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I feticci della riforma elettorale

La terza Repubblica

Senza riforme presidenziali, le strade si riducono. Ma si semplificano

Chiunque voglia scrivere una buona legge elettorale in Italia oggi deve sconfiggere tre feticci espressi sotto forma di necessità assoluta di: 1. conoscere il vincitore la sera stessa delle elezioni; 2. produrre Il governo direttamente con il voto del popolo; 3. evitare la formazione di governi di coalizione.

Il fatto che questi feticci siano adorati in maniera diffusa e persino crescente non li rende accettabili. Quanto al primo feticcio, non è neppure chiaro che cosa significhi esattamente “conoscere il vincitore delle elezioni”. Forse chi ha avuto più voti? Chi ha vinto più seggi? Chi ha ottenuto il maggior incremento percentuale/numerico rispetto alle elezioni immediatamente precedenti? Ma, poi, è davvero questa la preoccupazione principale dell’elettorato? Probabilmente, no. Comunque, non esiste nessuna ricerca in materia, nessuna evidenza.

Il secondo feticcio è molto pericoloso per due ragioni. Da un lato, in nessuna democrazia parlamentare il popolo, gli elettori, i cittadini votano per il governo. In tutte le democrazie parlamentari, che sono democrazie rappresentative, i voti dei cittadini servono ad eleggere i loro rappresentanti al Parlamento. Contati i voti e i seggi, quei rappresentanti, che probabilmente conoscono le preferenze dei loro elettori e hanno molte informazioni sugli eletti degli altri partiti, cercheranno accordi programmatici per dare vita a un governo stabile, duraturo, efficace. Dall’altro lato, il feticcio “il popolo elegge il governo” legittima e incoraggia la critica populista, antiparlamentare, e nega ai rappresentanti qualsiasi spazio di manovra.

Il terzo feticcio “evitare i governi di coalizione” è, per quel che riguarda le democrazie parlamentari, fattualmente sbagliato e non esiste post-verità che lo renda nemmeno plausibile. Agitando quel feticcio si oscurano due elementi importantissimi per tutti coloro che hanno a cuore la governabilità, non come arma propagandistica, ma come esito. I governi di coalizione sono maggiormente rappresentativi dell’elettorato, delle sue preferenze e dei suoi interessi. Sono anche più “moderati”, vale a dire che nessuno dei partiti potrà tradurre in politiche pubbliche le sue promesse più estreme, spesso fatte soltanto per conquistare un pugno di voti in più, ma tutti i partiti dovranno moderare le loro proposte programmatiche per renderle compatibili con le preferenze degli altri partners, ciascuno costretto a rinunciare a qualcosa.

Coloro che vogliono ottenere la traduzione pratica di tutt’e tre i feticci non possono accontentarsi di nessuna legge elettorale né maggioritaria né proporzionale. Debbono proporre il mutamento della forma di governo: da parlamentare a presidenziale. Sì, la sera delle elezioni sapranno chi le ha vinte (a meno che non siano stati denunciati brogli elettorali); sì, il Presidente eletto darà rapidamente vita ad un governo; sì, è molto probabile, ma non sempre possibile, che quel governo sia espressione di un solo partito, quello del Presidente. Naturalmente, come sanno gli studiosi dei presidenzialismi e come hanno imparato gli elettori, nelle Repubbliche presidenziali quello che conta è l’esistenza di freni e contrappesi al potere del Presidente, ma questo è un problema/inconveniente che nessuna legge elettorale può affrontare, meno che mai risolvere.

Una volta chiarito che in Italia praticamente nessuno propone esplicitamente un modello presidenziale e buttati a mare i feticci creati ad arte, la discussione sulla legge elettorale può ripartire con il piede giusto. Può andare in Francia a pescare il doppio turno (non ballottaggio) in collegi uninominali con clausola di passaggio al secondo turno, oppure visitare la legge elettorale proporzionale personalizzata con clausola di accesso al Parlamento funzionante in Germania. Scegliendo un sistema elettorale già sperimentato si riducono i rischi e si potrebbe persino ovviare a qualche loro inconveniente. Tutto il resto è melina, inconcludente, fastidiosa, persino pericolosa.

Pubblicato il 1°marzo 2017

Una visione dell’Italia desiderata #PartitoDemocratico

“Un paese, un partito, le persone”. Questo è l’ordine di priorità che Bersani auspica per il Partito Democratico. Le date contano, eccome. L’elenco di Bersani le contiene in maniera sufficientemente chiara. Primo, il governo Gentiloni, guidato da un esponente del Partito Democratico designato dal segretario Renzi, deve durare fino alla scadenza naturale della legislatura, vale a dire fine febbraio 2018. Dunque, secondo, il Congresso del Partito Democratico non deve essere convocato frettolosamente per andare, poi, subito alla crisi di governo e a elezioni anticipate. Terzo, il Congresso non deve diventare il luogo del regolamento di conti con le minoranze come, dal 5 dicembre mattina, Renzi e alcuni suoi collaboratori, in particolare, una livida Maria Elena Boschi, sembrano fortemente volere. Qui sta il discorso sulle persone ovvero sulle poltrone come, deliberatamente, Renzi impostò la campagna referendaria all’insegna dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo. Certamente, le minoranze nutrono il giustificato timore che il renziano regolamento di conti implichi che, quando Renzi sceglierà le candidature, molti di loro, probabilmente la maggioranza, saranno esclusi. Nessuno di loro sarà capolista bloccato. Tutti i sopravvissuti dovranno conquistarsi le preferenze. È una preoccupazione più che legittima, ma non è la più importante delle motivazioni a fondamento di una possibile scissione.

Emiliano, Rossi e Speranza, i tre dirigenti del PD che hanno annunciato la loro candidatura se il Congresso si svolgerà con regole garantiste, e Bersani e D’Alema hanno motivazioni molto più significative che vanno da una linea politica e da riforme, spesso contraddittorie, che non hanno condiviso, alle modalità con le quali il segretario del loro partito e il suo cosiddetto “giglio magico” li hanno regolarmente e duramente trattati in occasione di tutte le riunioni formali della direzione e dell’Assemblea finora tenute: con disprezzo delle loro posizioni e della loro dignità politica. Certo, la maggioranza ha il diritto di fare valere i suoi numeri, meglio se accompagnati dalle idee, ma, in un partito democratico, le minoranze, tutte, devono essere ascoltate e rispettate. Non è chiaro, mentre alcuni “pontieri”, forse tardivamente, probabilmente pochissimo presi in considerazione, svolgono una difficilissima opera di mediazione, se Renzi è disponibile a quello che per lui sarebbe non soltanto ascolto, ma un passo indietro su una tabella di marcia disegnata per acquisire il controllo totale del partito e dei gruppi parlamentari prossimi venturi.

Qualcuno, fra i commentatori politici, spesso gli stessi che sono stati a favore del “sì”, già si affanna a gettare tutta la responsabilità di un’eventuale scissione sulle spalle degli oppositori di Renzi accusandoli, da un lato, di indebolire il partito e addirittura l’Italia e, dall’altro, affermando che desiderano una legge proporzionale soltanto per sopravvivere. Come se con il Mattarellum o con un sistema di collegi uninominali quelle minoranze non potessero risultare comunque utili al PD e spesso decisive alle vittorie collegio per collegio! La divisione imporrà comunque la ricerca di accordi su basi nuove e con prospettive mutate.

Nell’Assemblea, giocatore d’azzardo come pochi, Renzi potrebbe andare a vedere se davvero basterà qualche piccola concessione in materia di data del Congresso, uno scivolamento di mese o poco più, senza compromettersi sulla scadenza della legislatura (da lui, peraltro, indicata nel passato proprio nel febbraio 2018) e del governo Gentiloni. Lo scontro, però, riguarda la linea politica e le persone, con le loro, spesso legittime, ambizioni. Il PD non ha mai saputo fondere le culture riformiste che dovevano stare a suo fondamento e, sostanzialmente, le ha viste affievolirsi, se non scomparire. Il segretario ritiene quello della cultura politica è un argomento di poco interesse. Infatti, ha già respinto la richiesta di una conferenza programmatica. La probabile scissione, forse solo procrastinabile, potrebbe avere come effetto, non voluto, ma neppure sgradito, quello di obbligare sia le minoranze sia i renziani a elaborare una visione di che paese desiderano e con quali riforme intendono costruirlo. Il segretario, che ha ancora adesso il potere di scongiurare la scissione e ne porterebbe le maggiori responsabilità, dovrebbe lanciare lui la conferenza programmatica come sua iniziativa. Potrebbe farne una giornata particolare obbligando tutti a confrontarsi e rendendo un buon servizio al Partito Democratico.

Pubblicato AGL 19 febbraio 2017

Referendum e plebiscito. La retromarcia di Renzi e la gaffe del ministro Boschi

La terza Repubblica

Ci ha messo cento giorni (e qualche decina di sondaggi per lui negativi) Matteo Renzi a capire che “personalizzare” il referendum costituzionale trasformandolo in un plebiscito sulla sua persona (e sul suo governo) è diventato assolutamente controproducente. Rimane dubbio se abbia anche capito che la personalizzazione di un referendum non è soltanto un errore politico, ma è, soprattutto, una grave distorsione costituzionale. Adesso, si potrebbe discutere in maniera meno esagitata nel merito delle riforme (ma già da qualche tempo i migliori dei costituzionalisti e qualche, pochissimi, politologo lo stanno facendo). Mettendo subito da parte l’argomento, storicamente sbagliato, che questo governo è l’unico, negli ultimi trent’anni, ad avere fatto riforme costituzionali. Le fecero sia il centro-sinistra nel 2001 sia il centro-destra di Berlusconi nel 2005. Entrambi le fecero male. Non c’è due senza tre?

Per discutere sul merito, Renzi potrebbe anche sgombrare il campo dalla sua promessa/minaccia “se perdo me ne vado”. Dovrebbe, invece, dire “se perdo imparo la lezione e ricomincio da capo” che, scomodando il molto riluttante Max Weber, è la qualità del vero leader politico. Chi, invece, ha diverse lezioni da imparare, ma non sembra applicarsi abbastanza, è il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Ne ha già dette molte come, ad esempio, che i capilista bloccati (spesso, lo sappiamo e lo possiamo prevedere, anche paracadutati) sarebbero i “rappresentanti di collegio”, mentre, in politica, la “rappresentanza” si ha, ovviamente ed esclusivamente, con libere elezioni, non con nomine e non con cooptazioni.

La più recente esternazione, scommetto non l’ultima, della Boschi (forse anche per evitarne troppe altre sarebbe opportuno fissare una data ravvicinata per il referendum) è che “chi vota no non rispetta il (lavoro del) Parlamento”. Sia il referendum abrogativo sia il referendum costituzionale sono proprio gli strumenti con i quali i cittadini esprimono la loro opinione su quanto è stato fatto dal Parlamento. Debbono essere richiesti da coloro che ritengono che il Parlamento ha legiferato male e che una specifica legge, anche costituzionale, non risponde alle necessità del paese e alle preferenze dell’elettorato. Fra l’altro, dovrebbe essere assodato che la richiesta di referendum, anche dei referendum costituzionali, non spetta a coloro che quelle leggi hanno fatto, ma agli oppositori. “Plebiscito è quando governo chiede voto su suo operato”.

I Costituenti, che se ne intendevano e che credo sarebbero molto preoccupati (indignati?) dallo stato del dibattito italiano, volevano che i cittadini potessero valutare le riforme fatte dal Parlamento, ma volevano altresì evitare una delegittimazione del Parlamento che, in un paese ad alto tasso di antiparlamentarismo, sarebbe comunque un guaio. Questa è la ragione per la quale il referendum costituzionale non può essere richiesto se la modifica è stata approvata da due terzi dei parlamentari. Un “no” popolare che sconfessi due terzi dei parlamentari indica una profonda crisi di rappresentanza e qualcosa di più a tutto beneficio degli antiparlamentaristi. Invece, un più o meno sonoro, ma sempre sano, “NO” ad una legge ordinaria e a modifiche costituzionale non è mai mancanza di rispetto nei confronti del Parlamento. Molto concretamente è rigetto da parte degli elettori, più precisamente, poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, dagli elettori informati, delle modifiche approvate, non dal Parlamento in quanto tale, ma da una specifica maggioranza parlamentare (non entro nei particolari dolorosi del se e quanto quella maggioranza è stata coartata e ricattata).

E’ augurabile che il Ministro Boschi, dopo una ripassatina o, meglio, una lettura attenta della Costituzione, si corregga. Se, poi, anche si scusa con i potenziali elettori del no, certamente non sovversivi, tanto meglio. Certo, impostare una discussione sul merito delle modifiche costituzionali con chi ha poche, vaghe e superficiali cognizioni costituzionali non è finora stato per niente facile. Temo che non lo sarà neppure nell’autunno del referendum.

Pubblicato il 12 agosto 2016