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Le elezioni dicono chi siamo e cosa vogliamo. Si tratta solo di saperle interpretare

Un’analisi del voto e della situazione politica nata dopo il 4 marzo. 

Torino 22 maggio Nell’ambito dei “Martedì sera” del Centro Congressi Unione Industriale Torino, Anna Masera, Gianfranco Pasquino e Lorenzo Pregliasco hanno discusso sulla situazione politica nata dal voto del 4 marzo e sulla nuova alleanza di governo Di Maio – Salvini a partire dal libro “Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati un’analisi delle elezioni del 4 marzo” (Castelvecchi)

L’intervento di Gianfranco Pasquino

Elettori insoddisfatti, desiderosi di cambiare, volubili. Un sistema di partiti destrutturati. Un PD sull’orlo di una crisi di nervi e con un leader inadeguato. Che lo facciano i “vincitori” il governo, di “ricomposizione nazionale”. Tempi duri per tutti, anche per loro. Se ne accorgeranno.

 

Italiani, eccolo il Governo che vi state meritando

Quando conteremo i voti scopriremo che il 40 per cento di voi che avete votato hanno scelto l’usato sicuro (sicuro di cosa: delle bugie, delle inadempienze, della crescita del debito pubblico?) e l’ex-rottamatore (rottamatore di idee, di competenze, di culture politiche, mai dei suoi imbarazzanti collaboratori). Scopriremo anche che il 25/30 per cento di voi hanno delegato, colpevolmente, la scelta dei nuovi parlamentari a chi è andato votare. Pur comprendendo la loro insoddisfazione, irritazione, delusione per la politica com’è praticata in Italia, quegli astensionisti cronici o occasionali debbono essere severamente rimproverati. Hanno comunque perso il diritto di continuare nella critica, spesso qualunquistica, a politica e politici. Sono anche loro con il non-voto responsabili di quello che va male in Italia. Insomma, in un sistema politico nessuno può chiamarsi fuori, fare l’anima bella e dire che è colpa degli altri -meno che mai, naturalmente, che è colpa dell’Europa alla quale, anzi, dobbiamo riconoscere il diritto di criticarci e di auspicare, come ha fatto, persino troppo timidamente, Jean-Claude Juncker, “un governo operativo”. Ha ragione. Anche molti di noi vorremmo un governo, non solo operativo, ma fatto di persone decenti, in grado di dare rappresentanza alle preferenze dei cittadini e persino ai loro interessi (una scuola davvero buona, un mercato del lavoro flessibile e accogliente, una politica dell’immigrazione con filtri e controlli, la sicurezza nella legge), in grado di governare non a colpi di arroganza e di “teatro”, ma con una visione orientata dalla consapevolezza che, fuori dall’Unione Europea, l’Italia non andrebbe da nessuna parte tranne che a fondo nel Mediterraneo.

Rosi dalle loro differenze interne sia la coalizione di centro-destra sia il PD e i suoi alleati cespugli non offrono granché come stabilità e progettualità. Né si può pensare ad un governo pentastellato con Di Maio (insieme a Grillo e Casaleggio) costretto a dedicare tutto il suo tempo a verificare gli scontrini delle spese e delle restituzioni e a comminare espulsioni a destra e a manca, ma anche al centro. Insomma, la palla passa al Presidente della Repubblica Mattarella che, felpato almeno quanto Paolo Gentiloni, il Presidente del Consiglio che, seppur necessariamente dimissionario, rimarrà in carica (proprio come Angela Merkel) fino alla formazione del prossimo governo, s’inventerà una soluzione politica secondo il dettato costituzionale: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio” (che, dunque, lo scrivo per chi ancora non lo sa, non è “eletto dal popolo”). No, non è vero che il paese reale starà meglio senza governo. No, non è vero che governare gli italiani è impossibile. Non è neanche inutile. È doveroso. Senza governo si ha soltanto galleggiamento, mentre è opportuno che qualcuno sia al timone. La barca non va mai avanti da sola, finisce per girare su se stessa.

Dovremo attenderci un “governo del Presidente”? e di quale Presidente? Del Presidente della Repubblica? Non sembra questa la propensione di Mattarella che, invece, cercherà la persona (non necessariamente un uomo) che sappia costruire e tenere insieme una coalizione in grado di durare e di governare, anche viceversa: governare e durare. I numeri (dei seggi in Parlamento) contano, ma bisogna avere anche i “numeri”politici, quelli che solo l’esperienza e la competenza garantiscono. Sarà il Presidente della Corte Costituzionale, come in nessuna, ma proprio nessuna democrazia parlamentare, è mai avvenuto? Oppure tornerà fra di noi, il figliol prodigo Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, le cui competenze politiche sono ignote ai più, a tutti? Credo che se ne guarderebbe bene. Avremo bisogno del neo-Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Taiani, facendo la classica figuraccia italiana: preferire una carica nel proprio paese a un ruolo importante nelle istituzioni europee? Sono convinto che, alla fine, Mattarella ci consegnerà un governo politico dopo avere escluso i più divisivi degli ambiziosissimi leader in campo e avere esercitato la sua fantasia e, mi auguro, anche la sua moral suasion. Sarà, comunque, un governo che noi italiani, certo con responsabilità differenziate, ci siamo meritato. Purtroppo, anche con la pessima legge elettorale firmata dal piddino Rosato, non adeguatamente contrastata dai grandi opinionisti dei grandi quotidiani e dai conduttori/trici dei meno grandi talk show, il Parlamento lo abbiamo eletto noi e, seppure indirettamente, è sui nostri voti che si costruirà un governo.

Pubblicato il 1 marzo 2018 su ITALIANItaliani

Le donne frenano la fuga dalle urne @La_Lettura @Corriere #vivalaLettura

Il partito degli astensionisti non esiste. Non è mai presente sulle schede elettorali. Non riesce a tradurre i molti voti che ottiene neppure in una manciatina di seggi. Nel prossimo parlamento italiano, come in tutti i parlamenti delle democrazie contemporanee, non ci sarà nessun rappresentante del partito degli astensionisti e, dopo avere versato qualche lacrima da coccodrillo, gli eletti passeranno al business as usual (traduzione: farsi i fatti loro). Quel sistema politico continuerà a funzionare più o meno come prima, salvo cambiamenti che non saranno certamente quelli voluti dall’inesistente partito degli astensionisti e neppure dai sottogruppi di quel partito, le “correnti” degli astensionisti. Anche se è vero che persino i partiti esistenti sono spesso attraversati da non poche e non marginali differenze di opinioni, gli astensionisti non fanno partito poiché le loro motivazioni, calde (rabbia, rifiuto) o fredde (apatia, disinteresse) hanno un solo punto di convergenza: non andare alle urne. Ciascuno degli astensionisti ha sue proprie motivazioni sulle quali non cerca il consenso degli altri. Potrà farsene un vanto: “non voto oramai da più di vent’anni”; sbandierare orgogliosamente che “nessuno si merita il mio voto”; tentare di usarle come un’arma: ” vi delegittimo tutti/delegittimo il sistema”; oppure dolersene: “purtroppo, non mi offrono alternative accettabili”; e rattristarsene: “ero fuori Italia per lavoro, per studio, per una vacanza prenotata da tempo”; ” non riesco più fisicamente ad andare alle urne”, oppure ancora rivelando il suo isolamento sociale e geografico: “nessuno mi viene a chiedere il voto” ; “non ho più parenti, amici e colleghi con i quali parlavamo di politica e ci convincevamo reciprocamente ad andare a votare”. Questa pluralità di motivazioni, che non chiamerò “accozzaglia”, coglie probabilmente tutto l’arco delle giustificazioni possibili. Mette in evidenza quanto sia superficiale, sicuramente fuorviante, sempre inutile parlare del partito degli astensionisti.

Oltre che dalle loro motivazioni, gli astensionisti sono divisi anche per istruzione e reddito, età e genere. Insomma, il non voto è ancora più problematico del voto. Eppure, come rivela la bella analisi di Dario Tuorto, L’attimo fuggente. Giovani e voto in Italia, tra continuità e cambiamento (Il Mulino 2018), sappiamo molto sugli astensionisti italiani, su chi sono, su come sono cambiati nel corso del tempo, su quali novità sono emerse. Alcuni elementi sono comuni a un po’ tutte le democrazie contemporanee. In generale, le persone con livello di istruzione medio-alto e con un reddito buono votano di più delle persone meno istruite e con basso reddito, in lavori precari o disoccupati. I non-votanti rivelano minore interesse per la politica, hanno poche informazioni politiche e non si sentono dotati di efficacia politica, ovvero pensano di non riuscire a influenzare le scelte politiche. Nel passato, non solo in Italia, gli uomini votavano di più delle donne, forse anche perché possedevano in misura maggiore interesse, informazione, convinzione di contare. Oggi, questo è l’elemento di maggiore novità, più visibile in Italia che altrove, sono le donne delle fasce d’età fra i 18 e i 30 anni a votare di più (o ad astenersi meno) dei loro coetanei uomini. Fra le varie ragioni, potrebbe essere così perché quelle giovani donne hanno interesse, informazione politica e voglia di partecipazione che derivano dal provare sulla propria pelle persistenti discriminazioni di opportunità, di reddito, di condizioni di vita.

Le variabili personali hanno grande peso nello spingere verso il voto oppure l’astensione, ma contano moltissimo anche le variabili strutturali che attengono al sistema politico. Lasciando da parte l’obbligatorietà del voto, in Italia abolita nel 1993, ma ancora vigente, ad esempio, in Australia e in Belgio, le due variabili più importanti sembrano essere quelle relative ai partiti e ai sistemi di partito e alla competitività delle elezioni. Non c’è dubbio che, un po’ dappertutto, il declino dei partiti è accompagnato dalla diminuzione della partecipazione elettorale e viceversa. Dove e quando i partiti non hanno più la volontà/capacità di andare a cercare gli elettori, di convincerli e, letteralmente, di portarli alle urne, l’astensionismo trova un terreno fertile. Se i partiti non offrono chiare e importanti alternative di programmi e di persone, molti elettori penseranno che non vale la pena andare alle urne. Vinca l’uno o l’altro le loro condizioni di vita e quelle dei loro figli non cambieranno in meglio e neppure in peggio. In elezioni poco competitive, quindi, il tasso di partecipazione sarà piuttosto basso, qualche volta, come nelle elezioni per il Congresso degli USA nella maggioranza dei collegi sarà molto al disotto del 50 per cento. Esistono molti casi del genere anche in Europa. L’allarme dovrebbe riguardare non tanto la bassa partecipazione elettorale, soprattutto se abituale, quanto, piuttosto l’eventuale crollo, come, ad esempio, avvenuto in Gran Bretagna: dal 71 per cento del 1997 al 59 del 2001. Talvolta ci si dovrebbe allarmare anche quando ci fosse un’impennata di partecipazione elettorale prodotta probabilmente da un leader populista nel contesto del declino dei partiti tradizionali.

Alla ricerca di una spiegazione “elegante e parsimoniosa” dell’astensionismo negli USA, due politologi americani Lyn Ragsdale e Jerrold G. Rusk (The American Nonvoter, Oxford University Press 2017), hanno individuato una variabile che, da sola, sembra offrire una spiegazione ad ampio raggio e molto convincente. In particolare nelle elezioni presidenziali USA il tasso di partecipazione elettorale è aumentato o diminuito a seconda della natura della competizione. Se e quando le previsioni indicano la alta probabilità di vittoria di un candidato, la partecipazione rimane relativamente bassa. Quando, invece, le previsioni segnalano che l’elezione è fortemente competitiva e l’esito nient’affatto scontato allora la partecipazione elettorale è cresciuta in maniera significativa. In estrema sintesi, l’analisi storica- comparata dal 1920 al 2012 di Ragsdale e Rusk conduce ad affermare che l’incertezza sull’esito riduce considerevolmente le percentuali di astensionisti e porta alle urne molti elettori che credono di avere l’opportunità di determinare l’esito voluto o di scongiurare quello sgradito. Nel contesto italiano delle elezioni di marzo, il cui esito è, anche a causa di una pessima legge elettorale, solo parzialmente scontato (nessuna maggioranza assoluta per nessuno dei tre maggiori contendenti), chi sa se l’incertezza motiverà almeno altrettanti elettori del 2013 (75 per cento) ad andare alle urne oppure se la tendenza all’astensionismo, seppure lenta e limitata, continuerà? Chi non voterà, comunque, non conterà.

Pubblicato La Lettura Il Corriere della Sera 25 febbraio 2018

DIETRO LE QUINTE/ È Marchionne il nome segreto di Berlusconi per Palazzo Chigi

Per la seconda volta in poco più di quindici giorni, Sergio Mattarella interviene contro l’astensione. L’esito del voto non è affatto scontato, spiega Gianfrancp Pasquino.
Intervista raccolta da Federico Ferraù.

Carlo De Benedetti si dice deluso da Renzi ma voterà Pd; gli esclusi dalle parlamentarie M5s annunciano ricorsi e Mattarella, per la seconda volta in poco più di quindici giorni, interviene contro l’astensione (“nessuno deve chiamarsi fuori o limitarsi a guardare”). È l’Italia che si avvicina alle urne. Come spiega il politologo Gianfranco Pasquino, i partiti hanno fatto una legge elettorale pensata apposta per nominare i parlamentari e rendere impossibile il governo del paese a chi non è coalizzato (prima del voto). Ma dopo le urne il governo potrebbe non essere affatto quello preventivato da Renzi e Berlusconi.

Professor Pasquino, l’astensione è attualmente valutata intorno al 33 per cento. Fa così paura?

Una buona percentuale di elettori che decide di andare a votare solo nell’ultima settimana. Io sono convinto che la campagna elettorale abbia ancora un ruolo importante.

Nel 2013 l’affluenza è stata alta (75,19 per cento) ma è scesa di 5 punti rispetto al 2008.

M5s nel 2013 ha portato al voto degli elettori che altrimenti sarebbero rimasti a casa. I 5 Stelle continuano a esserci ed è nel loro interesse portare a votare quegli elettori. Oggi c’è una parte di italiani insoddisfatta del Pd; Leu ne recupererà una parte. Alla fine di questa lunga ballata, credo che il 75 per cento degli italiani il 4 marzo tornerà a votare.

Secondo Repubblica chi vince governa anche con il 37-39 per cento.

No, quel calcolo è sbagliato perché troppo approssimativo. L’Italia è molto diversificata, partiti e coalizioni sono più forti in alcune zone e deboli in altre e fare proiezioni nazionali di situazioni locali risulta fuorviante. La mia stima è che per avere la maggioranza assoluta dei seggi sia alla Camera che al Senato occorra superare il 44 per cento. E nessuno ci arriverà.

Quale assetto politico ci restituirà la legge Rosato?

Più o meno il paese che conosciamo oggi, con piccole, scusi il termine, dis-proporzionalità e dis-rappresentanze. Ma la cosa ancor più paradossale è che gli stessi politici che hanno fatto la legge elettorale dicono che essa potrebbe restituirci un paese ingovernabile.

Sembra una presa in giro, perché la legge l’hanno fatta loro. E allora forse bisogna pensare male.

Non ci piace il paese così com’è, lo vorremmo diverso, ma per averlo diverso bisogna che i partiti siano in grado di cambiarlo. Invece questi partiti non vogliono cambiarlo: vogliono il potere che serve per far eleggere i loro parlamentari e disporne come vogliono, non per cambiare il paese.

Traiamone le conclusioni, professore. La legge Rosato è stata fatta in modo tale da non permettere a nessuna forza di governare da sola. È stata pensata per un governo di coalizione di chi l’ha votata.

Vero, ma solo in parte. Direi così: per la maggior parte dei politici la governabilità è “vinca il mio partito e abbia la maggioranza assoluta”, per di più controllata dal capo del partito e dal suo circolo più o meno magico, sia esso di Arcore, di Rignano sull’Arno o di una società di consulenza milanese. Il premio di maggioranza renziano serviva a questo.

Ma è stato cassato dalla Consulta.

Infatti. Nessuno negli altri paesi ha mai pensato una cosa simile: il premio di maggioranza è esistito solo in Grecia, anche se là era congegnato in modo da favorire non uno ma due partiti. Le democrazie parlamentari occidentali sono governate da coalizioni di partiti, non da singoli partiti pigliatutto.

E adesso?

I politici ci spaventano dicendo sarà difficilissimo fare una coalizione di governo, ma innanzitutto sarà necessario, e poi sarà doveroso. Dovranno fare anche in Italia quello che stanno facendo Merkel e Schulz: definire i punti programmatici sui quali trovare l’accordo e su quella base mettere insieme un governo.

Il suo pronostico?

Difficile fare previsioni. Credo che alla fine ci sarà un sussulto di dignità e che si andrà alla formazione del governo. Secondo me sono tre gli scenari possibili.

Il primo?

Un governo Renzi-Berlusconi è quello che mette d’accordo, oltre ai diretti interessati che hanno voluto la legge, tutti i commentatori dei maggiori giornali, ma secondo me è un’ipotesi che non regge. Se il Pd prendesse il 25 per cento e Forza Italia il 17, la loro piccola-media coalizione avrebbe il 42 per cento, che non è sufficiente. L’ipotesi terrebbe solo se Renzi prendesse più seggi di quelli che gli spettano col 25 per cento. Improbabile.

Il secondo scenario?

Vincono sul serio i 5 Stelle, cioè ottengono su scala nazionale il 31-32 per cento. Se fosse così, Di Maio andrebbe al Quirinale a chiedere l’incarico come leader del partito di maggioranza relativa. Mattarella non potrebbe negargli un mandato esplorativo e se volesse farlo dovrebbe spiegare perché. Inoltre in Parlamento i 5 Stelle farebbero un’opposizione frontale su tutto.

A questo punto, ottenuto il pre-incarico?

Di Maio scoprirebbe che ci sono certamente persone disposte ad appoggiarlo su alcuni punti programmatici. I numeri ci sarebbero e Mattarella conferirebbe l’incarico.

L’appoggio verrebbe dalla formazione di Grasso?

Verrebbe da Liberi e Uguali ma non solo, anche da singoli esponenti del Pd in nome della responsabilità. Ovviamente sarebbe un do ut des: niente più stupidaggini su euro ed Europa, appoggio al reddito di cittadinanza (M5s) in cambio dello ius soli (Pd), e così via.

E la terza ipotesi?

Il centrodestra vince con il 38-40 per cento, M5s si ferma al 30 il Pd al 25, Leu al 6-6,5. In questo caso è Berlusconi a fare scouting e ci riesce. E per favore non parliamo di “corruzione”: offrirebbe qualcosa in cambio, posti o punti programmatici, sui quali chi ci sta sottoscrive un accordo. Niente di diverso da quanto farebbero di Maio o Renzi.

Ma Berlusconi non può fare il capo del governo. E non ha detto chi vuole mettere a Palazzo Chigi.

Se vince, fa un po’ di fuochi d’artificio, proponendo Draghi, che rifiuta. A questo punto si rivolge a persone di cui non normalmente non si parla perché fanno il loro lavoro, ma che a un’offerta del genere difficilmente potrebbero dire di no.

Ad esempio?

Qualche banchiere ambizioso. Un tale Profumo, o un certo Passera. Non sarebbero gli unici: c’è anche qualcuno molto capace che si è detto deluso da Renzi.

Marchionne.

Appunto.

Pubblicato il 18 gennaio 2018 su ilsussidiario.net

Le sinistre che odiano la leadership

Pisapia se n’è andato, forse, e, come ironizzano i social, ha lasciato sole (e viceversa) le altre piccole sparse membra della sinistra: il Movimento Democratico e Progressista, Possibile, Sinistra Italiana. Non posso scrivere “chi più ne ha più ne metta” poiché di organizzato, a sinistra, c’è ben poco d’altro. D’altronde, Pisapia aveva proposto un Campo (ancorché Progressista) non una modalità organizzativa quello che, invece, a mio parere giustamente, desiderano i politici di MDP. Prima il Campo oppure prima il Programma e, prima o poi, vista la dichiarata indisponibilità dello stesso Pisapia, il/un leader? Purtroppo per loro, le sinistre hanno sempre avuto delle idiosincrasie negative nei confronti della leadership. Infatti, l’avvento di Renzi, quanto sia leader si vedrà, ma certamente e fermamente ha voluto esserlo, ha scompaginato la sinistra. È proprio sulla leadership di Renzi che si è arenata l’operazione, peraltro già con molti elementi di ambiguità suoi propri, condotta da Pisapia.

È chiaro, ovvero dovrebbe esserlo, che non può esistere nessuna riaggregazione a sinistra che consideri nemico il più grande partito che si trova da quelle parti, il Partito Democratico, situato a cavallo fra sinistra e centro. Se Tomaso Montanari e Anna Falcone di Alleanza popolare per la democrazia e l’eguaglianza sostengono che il PD è una variante della destra italiana, non soltanto sbagliano, ma sicuramente faranno pochissima strada. Per Pisapia e per quasi tutti gli altri esponenti nella sinistra il PD è, giustamente, un interlocutore. Nessuna sinistra italiana sarà in grado di vincere (questo verbo quasi non ha senso) le elezioni contro il PD, senza il PD. Assodato che il PD debba essere un interlocutore delle sinistre, è, però, strutturalmente, anche un competitore. Tuttavia, il gioco elettorale non è necessariamente “a somma zero”, vale a dire che le sinistre guadagnano quello che il PD perde e viceversa se le sinistre vanno male questo farebbe automaticamente bene al PD. Il gioco è molto più complicato, a cominciare dal coinvolgimento o no degli astensionisti, non di tutto il grosso modo 25 per cento di quelli che non hanno votato nel 2013, ma almeno del 10-12 per cento che, con un’offerta programmatica, di leadership e di governo, sceglierebbero di tornare a votare. Vi si potrebbe aggiungere una parte di elettori che scelsero il Movimento Cinque Stelle nel 2013 e che non sono propriamente entusiasti delle prove nazionali e locali date dai suoi esponenti.

Anche se la politica non si dovrebbe fare con i risentimenti e con i rancori, è evidente che lo scoglio più grosso nei rapporti dentro e fra le sinistre è costituito dalla figura di Matteo Renzi, dalle sue esternazioni, amplificate dai suoi seguaci e dal suo prossimo eventuale ruolo. Dopo avere detto ripetutamente no alle coalizioni, Renzi le ha riscoperte di recente (bastava che guardasse oltre le Alpi e avrebbe visto che tutti i governi delle democrazie parlamentari sono coalizioni) e adesso dichiara la sua disponibilità. Le varie sinistre sanno che dovranno comunque fare una coalizione in parlamento (se ci entreranno) e che quella coalizione ha un unico alleato plausibile: il PD, a meno che qualcuno già pensi ad offrirsi come alleato del Movimento Cinque Stelle. Vantandosi di avere avuto due milioni di voti per la sua rielezione (in realtà, meno di due milioni furono i votanti e 1.257 mila i voti per Renzi), il segretario del PD non intende farsi da parte. Però, proprio questo è l’obiettivo delle sinistre, forse anche di Pisapia: non averlo come capo. Per non perdere altro tempo, c’è una soluzione: presentare le liste, fare campagna elettorale, contare i voti ai quali, grazie alla proporzionale, corrisponderanno i seggi e si vedrà se e chi andrà a guidare il governo. In sostanza, invece di scambiarsi insulti e indulgere in rancori, è giunta l’ora che le sinistre parlino con i cittadini e si organizzino sul territorio. Le sinistre liquide faranno certamente una brutta fine.

Pubblicato AGL il 10 ottobre 2017

Un destino civico e baro

Un destino civico e baro ha travolto i candidati del Partito Democratico nei ballottaggi in Emilia-Romagna (e non solo). Raffinati analisti gongolano: tutti i comuni della Regione, ma anche quelli, per esempio, della vicina Toscana, sono diventati “contendibili”. Allegria! Non sarebbe, però, necessario che per onorare la contendibilità il PD perda tutti i ballottaggi. Comuni contendibili, ma qualche volta vincibili e vinti, questo dovrebbe bastare anche ai più esigenti degli analisti. Invece, a giudicare dalle reazioni dei dirigenti e degli aspiranti tali non sarà facile trovare una contendibilità vittoriosa. Sparando cifre sbagliate sulla votazione con la quale Renzi ha frettolosamente riconquistato la segreteria, comunque le più basse delle cinque elezioni finora svolte nel PD, i renziani dicono che il segretario nazionale non è in discussione (ma le cariche locali sì che le volevano “riallineate”). Magari, quando si perde alla grande, si dovrebbero mettere in discussione le idee e le politiche di quel segretario e le alternative proposte dai coraggiosi che non temono di essere sbeffeggiati e chiamati traditori. Chi non voglia rincorrere Merola che, anche in questo caso, ne ha dette di molte e rischia che qualcuno gli faccia il “tagliando” di metà mandato (no problem: sostituirlo proprio non si può), nota che le idee finora circolate sono poche e contraddittorie. Se sono i candidati civici che sconfiggono quelli del PD, bisogna sfidarli quei civici o cooptarli? “Aprirsi alla società”, come dice l’inarrivabile Via Rivani (citata dal Corriere di Bologna), però, “non con i civici”, sembra acrobatico. E se fossero state, da un lato, le inadeguatezze dei sindaci in carica e, dall’altro, le nuove candidature del PD a scoraggiare gli elettori, molti dei quali hanno ancora una volta preferito l’astensione? Non basta aprirsi alla società, escludendo i civici che, pure, qualche pezzettino di società sembrano in grado di raggiungerlo, mobilitarlo, rappresentarlo, bisogna, sostengono i sindaci della Romagna, che il PD sia “più radicale”. Quest’aggettivo l’abbiamo tutti già sentito. Qualche volta avremmo anche voluto che il contenuto di questa radicalità fosse spiegato. Più di sinistra? Su quali tematiche, con quali modalità? Combattendo l’antipolitica, a cominciare da quella che -rottamazione, poltrone, disintermediazione- il segretario Renzi agita di tanto in tanto?, dunque, facendo politica, ovviamente, sul “territorio” (meno tweet?), e mostrando la dignità di un impegno oppure risistemandosi nelle posizioni giuste per andare/tornare in Parlamento? Un destino, civico o no, tutto da costruire interloquendo con una società, contendibile, che dichiara con il suo voto di essere insoddisfatta del Partito Democratico di oggi.

Pubblicato il 2 luglio 2017

L’astensionismo è diventato un modo di fare politica

Intervista raccolta da Francesco Grignetti per La Stampa

Il politologo: elettori disorientati dai leader Non ha perso il M5S: ha perso Beppe Grillo

 

Il professor Gianfranco Pasquino, politologo, direttore della rivista Il Mulino, già parlamentare di sinistra per tre legislature negli Anni Ottanta e Novanta, reduce da una intensa campagna per il No al referendum che lo ha posto apertamente su un versante antirenziano, aveva intitolato un suo ultimo libro “Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate”. E non è meravigliato che gli italiani votino sempre meno.

Professore, perché c’era da aspettarsi tutto questo astensionismo?
“Intanto perché anche l’astensionismo è un modo di votare. Sono quelli che mandano a dire ai politici: non ci piacete, nessuno di voi ci convince. Sono quelli che pensano che, votando, comunque legittimerebbero questa politica. Ci sono poi quelli che sono sfiduciati, si sentono tagliati fuori da tutto, anziani, isolati, periferici, nulla più suscita il loro interesse. Infine ci sono quelli che, all’opposto, sono attivissimi: i giovani che studiano all’estero, pensiamo alla generazione Erasmus, oppure gli imprenditori che stanno delocalizzando fuori dai confini nazionali, o quelli hanno trovato lavoro fuori d’Italia, o ancora chi aveva fissato per tempo le vacanze in mete esotiche. Nell’Italia d’oggi rappresentano una fascia del 5 o forse il 10% dell’elettorato”.

Fin qui, un discorso generale. Eppure ci sono casi clamorosi. A Genova ha votato meno della metà degli elettori.
“Caso molto interessante, non c’è dubbio. A Genova evidentemente c’è stato un doppio astensionismo: gente di sinistra che aveva votato il sindaco Doria, ha rimpianto quel tipo di sindaco e non si è riconosciuta nella nuova proposta del Pd. Non se la sono sentita di fare il salto della quaglia, votando a destra. Si sono rifugiati nel non-voto. E poi c’è la gente del M5S che non ha accettato i pasticci di Beppe Grillo sulla candidata Cassimatis, che è stata defenestrata nonostante avesse avuto il via libera dalla consultazione via Internet”.

Molti sostengono che l’astensionismo del 2017 suoni come campana a morte per i grillini. Sono fuori da tutti i ballottaggi e stavolta non hanno intercettato il voto di protesta.
“Andiamoci cauti con queste conclusioni. Detto dei pasticci di Genova, è vero che a Parma c’era un ex come Pizzarotti che ha dragato i voti di quell’area, oppure che hanno perso il Comune di Mira ma solo perché il sindaco di lì ha preferito saltare un giro perché altrimenti non si sarebbe potuto candidare alle prossime politiche, o che non possono considerare loro Comacchio dove si è imposto un altro sindaco eretico che è stato abbandonato al suo destino perché è un cervello indipendente, ma lo zoccolo duro del M5S è l’antipolitica. E quel sentimento è sempre lì, vivo e vegeto, pronto a ritornare fuori. Come diciamo noi politologi, c’è stato un problema di offerta. Grillo si è dimostrato brillante nel 2013 ad intercettare quel voto; vedremo che cosa farà in futuro. Quindi non condivido affatto l’opinione di chi dice “è stato sconfitto il populismo”. No, è stato sconfitto Grillo”.

Le prime analisi sui flussi del voto segnalano anche forti perdite del centrosinistra.
“Beh, con quel leader del Pd che un giorno dice “Mai coalizioni con gli scissionisti!” e poi fa coalizioni con Mdp quasi in tutti i Comuni, solo per dirne una, non c’è da sorprendersi che ci sia un certo disorientamento del suo elettorato…”.

Anche in Francia l’astensionismo non scherza, ha visto?
“Lì c’è stato un ciclone che si chiama Macron che ha letteralmente frantumato il partito socialista e ha aspirato anche molti voti gollisti. In effetti, in Francia come in Italia, il tramonto dei partiti storici, la scomparsa delle famiglie politiche, e la fine delle ideologie, sta allontanando tanti elettori dalla politica e quindi dal voto. Da noi peraltro credo che l’ultimo chiacchiericcio nazionale sulla legge elettorale, abbia disorientato tanti italiani un po’ di tutti i partiti. Penso in particolare all’area dei grillini dove nessuno ha capito che cosa vuole Grillo e c’è un po’ di delusione e anche di depressione nel loro elettorato. Ma il ragionamento vale anche per l’area del Pd. E alla fine l’elettore-tipo dice: sapete che c’è, ho una vita da vivere piuttosto che impazzirvi dietro…”.

In occasione di elezioni amministrative, però, specie in tante realtà medie e piccole, il voto ha sempre richiamato un gran numeri di votanti. Non stavolta. Come mai, professor Pasquino?
“Molti devono avere pensato che vinca questo o vinca quello, alla fine non fa una grande differenza. E torniamo alla morte delle famiglie politiche e alla crisi dei partiti tradizionali…”.

Pubblicato il 13 giugno 2017

 

“Non assolvo il popolo” Dialogo tra la Società Giusta e il Popolo apatico

Un Popolo apatico che vagava in qua e in là arrabbiato e senza meta, vide da lontano un busto piccolissimo che da principio immaginò dovere essere di plastica a somiglianza dei manichini degli Ipermercati. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una donna esilissima seduta in terra, col busto ritto e fiero, il dorso e il gomito appoggiati a una pila di libri, il volto bello e terribile, che lo guardava fissamente.

Popolo: Chi sei? Perché mi scruti? Cosa cerchi?

Società Giusta: Il mio nome è Società Giusta, sono la madre della politica e di tutte le decisioni collettive sovrane.

Popolo: Non m’interesso di politica. La politica mi disgusta.

Società Giusta: Anche a me sempre disgustano le brutte decisioni che la politica produce. Ma la politica è pur sempre (quasi) tutto quanto avviene in città. Se non te ne interessi, fai male a te stesso e ai tuoi concittadini.

Popolo: La politica è troppo complicata per me.

Società Giusta: Complicata? I tuoi genitori ti parlano di politica? Parli di politica con i tuoi figli e con i tuoi amici?

Popolo: I miei genitori non sanno nulla di politica e non ne vogliono sapere. Con i figli parlo poco, solo del lavoro che non trovano, con gli amici parliamo di calcio, di immigrati, di criminalità.

Società Giusta: Qualcuno ha fatto carriera politica sfruttando le squadre di calcio. Chi pensi che debba affrontare e risolvere il problema del lavoro che non c’è, della criminalità che c’è fin troppo e dell’immigrazione che cresce?

Popolo: Tocca a loro, ai politici. Li paghiamo già fin troppo e non fanno niente. Fannulloni, sono tutti eguali, vadano a lavorare.

Società Giusta: Quei politici li hai eletti tu, popolo. Anche se non sei andato a votare personalmente, saranno stati i tuoi amici a farlo. Sostanzialmente, popolo, hai il governo che ti meriti.

Popolo: Non è il “mio” governo. Non l’ho mai votato. Sono tutti eguali. Tutti promettono. Nessuno mantiene. Ho deciso di votare nessuno.

Società Giusta: se non ti piace nessuno, se li vuoi sostituire tutti, dovresti impegnarti in qualche attività politica, magari a livello locale.

Popolo: Non me l’ha mai chiesto nessuno di impegnarmi. Non saprei come quando con chi associarmi.

Società Giusta: ma non sei tu e i tuoi amici che, qualche volta canticchiate Gaber: “la libertà e partecipazione”? e allora?

Popolo: È un motivetto orecchiabile, ma se facessimo atti di partecipazione finisce che loro credono di godere del nostro sostegno. Astenendoci mandiamo un messaggio forte. Li delegittimiamo.

Società Giusta: ma quando mai l’astensione ha delegittimato chi ottiene voti! Non ti ricordi che nelle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna nel novembre 2014 votò soltanto il 37,70% (contro il 68% delle precedenti), ma il Governatore si è insediato, ha nominato la sua giunta, agisce e nessuno si ricorda più di quell’espressione di enorme e diffusa insoddisfazione. No, troppo spesso l’astensionismo è la soluzione dei pigri, dei pavidi, dei menefreghisti. Non sai, popolo, che l’art. 48 della Costituzione afferma che il voto è un “dovere civico”?

Popolo: ma se non ho abbastanza informazioni sulla politica, sui partiti, sui candidati e non trovo il tempo per partecipare come potrei influenzare l’esito delle elezioni e le decisioni politiche?

Società Giusta: Proprio per questo ti condanno. Non ti sei interessato alla politica, anche se qualcuno fra i tuoi amici te lo chiedeva; non ti sei informato sulla politica, anche se qualcuno fra i tuoi amici e conoscenti voleva informarti; non hai voluto partecipare ad attività politiche, anche se hai parenti, amici, relazioni, persino sul tuo luogo di lavoro, che un po’ di politica la fanno. Ti sei condannato a non avere nessuna influenza sulle “cose della tua città”. I cattivi cittadini come te sono responsabili della vita descritta dal grande filosofo politico Thomas Hobbes: “solitaria, povera, cattiva, brutale e breve”. Ti condanno, popolo apatico e antipolitico, perché da cattivo cittadino hai reso più difficile la vita dei buoni cittadini che cerca(va)no di migliorarla anche per te. Ti condanno a continuare a vivere la tua vita egoista e autoreferenziale, grigia e triste e a lamentartene.

Pubblicato il 5 aprile 2017 su TerzaRepubblica.it

Gli astensionisti sono un partito?

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Due incognite pesano sulla sfida referendaria che deciderà il futuro volto politico ed istituzionale del Paese. “Sette milioni di italiani sono ancora incerti sulla scelta di voto; oltre 5 milioni affermano di non aver ancora deciso se votare o astenersi. Se il ruolo degli indecisi resta fondamentale, a risultare determinante – spiega ancora Vento – sarà soprattutto la motivazione dei cittadini a recarsi alle urne: una variabile in grado di modificare di diversi punti percentuali, a favore dell’uno o dell’altro fronte, il risultato elettorale del 4 dicembre”.

«Referendum, ultimi sondaggi: No ancora avanti. Ma è record di indecisi: 12 milioni», L’Espresso, 17 novembre 2016

La risposta in un Pixel

«[…] è sbagliato mettere tutti coloro che si astengono nello stesso sacco e parlare di «partito degli astenuti», che non sarebbero soltanto, come sostiene la pubblicistica, «senza volto», ma, più correttamente, anche senza programma comune e senza motivazioni condivise. No, gli astenuti non sono mai un partito. Numerose ricerche segnalano, infatti, che le motivazioni degli astenuti sono le più diverse, in un certo senso classificabili in tre categorie:

· coloro che non possono votare o non riescono a farlo;

· coloro che non vogliono votare;

· coloro che non vengono raggiunti e motivati ad andare a votare.

Fra i primi si collocano tutti quelli che per impedimenti di lavoro, impegni di studio, problemi di salute non sono riusciti a recarsi alle urne, ma anche coloro che, a causa dell’accresciuta diseguaglianza socio-economica, si sentono emarginati. Fra i secondi troviamo gli astenuti di «opinione», quelli che desiderano manifestare il loro disinteresse per la politica, la loro indifferenza rispetto alla posta in gioco, la loro protesta contro i partiti e i candidati. Agiscono consapevolmente, ma sicuramente sopravvalutando l’impatto del loro non-voto. Chi non vota non conta, mai. Di recente, gli studiosi hanno scoperto che fra questi astensionisti si situano quei cittadini che ritengono inutile votare perché qualunque governo avrà pochissima discrezionalità operativa. La terza categoria, in probabile crescita, è composta da coloro che non hanno (più) relazioni sociali, vivono soli e isolati, non vengono raggiunti (il femminile sarebbe più appropriato poiché le donne, anziane, vedove, abbandonate, sono in nettissima maggioranza in questa categoria) dalla campagna elettorale e dai messaggi di partiti e candidati, non hanno né modo né possibilità di discutere di politica. Sono (diventati) forse alienati, sicuramente apatici. Nelle società moderne l’isolamento sociale è gradualmente diventato più frequente e più diffuso; sta dando un apporto non marginale all’aumento complessivo dell’astensionismo. Chi va a giocare a bowling da solo (faccio riferimento all’intrigante titolo di un’ottima ricerca di Robert Putnam sul declino del «capitale sociale» negli USA, della propensione e disponibilità a «fare le cose insieme», in squadra) sa che troverà comunque dei compagni. Da solo, però, raramente riceverà incentivi per andare a votare.»

Per saperne di più: Pixel Politica e istituzioni

Pubblicato il 23 novembre 2016 su PIXEL EGEA ONLINE

Occuparsi di chi non vota

 

All’incirca il 30 per cento di elettori italiani si astiene con regolarità e convinzione, qualche volta con irritazione altre volte per rassegnazione. Sappiamo che ci sono astensionisti, per così dire, di opinione. Con il non-voto esprimono di volta in volta la loro opinione negativa sulla politica, sui partiti e sui candidati. Ci sono anche molti astensionisti involontari che, a determinate condizioni, voterebbero e voteranno, se non fossero ammalati o impossibilitati a recarsi alle urne poiché sono in vacanza o sono fuori città, fuori Italia, per motivi di lavoro o di studio. Per la grandissima maggioranza di loro non basterebbe estendere di mezza giornata, al lunedì mattina, la possibilità di votare. Invece di questa banale e un po’ furbesca operazione, partiti e governanti dovrebbero ricorrere ad uno strumento molto semplice già adottato in numerose democrazie (dagli USA alla Germania alla Svezia): il voto per posta.

Gli studenti che vanno all’estero grazie al programma Erasmus sanno quando partiranno e quando ritorneranno (a meno che vogliano fare i “cervelli in fuga”). Gli industriali che investono e lavorano in Europa e nel mondo conoscono i loro impegni molto tempo prima del voto. Molti di loro si organizzerebbero chiedendo e spedendo tempestivamente la scheda elettorale. Persino i turisti non per caso potrebbero ricorrere al voto per posta. Centinaia di migliaia di elettori sarebbero messi in condizione di esercitare un loro diritto. Naturalmente, pure ridimensionato, il problema non sarebbe affatto risolto perché l’astensionismo è un problema politico, non semplicemente tecnico.

Quando cercano rimedi “tecnici” partiti e governanti lo fanno, in maniera un po’ ipocrita, per dimostrare che sono interessati alle opinioni che i cittadini esprimono con il loro voto. Però, i politici e la maggior parte dei commentatori dimenticano, o non sanno, che il voto dei loro concittadini è, salvo eccezioni “ideologiche” oramai molto rare, la risposta all’offerta: di rappresentanza, di politiche specifiche, di decisioni su tematiche, di governo e di opposizione, che partiti e candidati dovrebbero fare e sapere fare. Se l’offerta è vaga, di bassa qualità, di incerta attuabilità, simile per molti partiti, non ne consegue nessuno stimolo alla partecipazione elettorale dei cittadini. La loro vita non cambierà, né in meglio né in peggio, con la vittoria di alternative pallide e sbiadite, di politici incolori e spesso trasformisti. Se tutto quello che l’elettore può fare è tracciare una crocetta sul simbolo di un partito (che magari quel simbolo e persino il nome lo ha cambiato due o tre volte), allora andare al mare è un’opzione di gran lunga preferibile, più saggia, più gratificante.

La (poca) cultura politica italiana di fondo non indirizza alla partecipazione, elettorale e politica. In più, i politici, specialmente i nuovi politici, ci hanno messo del loro. Le campagne elettorali si svolgono comodamente nei salotti televisivi dove il chiacchiericcio politico tutto avvolge e rende opaco. Lontanissimo è lo spettacolo delle primarie presidenziali USA (e poi per i rappresentanti stato per stato), con i candidati che tengono comizi, stringono mani, baciano i bambini e, addirittura, propongono soluzioni per i problemi locali (e nazionali). Lontana è anche l’esperienza inglese dove, grazie ai collegi uninominali, all’incirca 90 mila elettori ciascuno, i candidati fanno tuttora campagna door-to-door, porta a porta, sempre disposti a condividere una tazza di thè! Tornare a parlare con gli elettori non è un compito facile per i partiti italiani e i loro candidati, ma, nel medio periodo, è l’unico modo che farebbe migliorare quel rapporto con la politica che solo può convincere i cittadini astensionisti a tornare alle urne per dare un giudizio sull’offerta politica di partiti e candidati.

Pubblicato AGL 22 maggio 2016