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Che la pioggia sia benefica #decretorilancio

Il decreto del governo annunciato ad aprile è slittato a maggio e continua a essere oggetto di molti desideri e di molte revisioni. Comprensibilmente, da più parti vengono richieste di correzioni e di inserimenti, di maggiori stanziamenti e di provvedimenti più mirati. Tantissimi italiani sono stati colpiti dalla pandemia, hanno subito gravi danni, cercano in qualche modo di ripartire, ma hanno bisogno di aiuto, di un giusto sostegno alle loro attività. Da un lato, arrivano richieste di finanziamento prioritario ad attività strategiche e, comunque, cruciali, come sono quelle di un buon numero di imprese. Dall’altro, vi sono coloro che, giustamente, mettono in rilievo che il tessuto produttivo italiano è fatto di una miriade di piccole e medie imprese, molte a base famigliare, ma anche capaci di dare lavoro ad un grande numero di persone. Poiché il denaro disponibile, pure tenendo conto degli ingenti fondi che verranno da fonti europee, Banca Centrale e Commissione, non potrà coprire tutti i bisogni, il governo deve scegliere. Ovviamente, i partiti della coalizione hanno le loro preferenze calcolate anche, senza scandalo, tenendo conto dei rispettivi elettorati. Non potrebbe essere diversamente in una democrazia rappresentativa. Mi pare che decidere di concentrare gli sforzi e i fondi su alcuni pochi settori, solo le grandi imprese, trascurando, per esempio, del tutto il settore del turismo, lasciare in secondo piano l’agricoltura in una fase delicata di raccolti che richiedono lavoratori stagionali, aprirebbe seri conflitti sociali e non necessariamente darebbe gli sperati risultati economici e sociali.

Quando si parla di finanziamenti a pioggia spesso lo si fa per criticarli come se la loro caratteristica dominante fosse quella della dispersione. Invece, no, i finanziamenti a pioggia possono, debbono essere e spesso sono finanziamenti certamente diffusi, ma mirati. I governanti hanno il compito e dovrebbero anche avere la capacità di individuare una pluralità di settori nei quali fare investimenti che salvino attività ritenute importanti adesso, per la ripresa, e in prospettiva, per una crescita vigorosa, ma che diano risultati positivi in tempi brevi. L’azione virtuosa dei governanti consiste anche nel giustificare perché preferire alcune scelte rispetto ad altre, e nello spiegare in quale direzione pensano che i fondi siano meglio indirizzati e utilizzati, magari tenendo conto delle specificità delle aree territoriali e dei distretti industriali italiani. Le tensioni e i conflitti che vediamo nella maggioranza sono fisiologici poiché rappresentano alternative plausibili che discendono anche dalla grande differenziazione che caratterizza la società italiana. Forse nelle scelte, anche dolorose, dei governanti vorremmo vedere che idea di paese hanno, quale Italia dopo la tremenda ancora non conclusa esperienza della pandemia intendono ricostruire. Che la pioggia degli interventi sia, dunque, strategicamente diffusa e benefica.

Pubblicato AGL il 13 maggio 2020

Draghi: cambio di passo per affrontare virus e crisi economica @Zeta_Luiss

Sito di informazione della Scuola Superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” – Luiss Guido Carli.

L’allarme dell’ex presidente della BCE. Gianfranco Pasquino: “è molto preoccupato”
Intervista raccolta da Elisabetta Amato e Chiara Sgreccia

«È necessario un cambio di mentalità per affrontare questa crisi, come lo sarebbe in tempo di guerra» ha scritto Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, sul Financial Times. «Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano travolti sono coraggiose e necessarie. Devono essere supportati. Ma queste azioni comportano anche un costo economico enorme e inevitabile».

Aumentare il debito pubblico e permettere agli stati di spendere quanto è necessario per fronteggiare la pandemia è la risposta – secondo l’ex presidente BCE – per impedire alla recessione economica attuale di trasformarsi in una crisi profonda. Ma non basta: occorre fornire liquidità alle imprese e, oltre a dare incentivi a chi perde il lavoro, deve essere mobilitato il sistema finanziario affinché le aziende non perdano la loro capacità produttiva e non siano costrette a licenziare i dipendenti. Le imprese possono superare questo momento di recessione facendo debito che poi lo stato dovrà assorbire. «Il punto non è se ma come lo stato potrà farlo» scrive Draghi.

Le banche hanno un ruolo chiave in questo sistema, offrendo velocemente fondi a costo zero alle società disposte a salvare posti di lavoro. Diventano uno strumento della politica pubblica per sanare il sistema produttivo e per questo i costi a loro carico dovranno essere sostenuti dallo stato. Inoltre le imprese dovranno essere ripagate delle perdite che stanno subendo in quanto le loro capacità di investimento, una volta fuori dalla crisi, saranno fondamentali. Per questo è necessario accrescere il debito pubblico, pena «una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale che sarebbe molto più dannosa per l’economia e infine per il credito pubblico».

La velocità ha un ruolo fondamentale. Non si tratta di una crisi ciclica ma di un vero e proprio shock di cui nessuno di coloro che pagano le spese ha colpa. La velocità con cui si deteriorano i bilanci privati deve essere affrontata con uguale velocità nel mobilitare i bilanci pubblici, le banche ed il sostegno europeo «Il costo dell’esitazione può essere irreversibile».

«Io e Mario Draghi ci conosciamo abbastanza bene e questo mi dice qualcosa di importante sull’articolo che ha pubblicato: è evidentemente molto preoccupato»: così il professor emerito di Scienza Politica, Gianfranco Pasquino, ha commentato le parole dell’ex presidente della Banca Centrale Europea. L’amicizia nata a Cambridge nel 1974, quando Mario Draghi svolgeva il suo dottorato all’MIT con Franco Modigliani, ha permesso al professor Pasquino di vedere al di là dei tecnicismi. Ha riconosciuto il tono calmo e chiaro, che contraddistingue da sempre l’ex presidente, ma con una nota di tensione: «è l’articolo di una persona che sa che stanno succedendo cose importanti e che l’Europa, l’istituzione che lui ha guidato con la Banca Centrale Europea per otto anni, non sta facendo quello che dovrebbe fare. Preoccupazione che non deriva dal suo protagonismo, che non ha mai avuto e non lo ha neanche adesso».

Secondo Gianfranco Pasquino, Mario Draghi scrivendo quell’articolo si è mantenuto coerente con l’insegnamento di Modigliani e con il suo lavoro di presidente. Proseguendo nel commentare le parole del suo compagno di pallone ai tempi della sua fellowship a Harvard afferma: «È un articolo keynesiano: nei momenti di crisi i governi devono investire in opere pubbliche, che producano reddito e che salvaguardino al massimo le fasce della popolazione. Questo è importante perché cerca di evitare che dalla recessione si passi alla depressione e crea anche una possibilità di rilancio da quella che sarà una crisi economica molto lunga».

Nell’Europa tanto amata da Mario Draghi, c’è posto, però, per un’azione comune? Secondo il professor emerito di Scienza Politica ci dovrebbe essere per poter uscire da questa situazione, aiutando così anche il nostro paese: «L’Italia da sola non ce la può fare ha assoluto bisogno di un aiuto europeo. Gli europei più intelligenti, più lungimiranti, sanno che aiutare l’Italia significa aiutare l’Europa e i loro paesi. Se si aiuta l’Italia si avrà un rimbalzo positivo anche sugli altri paesi». Gianfranco Pasquino ha, infine, provato a immaginare un futuro politico italiano post coronavirus: «Non so come ne uscirà la politica dell’Italia. Il presidente del Consiglio ha dimostrato di avere delle capacità e possiamo dire di essere stati fortunati, perché altri l’avrebbero giocata in maniera più politica. Conte la sta giocando in maniera di rappresentanza nazionale, come colui che deve guidare un governo e cerca di evitare lo scontro politico». E gli italiani cambieranno? «Non so se questo ci farà capire che siamo tutti sulla stessa barca, perché vedo che ci sono tantissime persone che sono state multate: non si rendono conto che la loro licenza incide sulle vite degli altri. Mi auguro che i disciplinati diventino quasi la totalità degli italiani. Se alla fine di questo ci renderemo conto che osservare le leggi, non solo ci rende dei bravi cittadini, ma permette anche di far vivere bene gli altri, allora sarà un grande successo. Se, però, mi chiede se ci scommetto le dico di no».

Pubblicato il 27 marzo 2020 su zetaluiss.it