni Sartori) e di antiparlamentarismo. Molti, però, devono avere considerato legittime le espulsioni derivanti dalle violazioni delle regole interne al Movimento, mentre assistevano a “espulsioni” molto più gravi dei dissenzienti dalla linea del segretario del PD alla faccia di qualsiasi prospettiva di farne il partito della sinistra plurale (incidentalmente, una prospettiva ampiamente e giustamente sostenuta già qualche decennio fa nelle pagine di “Mondoperaio”).

Un partito non vive di sola cultura politica, ma per ottenere iscritti e sostenitori, per reclutare, per “addestrare” e per promuovere un personale politico all’altezza delle sfide della rappresentanza e del governo, deve sempre sapersi organizzare sul territorio. La presenza territoriale diffusa, verticalmente contraddetta dai parlamentari, uomini e donne, paracadutati, consente di fare politica giorno per giorno predisponendo iniziative specifiche e coltivando rapporti frequenti e costanti con l’elettorato tutto. Non esiste nessuna leadership individuale, per quanto eccellente (ma sulla “eccellenza” dei molti segretari del Partito Democratico dal 2007 ad oggi potremmo confrontarci), in grado di supplire all’organizzazione sul territorio. Infine, continuiamo a vedere la frammentazione della sinistra che non è soltanto il prodotto di scontri e di ambizioni personali comprensibili e anche giustificabili, quanto, piuttosto, di riferimenti a visioni almeno in parte diverse, ma non insuperabili. che si estrinsecano in politiche inevitabilmente indirizzate a ceti diversi. La sinistra deve sapere accettare queste diversità/pluralità tentando una ricomposizione che non le cancelli, ma ne consenta una ridefinizione. Una sinistra che non sappia fare tesoro delle diversità nel suo ambito non riuscirà mai a dare rappresentanza e governo ad una società diversificata e frammentata.

La sinistra plurale si ricostruisce e ricostituisce sulle proposte che fa, su come riesce a tradurle, sulle modalità con le quali parla ai suoi ceti di riferimento, li ascolta, vi si rapporta e si sforza di rappresentarli. Non va sdegnosamente sull’Aventino (sì, è un riferimento storico), non si chiama fuori, non rifiuta il confronto e neppure, se necessario, lo scontro, ma è sempre disposta a imparare dalla complessità e a cercare il modo e le forme di governarla. Nella troppo breve esperienza dell’Ulivo la consapevolezza delle diversità e della pluralità era stata acquisita, ma non tradotta in organizzazione flessibile e sicuramente non governata. Nel decennio del Partito Democratico i proclami hanno variamente dominato la scena. Fallito questo esperimento, anche per responsabilità dei padri nobili Romano Prodi e Walter Veltroni, sepolto dall’idea del Partito della Nazione e dalla pratica del Partito di Renzi, è giunta l’ora della riflessione. Nei durissimi dati elettorali si misura l’ampiezza del fallimento. Non si tratta di salvare il salvabile, ma di costruire le condizioni del possibile: rottamare i troppo acclamati rottamatori individuare i costruttori che siano anche, se ho minimamente ragione, predicatori di cultura politica. Nelle idee e nelle proposte si misurerà la validità delle visioni di superamento.

Pubblicato su Mondoperaio marzo 2018 (pp 15-17)