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Stelle di un piccolo mondo

Grande successo mediatico (e, forse, anche giudiziario) sta ottenendo oramai da diversi giorni il faticosissimo procedimento di formazione e trasformazione della giunta del sindaco Virginia Raggi. Non è la prima prova di governo del Movimento Cinque Stelle. Altre città hanno già evidenziato limiti e inconvenienti, ma Roma è la prova più importante. Il (buon)governo della capitale dovrebbe/potrebbe addirittura essere il trampolino di lancio per il governo del paese affidato al Movimento Cinque Stelle. In alternativa, rischia di essere il luogo dove l’ambizione, scontratasi con la dura, ma mai intrattabile, realtà, è costretta alla ritirata. Adesso, è possibile dire che i Pentastellati hanno sbagliato molto, ma, se mi è consentito sottolinearlo, i loro peccati originali li ho evidenziati fin da quando entrarono rumorosamente in Parlamento e si definirono cittadini.

A Roma hanno simultaneamente fatto la loro comparsa una contraddizione strutturale e un dato, almeno in una certa misura, contingente. Oramai pienamente disvelata, ma dai Pentastellati nient’affatto completamente capita, sta la contraddizione strutturale. Se vogliono continuare a caratterizzarsi come il nuovo/l’onesto che avanza e su questo slogan attrarre consensi e voti, com’è successo proprio a Roma, dove il vecchio si era dimostrato anche molto disonesto, i Pentastellati non sono in grado di ricorrere a chi ha una biografia politica, esperienze amministrative, competenze professionali confinanti con la politica e già messe alla prova. Di qui grandi rischi, soprattutto dove il contesto è sfavorevole. Sono costretti a trovare il nuovo, rinunciando per principio a chi ha esperienza e competenza, magari maturata sul campo, ma debbono fare i conti con una fase di apprendistato che nessuno può dire quanto lunga sarà. E sarà molto lunga se viene intralciata dall’ideologia che sostiene che i “cittadini” (delle Cinque Stelle) entrati in Campidoglio sono comunque migliori perché si dichiarano “onesti”. Proprio perché nuovi, anche se onesti, ma inesperti e incompetenti, sono costretti ad affidarsi a uomini e donne del mestiere reclutati, a Roma direbbero “rimediati” secondo logore modalità: gli amici degli amici.

Quanto al dato contingente riguarda tutto la persona di Virginia Raggi. Nuova alla politica, meno di tre anni in consiglio comunale non ne fanno una persona politicamente e amministrativamente competente, Virginia Raggi ha evidentemente sottovalutato il compito di formare una Giunta e di reclutare il suo staff. Eppure, già più di tre mesi prima delle elezioni amministrative, la sua vittoria era data per scontata. Avrebbe potuto iniziare una ricognizione a tutto campo, Invece, da quello che sta emergendo in abbondanza, appare chiaro che la Raggi non si è messa avanti con il lavoro di reclutamento prima della fatidica elezione poiché face(va) affidamento sul suo, certo non grande e non pluralista, mondo di riferimento: avvocati non proprio progressisti e funzionari già nel giro dell’ex-sindaco Alemanno, travolto da scandali. Quanto immacolati, come vorrebbero i non-regolamenti del Movimento, siano quei funzionari lo stanno mettendo in dubbio le valutazioni, ad esempio, dell’Autorità anticorruzione e qualche inchiesta giudiziaria. Come direbbero subito i politici, lasciamo alla giustizia di fare il suo corso (qui la famigerata orologeria non sembra proprio centrare nulla).

Quello che è grave è che da quel suo ristretto mondo il sindaco, anche nella sua strenua resistenza, appare fortemente, forse fatalmente, condizionata. Allora, la situazione non sarebbe più contingente e non basterà l’avvertimento di Grillo “noi vigileremo”. L’ipoteca che il mondo della Raggi ha pesantemente posto sul suo operato non è destinata a sparire. Anzi, per quel che è possibile sapere e capire allo stato degli atti verrà fatta valere per tutta la durata del suo mandato. Potrà anche incidere sulle fortune nazionali del Movimento Cinque Stelle che, comunque, subirà un ridimensionamento non grande poiché potrà sempre fare leva su un elettorato parecchio insoddisfatto di quello che succede a livello del governo del paese. Quello che conta, però, e non è affatto da sottovalutare è che, se “l’Europa ci guarda” davvero, il malgoverno e il non governo di Roma screditano tutta l’Italia.

Pubblicato AGL 11 settembre 2016

Brutte gatte da pelare

Come si fa a non apprezzare il timing, vale a dire, la eccezionale tempestività con la quale l’Autorità Anticorruzione rende note le sue numerose e incisive proposte di modifica alla Legge Severino? Verranno sottoposte queste utilissime proposte, una per una, al vaglio attento e competente del governo, delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato e, immagino (e auspico) anche e soprattutto della Commissione Antimafia presieduta dall’on. Bindi? Serviranno a migliorare la legge Severino in particolare per quella che riguarda l’incandidabilità alle cariche pubbliche, l’ineleggibilità e i conflitti di interesse? Tutte quelle proposte riguardano tematiche molto spinose per la classe politica che, a livello nazionale, a livello regionale (“impresentabili” più De Luca), a livello comunale (attualmente svettante grazie al caso di Roma Mafia capitale) ha moltissime gatte da pelare e pochissima voglia di farlo.

L’impressione è, per utilizzare il politichese, utile a farsi capire dai politici e dai loro giornalisti di riferimento, che Raffaele Cantone sia entrato a gamba tesa nell’intricatissimo affaire De Luca che il Presidente del Consiglio non sa come risolvere e, forse, preferirebbe evitare. Consentirne l’insediamento alla Presidenza della Regione Campania? Dargli anche il tempo di designare la Giunta e, quel che più conta, di nominare il VicePresidente che lo sostituirà tenendogli caldo il posto fino al suo eventuale ritorno se riuscirà a liberarsi delle sue pendenze giudiziarie? Da qualsiasi parte le si guardi, le proposte di Cantone promettono di fare guadagnare un sacco di tempo a Renzi prima di essere obbligato a prendere una decisione definitiva su De Luca Presidente della Campania. Curiosamente, ergendosi in tutta la sua statura politica, lo stesso De Luca aveva quasi intimato al Parlamento di rivedere la legge Severino, proprio nei punti, a suo parere sbagliati, che lo riguardavano. Alcune delle proposte di Cantone, che non dimentichiamolo, aveva criticato l’azione della Presidente Bindi e i criteri rigidi, scherzosamente aggiungerei molto “severini”, da lei utilizzati per stigmatizzare gli “impresentabili” (due soli dei quali, quattordici, incidentalmente, sono stati eletti), sembrano fatte apposte per mettere in questione quanto fatto dalla Bindi, per rovesciarne l’impostazione, per cambiarne l’impatto.

In attesa di capire dove l’Autorità Anticorruzione voglia effettivamente andare a parare, almeno tre osservazioni debbono essere chiaramente formulate. La prima riguarda la necessità che si addivenga alla soluzione più rapida possibile del caso De Luca senza tenere in nessuna considerazione variabili intervenute dopo la sua elezione. Soltanto i populisti possono pensare che il voto, per di più di poche centinaia di migliaia di elettori, sani le pendenze giudiziarie. In qualsiasi democrazia nomale non è così. Secondo, la corruzione politica è la più grave malattia di un sistema politico poiché non soltanto premia i corrotti, ma inquina nelle loro fibre più profonde il mercato e la società. Qualsiasi cedimento su questo piano ha conseguenze devastanti e durature, come le cronache italiane rivelano ad abbondanza. Terzo, arriverà anche il tempo, sempre in politichese, nel quale bisognerà, ma a ragion veduta e con il sostegno dei dati, “fare il tagliando” alla legge Severino. Procedere adesso, in pendenza di un caso molto grave e delicato, appare più che sospetto. Sembra un doppio favore: a Renzi che si leva un peso politico, a De Luca che dimostra quanto grande è il suo peso politico. Meglio seguire, anche con la fretta con la quale dice sempre di voler operare il Presidente del Consiglio, due strade e due procedure chiaramente differenziate. Non sarà la confusione a sconfiggere la corruzione.

Pubblicato AGL 11 giugno 2015