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Unità nazionale? Impossibile con questi politici senza storia #Intervista @ildubbionews

Una volta c’era Pertini. Oggi gli italiani non considerano migliori di loro le persone che li governano
Intervista raccolta da Giulia Merlo

“Gli italiani non sono popolo da sentimento d’unità nazionale”, taglia corto il politologo Gianfranco Pasquino. Professore ed editorialista, ha appena pubblicato per Utet “Minima politica. Sei lezioni di democrazia” in cui ripercorre la storia politica italiana e analizza il ruolo delle istituzioni.

Siamo uniti solo durante le partite della nazionale di calcio, quindi?

E quando vinceva la Ferrari, ma ormai è passato qualche anno. Battute a parte, gli italiani hanno sempre avuto scarsa percezione dell’unità nazionale, se questa viene intesa come uno stare tutti sulla stessa barca remando insieme con qualcuno che tiene il timone. Tra i politici, in particolare, vedo la tendenza a non volersi assumere tutti le stesse responsabilità. E allora il messaggio ai cittadini è quello di un “vorrei ma non posso” perché c’è sempre qualche buona ragione per dissentire.

Sarebbe auspicabile, invece, una sorta di governo di unità nazionale per far fronte all’emergenza di questi giorni?

Forse la sorprendo, ma le rispondo di no. Io credo che nel Paese debba esserci una condivisione nelle scelte, ma esiste un governo e anche una maggioranza. A partire dal premier Conte, è l’esecutivo che deve assumersi la responsabilità delle decisioni. Con l’opposizione si può discutere, ma bisogna che sia chiaro che, alla fine, deve essere il governo a decidere. E’ importante che si mantenga sempre la chiarezza dei ruoli.

Nella storia politica italiana, ci sono però stati politici capaci di instillare questo senso di unità. Prenda il presidente della Repubblica, Sandro Pertini…

Le caratteristiche di un leader emergono dalla sua storia, professionale ma soprattutto politica. Pertini è stato un grande politico, con una storia personale che è stata fondamentale per cementare il suo rapporto di fiducia con gli italiani. In questo senso parlo di superiorità della classe politica italiana della prima repubblica: quegli uomini e quelle donne avevano alle spalle una storia di resistenza e antifascismo, alcuni di loro erano stati eletti alla Costituente. I politici di oggi, invece, non hanno alcuna storia professionale o politica di rilevo, per questo gli italiani non li percepiscono come migliori di loro. Alcuni, c’è da dirlo, si mettono volontariamente sullo stesso piano della parte peggiore del Paese.

In questi giorni di emergenza, le voci più ascoltate sul fronte politico sembrano essere quelle dei sindaci. Perché?

Perché il politico più noto ai cittadini è regolarmente il loro sindaco, che conoscono di persona e hanno eletto con un sistema elettorale che personalizza la competizione. Inoltre, in Italia ci sono moltissimi sindaci capaci, che tengono un rapporto molto stretto coi loro cittadini, con le parti sociali ed economiche. Non mi stupisce che in questa fase di crisi emergano come punto di riferimento, anzi sono lieto per loro. Lo stesso fenomeno mi sembra emerga anche per il presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che viene da una vittoria epocale ed è percepito come riferimento della maggioranza emiliana.

Il Parlamento e i suoi componenti, invece, sembrano non fare lo stesso…

I rappresentanti parlamentari sono completamente scomparsi e questo è deprecabile. Ma la ragione è semplice: molti di loro sono stati paracadutati nei territori di candidatura, quindi non sono un punto di riferimento e non hanno alcun rapporto con chi li ha eletti.

Il governo, invece, riesce a essere più efficace?

Mi sembra che il premier Conte abbia capito di doversi assumere maggiori responsabilità. Del resto, è evidente che a lui piaccia moltissimo farsi ascoltare, argomentare le sue scelte e adora ripetere che è lui a possedere tutte le riflessioni adeguate per gestire la crisi.

Questa crisi insegnerà qualcosa agli italiani, dal punto di vista politico?

L’impressione è che i cittadini ora ascoltino con enorme attenzione i tecnici: il direttore della protezione civile, i medici dell’ospedale Sacco o dello Spallanzani per esempio. Mi sembra che si stia rafforzando l’idea che esistano tematiche importanti per la vita delle persone e che a gestirle debbano essere persone con competenze specifiche. Finita questa emergenza, il Paese si orienterà su donne e uomini che governino sulla base delle loro convinzioni ma soprattutto delle loro competenze. E questo è un dato positivo.

Nessuna tendenza verso il cosiddetto “uomo forte”?

Direi di no. Anzi, credo che dopo questa crisi passerà del tempo prima che la politica riacquisisca un ruolo rilevante. Se si potrà trarre una lezione da questa emergenza sanitaria, sarà che nessuno risolve i problemi da solo ma servono la responsabilità dei politici e la competenza dei tecnici.

Se l’unità nazionale esiste poco, anche quella europea sembra inesistente. E’ anche questa una lezione da imparare?

L’idea che l’Unione Europea sia responsabile di tutto ciò che va male è assurda. L’Ue siamo noi e i nostri governi e l’istituzione fa quello che può, ma sono i singoli stati ad essere riluttanti all’idea di condividere le decisioni. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha il difficile compito di fare sintesi tra esecutivi con posizioni estremamente diverse, molti dei quali sono europeisti a Bruxelles ma nel loro paese scaricano le colpe sull’Unione.

Insomma, l’Ue non poteva comportarsi in modo diverso, in questa crisi?

L’Ue ha reagito con una certa circospezione. Poteva essere più incisiva ma le serviva che gli Stati condividessero la responsabilità, invece tutti sono rimasti alla finestra in attesa. Anche l’Italia si è comportata in modo attendista, sperando che l’emergenza coronavirus non fosse così grave. Ora l’Ue sta facendo il possibile, ma sono i capi dei governi a doversi mettere a disposizione in modo totale.

Pubblicato il 12 marzo 2020 su Il Dubbio

La cultura politica oltre l’ostacolo PD

Se fossi solo interessato alle sorti del Partito Democratico, questo post non dovrebbe essere pubblicato, L’ho scritto perché vorrei una società davvero civile che esprima una politica decente entrambe conseguibili soltanto se si trasforma sostanzialmente quella che è rimasta, seppure con problemi gravissimi, l’unica organizzazione simile ad un partito. Ma, in quanto tale, è fallita. Ne propongo un superamento totale

Già, caro Gianni Cuperlo, come si costruisce “un’alternativa alla destra di oggi” (e di domani e dopodomani)? Alla destra italiana, quella famosa che sta dentro di noi e che non debelliamo mai perché, da un lato, preferiamo non parlarne oppure minimizzarne le implicazioni e conseguenze, dall’altro, perché fino ad oggi non è stata costruita una cultura politica liberale e democratica. Certo, nel secondo dopoguerra non c’è mai stato tempo peggiore di adesso per tentare di dare vita e linfa a una cultura politica che in Italia è sempre stata fortemente minoritaria. Tuttavia, nel male contemporaneo, è proprio spiegando perché i populisti e i sovranisti non sono mai parte della soluzione, ma gran parte del problema, che diventa possibile formulare una variante di cultura politica liberale e democratica. E, allora, sarò drastico, per una molteplicità di ragioni, il Partito Democratico, come è stato costruito, come ha funzionato, per come è diventato costituisce forse l’ostacolo più alto alla elaborazione di una cultura liberal-democratica. Non posso/possiamo aspettarci nessuna riflessione su quella cultura dalle rimanenze di Forza Italia e di tutti coloro che sono caduti nella trappola di una improponibile “rivoluzione liberale” condotta dal duopolista Berlusconi in palese irrisolvibile conflitto di interessi. Mi auguro che un giorno, qualcuno, non chi scrive, farà un dettagliato elenco dei molti opinionisti che hanno fatto credito, interessato, al liberalismo immaginario di Berlusconi. Se l’antifascismo da solo non è democrazia, l’anticomunismo da solo non è liberalismo.

A che punto siete voi Democratici con la elaborazione di una cultura politica decente? Quando è stata l’ultima volta che di questo avete discusso, dei principi culturali a fondamento del PD: in una Direzione e in un’Assemblea del partito, nel corso dell’approvazione delle riforme costituzionali, che, ma proprio non dovrei dirvelo, non possono non avere una superiore cultura politica di riferimento (soprattutto, per chi crede, sbagliando, che la Costituzione italiana sia un documento “catto-comunista”), durante la maldestra difesa di quelle riforme condotta all’insegna di mediocri varianti di motivazioni neo-liberali e decisioniste, di una bruciante sconfitta elettorale? Non ho sentito nessuna parola in proposito nell’ultima campagna per l’elezione del segretario del partito. Già, Zingaretti non è un intellettuale, ma un minimo di consulto con professoroni e professorini potrebbe servirgli oppure gli ideologi del Partito Democratico sono diventati il neo europarlamentare Carlo Calenda e il senatore di Bologna Pierferdinando Casini? Non dovrebbe qualcun preoccuparsi anche del silenzio degli Ulivisti, da Romano Prodi a Arturo Parisi, i quali, peraltro, hanno avallato tutte, ma proprio tutte le decisioni di Renzi le cui personali vette culturali sono state attinte da due parole chiarissime: rottamazione e disintermediazione.

Ho esplorato la letteratura disponibile riguardo le culture politiche democratiche e riformiste finendo per constatare che quei due termini proprio non hanno fatto la loro comparsa, mai, neppure nei più aspri, e sono stati tanti, momenti di confronto e scontro all’interno dei partiti di sinistra. Senza nessuna sorpresa ho anche notato –non scoperto poiché già da sempre sta nel mio bagaglio di professore di scienza politica– che, da Tocqueville e John Stuart Mill, ma si potrebbe tornare anche a Locke (chi erano costoro?), democrazia è mediazione, lasciando la disintermediazione alle pratiche autoritarie e totalitarie (ne ho ricevuto immediata conferma da George Orwell).

Allora, caro Gianni Cuperlo, dobbiamo davvero aspettare che il bambino di Andersen si metta a gridare che il re (il Partito Democratico) è nudo (privo di qualsiasi rifermento culturale) e, aggiungo subito, anche bruttino assai. Acquisita questa consapevolezza, peraltro, già molto diffusa, lasciamo che il PD imploda oppure che si disperda sul territorio confrontandosi senza rete e senza arroganza (per molti piddini questa richiesta non sarà facile da soddisfare) con tutte quelle organizzazioni sociali, professionali, culturali e persino politiche che ritengono che alla egemonia della destra è possibile contrapporre una cultura politica democratica (Bobbio avrebbe aggiunto “mite”) che rimette insieme le sparse membra del liberalismo dei diritti e delle istituzioni con il riconoscimento del potere del popolo, meglio, dei cittadini e dei loro doveri. Caro Cuperlo, sarò molto interessato ad una tua iniziativa in materia. Non posso neppure escludere a priori di parteciparvi.

Pubblicato il 1 luglio 2019 su PARADOXAforum

Non tutto è Fascismo. Ma…

Non tutto è fascismo, neanche quello che viene dall’immodesto epigono Salvini che parla dal balcone di Forlì. Ma il Fascismo è il nostro (di italiani) contributo originale alla storia politica del XX secolo. Nelle biblioteche di tutto il mondo esistono interi scaffali di libri sul fascismo. L’Italia non si è mai davvero “defascistizzata”. Però, esistono una disposizione costituzionale e due leggi (Scelba e Mancino) da usare contro cortei violenti, apologie, associazioni che a vario titolo si chiamano fasciste. Purtroppo, una società che s’imbarbarisce fa a fatica ad attivare politiche antifasciste.

La Costituzione è ancora il Patto fondamentale che lega tutti i cittadini e le Istituzioni? #6settembre #Cesena

Alcune parole chiave: Sovranità, Culture politiche, Asilo, Partecipazione, Partiti, Conflitto di interessi, Leggi elettorali, Senza vincolo di mandato, Governo, Antifascismo, Modificare la Costituzione

Associazione Benigno Zaccagnini Cesena

giovedì 6 settembre 2018 ore 17.30
Aula Magna Biblioteca Malatestiana Cesena

Gianfranco Pasquino

La Costituzione è ancora il Patto fondamentale
che lega tutti i cittadini e le Istituzioni?

 

 

 

I cittadini eleggono il parlamento, non il governo #patriaindipendente

La pessima legge elettorale attuale. Il ruolo dei partiti. L’errore dei “sovranisti”. Come criticare l’Ue. Diritti e doveri secondo la Costituzione.

Quanto sbagliato e manipolatorio è attribuire la difficoltà di fare un governo alla Costituzione italiana! Sul banco degli incorreggibili imputati debbono stare coloro che nel corso di quasi quindici anni hanno scritto leggi elettorali non per dare buona rappresentanza politica ai cittadini italiani, ma per consentire ai capi partito e ai capi corrente di nominare i (loro) parlamentari. La legge Rosato è pessima non solo nel suo balordo mix maggioritario-proporzionale, ma, soprattutto, per la mancanza di voto disgiunto e per le candidature multiple. Nessuna legge elettorale delle democrazie parlamentari serve a eleggere il governo. Tutte eleggono più o meno bene un Parlamento che darà vita a un governo rappresentativo delle preferenze, degli interessi, persino dei valori dell’elettorato. Quel governo, inevitabilmente di coalizione, come i Costituenti sapevano e volevano, si regge, funziona e può essere sconfitto e sostituito da parlamentari consapevoli di potere e dovere operare senza vincolo di mandato, neppure del mandato imposto loro dai dirigenti di partito. Questo vale tanto per i parlamentari delle Cinque Stelle quanto per i parlamentari nominati da Renzi e da Berlusconi. Come sta scritto nell’articolo 49, debbono essere i cittadini, liberamente associati in partiti politici, a concorrere alla determinazione della politica nazionale. Rivendicare un primato dei partiti, oramai organizzazioni fatiscenti, inadeguate, personalizzate, non è il modo migliore per consentire ai cittadini di “determinare” la politica nazionale. L’esempio faticosamente emerso dal contesto tedesco nel quale, dopo essersi dichiarati all’opposizione in quanto sconfitti alle urne, i socialdemocratici hanno poi accettato di confrontarsi sui programmi con i democristiani e hanno infine sottoposto il testo del programma di governo ai loro iscritti dando loro il potere di approvarlo/rifiutarlo, dovrebbe essere fatto proprio da tutti coloro che desiderano una democrazia migliore.

Nell’epoca della globalizzazione nessuno può credere che rintanarsi negli angusti confini nazionali, vale a dire diventare “sovranisti”, consenta di avere politiche economiche, sociali, dell’immigrazione, della sicurezza preferibili a quelli che solo un’organizzazione sovranazionale potenzialmente federale come l’Unione Europea è in grado di formulare e di perseguire. Essere insoddisfatti di quel che l’Unione fa e non fa deve spingere ad agire con più forza a quel livello, non a ritrarsi e a chiamarsi fuori. Le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana e europea (che, probabilmente, non sono una delle letture fatte dai dirigenti di partito e dagli attuali parlamentari) costituiscono una testimonianza ammirevole di quanto importante fosse per loro la visione di un’Europa unificata per garantire pace e libertà. In larga misura, ma non del tutto, l’Unione Europea ha conseguito entrambi gli obiettivi. Dunque, la piena accettazione dell’appartenenza italiana alla UE anche nella prospettiva e nell’impegno a riformarla deve essere fatta valere, come chiaramente ha già detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nei confronti di chiunque intenda formare e fare parte del prossimo governo italiano. Il destino dell’Italia non è più soltanto nelle mani degli italiani, ma degli europei. Potremo plasmarlo con qualche successo agendo con impegno, con consapevolezza e con credibilità dentro le istituzioni europee.

Troppo spesso della Costituzione italiana si sottolinea l’ampia gamma di diritti esplicitamente introdotti e codificati dai Costituenti, mettendo in secondo piano i doveri degli italiani. Lo scriverò parafrasando il Presidente John F. Kennedy. “Non chiediamoci (soltanto) quello che la Repubblica [che, incidentalmente, è composta da tutti i cittadini italiani] può fare per noi, ma quello che noi possiamo fare per la Repubblica”. Allora, diventerà condivisibile e assolutamente importante che siano rimossi “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3). Sono parole elevate e impegni onerosi che possono trovare spazio nel programma di un governo che sottolinei l’assoluta priorità di creare posti di lavoro produttivo e di dare una rete di sicurezza a tutti, a cominciare dai giovani, con redditi di inclusione e/o di cittadinanza.

Chi ha a cuore le sorti della Repubblica sa che soltanto mantenendo fermi i principi ispiratori della Costituzione che risalgono all’antifascismo e alla Resistenza si ottiene il quadro nel quale si collocano buone coalizioni di governo in grado di tradurre quei principi in politiche pubbliche che rispondano alle esigenze della cittadinanza. La rispondenza non sarà mai completa e perfetta, ma i Costituenti sapevano, come scrisse Piero Calamandrei, di avere dato vita a una Costituzione “presbite”, che guarda avanti e vede meglio lontano. Anche la capacità di progettare il futuro possibile dovrebbe essere un criterio da utilizzare nella formazione del prossimo governo.

Pubblicato il 24 aprile 2018

Resistenza e memoria offuscata

La Resistenza ha compiuto 70 anni, o sono 70 giorni? Sì, il 25 aprile è la data ufficiale in cui si celebra la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Appunto, lo si fa ogni anno in quel giorno. Il resto dell’anno è solo silenzio. I testimoni di quel tempo e i partigiani scompaiono inesorabilmente e inevitabilmente la memoria si offusca. La storia non s’insegna cosicché sempre meno italiani conoscono il significato di quella data. Non sanno che cosa precedette il 25 aprile; non hanno imparato che cosa seguì il 25 aprile. Di tanto in tanto, qualcuno formula un auspicio per la costruzione di una memoria condivisa. E’ un auspicio assolutamente vano per i troppi che di memoria non ne hanno affatto, che hanno soltanto, nel migliore dei casi, ricordi di famiglia, nel peggiore, pregiudizi che sarebbe persino troppo lusinghiero definire ideologici.

Nessuna memoria condivisa può essere costruita senza una conoscenza adeguata della storia d’Italia, del fascismo e dell’antifascismo, della Repubblica di Salò e della Resistenza. I fatidici “programmi di storia” nelle scuole italiane raramente giungono al fascismo, quasi mai alla Resistenza e all’Italia repubblicana. Quando qualche insegnante si avventura nella nient’affatto oscura selva del fascismo e dell’antifascismo, le probabilità che qualche genitore non gradisca quello che gli viene riportato dai figli diventano altissime. Ne consegue uno scontro che i docenti imparano presto a evitare tralasciando la storia contemporanea. Ognuno si terrà i suoi ricordi, con le sue preferenze, le sue superficialità, i suoi errori, anche clamorosi. Qualcuno potrà anche far finta di credere, o credere davvero, che coloro che si unirono, volontariamente oppure perché coartati, alle bande nazifasciste, meritano di essere messi sullo stesso piano, nel giudizio storico e morale, di quelli che diedero vita alle brigate partigiane. I primi, volenti o, più raramente, nolenti combattevano per mantenere/restaurare il dominio nazifascista sull’Italia. I secondi volevano contribuire a cacciare lo straniero, ma anche eliminare quei fascisti che avevano oppresso l’Italia e l’avevano portata in guerra. Opportunamente e molto chiaramente, il Presidente della Repubblica Mattarella ha detto che né i repubblichini né i ragazzi di Salò possono essere equiparati ai partigiani. Naturalmente, non ne consegue che i partigiani tutti siano stati esenti da errori, da eccessi, talvolta da crimini. Qualsiasi guerra abbrutisce, ma il suo obiettivo può fare capire gli errori anche senza condonarli.

Forse non riflettiamo abbastanza su una domanda che il grande filosofo torinese Norberto Bobbio ci ha lasciato: “e se avessero vinto i nazisti?” Se avessero vinto i nazisti, non avremmo avuto la Repubblica democratica e la sua Costituzione che per molti italiani continua a essere un oggetto misterioso, da riformare, sull’onda di qualche campagna propagandistica artificiosa, senza necessariamente conoscerla. Anche se fra i conservatori costituzionali si trovano posizioni di mummificazione degli articoli della Costituzione che neppure i Costituenti riterrebbero accettabili, tantomeno condivisibili, almeno un punto dovrebbero essere chiaro e fermo: la Costituzione democratica è uno dei prodotti, quasi sicuramente il più importante, della Resistenza. Senza l’antifascismo e senza la Resistenza non sarebbe stata scritta nessuna Costituzione. Di più, i valori della Resistenza sono stati tradotti nei principi fondamentali della Costituzione, ma non di ogni soluzione istituzionale relativa al governo, al Parlamento, alla Presidenza della Repubblica, alla magistratura e, ancor meno, alla legge elettorale che neppure si trova nella Costituzione. Onorare la Resistenza in maniera non retorica, ma fortemente pedagogica, significa insegnare quei principi, nelle scuole e nel Parlamento della Repubblica, e praticarne le conseguenze. Qualcuno ha sicuramente tradito la Resistenza, nei suoi comportamenti e nelle sue omissioni. Troppi la celebrano soltanto una volta l’anno. La maggioranza degli italiani non sa, forse non vuole, coniugare i due valori centrali della Resistenza: la libertà e l’eguaglianza. Il 25 aprile serve a ricordare coloro che, in Italia e in Europa, combatterono per la libertà e per l’eguaglianza.

Pubblicato AGL 26 aprile 2015