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Ecco come funziona una legge elettorale con il doppio turno

Non si può parlare di doppio turno di collegio e di doppio turno di lista come se fossero quasi intercambiabili. L’intervento di Gianfranco Pasquino

Non si deve permettere neppure ai più acrobatici interpreti dei sistemi elettorali di scrivere, à la D’Alimonte, di doppio turno indifferentemente, che sia di collegio (uninominale) oppure fra partiti/coalizioni come quello previsto nell’Italicum. Faccio, non completamente, grazia ai lettori sottolineando, per l’ennesima, ma non ultima, volta che da nessuna parte al mondo esiste un meccanismo come quello del defunto, da non compiangere e meno che mai resuscitare, Italicum.

I sistemi elettorali servono a tradurre voti in seggi per dare vita a un Parlamento, non, da nessuna parte, tantomeno nelle democrazie parlamentari, a un governo. Il doppio turno francese applicato in collegi uninominali elegge i parlamentari. Al primo turno, giova ripeterlo e sottolinearlo, gli elettori votano in maniera prevalentemente sincera, vale a dire, per il/la candidato/a preferito/a che riuscirà a passare al secondo turno soltanto qualora riesca a superare una certa soglia percentuale (in Francia, attualmente, il 12,5 per cento degli aventi diritto). Pur nella consapevolezza che il suo preferito non supererà la soglia, l’elettore decide di votarlo per rafforzarne il potenziale di contrattazione al secondo turno. Quei suoi voti, una volta contati, potrebbero essere decisivi per fare vincere il seggio a un altro candidato di un partito con il quale è possibile, da un lato, contrattare i voti in un altro collegio, dall’altro, eventualmente, formare una coalizione di governo. Al secondo turno, che è sbagliato definire ballottaggio poiché nella grande maggioranza dei collegi vi saranno più di due candidati, alcuni elettori avranno la possibilità di votare il loro candidato preferito, altri finiranno per scegliere il candidato meno sgradito. Fra il primo e il secondo turno, tutti gli elettori avranno avuto l’opportunità di acquisire un numero aggiuntivo di informazioni politicamente rilevanti prodotte e diffuse dai candidati, dai partiti, dai mass media.

Invece, il doppio turno previsto dall’Italicum avrebbe dovuto svolgersi fra due partiti e/o coalizioni (il significato di “lista” non fu mai furbescamente precisato). Dunque, era sostanzialmente un ballottaggio. In maniera molto accondiscendente e supponente, i suoi laudatores riconoscevano che il premio attribuito al vincitore, anche qualora fosse stato soltanto del 15 per cento, distorceva la rappresentanza politica a favore di quella che, impropriamente, chiamavano governabilità. Certo, quel premio avrebbe dato modo allo schieramento maggioritario di godere di una confortevole maggioranza assoluta in Parlamento. Che questa fosse governabilità, se quella maggioranza non avesse poi avuto la capacità di prendere decisioni e di farle applicare, è evidentemente tutto da dimostrare.

Ad ogni buon conto, rimane la differenza verticale fra il doppio turno di collegio e il doppio turno Italico. Il primo serve a eleggere i parlamentari, il secondo a dare vita a un governo. Sono, palesemente, incomparabili e, altrettanto palesemente, non sono affatto intercambiabili. In particolare, il doppio turno Italico incide sulla forma di governo fuoriuscendo dalla democrazia parlamentare ed entrando in terra incognita.

Al di là delle preferenze personali, meglio se sorrette dalle conoscenze scientifiche, le differenze fra i due doppi turni sono profonde. Chiunque le cancelli sta manipolando, più o meno consapevolmente, a spese di tutti, il dibattito pubblico e non dà nessun contributo alla formulazione di una legge elettorale migliore, non è difficile, della pessima Legge Rosato.

Pubblicato il 2 maggio 2018 su Formiche.net

Renzi non è Macron. Ecco perché

Il leader del Pd non guarda oltre il suo ombelico e la sua miopia non fa bene al Paese. Lo scrive il politologo Pasquino per Formiche.net

Non mi pare davvero una grande pensata quella di Renzi che lancia un governo costituente come alternativa a un governo che, anche a causa della sua ostinazione, non riesce a nascere. Ha dimostrato di non avere ancora capito che le sue riforme costituzionali bocciate dal referendum erano pasticciate e pessime. Non avrebbero migliorato il funzionamento del sistema politico. Non contenevano nulla che potenziasse davvero il governo. Continua a confondere il ballottaggio del suo Italicum, fra due partiti o, con estensione indebita, fra due coalizioni, per eleggere il parlamento, con il ballottaggio francese, fra due candidati, per eleggere il Presidente della Repubblica. No, Renzi non è affatto Macron né per competenza né per esperienza né per coraggio.

La proposta di governo costituente, dal quale, però, almeno Boschi e Rosato nonché Renzi stesso dovranno stare molto lontani, è soltanto un modo, da un lato, di tornare in pista venendo fuori dall’angolo nel quale, spinto dagli elettori, si è rintanato; dall’altro, è un escamotage per guadagnare tempo per sfiancare Di Maio e per andare verso un Nazareno-bis, certamente non, dal momento che né lui né i suoi parlamentari nominati (ai senatori ha ricordato che li controlla) hanno un’idea, per ricostruire il Partito Democratico dall’opposizione, un partito che non è neppure più l'”amalgama mal riuscito” di cui disse, sprezzante, D’Alema. Semplicemente, non è un amalgama.

Come, poi, si possa passare un paio d’anni a disegnare riforme costituzionali con un governo apposito senza affrontare quantomeno i tre/quattro problemi più importanti e urgenti dell’Italia: avere un ruolo in Europa, rilanciare crescita e occupazione, affrontare l’immigrazione, riformare le riforme mal fatte (mercato del lavoro, scuola, amministrazione pubblica) è un mistero inglorioso. Che Renzi voglia bloccare il PD prima di farlo scivolare verso il PdR? Lo sappiamo tutti: non ci sono più i partiti di una volta e, neppure, naturalmente, i leader di una volta. Quei partiti e quei leader sapevano ragionare, progettare, agire con responsabilità nazionale, verso il paese. I contemporanei, soprattutto Renzi, guardano con occhi miopi il loro ombelico, che è bruttino assai.

Pubblicato il 30 aprile 2018

Il modello tedesco e la buona proporzionale #LeggeElettorale

Per tre volte, 2006, 2008, 2013, gli italiani hanno votato con una legge elettorale proporzionale (Porcellum) con premio di maggioranza. Il (tre quarti) maggioritario fu il Mattarellum con il quale pure gli italiani votarono tre volte: 1994, 1996, 2001. L’Italicum era un Porcellum con qualche variazione: non tutti i parlamentari sarebbero stati nominati dai capipartito/capicorrente; possibilità di “solo” dieci candidature multiple; premio di maggioranza al partito che avesse ottenuto il 40% più uno dei voti oppure che avesse vinto il ballottaggio. Sostenere con allarmismo che l’Italia è tornata/tornerà alla proporzionale non solo è sbagliato, ma contiene anche una critica preventiva alle leggi elettorali proporzionali che è assolutamente fuori luogo. Lasciando da parte coloro che, dopo averne a lungo elogiato e proposto il sistema elettorale spagnolo, chiaramente proporzionale, oggi paventano l’esito spagnolo, tutte le democrazie dell’Europa occidentale, meno la Gran Bretagna e la Francia, usano da più di un secolo leggi elettorali proporzionali (la Germania, un esempio di ottima proporzionale, da quasi settant’anni). Allora, invece di piangere sul perduto premio di maggioranza, sarebbe molto meglio cominciare a dire alto e forte che non debbono essere ammesse le pluricandidature, che non debbono esistere parlamentari orwellianamente più eguali degli altri, vale a dire nominati, che è giusto avere una soglia di accesso alla rappresentanza parlamentare che scoraggi e impedisca la frammentazione dei partiti.

Dopodiché, ma mi rendo conto che è chiedere molto a dirigenti di partito che ragionano quasi esclusivamente con riferimento agli interessi di breve periodo del loro partito e, spesso, del loro potere personale, si può procedere in tempi rapidissimi a due operazioni alternative. Fare rivivere il Mattarellum ricordando a tutti (potrebbe farlo, accompagnandolo con una modica dose di moral suasion, lo stesso Presidente della Repubblica, persona informata dei fatti) che il Mattarellum non dava in partenza vantaggi a nessuno, premiava la formazione preelettorale di coalizioni che si candidavano a governare, consentì l’alternanza decisa dagli elettori. Con qualche ritocco, il Mattarellum è tuttora una buona legge elettorale, comprensibile da tutti, facilmente attuabile. L’alternativa, per chi non vuole l’ottimo sistema maggioritario a doppio turno francese (peccato che non ci sia mai stato un vero e approfondito confronto sul sistema francese che avrebbe anche il merito di scompaginare le carte e di accrescere la competitività) non può che essere il sistema tedesco, che si chiama “proporzionale personalizzata” nella sua integrità, senza furbesche manipolazioni.

Sfido chiunque a trovare nel sistema tedesco tutti gli inconvenienti di frammentazione, instabilità, difficoltà di formazione dei governi (le Grandi Coalizioni sono il prodotto di scelte politiche, non dei meccanismi elettorali) che paventano gli allarmatissimi anti-proporzionalisti (in verità, essenzialmente “premiatisti” che solamente, ma fortemente vogliono un premio di maggioranza, distorsivo della proporzionalità). Qualcuno che si chieda se all’affermarsi come sistema politico stabile e efficiente, rappresentativo e governato/governabile il sistema elettorale non abbia dato un contributo corposo, quasi decisivo? Spero che non si voglia lasciare ai posteri la nient’affatto ardua sentenza.

Pubblicato il 24 agosto 2017

“Per le politiche attenti a prendere sottogamba il M5S”

Intervista raccolta da Maria Corbi

E ora che succede? Dopo le elezioni di domenica, gli schieramenti guardano già al voto nazionale. Nel centrodestra la scommessa è di riprodurre il modello ligure. Per Renzi sarà importante recuperare consensi e unità. Mentre i grillini cercheranno di cavalcare ancora l’onda anti-sistema

Perché ha vinto il centrodestra?
Il centrodestra è andato bene perché ha avuto la capacità di mettersi insieme, di individuare delle candidature che rappresentavano quelle aree. C’è Giovanni Toti alle spalle di tutto questo, e lui stesso è il prodotto del suo metodo che ha utilizzato a La Spezia e Genova. Una sconfitta bruciante per il centro-sinistra che lì ha governato per lungo tempo. Ma anche a Verona hanno trovato il nome giusto impedendo che una parte di elettorato leghista “duro” convergesse sulla compagna di Tosi, Patrizia Bisinella. E questo suggerisce che quando Berlusconi non fa di testa sua le cose vanno bene. Anche se lui sostiene che la vittoria sia dovuta alle sue 46 interviste alle televisioni locali. Non è così, il risultato è dovuto alle candidature giuste e alla capacità della coalizione di stare insieme senza litigare.

Perché ha perso il centrosinistra?
Siamo di fronte a una sconfitta del Pd più che del centrosinistra e il segretario doveva già averla mentalmente elaborata visto che praticamente non ha fatto campagna elettorale. Renzi ha messo su Twitter una “torta” per dimostrare che non è andata così male e invece è andata malissimo perché ha perso in quasi tutte le grandi città, e se facesse una semplice operazione aritmetica vedrebbe che il centro destra ha avuto un numero di voti molto più consistente. Sicuramente la sua personalità strabordante non ha aiutato, perché tanti elettori del Pd non hanno voluto votarlo. E gli elettori dei Cinque stelle pur di non votare il Pd al ballottaggio hanno votato il candidato del centrodestra. Il futuro? Occorre un leader come Macron che si batta per contare di più in Europa.

Perché il M5S non riesce a sfondare?
Si sta sottovalutando il risultato dei Cinque stelle. Perché nei dieci comuni in cui sono arrivati al ballottaggio sono risultati vincitori in otto casi. E faccio fatica a dire che non hanno vinto a Parma e a Comacchio dove comunque sono I loro elettori storici che hanno fatto vincere di nuovo Pizzarotti e Fabbri (espulsi dal Movimento). In ogni caso, si stanno radicando sul territorio e questo alle elezioni politiche sicuramente conterà.

Pubblicato il 27 giugno 2017

 

Parlamentari a lezione dai francesi

Guardare con invidia ai risultati elettorali francesi e sostenere che in Italia tutto questo sarebbe stato conseguibile con le riforme renzian-boschiane e l’Italicum significa non sapere e non capire nulla né delle forme di governo né delle leggi elettorali. Il semi-presidenzialismo francese si fonda sull’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica. Poiché è assolutamente improbabile che un candidato ottenga la maggioranza assoluta al primo turno si va al ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto più voti. Il ballottaggio che, inevitabilmente, bipolarizza la competizione, non dà premi in seggi, ma attribuisce la carica. Il grande merito di Macron è stato quello di avere fatto campagna elettorale su una tematica fortemente bipolarizzante: “Europa Sì/No”, conquistando voti dai gollisti, dai centristi, dai socialisti. Nelle elezioni legislative, l’effetto di trascinamento della sua vittoria presidenziale è stato meno grande delle previsioni, ma sufficiente a consegnare la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale ai parlamentari eletti del suo schieramento: La République en Marche.

Il 75 per cento dei deputati non hanno fatto parte dell’Assemblea eletta nel 2012. Quindi c’è stato un enorme rinnovamento favorito dal sistema elettorale a doppio turno nei collegi uninominali. Gli elettori che sono andati alle urne (l’unico neo della vittoria de La Rèpublique en Marche è il tasso di astensionismo giunto addirittura al 57 per cento) sono riusciti a dare al Presidente una maggioranza assoluta, 308 seggi su 577, ma non hanno, come si temeva, fatto scomparire l’opposizione. Il doppio turno nei collegi uninominali consente agli elettori non soltanto di valutate la personalità del candidato/a, le sue qualità, eventualmente, la sua capacità di rappresentanza, ma anche al secondo turno di votare in maniera strategica, vale a dire di scegliere candidature che operino come contrappeso al Presidente e alla sua maggioranza. È un fenomeno verificatosi più volte nella storia della Quinta Repubblica, in maniera più evidente in occasione della vittoria presidenziale di Sarkozy nel 2007. Insomma, il semipresidenzialismo francese è riuscito fino ad oggi a consentire la formazione di maggioranze di governo, talvolta coalizioni, dando significativo potere agli elettori (incidentalmente, due voti “liberi”, debbo proprio scriverlo, sono più efficaci di uno), rendendo possibile l’alternanza, ma anche favorendo la ristrutturazione del sistema dei partiti.

Il Presidente socialista François Hollande non si è ricandidato nella consapevolezza, corroborata dai sondaggi, che sarebbe andato incontro ad una sonora sconfitta, poi subita dai candidati del suo partito. Ecco, il semi-presidenzialismo francese e la legge elettorale a doppio turno nei collegi uninominali consentono una chiara attribuzione di responsabilità ai detentori delle cariche con gli elettori messi in condizione di premiarli/punirli proprio a seconda delle loro “prestazioni”. Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile con le riforme italiane sconfitte dal referendum e con la legge elettorale dichiarata in più punti incostituzionale. Ridicoli sono, pertanto, le sommarie e semplicistiche comparazioni che proliferano sulla rete e nelle dichiarazioni dei parlamentari italiani ai quali è lecito chiedere di imparare qualcosa. Cambiare forma di governo è, naturalmente, un’operazione difficilissima, ma non impossibile. Però, la legge elettorale che il Parlamento deve, comunque, formulare potrebbe ispirarsi al doppio turno francese: più potere agli elettori, rappresentanza politica assicurata nei collegi, spinta alla formazione di coalizioni che daranno vita a governi. Questi sono gli elementi caratterizzanti la dinamica politica francese che è giusto invidiare, che è possibile imitare. Fuori dal chiacchiericcio su occasioni sprecate, che mai furono tali, e proposte che mai sono state fatte. Macron mette in cammino la Francia, mentre i capi dei partiti italiani e i loro parlamentari rimangono in stallo.

Pubblicato AGL il 20 giugno 2017

Il populismo nei giochi di coalizione

Nelle elezioni amministrative succedono molte cose che non necessariamente si ripeteranno nelle elezioni politiche. Però, qualche lezione se ne può trarne in maniera piuttosto chiara. Le propongo in un ordine d’importanza diverso da quello delle prime analisi, spesso influenzate da pregiudizi e tese a definire la situazione in modo favorevole a una specifica parte politica. Prima lezione, sia il sistema elettorale per l’elezione dei sindaci sia, più in generale, la politica delle democrazie, anche locali, spingono verso la formazione di coalizioni. Smentendo affermazioni propagandistiche campate in aria, questo voto amministrativo dice che le coalizioni sono il modo preferibile di fare politica. Un buon leader, ma Berlusconi dovrebbe ricordarsi del suo esordio vincente nel 1994, quando costruì due coalizioni, smussa le differenze, raggiunge accordi, unifica posizioni. Chi sa costruire coalizioni in modo adeguato a sostegno di una candidatura decente viene giustamente premiato dall’elettorato (in Italia e altrove). Dunque, non è corretto sostenere che è “tornato” il centro-destra. Esiste un elettorato di centro-destra al quale, in molti contesti, Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno fatto una buona offerta di rappresentanza e di governo delle città, risultandone premiati. Se troveranno un accordo simile a livello nazionale, più difficile a causa delle posizioni sovraniste della Lega e di Fratelli d’Italia e del conflitto sulla leadership, il centro-destra sarà competitivo con qualsiasi sistema elettorale. Anche il Partito Democratico, nonostante l’idiosincrasia altalenante del suo segretario, ha variamente costruito coalizioni persino con gli scissionisti pure, spesso, definiti “traditori” dai collaboratori più stretti di Renzi. Dopo il voto e in vista del ballottaggio, quegli stessi collaboratori aggiungono buffamente che il PD si alleerà con i movimenti civici di sinistra, ma anche con quelli di centro. Insomma, alcuni piddini stanno ancora sulla prospettiva del Partito della Nazione. Anche nel loro caso, però, dovrebbe valere la lezione che le coalizioni bisogna cercarle e saperle fare non solo per motivi elettorali.

Il primo turno delle elezioni amministrative ha uno sconfitto sicuro: Beppe Grillo, forse due: Luigi Di Maio. Non è soltanto che gli elettori di Genova, come tutti sanno la città di Grillo, gli hanno risposto che no, non si fidano di lui e del cambio in corsa della candidata che aveva vinto le primarie (una violazione della democrazia sotto tutte le latitudini), ma anche che coloro che Grillo aveva spinto fuori dal Movimento, come il sindaco di Parma (ben piazzato per il ballottaggio) e il sindaco di Comacchio (che ha già rivinto la carica), hanno dimostrato di non avere bisogno di lui (né di Di Maio). Per chi guida un Movimento verticistico questa è più che una sconfitta elettorale. È una sconfessione abbastanza plateale. Tuttavia, le liste del Movimento nel loro insieme non vanno malissimo. Anzi, le elezioni amministrative sono state una buona occasione per continuare il radicamento sul territorio. Il resto l’hanno fatto, in maniera evidentemente non convincente, le candidature.

Gli elettori erano perfettamente consapevoli che stavano votando il potenziale sindaco e che centro-destra e centro-sinistra offrivano alternative talvolta sperimentate e credibili. Qui si apre il problema del reclutamento delle Cinque Stelle per risolvere il quale non potrà bastare un pugno di votanti come quelli che si sono espressi nelle apposite consultazioni. Tuttavia, fanno male i commentatori che scrivono che ha perso il populismo. Tanto per cominciare quello di Salvini, accompagnato dalla presenza sul territorio, è vivo e vegeto e, in secondo luogo, il consenso per le Cinque Stelle a livello nazionale proviene più che da toni e stile populisti, dalla critica dei politici e del loro modo di fare politica. È uno zoccolo che i non buoni risultati nelle elezioni amministrative sfiorano, ma non scalfiscono. Il resto ce lo diranno fra due settimane, con la forza del loro voto, che sanno usare in maniera efficace, gli elettori dei ballottaggi.

Pubblicato AGL 13 giugno 2017

Il ritorno delle coalizioni

“Sconfitto il populismo” annunciano trionfanti le prime pagine di alcuni quotidiani e i titoli dei telegiornali. Chini sui dati alcuni pensosi commentatori dicono che sì, è vero, il populismo è stato pesantemente colpito. Fermo restando che nessun populismo deve mai darsi per soccombente in seguito al voto di cinque milioni o poco più di italiani, il fatto è che non tiene l’identificazione assoluta fra Movimento Cinque Stelle e populismo. Da un lato, il populismo abita anche nei toni, nei modi, nello stile di fare politica di Matteo Salvini, della Lega e di non pochi suoi candidati. Fa anche la sua comparsa nelle proposte renziane di rottamare e tagliare poltrone e senatori. Dall’altro, l’affermazione fondante del Movimento Cinque Stelle: “uno vale uno”, primo è sbagliata; secondo è stata rapidamente sostituita nei fatti da “uno vale uno, ma c’è uno che vale di più”. Infatti, quell’uno, cioè Beppe Grillo, è il vero sconfitto del primo turno delle elezioni amministrative. A Genova il candidato da lui imposto (con una frase inquietante:”fidatevi di me” -con il non detto: “che ne so più delle regole democratiche”) contro la vincitrice di regolari primarie è andato malissimo. I due sindaci da lui osteggiati e ostracizzati, quello di Comacchio ha ri-vinto al primo turno; quello, più noto, di Parma arriva al ballottaggio con il vento in poppa. Altrove, nei pure sgangherati raggruppamenti italiani qualcuno chiederebbe un rendiconto. Invece, il verticistico Movimento Cinque Stelle rimane consegnato a Grillo e a Casaleggio figlio. C’è la loro convinzione, non del tutto malposta, che, andate male queste elezioni, rimane uno zoccolo duro sul quale ricostruire il consenso in vista delle elezioni politiche. Quello zoccolo di voti, intorno al 25 per cento, è costituito dai molti italiani, prevalentemente giovani, che accettano e condividono la critica radicale della politica e dei politici. Sull’antipolitica Grillo ha costruito il suo successo. Cercherà di rivitalizzarlo e, poiché è improbabile che a livello nazionale ci siano impennate di miglioramenti (a cominciare dall’elaborazione di una legge elettorale quantomeno decente), il tesoretto, poco populista, molto antipolitico, dei voti grillini non sarà dilapidato.

Grillo non è mai stato l’unico “uomo solo al comando”. Prima di lui Berlusconi, che il comando non intende mollarlo e che di successori ne ha già bruciati non pochi, e, naturalmente Renzi. Andato a sbattere contro il muro dei no al referendum del 4 dicembre, Renzi non ha affatto rinunciato, almeno a parole, alla sua idea centrale, la riverniciatura della “vocazione maggioritaria”. Tuttavia, clamorosamente, gli esiti del primo turno, le cui propaggini arriveranno fino al secondo turno, dicono alto e forte che è tornata la politica delle coalizioni. Dappertutto, il centro-destra si rivela competitivo perché, nel silenzio di Brerlusconi, riesce a mettere insieme le sue sparse e, spesso, anche conflittuali, membra. Il “sogno” maggioritario del Partito Democratico annega in una varietà quasi infinita di liste civiche di sinistra, di centro, di quant’altro a suo sostegno. Altro che correre da soli. Invece di costruirlo dal governo, grazie ad offerte di posti e di (ri)candidature, il Partito della Nazione si materializza sul territorio dove sono state confezionate liste persino con i tanto bistrattati scissionisti, i quali, da soli, ovviamente, non sarebbero andati da nessuna parte, meno che mai nei consigli comunali in lizza.

La coerenza renziana e piddina svanita per ineludibili considerazioni di bottega dovrebbe spingere a rivalutare le coalizioni, la modalità più diffusa con la quale si fa politica nelle democrazie parlamentari. Dovrebbe anche fare riflettere i tuttora improvvisati apprendisti stregoni delle riforme elettorali buone per una sola stagione. La legge per i sindaci, approvata dal Parlamento nel 1993 sotto una possente spinta referendaria, è ottima e funziona poiché fu pensata per dare potere, non a qualche partito o leader, ma agli elettori. Così dev’essere anche per la necessaria legge elettorale nazionale. Il resto ce lo diranno i ballottaggi.

Pubblicato il 13 giugno 2017

L’astensionismo è diventato un modo di fare politica

Intervista raccolta da Francesco Grignetti per La Stampa

Il politologo: elettori disorientati dai leader Non ha perso il M5S: ha perso Beppe Grillo

 

Il professor Gianfranco Pasquino, politologo, direttore della rivista Il Mulino, già parlamentare di sinistra per tre legislature negli Anni Ottanta e Novanta, reduce da una intensa campagna per il No al referendum che lo ha posto apertamente su un versante antirenziano, aveva intitolato un suo ultimo libro “Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate”. E non è meravigliato che gli italiani votino sempre meno.

Professore, perché c’era da aspettarsi tutto questo astensionismo?
“Intanto perché anche l’astensionismo è un modo di votare. Sono quelli che mandano a dire ai politici: non ci piacete, nessuno di voi ci convince. Sono quelli che pensano che, votando, comunque legittimerebbero questa politica. Ci sono poi quelli che sono sfiduciati, si sentono tagliati fuori da tutto, anziani, isolati, periferici, nulla più suscita il loro interesse. Infine ci sono quelli che, all’opposto, sono attivissimi: i giovani che studiano all’estero, pensiamo alla generazione Erasmus, oppure gli imprenditori che stanno delocalizzando fuori dai confini nazionali, o quelli hanno trovato lavoro fuori d’Italia, o ancora chi aveva fissato per tempo le vacanze in mete esotiche. Nell’Italia d’oggi rappresentano una fascia del 5 o forse il 10% dell’elettorato”.

Fin qui, un discorso generale. Eppure ci sono casi clamorosi. A Genova ha votato meno della metà degli elettori.
“Caso molto interessante, non c’è dubbio. A Genova evidentemente c’è stato un doppio astensionismo: gente di sinistra che aveva votato il sindaco Doria, ha rimpianto quel tipo di sindaco e non si è riconosciuta nella nuova proposta del Pd. Non se la sono sentita di fare il salto della quaglia, votando a destra. Si sono rifugiati nel non-voto. E poi c’è la gente del M5S che non ha accettato i pasticci di Beppe Grillo sulla candidata Cassimatis, che è stata defenestrata nonostante avesse avuto il via libera dalla consultazione via Internet”.

Molti sostengono che l’astensionismo del 2017 suoni come campana a morte per i grillini. Sono fuori da tutti i ballottaggi e stavolta non hanno intercettato il voto di protesta.
“Andiamoci cauti con queste conclusioni. Detto dei pasticci di Genova, è vero che a Parma c’era un ex come Pizzarotti che ha dragato i voti di quell’area, oppure che hanno perso il Comune di Mira ma solo perché il sindaco di lì ha preferito saltare un giro perché altrimenti non si sarebbe potuto candidare alle prossime politiche, o che non possono considerare loro Comacchio dove si è imposto un altro sindaco eretico che è stato abbandonato al suo destino perché è un cervello indipendente, ma lo zoccolo duro del M5S è l’antipolitica. E quel sentimento è sempre lì, vivo e vegeto, pronto a ritornare fuori. Come diciamo noi politologi, c’è stato un problema di offerta. Grillo si è dimostrato brillante nel 2013 ad intercettare quel voto; vedremo che cosa farà in futuro. Quindi non condivido affatto l’opinione di chi dice “è stato sconfitto il populismo”. No, è stato sconfitto Grillo”.

Le prime analisi sui flussi del voto segnalano anche forti perdite del centrosinistra.
“Beh, con quel leader del Pd che un giorno dice “Mai coalizioni con gli scissionisti!” e poi fa coalizioni con Mdp quasi in tutti i Comuni, solo per dirne una, non c’è da sorprendersi che ci sia un certo disorientamento del suo elettorato…”.

Anche in Francia l’astensionismo non scherza, ha visto?
“Lì c’è stato un ciclone che si chiama Macron che ha letteralmente frantumato il partito socialista e ha aspirato anche molti voti gollisti. In effetti, in Francia come in Italia, il tramonto dei partiti storici, la scomparsa delle famiglie politiche, e la fine delle ideologie, sta allontanando tanti elettori dalla politica e quindi dal voto. Da noi peraltro credo che l’ultimo chiacchiericcio nazionale sulla legge elettorale, abbia disorientato tanti italiani un po’ di tutti i partiti. Penso in particolare all’area dei grillini dove nessuno ha capito che cosa vuole Grillo e c’è un po’ di delusione e anche di depressione nel loro elettorato. Ma il ragionamento vale anche per l’area del Pd. E alla fine l’elettore-tipo dice: sapete che c’è, ho una vita da vivere piuttosto che impazzirvi dietro…”.

In occasione di elezioni amministrative, però, specie in tante realtà medie e piccole, il voto ha sempre richiamato un gran numeri di votanti. Non stavolta. Come mai, professor Pasquino?
“Molti devono avere pensato che vinca questo o vinca quello, alla fine non fa una grande differenza. E torniamo alla morte delle famiglie politiche e alla crisi dei partiti tradizionali…”.

Pubblicato il 13 giugno 2017

 

Leggi elettorali: labirinto in latino

Il direttore mi ha commissionato un articolo per fare chiarezza sulle leggi elettorali con le quali si stanno baloccando i deputati e i loro capi. Sciaguratamente, ho accettato, ma il compito di chiarire l’inchiaribile va oltre le mie forze e la mia capacità di concentrazione.

L’Italicum è stato bocciato dalla Corte Costituzionale nel suo cuore pulsante, il ballottaggio, che serviva a legittimare l’assegnazione di un premio di maggioranza, che poteva risultare abnorme, e a perseguire un obiettivo non meglio definito: la governabilità, oltre che a dare agli elettori la grande gioia di conoscere il vincitore la sera stessa del voto (chiedo scusa: una o due settimane dopo). Quella simpaticona della Corte si è anche inventata il sorteggio per decidere di quale circoscrizione dovranno essere rappresentanti (sic) i plurieletti. E’ sfuggito alla Corte (oh, quanto sarebbe bello conoscere i pareri dissenzienti!) che plurieleggibili e capilista bloccati violano l’eguaglianza (art. 3) sia fra i candidati sia fra gli elettori. Che quel che rimane dell’Italicum possa essere definito “Legalicum” dalle Cinque Stelle e immediatamente utilizzabile è il solito mistero buffo. Dovrà, comunque, essere adattato al Senato. Ridurre il premio in seggi insito nell’Italicum non significa farlo dimagrire, ma, unitamente all’abolizione del ballottaggio, implica castrarlo: triste sorte per un porcellinum (poiché l’Italicum è il discendente diretto del Porcellum).

Memorabilmente, nella conferenza stampa di fine d’anno, dicembre 2015, il Presidente del Consiglio Renzi, non contraddetto da nessuno dei molti giornalisti esperti (sic) di leggi elettorali, annunciò enfaticamente che l’Italicum era “un Mattarellum con le preferenze”, cioè, meglio. Tutto sbagliato, anche, soprattutto, poiché l’Italicum è una legge proporzionale mentre il Mattarellum è una legge tre quarti maggioritaria in collegi uninominali. Grazie al Mattarellum hanno vinto sia l’Ulivo sia il centro-destra. Abbiamo avuto l’alternanza e, con l’aggiunta, per me essenziale, del requisito di residenza, avre(m)mo anche rappresentanti non paracadutati. Tuttavia, poiché sia Renzi sia Berlusconi fortemente vogliono nominare i loro parlamentari, il Mattarellum non sarà resuscitato.

LA MIGLIORE delle leggi proporzionali è quella tedesca che vige, con pochissime non profonde, modifiche, da sessant’anni e più. La ripartizione dei seggi è tutta proporzionale fra i partiti che abbiano superato la soglia del 5 per cento su scala nazionale. Gli elettori hanno due voti. Con il primo scelgono il candidato in 299 collegi uninominali. Chi ottiene anche un solo voto in più vince. Il secondo voto dato alla lista del partito serve a determinare la percentuale nazionale in base alla quale si stabilisce il numero dei seggi che andranno a ciascuno dei partiti che hanno superato la soglia. Due voti sono, ovviamente, meglio di uno. Possono essere utilizzati in maniera strategica, ad esempio, per fare superare la soglia del 5 per cento a un alleato gradito in questo modo dando agli elettori anche l’indicazione dell’eventuale coalizione di governo. Chi (Verdini e piddini) vuole eleggere metà parlamentari in collegi uninominali e metà in liste di partito sta proponendo un sistema misto (non proprio fantasiosamente chiamato Verdinellum) che non esiste da nessuna parte al mondo e che, nel caso italiano, darebbe un buon vantaggio in partenza a PD e Cinque stelle (poi, per fortuna, ci sarebbero, comunque, gli elettori con le loro preferenze).

Oltre (caro Direttore) non posso proprio andare e neppure voglio perché la situazione, come direbbe Bauman, è molto liquida e rende sterile persino l’esercizio di qualsiasi meritoria critica.

Concluderò sottolineando, per l’ennesima, volta che: 1. Alcuni partiti avanzano proposte tarate (taroccate?) sulle proprie fortune; 2. Gli italici hanno dimostrato di non sapere scrivere una legge elettorale originale e funzionante (il Mattarellum è l’esito di un referendum popolare peggiorato dall’intervento dei deputati, genuino è quello applicato al Senato); 3. Sia il sistema tedesco sia il doppio turno francese di collegio, non assimilabile al ballottaggio poiché consente a più di due candidati di passare al secondo turno, sono buoni, anzi, ottimi purché non si consenta una loro furbesca deformazione.

TUTTO IL RESTO sono chiacchiere pericolose che rischiano di condurre a riforme frettolose e controproducenti. Su almeno una di queste chiacchiere mi faccio una domanda, anzi, due e mi do una risposta. In quale sistema politico sono riusciti ad avere governabilità (cioè capacità di governare) diminuendo la rappresentatività? Uno solo decide sarebbe la formula stilizzata della governabilità a scapito della rappresentatività?

Pubblicato il 16 maggio 2017

E/Lezioni francesi

1. Il ballottaggio per l’elezione del Presidente della Repubblica si svolge fra due candidati. Non ha nulla, proprio nulla a che vedere con il ballottaggio previsto nell’Italicum che si sarebbe svolto fra due liste/partiti e che avrebbe dato un cospicuo premio in seggi al vincente.

2. Nel ballottaggio francese a sostegno dei due candidati rimasti in lizza possono andare e sono andati alcuni dei candidati sconfitti. Fin da subito il socialista Benoît Hamon (2.268.738 voti) e in seguito il gollista François Fillon (7.126.277) hanno invitato a votare Macron. Dal canto suo, Marine Le Pen ha ottenuto l’appoggio di Dupont-Aignan (1.689.666). Invece, Mélenchon (7.011.381) ha annunciato il liberi tutti ai suoi elettori i quali, a giudicare dall’esito, gli hanno, almeno in parte, non proprio piccola, disobbedito, com’è giusto che sia.

3. Il ballottaggio è una sottospecie del doppio turno che, infatti, per le elezioni legislative (11 e 18 giugno) prevede che possano passare al secondo turno tutti i candidati che superano in ciascun collegio uninominale la soglia del 12,5 per cento degli aventi diritto a votare. Non ci sono candidature multiple né, naturalmente, candidature bloccate. Il problema per Macron, leader senza partito, ma con migliaia di collaboratori/sostenitori nella campagna elettorale, consisterà nel trovare 577 candidati per i collegi uninominali oppure di raggiungere accordi con i socialisti, che hanno molti deputati uscenti, desiderosi di rientrare, con i centristi, pochini, e, eventualmente, con i gollisti. Quasi sicuramente la stragrande maggioranza dei candidati lepenisti riusciranno ad ottenere più del 12,5 per cento dei voti e passeranno al secondo turno. Niente ballottaggio, allora, ma competizioni quantomeno triangolari.

4. Emmanuel Macron ha vinto in maniera molto netta: 20.753.704 voti (66,06) molto più che raddoppiando il numero dei voti ottenuti al primo turno. Ha vinto in 26.044 comuni contro i 9.194 comuni che hanno dato la maggioranza a Le Pen. Ho conquistato il 90 per cento dei votanti nella città di Parigi. Naturalmente, questi dati e neppure le percentuali non possono in nessun modo essere paragonati ai dati della votazione per il segretario del Partito Democratico.

5. Non è vero che Macron il “banchiere tecnocrate” ha sconfitto Le Pen la populista. Macron è molto di più di un banchiere. È un europeista con esperienza di governo. Marine non è soltanto e neppure esclusivamente una populista. È una donna di destra, nazionalista, solidamente impiantata in una tradizione politica francese autoritaria nella quale ci stanno la xenofobia e il senso di superiorità culturale che per non pochi sostenitori degenera in una non sempre modica dose di razzismo.

6. Il clivage (uso opportunamente la parola francese per frattura) più profondo fra Macron e Le Pen è stato quello relativo all’Unione Europea. Per la prima volta, un candidato ha fatto una campagna elettorale “senza se e senza ma” sulle sue posizioni, convinzioni e proposte europeiste. Il precedente del referendum del 2005 sulla Costituzione europea, quando una divisione interna ai socialisti che ne bocciò la ratifica, era assolutamente preoccupante. Macron ha sconfitto anche il passato, ma molti elettori di Mélenchon non debbono averlo votato proprio per il suo europeismo. Al proposito, nessun leader italiano si è mai espresso così positivamente sull’Unione Europea. No, Macron n’habite pas en Italie. Macron non abita qui. Stupefacente e indimenticabile la scelta di far risuonare l’Inno dell’Unione Europea dalla Nona Sinfonia di Beethoven al suo primo discorso da Presidente. In Italia, il capo del governo che ha preceduto Gentiloni fece rimuovere la bandiera dell’Unione in occasione di una sua conferenza- stampa.

7. In attesa delle elezioni legislative è fin d’ora possibile sottolineare che chi davvero vuole riformare le istituzioni italiane deve tornare a confrontarsi con la Repubblica semipresidenziale francese: regime aperto, solido, competitivo, che contiene le condizioni per cambiamenti incisivi ed efficaci rispondenti alle preferenze degli elettori. Il resto è soltanto fastidiosissimo chiacchiericcio. Rien de rien.

Pubblicato l’8 maggio 2017 su PARADOXAforum