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Pd bloccato: resterà quello che è

Italia oggi

Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi

L’Italicum è passato ma «le elezioni politiche non sono vicine. Anche se le promesse del presidente del Consiglio sono spesso state disattese (per esempio nei confronti di Enrico Letta e riguardo alla necessità di un passaggio elettorale per andare a Palazzo Chigi), la legislatura durerà fino al 2018, o poco meno. Al momento, Renzi non ha molto da incassare».

Con Gianfranco Pasquino analizziamo il dopo-Italicus. Pasquino è tra i politologi più arguti, ha insegnato scienza della politica all’università di Bologna, ora è professore di European studies alla Johns Hopkins University. Ha diretto Il Mulino e la Rivista italiana di scienza politica.

Per Enrico Letta la prova di forza di Renzi sull’Italicum lo accomuna a Berlusconi…

L’Italicum nasce dal Porcellum e dall’accordo fra Renzi e Berlusconi. Che poi Berlusconi abbia cambiato idea, pur rimanendo diversi elementi del suo Porcellum, dipende dal suo pressapochismo e dalla sua, in questo caso, malposta furbizia. Da molti punti di vista, Renzi è Berlusconi dopo Berlusconi, ma con quasi quarant’anni di meno, in un sistema politico tuttora deteriorato, senza un’opposizione decente. Sì, in parte Letta ha ragione. Renzi è la continuazione del berlusconismo con altri mezzi e più energia.

Che ne sarà del Pd dopo questa prova lacerante?

Il Pd rimarrà più o meno quello che è. Nato male, guidato mediocremente, prima da Veltroni, poi da Bersani, il Pd è diventato il partito di Renzi e e dei renziani di tutte le ore e di tutte le sfumature. La battaglia di idee e fra persone può essere condotta sia dentro sia fuori il Pd (fuori c’è spazio ma non tantissimo). Le difficoltà saranno, comunque, molto grandi.

Poi ci sono gli alleati di governo, quel Ncd-Udc guidato da Angelino Alfano e Pierferdinando Casini.

Il loro partito riuscirà magari persino a superare la soglie del 3 %. I leader si saranno così trovati luoghi sicuri per la candidatura e per il ritorno in parlamento. Ma la loro capacità di influire sul dibattito politico (e, parola grossa, culturale) è e sarà inesistente, pressoché nulla.

D. L’arco costituzionale termina col centrodestra. Come interpretare la sua crisi?

Sì, c’è crisi, le opposizioni di destra sono diverse, frammentate, debolissime. Gran parte della loro debolezza (e frammentazione) dipende dall’autunno del patriarca. Fu Berlusconi a rendere rilevante la Lega e a portarla al governo. Fu Berlusconi a sdoganare il Movimento sociale, a obbligarlo a diventare Alleanza nazionale e dare ad alcuni suoi esponenti cariche di governo. Adesso, da un lato, Berlusconi non controlla neppure più Forza Italia e, aggrappato ad un brandello di potere, non sa e non vuole trovare un successore. Anche se ritengo che Marina, portatrice del brand Berlusconi, sarebbe la candidata ideale. Dall’altro lato, anche per colpa dell’Italicum, l’ex-Cavaliere non potrà svolgere il ruolo di federatore del centro-destra dei moderati. In tale situazione se i moderati voteranno Renzi non sarà per suo merito, ma per demerito di Berlusconi.

Neppure Matteo Salvini riuscirà a proporsi leader del centrodestra?

La competizione fra Salvini e Berlusconi è limitata. Berlusconi sa che sta fuoriuscendo dalla scena politica. Nel 2018 avrà quasi ottantadue anni. Salvini sa che potrà anche conquistare più voti di Berlusconi, ma non riuscirà mai né a svolgere il ruolo di federatore né a vincere un’elezione nazionale. Tertium datur.

Allora rimane il partito della Nazione, evocato da Renzi. Pensa che le prossime elezioni regionali saranno una prova generale di questo nuovo soggetto politico?

Non credo che le prossime elezioni regionali daranno impulso al partito della Nazione al quale né De Luca in Campania né Raffaella Paita in Liguria possono dire di appartenere. Quanto alle liste civiche, otterranno qualcosa, ma sicuramente non sono il nuovo che avanza, ma spesso il vecchio che si perpetua in altre forme. No, un conto sono gli slogan, un altro la loro praticità. Le prossime lezioni regionali saranno ancora una gara tra centrosinistra e centrodestra, pur con qualche trasformista collocato qui e là.

Azzardiamo una previsione. Chi vincerà le elezioni regionali? E quanto rimarrà in carica il parlamento?

Non sono un astrologo ma ci provo. La legislatura durerà fino al 2018 o giù di lì. Le elezioni regionali non le vincerà il centro-destra, ma neppure ne uscirà stritolato. Non credo che il Pd ne uscirà rafforzato. Vincerà il partito dell’astensione, ma stigmatizzo: chi non vota non raccoglie. Mi limito a sottolineare che il 68 % degli emiliano-romagnoli che non sono andati a votare nel novembre 2014 non hanno ottenuto un bel niente.

D. Altri fronti politici si stanno aprendo per il governo, a incominciare dalla scuola. Lei ritiene che quello dell’Italicum sia definitivamente chiuso?

Sono tra coloro che non dà per scontata la firma del Presidente della Repubblica. Il Presidente, memore della legge che porta il suo nome che, seppure con qualche inconveniente, è nettamente migliore di questa, potrebbe bocciare l’Italicum. Quantomeno, ricordando che fu tra i giudici costituzionali che fecero a pezzi il Porcellum, potrebbe e, secondo me, dovrebbe restituirla al parlamento affinché ponga rimedio ai punti più controversi, per lo meno eliminando i capilista bloccati e cancellando le candidature multiple.

Pubblicato su Italia oggi il 6 maggio 2015

La generosità dell’Italicum

FQ

L’Italicum è una buona legge. Anzi, ottima davvero e generosa. Fuoriuscendo dai sofisticati ragionamenti dei professoroni e dai preziosismi dei cattivi maestri e dei pessimi allievi (che giungono fino al character assassination degli oppositori: “ma tu nel 1989 avevi detto che…”), motiverò la mia valutazione positiva e rotonda in sette punti.

Primi beneficiari: i renziani. La legge è ottima per loro che, grazie al cospicuo (sì, ammonterà all’incirca al 20 per cento dei seggi) premio di maggioranza, potranno governare nell’allegra brigata dei leopoldini, dei renziani delle varie ore, degli opportunisti e dei trasformisti.

Secondo beneficiario: il Movimento Cinque Stelle. Saranno loro ad arrivare al ballottaggio come secondo partito. Faranno una campagna divertentissima, anzi, felice. Dimostreranno al resto dell’Europa che, sì, l’Italia è il paese, non dei balocchi, ma della competizione politica e programmatica.

Terzi beneficiari, al plurale, saranno i molti piccoli partiti capaci di superare la soglia del 3 per cento. Benvenuti, dunque, al Nuovo Centro-Destra, a Fratelli d’Italia (generosi con sorellina Giorgia Meloni, donna che sa fare politica), alla Lista Passera e, magari, al ritorno di Oscar Giannino per fare un po’ di futuro.

Quarti beneficiari: Fitto finalmente a capo di una sua lista senza timori di rimanere fuori del Parlamento, pardon, della Camera , e Berlusconi. Anche lui, con il suo nuovo partito, Berlusconi Due, riuscirà a salvarsi superando la soglia del 3 per cento che alla rapidamente declinante Forza Italia appariva in salita.

Quinti beneficiari: tutti i candidati nella posizione di capilista bloccati, i molti che approfitteranno delle pluricandidature (in dieci circoscrizioni), i prescelti da Renzi per i suoi premiati. Faranno campagne elettorali di tutto riposo. Cene con amici e clienti, comparsate televisive, senza essere disturbati da faticose e fastidiose iniziative che contemplino incontri con associazioni (tutte da “disintermediare”), con giornalisti alla ricerca dello scoop, con elettori informati, incazzati, temibili. No, meglio essere nominati. Qualunquemente.

Sesti beneficiari: i politologi e i giuristi che si sono, peraltro, in numero sorprendentemente contenuto, accapigliati, insieme, addirittura a qualche storico e filosofo, sui contenuti della legge, magari senza saperne abbastanza sui sistemi elettorali. Continueranno a farlo, magari studiando qualcosa in materia.

Infine, settimo, i più beneficiati di tutti: gli elettori. Da un lato, non dovranno impegnare troppo del loro tempo e delle loro energie. Una crocetta sul simbolo del partito basterà proprio come con il beneamato Porcellum (di cui l’Italicum non ha buttato via proprio niente). Dall’altro, per i più esigenti di loro, ci sarà il ballottaggio. Non previsto nella prima variante di Italicum, il ballottaggio darà ai meglio informati, ai più impegnati, a coloro che proprio non riescono a dimenticare che, art. 48, il voto “è un dovere civico”, molta soddisfazione e il senso del dovere compiuto. Avranno con la loro crocetta scelto chi li governerà, salvo inconvenienti, per cinque anni.

In attesa della benedizione del Presidente Mattarella (al quale è lecito ricordare quanto migliore, seppur con imperfezioni, fosse la legge che porta il suo nome) e nella speranza che i giudici della Corte Costituzionale non si intrufolino nelle pieghe e nelle magagne dell’Italicum, le giornaliste di regime intonano il peana al Grande Riformatore e alla Tosta Riformatrice. All’Expo è stato prontamente addobbato un padiglione speciale. Thank you all.

Pubblicato il 4 maggio 2015

Le mie risposte alle domande* de “Il Sole 24 ORE” su pregi e difetti dell’ #Italicum

1) La riforma che la Camera si avvia ad approvare è buona o cattiva?

– Piuttosto cattiva

2) Se dovesse elencarne i meriti in tre punti, quali citerebbe?

– Un solo merito: il ballottaggio che dà potere reale agli elettori

3) In cosa invece la ritiene sbagliata o migliorabile?

– Sbagliato il premio alla lista; sbagliate le candidature multiple; sbagliata la bassa soglia (3%) per l’accesso al Parlamento

4) I sostenitori della legge ne sottolineano la spinta a favore della governabilità. Lei è d’accordo? E in che modo ciò avverrà?

– Non sanno di che cosa parlano. In nessuna democrazia europea la governabilità dipende dal premio di maggioranza

5) Al contrario i detrattori ne sottolineano i limiti in termini di rappresentatività. Vede anche lei un rischio in questo senso?

– La rappresentatività dipende solo parzialmente dal numero dei partiti “rappresentati” in Parlamento. Dipende dalla competizione fra i partiti costretti ad essere rappresentativi per vincere. Il rischio è troppo potere ad un partito che si convinca di essere il rappresentante della Nazione

6) Una delle obiezioni della Consulta al Porcellum è l’eccessiva disproporzionalità del premio di maggioranza attribuito senza stabilire una soglia minima. L’Italicum prevede una soglia del 40 per cento per ottenere il premio del 15 per cento. Si risponde così alle osservazioni della corte?

– Il premio va al partito che vince al ballottaggio, dunque, ottenendo anche solo un voto in più del 50 per cento dei voti espressi. Di volta in volta si saprà quale percentuale degli aventi diritto sarà rappresentata dai votanti al ballottaggio. Rimane che al primo turno quel partito potrebbe avere ottenuto anche solo il 26 per cento dei voti. Poiché gli verranno assegnati il 54 per cento dei seggi parlamentari, il premio ammonterà ad un sonante  28 per cento. La Corte dovrebbe essere fortemente insoddisfatta

7) Non è un’anomalia in sé applicare un premio di maggioranza sulla base di un sistema proporzionale?

 – Il premio di maggioranza su un sistema proporzionale non è un’anomalia italiana. Già lo abbiamo, con buoni esiti, per l’elezione dei Consigli comunali e dei sindaci

8) La soglia di sbarramento è stata portata al 3 per cento per tutti i partiti. Se si voleva davvero fronteggiare la frammentazione non era meglio una soglia più alta, magari del 5 come in Germania?

– Ovviamente, sì: 5 per cento. Fare come in Germania è molto spesso una cosa buona e giusta

9) Non si rischia in questo modo la “balcanizzazione” delle opposizioni in presenza di un primo partito rafforzato dal premio?

– Fare come nei Balcani è per lo più la cosa cattiva e sbagliata, ma sia Renzi sia Berlusconi erano, e probabilmente continuano ad essere, con motivazioni diverse, d’accordo sulla balcanizzazione delle opposizioni

10) L’altra importante obiezione della Consulta al Porcellum riguarda le lunghe liste bloccate, che non permettevano all’elettore di riconoscere il futuro eletto. La soluzione del capolista bloccato e delle preferenze per tutti gli altri non è un ibrido al ribasso? Soddisfa le indicazioni della Consulta?

– Ibrido pessimo, riprovevole. Lascio il giudizio all’incerta giurisprudenza della Corte. La mia soluzione sarebbe, in linea con il referendum del 1991, una sola preferenza

11) L’Italicum prevede la possibilità di candidature plurime per il posto di capolista. Con il rischio che un elettore scelga un partito in virtù dell’appeal di un capolista ritrovandosi poi ad eleggere un altro candidato. Questo non va contro l’indicazione della Consulta sulla riconoscibilita?

– Ovviamente sì. Cancellare con un tratto di pennarello le candidature multiple (10) sarebbe un atto di semplice decenza

12) Il premio di maggioranza, sia in caso di vittoria al primo turno sia in caso di vittoria al ballottaggio, attribuisce alla prima lista un vantaggio alla Camera di circa 25 deputati. Dal momento che la legge è stata pensata soprattutto in chiave di governabilità, non è un margine troppo esiguo?

– E’ un margine sufficiente per un partito che abbia una vita interna vivace e democratica

13) L’Italicum vieta espressamente gli apparentamenti tra partiti tra il primo e l’eventuale secondo turno di ballottaggio, apparentamenti consentiti in altri sistemi con ballottagio. Non si rischia in questo modo di comprimere troppo il confronto democratico dando tutto il potere ai partiti maggiori?

– La domanda contiene parte della risposta. La parte più importante è che in tutta Europa, tranne in Spagna, almeno finora, i governi sono di coalizione. Sarebbe opportuno consentire le coalizioni al primo turno oppure, almeno, come per i sindaci (la buona legge fatta nel 1993 dal Parlamento su impulso dei referendari, gli apparentamenti per il ballottaggio

14) Non è anomalo posticipare l’entrata in vigore dell’Italicum al luglio 2016 privando il Paese di un efficiente sistema elettorale in caso di necessità?

-Piuttosto che di anomalia parlerei di scommessa o di spadina di Damocle sulla testa dei parlamentari. Comunque, molti dicono, ma non è questa la mia opinione, che, in caso di necessità, evidentemente procurata, ci sarebbe il sistema proporzionale delineato dalla Corte. Pasticcio più pasticcio meno: rassegnatevi

15) L’Italicum vale solo per l’elezione della Camera dei deputati dal momento che c’è un legame politico con la riforma costituzionale ora all’esame del Senato per la terza lettura che abolisce il Senato elettivo trasformandolo in Camera delle Autonomie. Non è irrazionale, nel caso in cui la riforma costituzionale non andasse in porto, andare a votare con due sistemi diversi (l’Italicum per la Camera e il proporzionale Consultellum per il Senato)?

–  A questa domanda passo. Che cosa si può suggerire a sedicenti riformatori pasticcioni? Ricordare loro che un sistema politico è per l’appunto un sistema, non un supermercato, nel quale ciascuna delle componenti è in relazione con le altre e che, di conseguenza, cambiarne una significa dovere tenere conto dell’impatto sulle altre

16) C’è il rischio di introdurre un presidenzialismo di fatto con il maggioritario Italicum e una sola Camera elettiva, come sostengono gli oppositori di questa riforma elettorale?

– Sì, c’è soprattutto il rischio di eccessiva concentrazione di poteri nelle mani del Primo ministro. Non è presidenzialismo. E’ piuttosto il “premierato forte”, che nonostante alcuni cattivi maestri provinciali (che non sanno neanche cosa sia l’analisi comparata dei sistemi politici) e i loro ossequiosi allievi, non esiste da nessuna parte e che toglierà non pochi poteri al Presidente della Repubblica rendendogli impossibile svolgere il ruolo di arbitro, di garante, di contrappeso, persino di rappresentante dell’unità nazionale

*Italicum, 16 domande per capire la riforma – Il Sole 24 ORE 01 maggio 2015 (pagg 11/14)

La terza Repubblica

Pubblicato su terzarepubblica.it il 3 maggio 2015

Il libro dei sogni di Renzi &Co

La terza Repubblica

Stiamo fin troppo ascoltando il Presidente del Consiglio e i suoi collaboratori-corifei che ci promettono un paese dei balocchi e delle meraviglie. Sapremo chi ha vinto le elezioni la sera stessa, persino un po’ prima. Come nessun altro al mondo? Il vincitore si troverà in condizione di garantire la governabilità per cinque, lunghi, anni e farà una riforma al mese, fino ad esaurimento. L’Italicum che, pazzescamente il professor D’Alimonte definisce un sistema elettorale maggioritario (al contrario, è una variante di un sistema che assegna i seggi in proporzione ai voti e attribuisce un brutto premio di maggioranza) , ripristinerà il bipolarismo dei nostri (non di tutti) sogni. E’ a questo punto che ci siamo accorti che stavamo, per l’appunto, sognando. Per Craxi, il bipolarismo “DC-PCI” bisognava spezzarlo. Per Andreotti, il bipolarismo significava avere due forni dai quali approvvigionarsi di pane, pardon, di voti, per i suoi governi proiettati nell’impossibile eternità. Per Renzi, Boschi, Serracchiani e Guerini (ma altri si aggiungerebbero volentieri, e lo faranno), il bipolarismo è: il Partito Democratico incamera il premio di maggioranza, mentre le opposizioni, al plurale, si spartiscono in maniera assolutamente proporzionale, le briciole della frammentazione, e l’alternativa, in parlamento e nel paese viene rimandata alle calende minacciosamente greche.

In verità, a noi di quelle opposizioni non potrebbe importarcene di meno. Stanno facendo di tutto per meritarselo il loro destino di frammentazione e di irrilevanza. Berlusconi non ha ancora capito e nessuno, tranne, qualche volta, Fitto, ha finora avuto il coraggio di dirglielo, che se, fra il 2008 e il 2013 Forza Italia ha perso circa sei milioni e mezzo di voti, dal 2013 a oggi ne ha persi altri 3 milioni. Che se Lui non si fa da parte, prendendo atto che “l’autunno del patriarca” è cominciato da qualche tempo, e se non consente una seria e dura battaglia per la successione, il suo lascito politico consisterà in una nota di due righe e mezza a fondo pagina nei libri di storia (quei pochi non scritti dai “comunisti”). Noi per le note su Berlusconi non nutriamo un interesse spasmodico, ma quando pensiamo al sistema politico italiano, ci viene il dubbio euristico che, forse, la rappresentanza tanto politica (e saremmo persino disposti a scrivere “ideale”) quanto di interessi sarebbe opportuno garantirla in maniera un po’ più equilibrata.

Non siamo mai riusciti a sapere né quanto moderati né quanto liberali fossero i liberali e i moderati ai quali Berlusconi mandava promesse e dai quali traeva un’abbondante messe di voti. Più che liberali e moderati ci sono sembrati creduloni. Sappiamo, però, che nessun sistema politico può funzionare in maniera decente -“normale” non abbiamo mai capito che cosa significhi esattamente: come in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Spagna, nella dimenticata Svezia?-, se una parte del paese, una parte dell’elettorato non si sente rappresentata e, forse, anche quando si sente sottorappresentata ad arte, schiacciata da massicci e artificiali premi. Ci hanno persino raccontato che i governi funzionano meglio quando l’opposizione, non frammentata, è in grado di criticare, (contro)proporre, presentare alternative. Non sembra che questa sia l’opinione prevalente fra i renziani e i loro trafelati fiancheggiatori.

Nelle notti di inverno, ma i più bravi anche nelle lunghe notti d’estate, sono soliti raccontare che i democristiani si felicitassero dell’esistenza di una opposizione comunista. Avevano ragione. Tre anni dopo la scomparsa di quei comunisti che ritenevano il partito una ditta, ma anche una scuola, persino i democristiani scivolarono silenziosamente in un cono d’ombra. Non ci fu neppure bisogno di quella rottamazione che l’ex-Cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi dovrebbe conoscere e praticare, anche su di sé. Sarebbe un contributo utile alla sopravvivenza di Forza Italia e, a determinate condizioni, quasi tutte da (ri)creare, al suo rilancio. Non sappiamo se gli elettori moderati e liberali se lo meritino, un qualsiasi rilancio. D’altronde, molti italiani neanche si “meritano” Renzi, la sua velocità, la sua (raccapricciante) conoscenza dell’inglese, il suo libro dei sogni, i giornalisti che, persino sdraiati/e, ne raccontano le gesta eroiche. Finirà che usciremo a guardare le stelle, nient’affatto cadenti, che già adesso continuano a essere molte più di cinque.

Pubblicato il 20 aprile 2015

Con questo articolo inizia la collaborazione del prof. Gianfranco Pasquino con TerzaRepubblica.it

Le alleanze delle sparse membra

Non è un semplice e ininfluente “gioco” dei politici sapere chi si allea con chi, come e quando. Dalle alleanze elettorali si può imparare molto sulle preferenze dei partiti e sugli interessi che intendono rappresentare e difendere. Dal tipo di alleanze discende anche la possibilità che quei partiti sappiano governare insieme in maniera duratura ed efficace. E’ un vero peccato, forse un errore, sicuramente una forzatura che la proposta di riforma elettorale del governo Renzi e del suo ministro Boschi si sia assestata su un cospicuo premio in seggi da attribuire alla lista o al partito che abbia ottenuto il 40 per cento dei voti, da solo, oppure abbia ottenuto più voti nel ballottaggio. Questo meccanismo impedisce la formazione di coalizioni e di apparentamenti per il ballottaggio, mentre gli apparentamenti, dovrebbero saperlo tutti, sono la norma positiva nelle elezioni per i sindaci dei comuni con più di 15 mila abitanti. Guardando fuori dei “sacri confini della patria”, tutte le democrazie parlamentari europee, con l’unica eccezione della Spagna, hanno governi di coalizione. Qualche volta questi governi sono fatti da alleati non proprio “naturali” come quello guidato da Tsipras grazie anche al sostegno della destra anti-europea dei Greci indipendenti. Le coalizioni servono, da un lato, a dare maggiore rappresentatività al governo, dall’altro, a moderarne (che non vuole dire rallentarne) l’azione obbligandolo a tenere conto di un arco più ampio di aspettative, preferenze, esigenze.

Nel 1994 il miracolo politico di Berlusconi, che lo portò alla vittoria elettorale e al governo, consistette nella costruzione di due coalizioni: al Nord, il Polo della Libertà con la Lega; al Centro-Sud, il Polo del Buongoverno con Alleanza Nazionale. L’elemento di forza della leadership berlusconiana stava proprio nella sua capacità di mettere insieme partiti nient’affatto vicini su molte tematiche e, così facendo, di vincere e rivincere le elezioni. Da qualche anno a questa parte, Berlusconi sembra avere perduto questa sua importantissima capacità. Ha perso un pezzo di Forza Italia che, con Angelino Alfano, ha dato vita al Nuovo Centro Destra. Vede che quel che rimane di Forza Italia si divide sulla sua leadership, sfidata platealmente da Raffaele Fitto, anche perché è lui, Berlusconi, a non sapere dare la linea e a costruire alleanze potenzialmente vincenti. In due regioni, Campania e Veneto, Berlusconi deve fare i conti con la necessità e l’urgenza di coalizzare in maniera convincente gli alleati di un tempo. Una politica di vaste alleanze potrebbe rendere competitivo tutto il ricompattato schieramento di centro-destra anche in Liguria.

Confermare il centro-destra alla presidenza della Campania sarà quasi impossibile se Berlusconi non riesce a convincere colui che sembrò essere, per un tempo alquanto breve, il suo delfino, Angelino Alfano. Produrre la rielezione del leghista Luca Zaia alla Presidenza del Veneto richiede non soltanto che Forza Italia accetti di allearsi con la Lega aggressiva e lepenista di Matteo Salvini, ma che sia evitata la presenza di una Lista guidata dal popolare sindaco, lui pure leghista, di Verona, Flavio Tosi. Il Berlusconi di una decina d’anni fa avrebbe già trovato il modo di blandire, persuadere, coordinare e, alla fine, ricompensare generosamente tutti i suoi potenziali alleati nell’ambito del centro-destra. Le sue esitazioni attuali e le sue incertezze hanno creato molte delusioni persino fra i collaboratori più stretti e più fedeli. Le sue speranze che i potenziali alleati rinsaviscano e tornino a casa riconoscendo che è ancora lui l’unico che può federare il centro-destra non trovano conferma né fra gli esponenti del Nuovo centro-destra né in Matteo Salvini che, anzi, vorrebbe contare i suoi voti per conquistare la leadership di tutto lo schieramento. Però, un Salvini che antagonizza e non coalizza non è in grado di supplire alle declinanti forze di Berlusconi. Purtroppo, un sistema politico nel quale sia per ragioni politiche sia per scelte istituzionali, le sparse membra dell’opposizione non si ricompongono in un’alternativa credibile, perde un potente stimolo al buongoverno.

Pubblicato AGL 17 marzo 2015

Un anno fra realtà e fanfare

Né Mussolini né Tony Blair, ma neppure De Gasperi, nessuna delle analogie usate per definire Matteo Renzi nel giorno in cui il suo governo ha compiuto un anno appare appropriata e illuminante. Sono fuori luogo anche le accuse rivoltegli in maniera polemica, spesso dettate da frustrazioni politiche, di essere “un uomo solo al comando”. Non forte come Mussolini, non brillante come Blair, non efficace come De Gasperi, Renzi non è affatto solo. Si è circondato di amici e collaboratori di vecchia data (il giglio più o meno magico) e può contare su un rapporto molto intenso sia con l’indispensabile sottosegretario Graziano Del Rio sia con il Ministro per le Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi. Lui aggiungerebbe che lo sostengono milioni di elettori. Tuttavia, le sue regolarmente bellicose dichiarazioni servono a rafforzare la sua non granitica sicurezza poiché Renzi è consapevole di essere molto meno “al comando” di quello che desidererebbe. Per esempio, dall’Unione Europea gli hanno sempre fatto capire che, forse, qualche aggiustamento “europeo” sarà fattibile, ma che è opportuno che il capo del governo italiano i compiti a casa li faccia e li faccia con volenterosa applicazione.

In Europa, non soltanto Renzi non comanda, ma è meglio per (quasi) tutti gli italiani, che sono diventati un po’ troppo euroscettici, che obbedisca. In qualche misura, sapendo che il sistema italiano non è abbastanza efficiente e flessibile, Renzi cerca di ottemperare, ma, attenzione, tutti i dati macro-economici svelano che l’Italia non cresce abbastanza, anzi, quasi niente, e non cresce in fretta. Allora, l’uomo non solo e non al comando deve spostare l’attenzione da risultati finora non entusiasmanti a promesse ancora eclatanti, ma soprattutto va alla ricerca e alla demonizzazione dei colpevoli. Quanto più i presunti colpevoli gli sono vicini tanto meglio. Quindi, è la minoranza del Partito Democratico, la vecchia guardia non ancora rottamata, a offrirgli il destro, pardon, il bersaglio migliore e più facile. In altri tempi, l’accusa era (nell’espressione usata da Berlusconi) di “remare contro”. Adesso l’accusa oscilla dal gufare al rosicare, mentre Renzi, non diversamente da Berlusconi, ostenta ottimismo e lancia speranze.

Rimanendo nell’ambito di coloro che si muovono nell’ampia area di sinistra, gli altri responsabili, se le annunciate riforme non vanno abbastanza bene e non abbastanza in fretta, sono la CGIL e la FIOM. Colpito da improvvisa popolarità, conseguenza delle sue numerosissime prestazioni televisive, il segretario della FIOM Maurizio Landini è assurto al ruolo di bersaglio privilegiato di Renzi. La CGIL di Camusso è già stata liquidata, ovvero “disintermediata” che, nella neo-lingua renziana, significa non più da consultare. Non c’è bisogno di interloquire con il più grande sindacato italiano. Invece, è opportuno mettere nell’angolo Landini in previsione di un suo ingresso in politica (fin troppi sindacalisti sono già nelle file dei parlamentari del PD), magari alla guida di una lista Syriza all’italiana.

Nessuna di queste battaglie mediatiche è davvero necessaria a governare meglio (e di più) il paese e il suo sistema socio-economico, ma con la complicità di non pochi operatori dei massa media ogni battaglia serve a sviare l’attenzione. In occasione dell’anniversario è meglio non guardare alle riforme iniziate con grande fanfara, ma ancora non completate, ed è consigliabile non valutare approfonditamente contenuti e qualità delle riforme delle provincie, della legge elettorale e del Senato. In maniera beffarda, non da solo, ma sostenuto “senza se e senza ma” dai suoi due vicesegretari e dai suoi più stretti ministri, il capo del governo attacca un po’ tutti da posizioni di forza. Renzi dà l’impressione di essere effettivamente al comando, ma gli effetti positivi del suo comando sul sistema socio-economico tardano a vedersi. Quel che soprattutto manca è la costruzione di un consenso ampio e convinto, segno distintivo dell’azione politica degli statisti. L’Italia di Renzi non corre nessun rischio di derive autoritarie. Galleggia e le poche riforme finora completate sono servite in pratica a far sì che non vada a fondo.

 

Pubblicato AGL  25 febbraio 2015

Italicum merce di scambio

Grazie all’Italicum, annuncia e ribadisce Renzi, non ci saranno più inciuci, non si faranno più larghe intese, finirà per sempre il deprecato consociativismo. A metà fra il serioso e il giulivo, ripetono il mantra anche il Ministro delle Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi e il vice-segretario del partito, la loquacissima, Debora Serracchiani. Bocciato un cruciale emendamento della minoranza del PD che avrebbe ridotto grandemente il numero dei nominati e approvato un emendamento del PD che ingoia migliaia di altri emendamenti, entrambi i voti debitori del soccorso blu dei Senatori di Forza Italia, il cammino verso l’approvazione di una legge elettorale controversa sembra in discesa. Vedremo in occasione della sua prima applicazione, possibile non prima del 2016, quanto l’Italicum manterrà le sue promesse, in particolare, quelle di sostenere il bipolarismo, di garantire senza mercanteggiamenti un vincitore incoronato la sera stessa delle elezioni e di produrre la governabilità renziana.

Al momento, ma è anche effetto della sotterranea battaglia per il Colle più ambito, il Quirinale, il Partito Democratico si sta dolorosamente lacerando. Soltanto il molto deprecato inciucio con Forza Italia, che dovrebbe essere sconfitto a futura memoria, salva Renzi e la sua brutta riforma elettorale. Berlusconi si aggrappa all’inciucio come se fosse una vera e propria ciambella di salvataggio sia nel duro confronto interno al suo stesso partito sia per rimanere a galla come contraente del Patto del Nazareno e soprattutto per concordare il futuro presidente. Non è ancora andata a fondo la minoranza del Partito Democratico, guidata da Bersani, in grandissima fibrillazione poiché Renzi non fa sconti, non fa concessioni, non fa neppure il piacere di giocare a carte scoperte. Adesso, il test della profondità e della solidità del rapporto prioritario e privilegiato con Berlusconi, non ancora, però, una nuova maggioranza, si sposta verso l’elezione del prossimo Presidente.

Berlusconi ha ripetutamente affermato che non vuole un ex-comunista. In questo modo, taglierebbe fuori dall’eventuale rosa che Renzi potrebbe sottoporgli: Bersani, D’Alema (che ha ancora non pochi sostenitori in parlamento) e Veltroni. Adesso, è l’ex-segretario Bersani che deve porsi il problema di come fare valere quel che resta della ditta. Certamente, l’elezione del prossimo presidente della Repubblica offre alla minoranza del PD, ma anche a Fitto e ai dissidenti di Forza Italia, una grande occasione. Non è soltanto questione di nomi. Peraltro, a Renzi non costa proprio nulla escludere gli ex-comunisti. Non è quella la sua tradizione né, tantomeno, la sua cultura (parola grossa) di riferimento. Anzi, tanto di guadagnato, se l’esclusione degli ex-comunisti, pur non garantendo l’elezione del prescelto nelle prime tre votazioni, facilitasse, faciliterà l’accordo con Berlusconi. E’ sul profilo del non ex-comunista che Renzi e Berlusconi potrebbero avere non marginali differenze di opinione.

E’ lampante che lo scambio, che si sta manifestando sulla legge elettorale, al quale Berlusconi è interessato, riguarda la sua agibilità politica. Il tempo passa, le energie declinano, i malumori in Forza Italia crescono. Se non viene riabilitato in fretta, Berlusconi finirà per non contare nulla. Dunque, ha bisogno di un Presidente della Repubblica molto comprensivo. Anche Renzi desidera un presidente “comprensivo”, magari di basso profilo, meglio se ex-democristiano, poco interventista. Qualcuno lo ha già delineato questo potenziale “presidenziabile”. Proprio come la brutta legge elettorale che consente a Renzi di contare su una vittoria che depurerà il PD dalle minoranze dissenzienti e a Berlusconi di continuare quantomeno a nominare tutti i suoi parlamentari, anche il prossimo Presidente della Repubblica può essere la conseguenza di un inciucio giustificato con l’obiettivo altisonante di porre fine agli inciuci. Per concludere in politichese: “sono queste le riforme, sono questi gli esiti che la gente si attende?”

Pubblicato AGL 22 gennaio 2015

La corsa alla Presidenza della Repubblica

RadioRadicale

 

Radio Radicale 17 gennaio 2015

La corsa alla Presidenza della Repubblica: il messaggio alle Camere di Napolitano e le dimissioni del Capo dello Stato, parla Gianfranco Pasquino.

Intervista rilasciata a Lanfranco Palazzolo. Durata: 15′ 9″

QUI L’ AUDIO INTEGRALE   http://www.radioradicale.it/swf/fp/flowplayer-3.2.7.swf?30207f&config=http://www.radioradicale.it/scheda/embedcfg/431351

 

Renzi, perché tutta questa fretta di approvare il “nuovo” Porcellum?

Il sussidiario

Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net

Alla lucida follia di Berlusconi si è sostituita la non troppo lucida confusione del governo Renzi, i cui principali ministri non stanno facendo ciò cui sono chiamati perché sono privi di una vera esperienza politica”. Ad affermarlo è Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna.

Renzi vuole votare prima per l’Italicum e poi per il Quirinale, Berlusconi chiede che sia il contrario. Chi la spunterà?

A me i tempi interessano poco e mi interessa molto di più il merito. Questa è una brutta legge elettorale, e approvarla in tempi stretti non significa migliorarla. Invece che a gennaio, potremmo approvarla a maggio purché sia meglio di quella attuale. Capisco d’altra parte che Forza Italia voglia negoziare l’elezione del presidente della Repubblica prima di dare i suoi voti che sono decisivi per approvare la legge elettorale.

L’elezione del capo dello Stato può inasprire le tensioni fino a fare saltare l’accordo sull’Italicum?

No. Il punto però non è l’inasprimento delle tensioni politiche, dietro a cui ci sono ben altre motivazioni. La vera questione è che il Presidente della Repubblica deve essere scelto non perché piace a Renzi e a Berlusconi, ma perché è un uomo o una donna che sa fare rispettare la Costituzione, attuarla, ricordarsi che deve rispettare l’unità nazionale e che deve essere il punto di equilibrio del sistema.

Quali sono le vere ragioni dell’inasprirsi delle tensioni politiche?

Queste tensioni dipendono molto spesso dal linguaggio utilizzato dai leader. Ci troviamo in una politica parlata, e nessuno va a vedere che cosa contengono concretamente i provvedimenti del governo e le controproposte delle opposizioni che spesso non conosciamo. Le opposizioni si limitano a dire no e i loro emendamenti spesso sono presentati in modo folkloristico.

Perché ritiene che l’Italicum sia una brutta legge elettorale?

A non andare bene è l’impianto, che è esattamente quello del Porcellum con piccole variazioni. L’Italicum è un sistema elettorale proporzionale con un premio di maggioranza. In tutta Europa inoltre ci sono sistemi elettorali che incoraggiano la formazione di coalizioni, e non che le impediscono come nel caso di questa riforma. Il fatto che nell’Italicum si dica che un partito deve vincere un premio di maggioranza che gli consente di governare da solo documenta che la nuova legge elettorale è basata su un principio semplicemente sbagliato. Occorre una legge che consenta di rappresentare meglio questo Paese per evitare che troppi elettori si astengano.

Non ci sarà il Mattarellum come legge elettorale transitoria, ma l’Italicum sarà post datato al 2018. Che cosa ne pensa?

Questa è una follia, si fa una legge elettorale votata prima del 15 gennaio per farla entrare in vigore soltanto nel 2018. In Italia le norme entrano in vigore 15 giorni dopo la loro pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. L’idea di posticiparla di tre anni mi pare francamente assurda. Trovo inoltre assurdo rigettare il Mattarellum sul quale invece ci sarebbe una notevole convergenza parlamentare.

La “lucida follia” era uno dei motti di Berlusconi. Renzi lo ha fatto proprio?

La follia la vedo, la lucidità un po’ meno. A gennaio il presidente del consiglio aveva presentato tre proposte di legge elettorale per poi sceglierne una quarta, che nel corso del tempo è notevolmente cambiata su punti non marginali. Si reintroducono le preferenze, si prevede il ballottaggio e le soglie si abbassano dall’8% al 3%.

All’orizzonte vede una nuova sentenza di incostituzionalità della Consulta?

Il presidente della Repubblica qualche tempo fa ha dichiarato che la legge elettorale avrebbe dovuto essere sottoposta a “opportune verifiche di costituzionalità”. Lo stesso Napolitano aveva sollevato dubbi, e non so se a diradarli siano state sufficienti queste piccole modifiche. Personalmente mi sembra che I dubbi di costituzionalità restino ancora tutti, anche se innanzitutto questa legge è un pasticcio.

Dal 31 gennaio alla Camera torna la riforma costituzionale. Che cosa accadrà?

Renzi si vanta di avere i voti e quindi staremo a vedere. Alcune parti di quella riforma, che però non sono sottoposte all’attenzione dell’opinione pubblica, sono sacrosante: mi riferisco in particolare all’abolizione del Cnel, che proposi già 30 anni fa quando ero senatore. Anche la riforma del rapporto tra Stato e Regioni, checché ne dica Renzi, era già stata attuata nel 1999.

Che cosa ne pensa della modifica del Senato?

E’ giusto modificare il bicameralismo paritario, ma continuo a credere che i senatori nominati per sette anni dal presidente della Repubblica non abbiano nulla a che vedere con un’autentica riforma di Palazzo Madama. E continuo a pensare che sarebbe un gesto nobilissimo da parte di Napolitano affermare che una volta terminato il suo mandato non intende fare il senatore a vita.

Sel ha attaccato Renzi affermando che l’agenda delle riforme la detta il Parlamento e non il governo. Lei che cosa ne pensa?

Il governo deve avere un’agenda e i parlamentari che sono stati eletti per sostenere il governo devono tradurla in pratica. Se Renzi è quindi in grado di fare funzionare la sua maggioranza parlamentare sui provvedimenti del governo, che riflettono l’agenda elettorale e le proposte fatte agli elettori, su questo ha il diritto di andare avanti. Ma sulle riforme costituzionali che riguardano il Paese è il parlamento che rappresenta compiutamente il Paese, mentre il governo rappresenta solo una parte e cioè la maggioranza che ha vinto le elezioni.

L’agenda del governo sta risentendo negativamente della fretta di fare le riforme?

L’agenda risente anche del problema della fretta, insieme a quello dell’ignoranza e della superficialità di alcuni dei componenti della squadra di governo, incluso il presidente del consiglio.

E di chi oltre a lui?

Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, è una persona capace, eppure manca la sostanza. Il suo ruolo non è solo quello di fare fronte alle emergenze, come è il caso di Mafia Capitale, ma anche di dare risposte al fatto che la giustizia civile italiana funziona malissimo. Mi domando se il ministro Orlando darebbe un voto di sufficienza all’attività che egli stesso ha svolto finora.

Il ministro Orlando è l’ultimo della classe?

Non è affatto così, anzi ne ho grande stima. Ho stima anche per il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, ma anche nel suo caso mi domando se lei si promuoverebbe. Il ministro non è riuscita a rilanciare l’attività di istruzione pubblica e di ricerca.

Perché abbiamo dei bravi ministri, come Orlando e la Giannini, che però non fanno le cose per le quali sono stati scelti?

Perché i ministri non sono stati scelti sulla base delle loro competenze e di una qualche pregressa attività parlamentare. Un politico che si dedica all’attività parlamentare ha molto da imparare. Nel Regno Unito e in Germania non si diventa ministri se non si è stati parlamentari per diversi anni. Invece in Italia sembra che i migliori ministri siano quelli che vengono dalla società civile, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Pubblicata giovedì 18 dicembre 2014

Gli errori degli Ulivisti e le mosse di Renzi

“Si sono persi vent’anni di tempo senza realizzare le promesse della campagna elettorale” dell’Ulivo. Cito la frase di Matteo Renzi come riportata dal “Corriere della Sera” e non ho esitazioni. Il segretario del Partito Democratico ha ragione. Non importa che la sua critica delle promesse non mantenute gli serva per colpire Pippo Civati che insiste, sulla base di non si sa quali motivazioni, a candidare Romano Prodi al Quirinale. Quel che importa è cercare di capire quali furono effettivamente le promesse non mantenute e, soprattutto, se Renzi e il Partito Democratico vogliano e sappiano andare oltre e fare meglio. Sicuramente su un punto l’Ulivo ha preceduto il Partito Democratico: il tentativo di combinare insieme le culture politiche del PCI e della DC, di contaminarle, come fu detto e ripetuto allora. Anche con l’aggiunta davvero marginale della debole cultura politica ambientalista, l’Ulivo non riuscì a essere il contenitore del meglio del riformismo italiano poiché non attrasse mai, anzi, respinse i portatori del socialismo riformista. Nel PD c’è chi continua a essere anti-socialista, manifestandosi tale in special modo nei confronti di Giuliano Amato. Il riformismo dell’Ulivo non fu mai particolarmente incisivo, anche perché, affermano i suoi sostenitori, gli mancò il tempo per dispiegare tutta la sua carica di cambiamento. Esiste anche un’interpretazione diversa del riformismo interrotto. All’Ulivo mancò la leadership.

Sostanzialmente inesperto, Romano Prodi rifiutò di trasformarsi in capo operativo dello schieramento elettorale detto Ulivo e si dedicò esclusivamente all’attività di governo. Inevitabilmente, l’Ulivo parlamentare e politico tornò nelle mani dei capi dei partiti che vi si erano associati per sconfiggere Berlusconi (numericamente battuto alle urne soltanto dall’impossibilità di stringere un’alleanza con la Lega che lo aveva “tradito” nel 1994). Nessuno di quei capipartito volle cedere potere politico a Prodi, che neppure ne fece esplicita richiesta. In maniera sicuramente miope, tutti operarono in base ai loro specifici interessi di corto respiro. L’Ulivo, vale a dire Romano Prodi e i suoi più stretti collaboratori rinunciarono fin dall’inizio a tradurre in pratica la novità che avrebbe avuto il maggior impatto unificante e che avrebbe cambiato il volto della politica italiana (e dei politici): le Convenzioni di collegio. Fra l’altro, Prodi fu sospettosissimo dell’eventuale successo della bicamerale di D’Alema nel raggiungere un accordo con Berlusconi per cambiare la Costituzione. Sbagliando, temeva che, subito dopo l’accordo, si sarebbe andati a nuove elezioni. Al contrario, la necessità di tradurre l’accordo in modifiche costituzionali sarebbe stata la polizza di garanzia almeno biennale per il governo dell’Ulivo. La vera riforma della politica, dei singoli partiti e del sistema dei partiti sarebbe derivata dall’impegno solenne dei parlamentari eletti nei collegi uninominali previsti dalla legge Mattarella (tre quarti degli eletti) di mantenere uno stretto contatto in ciascun collegio con gli elettori (non soltanto i “loro” elettori). Invece, molti di quegli eletti, essendo stati paracadutati nei collegi sicuri, non avevano né la base né la voglia di tornarci con frequenza a fare politica, quella sul tanto vantato e altrettanto disatteso “territorio”.

Dal punto di vista politico, l’Ulivo fallì nella sua promessa più significativa e potenzialmente più produttiva di cambiamento: riformare politica e istituzioni, rinnovare la classe politica. Tornare indietro si può, eccome, proprio resuscitando la legge Mattarella. Però, la proposta di riforma elettorale di Renzi non è basata sulla logica dei collegi uninominali nei quali gli eletti risponderebbero agli elettori. Si fonda, invece, sul principio, caro anche a Berlusconi, che i parlamentari sono scelti dal capo del partito e a lui rispondono. La stagione dell’Ulivo non fu, come afferma Renzi, soltanto un fallimento, prodotto da errori, compresi quelli, grandi, di Prodi, e dalle divisioni interne, ma la proposta elettorale del governo mette sicuramente la pietra tombale su un Ulivo piantato male e peggio accudito.

Pubblicato AGL 16 dicembre 2014