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Pasquino: «I partiti? Oggi sono ininfluenti, per fortuna che c’è l’Europa» #intervista @Avantionline

Intervista raccolta da  Giada Fazzalari

Nella storia della Repubblica raramente i partiti sono stati così ininfluenti come in questa stagione e dunque se il sistema-Paese regge, buona parte del merito va ascritto all’Europa. In questa intervista all’”Avanti! della domenica” Gianfranco Pasquino, uno dei grandi maestri della scienza politica del secondo dopoguerra, tratteggia un affresco dell’Italia politica, attardata in una transizione che sembra non voler finire. Classe 1942, torinese, allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, professore emerito di Scienza politica all’università di Bologna, ha vissuto una vita “tra scienza e politica”, come recita il libro autobiografico appena pubblicato, dove trapelano l’arguzia, l’intelligenza affilata e un tratto deciso: la libertà integrale dell’intellettuale di razza.

Qual è lo stato di salute della politica e dei partiti in Italia?

La politica è qualcosa che si svolge, come diceva Aristotele, nella Polis e ci riguarda tutti, non possiamo chiamarci fuori. Se la politica non gode di uno stato di salute buono, vuol dire che i cittadini non sono inclini a occuparsene e fanno male, perché se i cittadini non si occupano di politica, i politici non si occuperanno di loro e dunque non risolveranno nessuno dei problemi collettivi che incidono sulla qualità della loro vita. I partiti italiani stanno malino. Di solito i politici pensano sia così anche altrove ma non è vero, perché altrove ci sono partiti organizzati, strutture vere e modalità di scelta dei leader e dei candidati che funzionano. Quello che non va bene in questo paese sono esattamente i partiti come strutture che organizzano il consenso e fanno partecipare i cittadini alla vita pubblica.

A proposito di partecipazione: si avvicina il momento in cui i cittadini torneranno a dire la loro. Questa legge elettorale ha dato buona prova di sé? molti a sinistra auspicano un ritorno al sistema proporzionale…

Questa è una pessima legge elettorale, perché i partiti l’hanno concepita perseguendo il loro interesse specifico. Quello che qualcuno chiama governabilità, per i partiti è riuscire a vincere le elezioni e rimanere al potere il più a lungo possibile. La legge Calderoli ha consentito comunque la caduta del governo Berlusconi nel 2011 e la legge Rosato ha permesso tre cambi di governo: non è esattamente indice di stabilità, che è la premessa della governabilità. Come si fa a governare bene se non si hanno dei governi stabili? Le leggi maggioritarie possono funzionare bene, come la legge Mattarella. Esistono inoltre diversi sistemi proporzionali: quello che conta è la rappresentanza che non è mai solo un affare di numeri, ma di capacità dei rappresentanti. A mio modo di vedere il criterio per valutare una buona legge elettorale è quanto potere hanno gli elettori nella scelta dei rappresentanti. Fino ad adesso non ho sentito parlare di questo. Due buone leggi elettorali attualmente utilizzate in Europa sono quella francese, con il doppio turno di collegio, con una soglia di passaggio dal primo al secondo turno e il sistema elettorale tedesco ma come è in Germania. Noi abbiamo fatto molto male cercando di essere originali e potremmo fare molto meglio importando sistemi che funzionano.

Sembra che il Pd stia riconquistando una certa centralità politica. Come vede il futuro del centro-sinistra? Con o senza M5S?

Letta ha stabilizzato una situazione. Non vedo un’avanzata travolgente del Pd e con il 20-22% si può essere centrali in uno schieramento politico ma poi bisogna trovare gli alleati adeguati, leali, competenti. Useremmo questi tre aggettivi per il M5S? certamente no. Eppure è un alleato necessario. Primo perché probabilmente loro stessi non sanno dove andare e poi perché senza quel 15% non si può fare nessun campo largo. Quindi buona fortuna a Letta, perché non vedo altri pezzi di sinistra, alcuni tra questi sono cespugli.

I socialisti portano in dote una grande storia e grandi valori…

Sono assolutamente d’accordo: la cultura politica socialista è stata una cultura importante e ancora oggi si ritrova in alcuni esponenti, però temo che non ci sia sufficiente convinzione nei portatori passati della cultura socialista. Bisogna riprendere la materia culturale senza troppe recriminazioni sul passato ma guardando avanti, guardando all’Europa e ai partiti socialdemocratici. Quindi lo spazio c’è e deve essere colmato con un po’ di innovazione. Lo dico così: bisogna ripensare il socialismo, guardando al futuro e con un progetto. Ricostruire una cultura socialista nel Paese è un’operazione ambiziosa che si può fare, che poi era il tentativo fatto da Gigi Covatta. La cultura socialista è esistente, le altre si sono dissolte.

I referendum sulla giustizia saranno risolutivi sulle questioni sollevate o serve una riforma di sistema in Parlamento?

Il problema della giustizia è un tema anche di reclutamento, preparazione e di criteri di promozione dei magistrati. Inoltre, più di qualsiasi altra attività che si svolge in un sistema politico, la magistratura ha bisogno di persone che abbiano un senso etico, che sappiano che le loro decisioni incidono sulla vita delle persone e complessivamente sul benessere del sistema politico. Su uno dei quesiti sono d’accordo e sarei disposto a votare sì: bisogna assolutamente cambiare il sistema elettorale del CSM e renderlo tale che non possa essere manipolato dalle correnti della magistratura che ne hanno fatte di tutti i colori. Su tutte le altre tematiche credo che la riforma debba essere fatta in parlamento, con calma, conoscenza, in maniera chirurgica.

Lei ha scritto in libro autobiografico che si chiama ‘Tra scienza e politica litica’. Le va di farci un bilancio dei suoi primi 80 anni?

(.. sorride..) L’idea è di raccontare quello che mi è successo, da partecipante attivo e curioso di un sistema politico, che ha imparato molto attraverso la scienza politica, grazie a Norberto Bobbio e a Giovanni Sartori. Il mio bilancio personale è positivo: ho avuto fortuna ma me la sono anche conquistata, ho sempre lavorato molto. Nel libro cito la mia esperienza in Cile, l’insegnamento in alcune università americane e nei college inglesi, esperienze importanti per capire come si pratica la politica altrove. C’è anche un po’ di amarezza per tutte le cose che si potevano fare e non sono state fatte, e perché ho visto troppi errori, manipolazioni, furbizie. Questo è un paese che vive al di sotto delle sue capacità intellettuali e culturali perché troppi pensano esclusivamente al loro destino personale, al loro narcisismo e questo è davvero un peccato sistemico. Quindi il paradosso è che sono molto soddisfatto ma quando mi guardo intorno, mancando la coesione collettiva, vedo molte cose che non vanno bene.

Lei diceva: cose che si potevano fare, non sono state fatte. Ma che si possono fare ancora, anche da chi è al governo?

Certamente. Draghi, che ho conosciuto quando era un giovane dottorando, ha imparato moltissimo e ha secondo me la prospettiva di governo giusta. Però intorno a lui vedo dei profittatori che hanno guadagnato dalla sua presenza in politica e non vedo la loro capacità di contribuire a un progetto collettivo. Quindi si porrà il problema di cosa succederà dopo le elezioni marzo del 2023. Ci sono ancora molte cose che si possono fare e dobbiamo soprattutto essere grati all’Europa: “non dobbiamo mai chiederci che cosa l’Europa debba fare per noi ma cosa noi dovremo fare per l’Europa, in Europa”. Draghi questo lo sa, molti altri no. Il mio augurio di professore e cittadino è che tutti studino e imparino. Presto.

Pubblicato il 4 giugno 2022 su Avanti Settimanale