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È possibile immaginare un altro PD

Detto che Maurizio Martina è diventato il settimo segretario del Partito Democratico dal 2007 e detto che il due volte ex-segretario Renzi ha fatto un intervento rancoroso tutto rivolto al passato minacciando un futuro vendicativo, che cosa si può e si deve aggiungere a quanto avvenuto nell’Assemblea del PD? Una sola, vera decisione è stata presa: il prossimo segretario sarà eletto nel febbraio 2019. Saranno gli iscritti e i simpatizzanti a scegliere fra, sembra, almeno tre candidati: lo stesso Martina, il governatore del Lazio Zingaretti, forse un renziano a tenere alta la bandiera delle battaglie perse e di un partito che non ha funzionato. Nell’Assemblea è mancata, ma dovrà pur emergere nel corso della campagna per l’elezione del prossimo segretario, una riflessione su due punti qualificanti: che tipo di partito, che tipo di opposizione. Martina ha indicato quattro elementi indispensabili: idee, persone, strumenti, progetti. Nessuno è entrato nei dettagli, ma è stato facile riscontrare una battaglia fra persone tutta all’interno del partito, con Renzi in testa a criticare il falso nueve Gentiloni, da lui incoronato, ma al quale spesso proprio lui non ha passato il pallone; l’ex-capogruppo al Senato Luigi Zanda; l’ex-capo della minoranza interna Gianni Cuperlo. È stata, in troppo larga misura, una resa dei conti che non serve in nessun modo a ristrutturare il partito. Martina ha almeno sottolineato che un partito di sinistra -ma vogliono il PD e i suoi elettori costruire un partito effettivamente di sinistra?-deve preoccuparsi delle diseguaglianze. Nessuno ha detto, però, con quali idee, con quali persone, con quali strumenti, con quale progetto. Per dirla in politichese, sul territorio il Partito Democratico è presente a macchioline di leopardo. Qualcuno, le Cinque Stelle e la Lega, l’hanno, per richiamare un infausto detto di Bersani, ampiamente smacchiato. Sul territorio si riproducono quasi le stesse divisioni personalistiche del centro, con qualche eccezione di donne e uomini ambiziosi e manovrieri che hanno abbandonato lo schieramento renziano. Nessuno ha parlato di cultura politica che, oramai svelatasi totalmente fallita la contaminazione fra pallide e esangui culture riformiste del passato, dovrebbe scaturire, almeno in parte, dalle riflessioni di intellettuali sbeffeggiati dai renziani e certamente non ascoltati e meno che mai “corteggiati” dagli oppositori interni. Nessuno, infine, ha detto che una cultura politica può trovare modo di formarsi e di esprimersi proprio nel fuoco di una sana battaglia parlamentare di opposizione. È nel “respingimento” dei disegni di legge improntati a repressione, populismo, anti-politica, anti-parlamentarismo e, nient’affatto, per ultimo, da anti-europeismo, che un partito di sinistra deve cercare di ridefinire la sua cultura per sé, per i suoi quadri, i suoi dirigenti, i suoi parlamentari e, persino, ma qui sta la funzione nazionale di quel partito, per l’elettorato. Non sarebbe poco.

Pubblicato AGL 10 luglio 2018

L’opposizione non basta

Come un pugile ancora suonato dalla potente botta elettorale che lo ha portato al punto più basso di sempre del suo consenso elettorale, il Partito Democratico barcolla, esita, pensa di trovare rifugio nell’angolo. Ma, per rimanere in metafora, i secondi gli danno consigli contraddittori. Qualcuno voleva gettare la spugna nel corso dell’elezione dei Presidenti delle Camere votando sempre scheda bianca. Poi, inopinatamente e senza nessuna possibilità di influenzare l’esito, a quel punto già deciso, sono state avanzate due deboli candidature di bandiera. La strategia di rimanere sdegnosamente e pregiudizialmente all’opposizione, lanciata dall’ex-segretario Renzi, e da lui, subito contraddetta con la richiesta della presidenza di due commissioni parlamentari per suoi strettissimi collaboratori, ottiene consensi a parole, ma non sembra essere condivisa da tutti nei gruppi parlamentari del PD. Comunque, solo una volta formata la coalizione di governo, che potrebbe anche essere un governo di minoranza, si saprà chi è all’opposizione e potrà rivendicare la presidenza delle Commissioni dette di controllo. Con qualche unità d’intenti e con qualche proposta specifica, il Partito Democratico potrebbe addirittura sfruttare il suo peso parlamentare per decidere quale coalizione di governo si formerà. I suoi voti sono indispensabili sia per il centro-destra sia per il Movimento 5 Stelle.

In altri tempi, quando le sinistre perdevano le elezioni, come è capitato molto spesso, dopo qualche ipocrita lamentazione, i suoi dirigenti, che avevano comunque mantenuto il posto in parlamento, la poltrona, continuavano come se niente fosse (stato). Chi ci rimetteva davvero erano i ceti popolari, disagiati la cui condizione non sarebbe certo migliorata con qualsiasi governo di centro-destra. Adesso sappiamo da molte credibili ricerche che l’elettorato del PD e di Liberi/eUguali è maggioritariamente composto da persone benestanti che non hanno praticamente nulla o quasi da perdere da nessuno dei governi che si prospettano. A questo punto, non si tratta più soltanto di proteggere i ceti popolari, che non l’hanno votato, anche se, qualora il PD non riuscisse più a raggiungerli, le sue sconfitte elettorali si moltiplicherebbero. Si tratterebbe di svolgere molto concretamente il compito dell’opposizione parlamentare che significa non soltanto andare puntigliosamente a vedere le carte di chi governa, ma controllare sistematicamente tutte le attività dei governanti , contrastando in maniera argomentata quelle inaccettabili, articolando le domande sociali che il governo trascuri e avanzando controproposte fattibili.

Non basterà, dunque, che l’Assemblea del PD convocata per metà aprile decida con spiegazioni convincenti di stare all’opposizione. Sarà imperativo che chiarisca le modalità con le quali definisce il compito della sua opposizione indicando gli obiettivi che vuole perseguire. Tutto questo s’incrocia con l’assoluta necessità per il partito come struttura e come comunità di analizzare quello che è successo negli anni di Renzi, riflettendo sull’assenza di una cultura politica effettivamente riformista, della quale il PD è carente fin dalla sua nascita, assolutamente indispensabile per rifondare e rilanciare l’azione di un partito di centro-sinistra. “Rottamati”, di conseguenza, dovranno essere tutti/e coloro che non si ritrovino nella nuova cultura politica e che non mostrino nessuna capacità di rinnovamento. Un’opposizione del PD, fatta per incapacità di meglio definire il ruolo del partito, non condivisa, già se ne vedono le avvisaglie, non attrezzata, priva di una cultura politica, non va da nessuna parte. Peggio, rischia di acuire rapidamente in alcuni settori dell’elettorato il desiderio di trovare una migliore rappresentanza politica per le sue preferenze e per i suoi interessi, spingendo verso la ricerca di alternative una delle quali è già il Movimento 5 Stelle.

Pubblicato AGL il 27 marzo 2017