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Il “governo della provvidenza” priorità e tempi ancora oscuri @fattoquotidiano

Guardo le agenzie di stampa, seguo tutti (sic) i talk show, leggo i commenti di accalorati giornalisti e affermati studiosi e mi sorgono “spontanee” molte domande. Il governo Draghi che verrà dalle nuove consultazioni potremo finalmente annoverarlo fra quelli scelti dal popolo (che diventerebbe una nuova anomalia italiana: altrove non succede da nessuna parte)? Otterrà presto una legittimazione elettorale di qualche tipo? Almeno il prestigioso capo del governo otterrà quel mandato politico-elettorale che è sempre mancato al Prof. Giuseppe Conte? Oppure, tutta questa discussione va giustamente lasciata alla polemica politica/politicista del pretestuoso passato? La mia nota posizione è tutta costituzionale (art. 94): “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (incidentalmente, non sta scritto “della maggioranza assoluta”). Quella fiducia il governo Conte l’aveva formalmente avuta.

Ho qualche ricordo del passato dei molti governi italiani e delle valutazioni tanto dei politici quanto dei commentatori. Qualsiasi tentativo di accordi fra governo e opposizione e fra partiti di opposti schieramenti veniva, anzi, è sempre stato prontamente e da quasi tutte le parti bollato come “inciucio” e “ammucchiata”? Tutti, compresa anche Giorgia Meloni, alla quale, sbagliando, si rimprovera l’autocollocamento all’opposizione, si riempiono la bocca con nobili definizioni: governo di unità nazionale, governo di larghe intese, governo di alto profilo, governo tecnico-politico. Manca soltanto il riferimento al governo della Provvidenza, che pure sarebbe il più appropriato poiché, da molte parti, all’incolpevole Draghi, sul cui volto immagino un leggero sorriso, è stata attribuita la caratterizzazione di uomo della Provvidenza. Non ho mai né pensato né scritto che nelle democrazie non si possano avere accordi fra governi e opposizioni. Non ho mai usato le parole inciucio e ammucchiata. Credo, però, che una riflessione sulle caratteristiche delle componenti di un governo Draghi e delle sue qualità sia più che opportuna, essenziale.

   Ho regolarmente criticato e ironizzato sulla sequenza di totale ipocrisia di coloro che ogniqualvolta è necessario trovare candidature a livello nazionale e locale (attualmente, per molte cariche, non “poltrone”, di sindaco) sentenziano: “prima i programmi poi i nomi”. Come se i nomi, di persone minimamente conosciute, non portassero con loro una biografia professionale e, talvolta, politica. Draghi è proprio uno di quei nomi che portano con sé una storia fatta di successi europei e, in parte, come Governatore della Banca d’Italia, anche nazionale. Ledo la maestà di qualcuno se, ricordati i suoi decisivi meriti nel salvare l’Euro e l’Unione Europea, affermo che avrei ritenuto preferibile fin dall’inizio che tutti (o quasi) gli esponenti delle delegazioni partitiche consultati dicessero: “Draghi ottima scelta, ma aspettiamo di vedere quali sono i suoi punti programmatici”? I titoli li sappiamo tutti. Ci piacerebbe conoscere le priorità e la tempistica. L’improvvisa conversione di Matteo Salvini mi spinge a pensare che Draghi abbia detto o comunque fatto chiaramente capire che esiste una condizione preliminare discriminante per fare parte del suo governo: l’accettazione piena e convinta della presenza italiana nell’Unione Europea.    Infine, mi rimane una preoccupazione. Premessa, in Italia non è fallita la politica, sempre relativamente debole, ma sono falliti i politici irresponsabili che aprono crisi senza sapere risolverle. Adesso, qualcuno dice che tocca ad un governo tecnico/politico ovvero, interpreto, composto da persone con competenze e da uomini e donne di partito. Altri sostengono che è l’ora del governo dei migliori. Resto in scettica attesa dei requisiti che debbono possedere i migliore e dei criteri con i quali valutarli.

Pubblicato il 9 febbraio 2021 su Il Fatto Quotidiano

Come mai adesso l'”ammucchiata” si chiama governo di unità nazionale? @HuffPostItalia

Caro Huffington,

sinceramente preoccupato dalla sorte del paese in cui nacqui, vorrei avere qualche informazione più precisa per farmi un’idea su quale governo potrebbe formarsi. Enuncerò alcune interrogativi semplici e largamente diffusi dai mass media, te Huffington compreso, e da non pochi politici. Primo, il governo Draghi sarà eletto dal popolo? Avrà una legittimazione dal voto? Almeno il capo del governo otterrà un mandato politico-elettorale? Oppure, tutta questa discussione va lasciata alle illusioni/delusioni di Luciano Fontana, Direttore del Corriere della Sera, che intitolava melanconicamente la sua rubrica Lettere al Direttore: “Votare premier e coalizione è solo un sogno proibito?” La mia nota posizione è tutta costituzionale (art. 94): “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (incidentalmente, non sta scritto “della maggioranza assoluta”)

Secondo, è vero che molto spesso nel passato qualsiasi tentativo di accordi fra governo e opposizione e fra partiti di opposti schieramenti veniva, anzi, è stato prontamente e da quasi tutte le parti bollato come “inciucio” e “ammucchiata”? Oggi, un eventuale governo che includa Cinque Stelle, Partito Democratico, Lega e i numerosi cespugli centristi (chiedo scusa, ma non troppo, e dirò: i volonterosi, responsabili et al.) diventa governo di unità nazionale, o qualcosa di simile, ma soprattutto ottiene generose valutazioni positive. Terzo, con Draghi siamo, dunque, all’uomo della Provvidenza come fu definito da Papa Ratti, Pio XI il Mussolini che l’11 febbraio 1929 sottoscrisse i Patti lateranensi? Certo, non mi riferisco all’ideologia di Mario Draghi, sicuramente un sincero democratico, ma alle malposte iperboli dei commentatori, uomini e donne, dello stivale. Quarto, i politici e i loro giornalisti di riferimento si sono regolarmente riempiti la bocca con le parole: “prima i programmi poi i nomi”. Non mi pare che questo sia stato il punto di partenza delle varie dichiarazioni di sostegno al Presidente del Consiglio incaricato. Giusto ricordarne i molti meriti e decisivi nel salvare l’Euro e l’Unione Europea, ma non sarebbe stato opportuno che i capi partiti e partitini dicessero: “Draghi ottima scelta, adesso vediamo i programmi” (o nel loro lessico “andiamo a vedere le carte”)? Ma almeno una carta dovrebbe essere chiara: “dentro l’Italia nell’Europa dentro l’Europa nell’Italia”. Ė lecito interrogarsi se Draghi ha posto questa condizione preliminare? Tu Huffington chiamala pure discriminante.

   Da ultimo, almeno allo stato delle cose, “ricostruire la politica” (con la molto discutibile affermazione che “il sistema è fallito” quale “sistema” “che cosa è il fallimento, come lo si misura”?) è un compito che può essere credibilmente affidato a chi di esperienza politica (che non significa trattare con altri banchieri e con le cancellerie) non ne ha? Però, se davvero Draghi volesse/dovesse ricostruire la politica, non sarebbe lecito fin da subito chiedergli quali sarebbero le linee essenziali di questa ricostruzione? Caro Huffington, mi fermo qui, ma spero, anzi, sono certo che presto, molto presto tu mi chiederai di commentare il governo dei migliori, giusto?

Pubblicato il 6 febbraio 2021 su huffingtonpost.it

La confusione proporzionale e il falso mito dell’alternanza @DomaniGiornale

Quanto il male informato, manipolato, complessivamente pessimo dibattito sulle regole delle democrazie parlamentari influisce sulla opinione pubblica, ma anche sulle posizioni che prendono gli uomini e le donne in cariche politiche?

Un’ondata di terrore sta colpendo i popoli (sic) scandinavi e la penisola iberica. I primi Hanno votato per più di cent’anni e i secondi per quasi cinquant’anni con leggi elettorali proporzionali ovvero con quello che nel titolo di un editoriale in prima pagina il “Corriere della Sera” (23 gennaio) definisce “Il sistema sbagliato”. Grande preoccupazione e vera e propria ansia attanagliano i capi di quei governi e, più in generale, di tutti i governi delle democrazie parlamentari. Nessuno di quei governi è “uscito dalle urne”, è stato incoronato direttamente dal voto popolare. Senza esclusione alcuna, sempre, tutti i governi delle democrazie parlamentari si formano nei rispettivi parlamenti che, quindi, potranno, all’occorrenza, cambiarne la composizione. Nessuno dei capi di governi è stato votato direttamente dagli elettori, nessuno di loro gode di una specifica personale legittimazione elettorale tranne che, non sempre, è un parlamentare. Tutti sono sostituibili in corso d’opera senza il famoso “passaggio elettorale”, persino in Gran Bretagna, dove il sistema elettorale è maggioritario in collegi uninominali. Incidentalmente, non basta un premio di maggioranza a rendere una legge elettorale maggioritaria. Anzi, definire sistema maggioritario una legge elettorale proporzionale che si accompagna con un premio in seggi è una manipolazione da denunciare tutte le volte. Sostenere che nei comuni e nelle regioni il sistema elettorale è maggioritario è tanto sbagliato quanto fuorviante. L’elezione del sindaco, che si accompagna con una legge proporzionale per l’elezione del consiglio comunale, configura un modello di governo di tipo presidenziale. Chi, a prescindere da qualsiasi considerazione di scala, sostiene la Grande Riforma per eleggere il Sindaco d’Italia vuole, più o meno consapevolmente, una forma di governo presidenziale.

Grande è la varietà delle coalizioni di governo esistite e esistenti nelle democrazie parlamentari. In estrema sintesi: coalizioni minimo vincenti (appena al disopra della maggioranza assoluta), coalizioni sovradimensionate (comprendenti più partiti del necessario ad avere la maggioranza assoluta), coalizioni di minoranza (meno voti della maggioranza assoluta). La condizione del governo Conte 2 era di una coalizione di minoranza soltanto in Senato, non alla Camera. Bollarlo come “governo di minoranza” era un modo di negarne la legittimità (anche perché né il governo né il suo capo sono stati eletti dal popolo!). L’art. 94 della Costituzione stabilisce laconicamente che “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”.  

In buona misura, i governi di minoranza, attualmente, ce n’è uno in Svezia guidato dai socialdemocratici, vivono grazie alla non convergenza delle opposizioni in un voto di sfiducia. Operano attuando parti del loro programma e negoziandone altri con i partiti disposti a sostenerle. Cambiare governi non alla loro scadenza naturale implica sempre costi economici e sociali. In questo parlamento non esiste nessuna possibilità di alternanza, ovvero di sostituzione dell’intero governo ad opera di un’altra coalizione nessuna delle cui componenti abbia fatto parte di quel governo. L’alternanza completa è fenomeno raro nelle democrazie parlamentari. In Germania, ad esempio, vi è stato un solo caso limpido di alternanza quando nel 1998 la coalizione socialdemocratici-verdi sconfisse il governo democristiani-liberali. In Italia, di tanto in tanto, i sedicenti maggioritari s’interrogano sulla necessità di un centro per fare l’alternanza. Grande è il mix di ignoranza istituzionale e incoerenza personale e politica. Preso atto dei suoi limiti operativi e dell’indisponibilità ad un allargamento della sua maggioranza, Conte si è dimesso. Ripartano i meccanismi delle democrazie parlamentari.

Pubblicato il 26 gennaio 2021 su Domani

Conte ha fatto bene a informare gli italiani. Il punto di Pasquino @formichenews

Era giusto e opportuno informare l’opinione pubblica dello stato di salute del suo governo dopo le elezioni europee. Il resto verrà

LE PRECEDENTI CRISI DI GOVERNO

Ricordo nel febbraio 2014 il passaggio della campanella di Presidente del Consiglio dal gentiluomo Enrico Letta al segretario del PD Matteo Renzi. Non ricordo che quel passaggio sia stato preceduto da un dibattito parlamentare. Grazie alla mia età e alle mie invidiabili capacità mnenomiche ricordo che nessuna, ma propria nessuna crisi di governo in Italia (debbono essercene state almeno 62) è stata annunciata in Parlamento. Semmai, raramente, un governo veniva sconfitto in Parlamento. Fu il caso clamoroso del governo dell’Ulivo nell’ottobre 1998, senza la necessità di un dibattito sul perché, sulle responsabilità, sulle conseguenze. Con queste premesse non faccio nessuna fatica a dichiarare che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha preso un’ottima iniziativa.

Era del tutto giusto e opportuno informare attraverso una conferenza stampa l’opinione pubblica italiana dello stato di salute del suo governo dopo le elezioni europee. Preferisco di gran lunga ascoltare dalla sua voce l’argomentata opinione del capo del governo piuttosto che leggere le più o meno fantasiose ricostruzioni dei retroscenisti, molti dei quali, lo debbo proprio dire, non conoscono né le regole né le prassi delle democrazie parlamentari né il grande pregio di queste forme di governo: la flessibilità.

MOSSA CONCORDATA

Ritengo che la maggior parte dei contenuti del Contratto di Governo sia sbagliata, che la loro attuazione sarebbe costosa e controproducente, che l’Italia sia da qualche tempo (da prima del governo giallo-verde) in declino e che nulla di quanto vogliono Di Maio e Salvini servirà a fermare il declino e a capovolgere la tendenza. Tuttavia, riconosco che il governo guidato da Conte è legittimo, è pienamente costituzionale (“il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” art. 94) e può continuare fino a quando quella fiducia non mancherà. Sono convinto che nel loro colloquio informale, che non può essere in nessun modo criticato, di qualche giorno fa, il Presidente della Repubblica (mi faccio io stesso “retroscenista”) abbia consigliato o concordato con Conte la mossa della conferenza stampa. È stata un avvertimento, ma anche un chiarimento come si conviene in democrazia.

Conte ha chiaramente indicato delle responsabilità. Le hanno entrambi i suoi Vice-Presidenti del Consiglio, ma uno (Salvini) più dell’altro (Di Maio) poiché la sua fantasiosa interpretazione del voto degli italiani che sconfigge le regole europee è eversivo, persino sottilmente contraddittorio. La democrazia nazionale sovranista italiana dovrebbe cambiare grazie ai voti espressi per l’elezione del Parlamento europeo? “Rob de matt” direbbero a Milano. Conte ha affermato in maniera convincente che non si presterà a “vivacchiare”. Il Presidente della Repubblica ricorderà a tutti, ma dovremmo saperlo, che non è sufficiente che esista una maggioranza numerica in Parlamento. Quella maggioranza deve essere operativa e operosa. Se i due contraenti bloccano reciprocamente le proprie priorità, la loro maggioranza perde qualsiasi operatività e il titolo principale per continuare a sussistere. In maniera pacata, pubblica, esplicita, Conte ha sottolineato che saranno Salvini e Di Maio, in quest’ordine, ad assumersi la responsabilità della fine di questo governo, del suo governo. L’eventuale apertura della crisi di governo dimostrerà che sono degli irresponsabili nei confronti del sistema politico e dei molti italiani che li hanno votati.

Avrebbe Conte dovuto dire tutto questo e di più in una seduta formale del Parlamento con il titolo “Comunicazioni del Presidente del Consiglio”? Credo proprio di no poiché automaticamente, oggettivamente avrebbe fatto un passo avanti in più sulla strada della crisi. Invece, la sua conferenza stampa ha avuto e ha conseguito l’obiettivo di informare senza drammatizzare. Il resto verrà. Lascio da parte qualsiasi riflessione sulle dichiarazioni delle opposizioni nel cui ambito proliferano coloro che ragionano in maniera particolaristica e miope con riferimento esclusivamente a loro eventuali vantaggi e guadagni. Non ce ne sarà per nessuno.

Pubblicato il 4 giugno 2019 su formiche.net