Home » Posts tagged 'Barack Obama'

Tag Archives: Barack Obama

Il trumpismo prima e dopo the Donald

Faremmo troppo immeritato onore a Trump se attribuissimo il trumpismo tutto alle sue “qualità” personali. Al tempo stesso, finiremmo per nutrire l’improbabile aspettativa che con la sua uscita di scena scomparirà quanto di molto sgradevole e sconveniente ha caratterizzato buona parte della società americana nei quattro anni della sua pessima Presidenza. Invece, il coacervo di risentimenti, rancori, demonizzazioni di cui si è nutrito il trumpismo hanno una storia lunga e si proiettano nel futuro.

  Il suprematismo bianco, versione contemporanea del Ku Klux Klan, non è mai finito. Anzi, gli otto anni della Presidenza dell’afro-americano Barack Obama gli hanno dato una spinta possente. Tuttora sono molti fra gli elettori repubblicani coloro che continuano a negarne la legittimità asserendo, contro tutta la documentazione esistente, che Obama non doveva diventare Presidente in quanto nato all’estero. Le condizioni economiche e sociali dei neri americani sono peggiorate e le straordinariamente ingiuste modalità di trattamento da parte delle varie polizie locali hanno dato una forte spinta al movimento Black Lives Matter visto come una minaccia dai suprematisti bianchi sempre condonati dal Presidente. Peraltro, tutti i gruppi etnici, a cominciare dai latinos, sono stati pesantemente insultati da Trump.

   La mentalità paranoica nella politica USA, analizzata circa ottant’anni fa dal famoso storico di Harvard Richard Hofstadter, ha trovato espressione nelle decine di migliaia di tweet di Trump e dei suoi sostenitori, in particolare di coloro che vedono cospirazioni e complotti dappertutto. La sconfitta nel 2016 di Hillary Clinton, sbeffeggiata per tutta la campagna elettorale, anche al grido “mettetela in galera”, aveva fra le sue componenti l’antifemminismo e l’invidia per una donna colta che era giunta quasi al vertice istituzionale più alto. Il disprezzo per la scienza e per le competenze, anche dei medici, è un’altra delle componenti propriamente populiste del trumpismo, manifestatasi appieno potendo contare sul sostegno del Presidente. La maggior parte degli esponenti politici repubblicani hanno sfruttato consapevolmente questo corposo grumo di emozioni e manipolazioni, influenzando il loro elettorato, ma finendone prigionieri.

   L’assalto al Congresso, “palude” è il termine usato da Trump per definire la politica in Washington, D.C., è stato lanciato dalle parole del Presidente, ma in quel Congresso più di 100 rappresentanti repubblicani e almeno dodici senatori si erano preparati a dichiarare illegittima l’elezione di Joe Biden. Nessuno di questi atteggiamenti, suprematisti al limite del razzismo, maschilisti, antiscientifici, populisti, di risentimento sociale e culturale, è destinato a sparire nei giorni nei mesi negli anni successivi all’uscita di Trump dalla Casa Bianca. Molti resteranno a lungo anche perché largamente tradotti nelle nomine di giudici reazionari, compresi quelli alla Corte Suprema. Biden e i Democratici hanno molto lavoro da fare.

Pubblicato Agl il 8 gennaio 2021

Quel carisma d’ufficio di Biden che sta già cambiando l’America @DomaniGiornale

La vittoria di Joseph Biden è stata netta per voti e Stati conquistati, ma inferiore alle aspettative e ai sondaggi. La sconfitta di Trump è innegabile, ma il suo risultato in termini di voti ottenuti è stato straordinario e preoccupante. Quasi 74 milioni di americani hanno dato il loro voto a colui che è probabilmente stato in assoluto il peggior presidente degli USA. Certamente Biden cambierà stile e modalità di rapportarsi all’elettorato e al resto del mondo. “America is back” significa il ritorno ad una democrazia che era stata apprezzata un po’ dovunque e che sulla scena mondiale aveva costituito l’asse portante di quello che è stato definito “ordine internazionale liberale”. Di qui, con buona pace di alcuni scettici commentatori nostrani, discenderà anche la ricerca di ristabilire buoni rapporti di cooperazione con l’Unione Europea.

   Sul piano interno, Biden ha più di un problema da affrontare e risolvere. Se gli elettori della Georgia non faranno vincere entrambi i candidati democratici al Senato, sarà difficile anche per il navigatissimo ex-senatore Biden riuscire a fare approvare in un Senato a maggioranza repubblicana le leggi che gli stanno più a cuore e, forse, persino a ottenere la conferma delle nomine che sta effettuando. In maniera sobria e riflessiva, il Presidente-eletto ha già dato alcune indicazioni significative nelle prime nomine ufficiali. In primo luogo, farà affidamento su persone che hanno già avuto precedenti esperienze di governo, ad esempio, durante l’Amministrazione Obama, e nelle quali, avendo già lavorato con loro, ripone molta fiducia. L’esperienza pregressa serve, fra l’altro, anche a minimizzare gli eventuali inconvenienti di una transizione ritardata alla quale Trump e i suoi sodali continuano a frapporre ostacoli. In secondo luogo, Biden ha già reso evidente che la sua squadra includerà molte donne in ruoli rilevanti, dal Tesoro all’Intelligence e alle Nazioni Unite che avranno un’ambasciatrice di colore con lunga esperienza. Biden sa che il Movimento Black Lives Matter si attende molto da lui anche in termini di nomine, ma soprattutto di politiche. Nel passato il senatore del Delaware è stato tutt’altro che progressista nel settore dei diritti civili. Rimangono da soddisfare in qualche modo le richieste portate avanti nelle primarie dal senatore Bernie Sanders e dalla senatrice Elizabeth Warren e, più in generale, dalla generazione delle parlamentari progressiste. Uso il femminile non per ossequio, che non intendo fare, al politically correct, ma perché sono molto più le donne degli uomini che si caratterizzano per posizioni più avanzate. Sono, come si dice, in ballo due nomine specialmente importanti, quella del Segretario al Lavoro e quella dell’Attorney General (Ministro della Giustizia), cariche che i democratici progressisti desidererebbero fossero affidate a loro esponenti. Il quadro complessivo si va componendo, ma, proprio queste due nomine potrebbero mandare molto più che un segnale significativo di cambiamento di prospettiva e di politica.

La Presidenza degli USA è una carica che può essere plasmata in maniera davvero notevole dalla personalità di chi la ottiene, ma che, sua volta, offre al Presidente grandi opportunità di esprimere il meglio (e il peggio) di sé. Notoriamente Biden non è un leader carismatico, vale a dire dotato di qualità personali eccezionali riconosciutegli diffusamente. Troppo brevemente, Obama sembrò essere carismatico. Facendo ricorso ad una antica, ma classica dicotomia, Biden è stato, forse deliberatamente, un broker (mediatore) più che un leader. Tuttavia, intrinsecamente, la Presidenza offre quello che Max Weber ha definito “carisma d’ufficio” che discende non soltanto dalla natura e dai poteri della carica, spesso contrastati, proprio come voleva James Madison, dal duplice meccanismo dei “freni e contrappesi” e della separazione delle istituzioni, ma in modo speciale dall’autorevolezza che viene conferita al detentore della carica. Se l’America deve essere, nella famosa e talvolta abusata espressione tratta dalla Bibbia ad opera dei Puritani guidati da John Winthrop, “la città che splende sulla collina” (espressione di cui fece appassionato uso Ronald Reagan), allora il capo di quella città ha enormi responsabilità (e opportunità). Molto più mondanamente, a causa della sua età, è probabile che il Presidente Biden sappia che dispone di un solo mandato per lasciare il suo segno. L’inizio sembra promettente.

Pubblicato il 25 novembre 2020 su Domani

Le due anime dell’America #Presidenziali2020 @C_dellaCultura

Molto probabilmente Trump non sarà rieletto il 3 novembre. Quasi sicuramente otterrà molti meno voti di Biden. Già Hillary Clinton conquistò tre milioni di voti più di lui. Trump ha già annunciato che tenterà comunque di mettere in questione l’esito del voto senza curarsi delle gravi conseguenze che il suo tentativo potrà avere per la democrazia USA. Lo farà nella convinzione che, se dovesse essere chiamata in causa, la Corte Suprema troverà il modo di dargli ragione come nel dicembre del 2000 quando con 5 voti dei giudici nominati dai repubblicani a 4 consegnò la Presidenza a George Bush e non al democratico Al Gore. Quel voto cambiò la storia del mondo, a cominciare da quella dell’Iraq.

Per un insieme di circostanze e di convenienze la Corte Suprema è diventata una protagonista assoluta nella politica della Repubblica presidenziale USA. Nei suoi quattro anni alla Casa Bianca Trump ha goduto della opportunità inusitata di riuscire a nominare addirittura tre giudici e di vederli rapidamente confermati dalla maggioranza repubblicana al Senato. Anticipo il verdetto positivo su Amy Coney Barrett (nella speranza di essere smentito) con la cui probabile conferma la Corte sarà composta da sei giudici nominati dai repubblicani e tre dai progressisti. È interessante sottolineare che cinque di quei giudici sono stati sponsorizzati dalla potente associazione conservatrice “The Federalist Society” che sostiene un’interpretazione “letterale” della Costituzione come fu scritta senza nessun riguardo per tempi e luoghi notevolmente cambiati a fronte di coloro che rivendicano la necessità di tenere conto delle trasformazioni sociali, culturali, di sensibilità intervenute nei secoli.

   Poiché I giudici rimangono in carica a vita, Trump ha la garanzia che per i prossimi trent’annni la maggioranza non cambierà. Infatti, i giudici da lui nominati che hanno rispettivamente Gorsuch 53 anni, Kavanaugh 55 e Barrett 48 non lasceranno certamente la loro carica. Potranno procedere all’abolizione totale, imperiosa richiesta, finora frustrata, dei repubblicani, della riforma sanitaria di Obama. Potranno anche restringere ulteriormente i criteri per consentire l’interruzione della gravidanza. Sono entrambe tematiche importantissime sulle quali Coney Barrett è stata oltremodo elusiva nelle sue audizioni al Senato. Certamente, “i giudici di Trump” non si preoccuperanno in nessun modo di garantire il diritto al voto che la maggioranza delle 35 assemblee legislative degli Stati controllati dai repubblicani manipolano e fortemente limitano. I mass media USA scrivono addirittura di voter suppression. Sono trucchi e talvolta veri e propri brogli che qualsiasi Commissione elettorale dichiarerebbe illegali.

Insomma, quello che non ha potuto/saputo fare la politica (di Trump) la Corte Suprema riuscirebbe a conseguire anche in tempi relativamente brevi. Questa regressione culturale e sociale è molto temuta dai Democratici i quali sono del tutto consapevoli che al loro eventuale Presidente non spetterà nessuna nomina per molti anni. Pertanto, la Speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi ha già reso pubblica l’intenzione di aumentare il numero dei giudici della Corte Suprema portandolo da 9 a 11. In questo modo, l’eventuale probabile presidente avrà la possibilità di nominare subito due giudici. I democratici vorrebbero anche ridurre la durata della carica a diciotto anni, Tutto questo è giuridicamente accettabile poiché numero dei giudici e la loro durata non sono inscritti nella Costituzione, ma si trovano in un legge approvata circa un secolo fa dal Congresso e che, quindi, dal Congresso può essere riformulata. Politicamente, però, i Democratici hanno assoluto bisogno di conquistare la maggioranza al Senato. Anche per questa ragione, le elezioni del 3 novembre, nelle quali si rinnoverà un terzo dei senatori (35) sono particolarmente importanti, sostanzialmente cruciali per la qualità della democrazia USA.

In maniera che qualcuno considera esagerata, si diffonde l’idea che in questa elezione presidenziale sia in palio l’anima dell’America: Da una parte i suprematisti bianchi, i Proud Boys con le loro armi e le loro propensioni razziste, coloro per i quali la grandezza dell’America sta nel suo contrapporsi alla Cina e al resto del Mondo; dall’altra coloro che vogliono ridurre le diseguaglianze (che Trump definisce spregiativamente “socialisti”), che accettano e esaltano (forse fin troppo) il multiculturalismo e che spesso cadono negli eccessi del politically correct. Il paradosso di questa contrapposizione è che i suoi rappresentanti sono entrambi uomini bianchi ultrasettantenni della Costa Atlantica. Credo che Obama non si avventurerebbe a dire che “the best is yet to come”. Purché non arrivi dopo avere toccato il fondo.

Trump no sabe nada de Europa #Página12

pagina-12

Entrevista. Por Elena Llorente

Página|12 En Italia
Desde Roma

Europa está preocupada por saber cómo marcharán sus relaciones con Estados Unidos a partir del 20 de enero, día de la asunción del flamante presidente Donald Trump. Pese a que luego de la sorpresiva victoria del candidato republicano algunos gobiernos que se habían manifestado abiertamente a favor del presidente Barack Obama y los democráticos hicieron un pequeño paso atrás, las preguntas siguen en pie. ¿Qué sucederá? ¿Se verán afectadas las relaciones entre la Unión Europea y Estados Unidos, incluso dentro de la OTAN? ¿Podrá el magnate inmobiliario de Nueva York alterar los equilibrios internacionales conseguidos hasta ahora poniendo en juego antes que nada su amistad con el presidente ruso Vladimir Putin? ¿Favorecerá esto el avance de la derecha en el mundo?. En una entrevista con PáginaI12 el prestigioso analista y profesor emérito de Ciencias Políticas, Gianfranco Pasquino, respondió a estas preguntas.

¿Cuáles son las posibles consecuencias de la elección de Donald Trump en la Unión Europea?

Es difícil decirlo. Trump no conoce nada de Europa. No tiene ninguna información, a no ser que encuentre algún consejero competente… Trump dirá muchas cosas que luego no sabrá hacer. Europa debe quedarse tranquila, debe tratar de definir qué tipo de relaciones quiere establecer con Estados Unidos y a ese punto se tratará de encontrar algunos acuerdos. Pero todo esto es muy poco claro todavía. Como es poco claro cómo será la presidencia de Trump. Trump está muy interesado por un lado en México y por el otro en China, pero poco interesado en Europa.

¿El escaso interés de Trump en Europa y su acercamiento al presidente ruso Putin, podría tener efectos negativos en la Organización del Atlántico Norte (OTAN)? (N. de la R: la alianza militar de la que participan Estados Unidos y Europa, entre otros, y que nació después de la Segunda Guerra Mundial para contrarrestar el poder soviético)

Podría haber consecuencias sobre la OTAN si Trump decide, por ejemplo, que los estados europeos no aportan suficiente dinero a la OTAN para la propia defensa. Y esto podría ser un problema. Pero no sabemos aún cómo será. Ha dicho cosas que ciertamente debilitan a la OTAN. Ha dicho por ejemplo que no hay necesidad de antagonizar a Putin, incluso ha recibido una carta de felicitaciones después de su elección de parte del presidente ruso. La OTAN debería prestar mucha atención a esto. Porque Putin es de todas maneras un adversario. Si Trump decide tratar directamente con Putin, indirectamente la OTAN se debilita.

¿Cómo puede cambiar el ajedrez mundial ahora que los dirigentes de los dos países, que en principio se odiaban, parecen grandes amigos?

El problema es que Putin es un autócrata, un hombre que controla de manera no democrática los organismos de Rusia, que tiene una política internacional que no puede ser aceptada por los Estados Unidos. Trump debe pensar dos veces antes de asumir una actitud condescendiente respecto de Putin. El otro problema es que en realidad los europeos están divididos. Algunos tienen una posición suficientemente dura contra Putin. Otros en cambio, como Italia, mantienen una actitud ligeramente más blanda porque tienen absoluta necesidad de conservar buenas relaciones comerciales y recibir el gas ruso.

Hay quien decía que después de Brexit y de Trump, el próximo golpe de la derecha iba a ser la victoria del NO en el referendo que sobre la Constitución se hizo en Italia el 4 de diciembre.

Esto es un error gravísimo porque el NO no estuvo solo apoyado por la derecha, sino que hubo componentes de izquierda muy relevantes, como yo mismo. Por lo cual, es una mentira decir que una victoria del NO es una victoria de la derecha. Tampoco hay ninguna razón para decir, como algunos afirman, que Italia saldrá de la Unión Europea. Esto es una mentira en la que han caído algunos medios de difusión europeos. Me preocupa este tipo de análisis porque significa que los periodistas que escriben eso, no conocen suficientemente Italia.

¿El populismo está avanzando de manera incontrolable en Europa después de la elección de Trump en su opinión?

El populismo ha crecido en Europa. Pero yo no diría que se trata de una avanzada incontrolable. Ha crecido, algunos gobiernos tienen matices populistas. En Europa el populismo no ha ganado en ningún lado. Hay tentaciones, en Hungría, en Polonia. Decir que Europa ha sido arrasada por el populismo es un error. Estamos en una fase, tanto Estados Unidos como Europa, en la que ha disminuido la cultura política de los ciudadanos pero también la cultura política de los líderes. Podemos decir que hay una crisis en materia de liderazgo. Tal vez la única en condiciones de proyectarse como líder es la canciller alemana Angela Merkel.

¿Qué dice en cambio del avance de la derecha? ¿No será más fácil con Trump en el gobierno?

No. A la derecha europea no le será más fácil avanzar ahora. Trump es único, por suerte. Un hecho que lo demuestra en parte es que en las primarias presidenciales francesas del centroderecha, el más votado fue el gaullista François Fillon, no Nicolas Sarkozy, que está más a la derecha y tiene algunos matices a la Trump.