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Dieci anni stellari

Il MoVimento 5 Stelle ha festeggiato i suoi primi dieci anni vita. Legittimamente. Sono stati dieci anni di successi, coronati dalla conquista del governo nazionale. L’ispiratore e fondatore Beppe Grillo ha benedetto il cammino percorso. Il capo politico Luigi Di Maio ha preannunciato altri dieci anni di governo e di trasformazioni. Non si sono sentite autocritiche, ammissioni di errori, individuazioni di problemi e di difficoltà, anche elettorali. Per suggellare la raggiunta maturità, Di Maio ha annunciato che sarà formato un comitato direttivo composto da ottanta attivisti che lo coadiuveranno. Infine, il capo politico ha preso le distanze dalla proposta di costruire un’alleanza duratura con il Partito Democratico a partire dalle realtà regionali dove in rapida sequenza si voterà nelle prossime settimane, prima, l’Umbria , il 27 ottobre.

Il più recente e cospicuo successo vantato dal MoVimento è costituito dal “taglio delle poltrone” ovvero, meglio, dalla riduzione consistente, un terzo, del numero dei seggi parlamentari con conseguente, molto vantato, risparmio di spesa pubblica. Si può essere d’accordo o, è la mia valutazione personale, in disaccordo con questa riforma senza negarne il peso. Quello che, a mio modo di vedere, conta di più è che la riforma si colloca nel solco di un antiparlamentarismo diffuso nel paese, lo accarezza e lo mette in pratica, per di più ottenendo il consenso sia di tutto il centro-destra sia, obtorto, ma non tanto, collo, del Partito Democratico, all’insegna di una non troppo modica dose di opportunismo. In attesa dei correttivi istituzionali ed elettorali, i Cinque Stelle si muovono agilmente nel contesto della Repubblica parlamentare e della Costituzione con risultati contrastanti.

Da un lato, la Costituzione li obbliga a fare governi di coalizione, tempo fa respinti da Grillo e dall’intero gruppo dirigente, che voleva purezza assoluta, e ne incanala l’operato lungo gli sperimentati binari della formazione dei governi secondo gli articoli della Costituzione che danno notevole potere al Presidente della Repubblica al quale Di Maio minacciò addirittura l’impeachment. Dall’altro, però, consapevolmente, ma non sempre lucidamente, il MoVimento persegue una strategia di erosione della democrazia parlamentare. Sarà la tecnologia, a cominciare dalla piattaforma Rousseau, non soltanto a legittimare, ma a produrre le decisioni? Quanta autonomia decisionale rimarrà ai parlamentari se venisse imposto il, secondo me, impraticabile e dannoso, vincolo di mandato? E migliorerebbe la qualità della democrazia italiana drasticamente limitando, se non eliminando la possibilità dei parlamentari eletti (sperabilmente non più “nominati” dai dirigenti dei partiti) di votare in alcune occasioni secondo coscienza senza rischiare l’emarginazione e l’espulsione? Finora, la Costituzione ha fatto argine, ma può essere cambiata, e il sistema politico ha retto l’urto del MoVimento, ma è giusto avanzare riserve ed esprimere preoccupazioni sul futuro.

Pubblicato AGL il 16 ottobre 2019

Unioni Civili. Serve trasparenza

La famiglia è uno dei pilastri sui quali si costruisce, si mantiene, si riproduce una società. Dappertutto. Le modalità con le quali si dà vita ad una famiglia, la si scioglie, la si costituisce in maniera diversa, sono cambiate nel tempo. Il matrimonio è una di quelle modalità, ma, forse, in qualche paese è già una scelta minoritaria, spesso effettuata tardi e con molteplicità di motivazioni. Una di queste motivazioni è costituita dall’accesso, assolutamente legittimo, a tutte le forme di assistenza e previdenza che vanno sotto il nome di welfare. Né la formazione di una famiglia tradizionale: uomo, donna, figli propri, né le unioni civili fra persone dello stesso sesso che adottano i figli dei due contraenti configurano dei diritti. Sposarsi e convivere stabilmente sono facoltà, opportunità, attività che ciascuno può liberamente esercitare oppure no. Una società democratica e aperta, liberale ha il dovere di consentire che le persone scelgano come preferiscono vivere la loro vita. Nessuno obbliga nessuno e nessuno deve impedire agli altri di decidere quali tipi di rapporti intrattenere. Allo Stato è lecito chiedere che riconosca tutte le modalità di convivenza che non violino né la Costituzione né le leggi esistenti e che consentano il massimo di “felicità” possibile senza intaccare la felicità, le convinzioni e le preferenze degli altri. La linea distintiva non corre fra coloro che credono in una fede e coloro che non hanno fede. Passa fra coloro che desiderano garantire a tutti di scegliere secondo le loro credenze e preferenze e coloro che pretendono di imporre le loro credenze e preferenze.

Per quanto riguarda i figli, in particolare le adozioni, il punto dolente dell’attuale scontro, fuori e dentro il Parlamento, sono due le bussole che servono ad orientare anche il legislatore. La prima bussola si trova nell’art. 29 della Costituzione italiana. E’ costituita dal dovere dei genitori di “mantenere, istruire, educare i figli anche se nati fuori del matrimonio”. Difficile, al limite della Costituzionalità, non richiedere, anche a conviventi dello stesso sesso che abbiano deciso di contrarre un’unione civile, l’adempimento degli stessi obblighi nei confronti dei figli avuti in precedenza. Anzi, proprio l’unione civile costituisce la garanzia, rafforzata dalla libera scelta dell’adozione, che quegli obblighi saranno mantenuti da entrambi i soggetti dell’unione civile. Nulla di tutto questo attenta alla sacralità, se si vuole usare questo termine, alla coesione, all’importanza, al benessere della famiglia classica. Sarebbe, poi, un artificio fin troppo facile mettere in rilevo che questo tipo di famiglia è in crisi poiché la crisi non viene certamente superata dalla diffusione delle unioni civili, ma non viene neppure aggravata dal loro riconoscimento. Quanto alla seconda bussola per orientarsi in una tematica complessissima non può che essere quella della condizione dei minori, dei bambini. La possibilità di adottare i figli nati prima della formazione di una unione civile ha come scopo quello di rendere buona e migliore la vita di quei bambini altrimenti destinati a rimanere in un limbo sociale con tutte le conseguenze negative in termini economici, di dignità, di rapporti interpersonali. Certo, bisogna che il legislatore tracci con grande precisione il confine fra la stepchild adoption e le pratiche di utero in affitto.

Infine, proprio perché, un po’ dappertutto nel resto dell’Europa, da tempo le unioni civili sono riconosciute e regolamentate, in molti casi accompagnate dalla possibilità di adottare la prole del compagno/compagna, è importante che il Parlamento italiano operi, non ricorrendo né alla disciplina di partito né al voto segreto, ma in totale trasparenza. In argomenti delicati e controversi, carichi di ideali e di valori, è opportuno che i parlamentari si assumano apertamente la responsabilità del loro voto, in coscienza e in scienza, vale a dire spiegando perché ritengono preferibile una scelta rispetto ad un’altra. Darebbero un importante contributo alla crescita culturale di quell’insieme di famiglie dei più diversi tipi che si chiama società civile.

Pubblicato AGL 2 febbraio 2016