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Ora il compito di fare il vero democratico
Ancorché parecchio inferiore alle consultazioni comparabili finora svolte dal PD, la partecipazione al voto di poco meno di due milioni di elettori ha evitato un pericoloso e temutissimo flop (che avrebbe anche coinvolto lo strumento “primarie” in quanto tale). Tirato un profondissimo sospiro di sollievo, tutti i sostenitori di Renzi, che aveva scaramanticamente fatto scendere l’asticella a un milione di voti, si sono subito lanciati nel trionfalismo “grandissima, unica, insuperabile prova di democrazia”. Certo, esiste anche la democrazia numerica che, in questo caso, è servita a eleggere il segretario del Partito con una percentuale superiore al 60 (nel 2013 era stata 68). Ciò detto, la democrazia è faccenda molto più complessa e molto più ricca di qualsiasi conta numerica. Si intesse di comportamenti e di azioni, si nutre di politiche e di critiche. La democrazia è, in special modo, riconoscimento delle opposizioni e del loro diritto di critica e di controproposta. I democratici hanno da tempo imparato che, molto spesso, gli oppositori hanno idee buone e proposte utili. Ascoltano entrambe e, nella misura del possibile, le mettono in pratica.
C’è molto di nuovo da mettere in pratica da parte del non più tanto nuovo segretario del Partito Democratico. Per esempio, dovrebbe forse dire, finalmente, visto che in campagna elettorale non l’ha fatto proprio, che tipo di partito vuole, al centro e nelle aree locali. Dovrebbe chiarire se davvero ha una proposta di legge elettorale che risponda non solo alle sacrosante esigenze espresse dal Presidente della Repubblica, di essere applicabile in maniera armonizzata sia alla Camera sia al Senato, ma che elegga un Parlamento rappresentativo in grado di dare vita a un governo. Dovrebbe, quel segretario, spiegare se preferisce alleanze con il centro-destra di Berlusconi et al o se vuole (ri)costruire un tessuto connettivo con tutto il Campo Progressista di Giuliano Pisapia. Dovrebbe immediatamente ritirare l’appellativo “traditori” per Bersani e Speranza e tutti coloro che dal Partito Democratico sono stati spinti fuori dai suoi collaboratori e da lui stesso. Il primo compito di un segretario di partito e tenere quel partito unito, anche nelle difficoltà e nelle divergenze, spesso giustificate, di opinione.
Dovrebbe, infine, non pronunciare mai giudizi sommari sul governo guidato da un autorevole esponente del PD, per di più da lui suggerito e al quale ha imposto praticamente tutti i ministri del suo precedente governo. Fra l’altro, non è affatto vero, come Renzi ha dichiarato, che l’Italia è ferma dal 4 dicembre. È vero che l’Alitalia non è affatto decollata, come lui aveva trionfalmente dichiarato, ma non certo per responsabilità di Gentiloni. È altrettanto vero che, seppure molto, troppo, lentamente, la crescita economica c’è e che quel che manca è la riduzione del debito pubblico operazione contro la quale è proprio lui che si oppone per motivazioni puramente elettoralistiche. Pensare che, sta qui l’errore non soltanto semantico, avendo riconquistato la carica di segretario del Partito Democratico, adesso può muovere a tutta velocità verso elezioni anticipate che lo riporteranno a Palazzo Chigi non è soltanto avventurismo. È un errore politico, ma anche, usando un eufemismo, uno sgarbo istituzionale nei confronti del Presidente Mattarella che ritiene, giustamente e costituzionalmente, che la stabilità del governo è un bene da non mettere imprudentemente a rischio. Inevitabilmente, si sono riaperte alcune partite. Forse conterà anche molto la partita delle elezioni amministrative di giugno. Avere di mira il buon funzionamento del sistema politico, non producendo strappi per ambizioni personali, è il miglior modo di tradurre la democrazia dei numeri in democrazia dei comportamenti. Sapranno Renzi e i suoi sostenitori mostrarsi all’altezza di una sfida che nel passato hanno perso?
Pubblicato AGL il 1°maggio 2017
Se son fiori sbocceranno
È lecito interrogarsi sulle politiche fatte dal Partito Democratico al governo e su come proseguirle, approfondirle, cambiarle? Lo ha fatto, in maniera un po’ sommaria e brutale, l’assessore Matteo Lepore. In un partito che non soltanto accetta, ma valorizza il dibattito e la circolazione delle idee e delle proposte, a Lepore dirigenti e autorità varie del PD avrebbero dovuto rispondere sul merito, non con critiche alla persona quasi invitandolo ad andarsene. Il sindaco Merola, da qualche tempo diventato “movimentista”, impegnato nel disegno di un (nuovo?) “campo progressista”, ha difeso il diritto di parola e di ricerca di un altro PD esercitato da Lepore. Che ci sia un qualche, limitato e abitualmente sopito, disagio nel PD bolognese e, probabilmente, anche emiliano-romagnolo, è accertato. Ci si potrebbe persino chiedere perché, dopo la pesante sconfitta nel referendum costituzionale e la scissione di una parte della “ditta”, grave poiché se ne sono andate due persone, Bersani ed Errani, con una storia lunga e importante, questo disagio sia in definitiva contenuto.
La riflessione, però, non deve rimanere “contenuta”. Un partito, soprattutto se di sinistra (oops), ha il dovere di porsi costantemente il compito di indicare prospettive che contemplino anche la riduzione delle diseguaglianze, spesso inevitabile conseguenza dello sviluppo. Al Lingotto non s’è sentito nulla di tutto questo. Se, invece, di una corsa in tempi raccorciati verso l’elezione del segretario, si fosse tenuta un’austera e densa conferenza programmatica, con qualche relazione dedicata alla riflessione sulla natura e sulla cultura politica di un partito (questa volta evito “di sinistra”) progressista, allora Lepore e addirittura Merola avrebbero potuto esprimere meglio le loro perplessità e le loro proposte. Esiste ancora un’opportunità: che le proposte siano formulate nelle mozioni congressuali e che vengano fatte circolare fra gli iscritti, molti dei quali si sono, purtroppo, già prevedibilmente schierati.
No, non voglio trattare di schieramenti e di posizionamenti. Ancora una volta, però, temo che, dopo la fiammata di dichiarazioni e di richiami all’ordine (renziano), quasi tutti gli intervenuti si preoccupino delle loro carriere. Concludo facendo mia l’esortazione del Presidente Mao: che cento fiori sboccino, e affidandomi il compito a casa, ma accetto suggerimenti, di scoprire quando fu l’ultima volta che il Partito di Bologna formulò un’idea innovativa.
Pubblicato il 15 marzo 2017
Ripartenza senza idee né programmi
“Tornare a casa per ripartire insieme” è stato il titolo dell’iniziativa svoltasi al Lingotto per lanciare la campagna elettorale di Matteo Renzi alla segreteria del Partito Democratico. Dal Lingotto dieci anni fa partì Walter Veltroni per diventare il primo segretario del nuovo partito. Durò pochissimo. La sua “vocazione maggioritaria” non fu sufficiente a fargli vincere le elezioni politiche del 2008 e nel febbraio 2009 si dimise. Dunque, Renzi non è, come si ostina a ripetere, l’unico a lasciare la poltrona dopo la sconfitta (per la cronaca politica, dalla “poltrona” di capo del governo si dimise addirittura D’Alema nel maggio 2000). Non è chiaro che cosa si sia prefisso Renzi con il ritorno al Lingotto: farsi un pedigree veltroniano? avere il sostegno di Chiamparino? trovare nuove idee? Agli osservatori e ai commentatori, questa volta meno benevoli del solito, il senso della prima parte dello storytelling renziano è sostanzialmente sfuggito. Quanto al “ripartire insieme”, che ripartire sia necessario non ci piove, ma insieme a chi non è apparso chiaro a nessuno. Se per fare “l’insieme” è sufficiente il cosiddetto ticket con il Ministro Martina che porterebbe in dote la componente ex-DS, allora è davvero poca cosa, come confermano anche i sondaggi. Certamente, con l’espressione “insieme” Renzi non ha in nessun modo inteso tendere la mano agli scissionisti che, anzi, sono stati ripetutamente criticati e da qualcuno dei sostenitori di Renzi addirittura bollati come “vigliacchi”. Né, infine, per giustificare “insieme”, è sufficiente sostituire il “noi” all’io nelle esternazioni renziane.
Del partito, che nella corsa alla segretaria, dovrebbe essere l’oggetto del contendere, non tanto come conquistarlo, ma come ri-organizzarlo, non ha parlato nessuno. E’ stata una mancanza preoccupante in un’assemblea di uomini e donne di partito che al partito-ditta di Bersani e ai voti da lui ottenuti nel febbraio 2013 sono debitori delle loro cariche, del loro potere, delle loro carriere in atto e future. Qualche cenno è stato fatto alle alleanze, tanto vituperate fino a ieri anche se, senza gli alleati: la spappolata Scelta Civica e il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano (più qualche aiutino di Denis Verdini, diventato innominabile e per il quale il neo-garantismo di Renzi non sembrerebbe applicarsi), il PD non avrebbe nessuna maggioranza operativa al Senato. L’unica cosa nuova è stata l’offerta all’ex-sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, di un posto nelle liste PD. Un’offerta assolutamente strumentale, quasi per disinnescarne il tentativo di organizzare un campo progressista che, se vincente, sarebbe una significativa novità: spazio di sinistra plurale simile a quella creata da François Mitterrand 46 anni fa dalla quale ottenne lo slancio e la forza per vincere le elezioni presidenziali francesi del 1981.
Pur con la sotterranea consapevolezza che qualche alleanza bisognerà pur trovarla per tornare, non a casa, ma a governare il paese e che una grande differenza la farà la prossima indispensabile legge elettorale, al Lingotto non si è discusso né dell’una né dell’altra. Lo storytelling non ha riguardato niente di davvero politico, di davvero concreto, di davvero produttivo di conseguenze. Neppure i numerosi ministri costretti a sfilare hanno saputo entusiasmare i rappresentanti del popolo del PD con la rivendicazione di qualche successo acquisito e con la presentazione di qualche progetto epocale. Il PD di Renzi riparte, ma la strada è la stessa, un po’ più in salita. La parola, pardon, lo storytelling passa agli altri concorrenti, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando e il governatore della Puglia Michele Emiliano, i quali dovrebbero raccontare come sapranno ampliare lo spazio e migliorare l’organizzazione e la democrazia interna del Partito chiamato Democratico.
Pubblicato AGL 14 marzo 2017
Una visione dell’Italia desiderata #PartitoDemocratico
“Un paese, un partito, le persone”. Questo è l’ordine di priorità che Bersani auspica per il Partito Democratico. Le date contano, eccome. L’elenco di Bersani le contiene in maniera sufficientemente chiara. Primo, il governo Gentiloni, guidato da un esponente del Partito Democratico designato dal segretario Renzi, deve durare fino alla scadenza naturale della legislatura, vale a dire fine febbraio 2018. Dunque, secondo, il Congresso del Partito Democratico non deve essere convocato frettolosamente per andare, poi, subito alla crisi di governo e a elezioni anticipate. Terzo, il Congresso non deve diventare il luogo del regolamento di conti con le minoranze come, dal 5 dicembre mattina, Renzi e alcuni suoi collaboratori, in particolare, una livida Maria Elena Boschi, sembrano fortemente volere. Qui sta il discorso sulle persone ovvero sulle poltrone come, deliberatamente, Renzi impostò la campagna referendaria all’insegna dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo. Certamente, le minoranze nutrono il giustificato timore che il renziano regolamento di conti implichi che, quando Renzi sceglierà le candidature, molti di loro, probabilmente la maggioranza, saranno esclusi. Nessuno di loro sarà capolista bloccato. Tutti i sopravvissuti dovranno conquistarsi le preferenze. È una preoccupazione più che legittima, ma non è la più importante delle motivazioni a fondamento di una possibile scissione.
Emiliano, Rossi e Speranza, i tre dirigenti del PD che hanno annunciato la loro candidatura se il Congresso si svolgerà con regole garantiste, e Bersani e D’Alema hanno motivazioni molto più significative che vanno da una linea politica e da riforme, spesso contraddittorie, che non hanno condiviso, alle modalità con le quali il segretario del loro partito e il suo cosiddetto “giglio magico” li hanno regolarmente e duramente trattati in occasione di tutte le riunioni formali della direzione e dell’Assemblea finora tenute: con disprezzo delle loro posizioni e della loro dignità politica. Certo, la maggioranza ha il diritto di fare valere i suoi numeri, meglio se accompagnati dalle idee, ma, in un partito democratico, le minoranze, tutte, devono essere ascoltate e rispettate. Non è chiaro, mentre alcuni “pontieri”, forse tardivamente, probabilmente pochissimo presi in considerazione, svolgono una difficilissima opera di mediazione, se Renzi è disponibile a quello che per lui sarebbe non soltanto ascolto, ma un passo indietro su una tabella di marcia disegnata per acquisire il controllo totale del partito e dei gruppi parlamentari prossimi venturi.
Qualcuno, fra i commentatori politici, spesso gli stessi che sono stati a favore del “sì”, già si affanna a gettare tutta la responsabilità di un’eventuale scissione sulle spalle degli oppositori di Renzi accusandoli, da un lato, di indebolire il partito e addirittura l’Italia e, dall’altro, affermando che desiderano una legge proporzionale soltanto per sopravvivere. Come se con il Mattarellum o con un sistema di collegi uninominali quelle minoranze non potessero risultare comunque utili al PD e spesso decisive alle vittorie collegio per collegio! La divisione imporrà comunque la ricerca di accordi su basi nuove e con prospettive mutate.
Nell’Assemblea, giocatore d’azzardo come pochi, Renzi potrebbe andare a vedere se davvero basterà qualche piccola concessione in materia di data del Congresso, uno scivolamento di mese o poco più, senza compromettersi sulla scadenza della legislatura (da lui, peraltro, indicata nel passato proprio nel febbraio 2018) e del governo Gentiloni. Lo scontro, però, riguarda la linea politica e le persone, con le loro, spesso legittime, ambizioni. Il PD non ha mai saputo fondere le culture riformiste che dovevano stare a suo fondamento e, sostanzialmente, le ha viste affievolirsi, se non scomparire. Il segretario ritiene quello della cultura politica è un argomento di poco interesse. Infatti, ha già respinto la richiesta di una conferenza programmatica. La probabile scissione, forse solo procrastinabile, potrebbe avere come effetto, non voluto, ma neppure sgradito, quello di obbligare sia le minoranze sia i renziani a elaborare una visione di che paese desiderano e con quali riforme intendono costruirlo. Il segretario, che ha ancora adesso il potere di scongiurare la scissione e ne porterebbe le maggiori responsabilità, dovrebbe lanciare lui la conferenza programmatica come sua iniziativa. Potrebbe farne una giornata particolare obbligando tutti a confrontarsi e rendendo un buon servizio al Partito Democratico.
Pubblicato AGL 19 febbraio 2017
Vento emiliano e nuove filosofie
Il Partito Democratico dell’Emilia-Romagna non si fa mancare quasi niente tranne, talvolta, i voti, per esempio, quelli che servivano a evitare il ballottaggio di Merola. Non potendo andare oltre il secondo mandato (e la presidenza della Città metropolitana), sfuggitagli per via referendaria la carica di Senatore, il sindaco ha deciso di sbizzarrirsi in politica, forse, sostiene più d’uno, a scapito del miglioramento della sua attività amministrativa che lo vede al sessantesimo posto circa della classifica stilata dal Sole 24Ore. Può anche permettersi di contraddire variamente le proposte e le indicazioni del suo segretario di cui qualche tempo fa si era dichiarato convinto sostenitore. Adesso, mentre esprime il suo favore al referendum sul Jobs Act, legge simbolo del periodo renziano, annuncia che elezioni anticipate non sono una buona soluzione e opera per un’ipotesi di coalizione che includa quelli che un tempo sarebbero stati chiamati “cespugli di sinistra”. Se rinascesse l’Ulivo, e Romano Prodi sostiene che è possibile, quei cespugli avrebbero molte opportunità di essere considerati importanti.
Su altri versanti, i Dem dell’Emilia-Romagna mantengono alta la loro visibilità. Vero che dei tre ministri reclutati da Renzi, una, Federica Guidi, ha dovuto dimettersi qualche tempo fa, il secondo Giuliano Poletti, galleggia su imbarazzanti affermazioni, che non sono gaffes, ma ne rispecchiano il pensiero politico, e il terzo Graziano Delrio è un po’ emarginato, ma se le indiscrezioni hanno qualche fondamento, sarà la nuova segreteria di Renzi a fare il pieno di emiliano-romagnoli. Dal cerchio non più magico del giglio fiorentino al poco frizzante, ma solido ambiente emiliano-romagnolo? Il segretario che cerca un suo personale rilancio ha bisogno di un partito, anche se chi lo conosce non crede che saprebbe poi farlo funzionare e valorizzarlo. Vorrebbe un partito più unito, magari senza Bersani e quel che rimane dei bersaniani. Saranno Critelli, Calvano, Bonaccini, Richetti (alla ricerca di un ruolo chiave e sovraordinato nella nuova segreteria) e Andrea Rossi all’organizzazione a dargli quel partito? Difficile dirlo, ma inevitabile sottolineare che un riallineamento complessivo del PD emiliano-romagnolo su Renzi, da un lato, desterebbe grandi preoccupazioni nei molti parlamentari che desiderano la ricandidatura e molte speranze negli aspiranti fra i combattenti del pur sconfitto fronte del “sì”, dall’altro, aprirebbe spazi per Merola ( non “per il suo progetto” di cui non vedo né gli obiettivi né il perimetro). I nomi li ho fatti. Mancano solo le indicazioni su quali grandi, ma anche piccole, idee sapranno proporre sia i nuovi renziani sia il vecchio Merola. A quando il philosophari?
Pubblicato il 28 gennaio 2017
Dialogo immaginario al Quirinale
Abbiamo fortunosamente potuto ascoltare quanto si sono detti il Presidente Mattarella e il Presidente Emerito nonché Senatore a vita, già Ministro degli Interni e Presidente della Camera dei deputati (1992-1994) Giorgio Napolitano.
Mattarella. Ti ho invitato alle consultazioni perché, caro Giorgio, te lo dico subito: tu sei parte del problema. Non ti pare di avere esagerato con l’appoggio a Renzi e alle sue riforme costituzionali che erano piuttosto brutte e malfatte?
Napolitano. Il Presidente del Consiglio si è fatto prendere la mano dalla sua irruenza. Ho dovuto richiamarlo usando il mio linguaggio, che tu sai essere soffice e felpato, rimproverandolo per “forse, un eccesso di personalizzazione politica”. Però, aveva ragione Pasquino (ma non farglielo sapere perché si monterebbe la testa), quando lo accusava di plebiscitarismo. Renzi ha poi addirittura sostenuto che queste erano le “mie” riforme. Davvero troppo. Non mi aspettavo una sconfitta così bruciante che, ahimé, ha intaccato anche il mio prestigio
Mattarella: Già, Pasquino. Lo conosco. Sostiene che sarebbe utile fare rivivere il mio sistema elettorale Mattarellum. Potrebbe persino avere ragione. Comunque, caro Giorgio, adesso ti tocca suggerirmi il modo di uscire da questa crisi di governo. Come te, neppure io vorrei procedere allo scioglimento del Parlamento. Elezioni immediate, come ne parlano troppi commentatori incompetenti e qualche politico la cui ambizione è molto al di sopra della sua conoscenza della Costituzione, non sono praticabili. Per di più, non posso ricorrere alla soluzione del governo tecnico che tu t’inventasti con quel colpo di genio di nominare Mario Monti senatore a vita per poi metterlo alla Presidenza del Consiglio. Una soluzione di questo tipo me l’hai bruciata.
Napolitano: Non la rifarei neppure io dopo che Monti contro le mie aspettative e i miei suggerimenti decise di “salire in politica” facendo saltare con il cattivo esito della sua lista Scelta Civica qualsiasi possibilità di succedermi alla Presidenza della Repubblica e, di fatto, complicando quelle elezioni e gli avvenimenti successivi.
Mattarella: Sono incline a cercare una soluzione non pasticciata che consenta di concludere la legislatura a febbraio-marzo 2018 come d’altronde, glielo ricorderò, eccome, ha più volte dichiarato lo stesso Renzi. Credi che sia possibile?
Napolitano: Possibile forse, doveroso senz’altro, ma, attenzione, il fiorentino è pieno di energie e ha un surplus di ambizione tale che non posso escludere che si metta di traverso a qualsiasi soluzione che non contempli un suo ruolo rilevante. Consultati in maniera ovattata anche con qualche sub leader del PD, Franceschini, Bersani (o chi per lui, non Cuperlo…), Delrio per sapere se sarebbero in grado di tenere a bada Renzi e, ma io non te l’ho detto, di sfilargli il partito. Fai sì che sia Renzi in un sussulto da “statista” a indicare/designare il suo successore a Palazzo Chigi garantendogli il sostegno convinto del Partito Democratico.
Mattarella: Condivido, ma non sottovaluto i colpi di coda di un perdente che voglia mantenere, premuto da tutti i suoi collaboratori che, mediocri assai, non vogliono tornare nell’ombra, un ruolo visibile per risorgere nel 2018: una specie di “rieccolo” alla Fanfani, altra tempra altra statura (oops, non voglio scherzare) politica, e che quindi prepari non poche imboscate parlamentari. Rimane poi il problema di quale maggioranza sosterrà il nuovo Presidente del Consiglio.
Napolitano: Credo che Alfano e sicuramente Verdini sarebbero disponibili. Qualche aiutino verrebbe sicuramente dai parlamentari, non quelli che non sono ancora giunti al vitalizio (che brutta quest’accusa che puzza di antipolitica), ma quelli che sanno che non riusciranno a farsi ricandidare. Se cambiano tutti i ministri, condizione che devi porre a chiunque tu dia l’incarico, forse salvando, per ragioni di opportunità europee, il solo Padoan, una sferzata di energia e d’impegno a provare le loro competenze potrebbe spingere il nuovo governo almeno fino all’autunno 2017. Superare Natale dovrebbe essere del tutto possibile.
Mattarella: Quindi, mi suggerisci un politico? Vent’anni fa avrei dato l’incarico proprio a te. Adesso vorrei evitare candidature istituzionali. D’altronde, né Grasso né Boldrini hanno caratura politica e tecnica tale da essere ineccepibili. Al momento non intravvedo nessun uomo e nessuna donna, che sarebbe una grande novità, provenienti dalla società all’altezza della sfida. Neppure guardando all’Europa troveremmo politici di alto livello da reclutare: un obiettivo impossibile. I vincitori del referendum con il loro schieramento variegato e diffuso (nota che evito il termine “accozzaglia” che non sta nel mio lessico e nel mio stile) sono privi di personalità “presidenziabili”. Insomma, non mi resta che procedere a cercare con il lanternino nel litigioso convento del Partito Democratico un leader dalle buone maniere, non antagonizzante, consapevole dei suoi limiti, disposto a entrare nella storia politica di questo paese avendo guidato il governo anche solo per un anno o poco più.
Napolitano: Concordo, ma ribadisco: fattelo suggerire il nome, non dal “Corriere della Sera” e non da “Repubblica” (meno che mai da Eugenio Scalfari), ma da Renzi, chiedendogli di continuare a giocare alla playstation con i figli per consentire che i parlamentari del PD si comportino in maniera responsabile di fronte al paese.
Pubblicato AGL il 9 dicembre 2016
Regioni sgangherate e sprecone. Riforme confuse e sbagliate
Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi
Che cosa ci aspetta in questi mesi pre-referendum istituzionale sul quale Matteo Renzi ha scommesso (forse9 la sua leadership? Ecco le previsioni di un politologo, Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’università di Bologna e docente di European studies alla Johns Hopkins University (sede di Bologna. I suoi ultimi libri. Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi 2015) e La Costituzione in trenta lezioni (Utet 2016).
Domanda. Il referendum è trasformato in una consultazione pro o contro Renzi: questa volta non si può dire che i politici non ci mettano la faccia…
Risposta. In verità, il capo del governo ci mette la faccia in maniera assolutamente impropria. Vale a dire, incanala il dibattito non sul merito delle riforme che ha fatto, ma sulla sua permanenza in carica. Tecnicamente, il suo è un ricatto plebiscitario del tipo: “Se non accettate le mie riforme vi punisco con l’instabilità governativa”. Se per respingere un pacchetto pasticciato di brutte riforme, bisogna correre il rischio delle dimissioni di Renzi, lo si corra. Altri governi sono possibili. Altre riforme sono preferibili. Non esistono né uomini, né donne, né riforme della Provvidenza.
D. Però dopo tanti anni di immobilismo non è un bene che finalmente finisca il bicameralismo perfetto e quindi intanto mettere nel paniere questo importante cambiamento? Non c’era il rischio che continuando a discutere, con tanti pareri in campo, si finisse come sempre è accaduto, nell’immobilismo?
R. Negli anni Novanta si sono fatte riforme, come quella elettorale e la legge sui sindaci. Negli anni Duemila, sono stati riformati i rapporti fra Stato e autonomie locali, è stata fatta un’altra riforma elettorale, è arrivata anche la Grande Riforma (56 articoli) berlusconiana bocciata da un referendum. Il bicameralismo italiano non era perfetto, ma paritario. La riforma renzian-boschiana non abolisce affatto il bicameralismo. Lo trasforma in maniera confusa. Qualcuno dei riformatori è in grado di portare esempi relativi a gravi problemi di legislazione e di rappresentanza prodotti dal senato? Altro che immobilismo. Grande, persino eccessivo attivismo. È stato il Senato a rallentare la legislazione italiana e a inquinarla? Il parlamento italiano è stato regolarmente più produttivo di leggi dei parlamenti inglese, tedesco, spagnolo e francese. La nient’affatto chiara divisione di competenze legislative fra Camera e Senato trasformato e la possibilità di richiami dei disegni di legge suggeriscono che emergeranno molti conflitti costosi in termini di tempo e di energie.
D. La riforma istituzionale divide i costituzionalisti: come mai esperti e studiosi sono tanto in dissidio tra loro su una questione che è anche tecnica?
R. Mai affidare la riforma di una Costituzione esclusivamente ai giuristi. Conoscono le norme, non abbastanza il sistema politico. I giuristi non sono attrezzati per fare analisi comparate. Raramente si ricordano che le istituzioni sono popolate da attori molto influenti, a cominciare dai partiti. Comunque, in questo caso, dietro il conflitto tecnico stanno due schieramenti entrambi alimentati dal capo del governo: coloro che lo sostengono in odio ad un passato che poco conoscono o hanno dimenticato e coloro che vi si oppongono poiché non vogliono le sue brutte riforme e temono un future di pulsioni autoritarie e di pericolose confusioni istituzionali. A costoro, con grande finezza, Renzi ha già fatto sapere che li “spazzerà via”. Riforme condivise?
D. Lo spacchettamento del referendum proposto dai radicali sarebbe una strada utilmente percorribile?
R.Chi è interessato al merito delle riforme deve pervicacemente desiderare lo spacchettamento anche perché alcune materie sono tutt’altro che omogenee. Per esempio, con la trasformazione del Senato, l’abolizione (giusta) del CNEL non c’entra nulla. Anche una nuova disciplina dei referendum merita di essere analizzata e valutata separatamente. Tuttavia, i “plebiscitari” non possono rinunciare al grande composito pacco: prendere o lasciare. Fanno molto male.
D. Quale rapporto c’è tra la legge istituzionale e l’Italicum? Con la modifica dell’Italicum cambierebbe il suo giudizio sulla legge istituzionale?
R. No, la mia valutazione complessiva rimarrebbe comunque negativa. Essendo butte tutt’e, legge elettorale e revisione costituzionale, non è che qualche ritocchino cosmetico ad un Italicum dall’impianto sbagliato potrebbe farmi cambiare idea. Il combinato disposto fra revisione istituzionale e legge elettorale accentua lo squilibrio dei poteri a favore del governo, per di più già abbondantemente premiato dal bonus non perché, e questo punto merita la massima attenzione, si troverà con una maggioranza di 340 seggi, ma perché nel migliore dei casi, se vince un partito del trenta per cento, otterrà quasi il raddoppio dei suoi seggi. Sia la legge elettorale tedesca sia quella francese sono nettamente superiori all’Italicum in quanto a potere conferito agli elettori e alle modalità di formazione del governo.
D. Lei ritiene che si arriverà comunque alla fine della legislatura?
R. La sopravvivenza della legislatura mi pare un interrogativo del tutto marginale. Un governo e un parlamento meritano di durare se fanno qualcosa di utile per il Paese. Se no tornino a spiegarsi davanti agli elettori. Le dimissioni di Renzi, quando avrà perso il plebiscito, non implicano affatto lo scioglimento automatico del Parlamento. Mattarella può imitare gli esempi luminosi dei suoi predecessori. Scalfaro negò lo scioglimento due volte: a Berlusconi nel dicembre 1994 e a Prodi nell’ottobre 1998. Napolitano lo negò tanto a Berlusconi quanto al centro-sinistra nel novembre 2011. Credo che entrambi, il vecchio democristiano e il vecchio comunista, abbiano operato in maniera politicamente e costituzionalmente corretta. Altrettanto mi aspetto dal Presidente Mattarella.
D. Che ruolo potrà giocare in questi mesi la minoranza Pd bersaniana-cuperlana-speranzana?
R. La minoranza del PD deve spiegare che cosa vuole davvero per la Costituzione, per il governo del paese, per la ristrutturazione della sinistra, per il ruolo dell’Italia in Europa. Le doverose punzecchiature a Renzi e le periodiche prese di distanza non sono servite e non serviranno a un bel niente. Tengo basse le aspettative sulle capacità di elaborazione strategica delle minoranze Pd ma vorrei vedere una loro impennata che suggerisca come giungere ad una democrazia di buona qualità che, certo, non è quella che si intravede all’ombra del partito della nazione Renzi-Alfano-Verdini.
D. Pessimista sulla minoranza Pd. E sul ruolo del presidente della Repubblica?
R. Il presidente Mattarella ha affermato che vuole fare l’arbitro. Ottimo. Vorrei suggerirgli che dovrebbe prendere esempio dagli arbitri del football americano: fischiare le azioni fallose e, poi, spiegare alto e forte quale fallo punisce e come. Lascerei perdere qualsiasi inclinazione alla moral suasion per politici che si piegano non di fronte alla soffice persuasione ma solo alla esplicita costrizione
D. Le prossime elezioni amministrative influiranno sull’esito del referendum?
R. Direi di sì. Quanto influiranno dipende dagli esiti in particolare di Milano e di Roma. Credo che influiranno significativamente anche sul centrodestra spappolato e sul M5S nel suo posizionamento per la conquista di Palazzo Chigi.
D. A posteriori, e dopo tante polemiche, la cancellazione delle Province sembra avere colto nel segno della semplificazione istituzionale a livello locale, anche con qualche risparmio. Ne vogliamo dare atto a Renzi?
R. Quanto siano effettivamente state cancellate e non soltanto messe in stallo le Province ancora non lo sappiamo. Siamo in attesa delle città metropolitane, ma credo sia lecito porre due domande:1. Per quanto tempo l’Italia dovrà tenersi Regioni sgangherate e costose? 2. Non sarebbe meglio se il riassetto del Titolo V desse una spinta decisiva al riaccorpamento delle regioni?
Pubblicato il 27 aprile 2016
Gli ostacoli alla corsa di Renzi
Le elezioni in sette regioni molto diverse da loro, per collocazione geografica, composizione politica, distribuzione iniziale della forza dei partiti, forniscono una buona fotografia dell’elettorato italiano oggi. Il dato più evidente riguarda quella che non è soltanto una battuta d’arresto del Partito di Renzi, ma un vero e proprio arretramento. Dove Renzi è andato di persona a sostenere le candidate dichiaratamente “renziane”, cioè Raffaella Paita in Liguria e Alessandra Moretti in Veneto, la sconfitta è stata forte e chiara. Le vittorie altrettanto chiare e forti di Rossi in Toscana e di Emiliano in Puglia dipendono dalla personalità di entrambi i candidati, nessuno dei quali ha mai manifestato propensioni renziane. Le due vittorie in Marche e Umbria, regioni tradizionalmente abbastanza rosse, non possono essere attribuite al limitato tasso di renzismo dei candidati e, comunque, non spiccano in termini di quantità di voti. Quanto alla vittoria in Campania del discusso candidato De Luca, anche se Renzi lo ha appoggiato, non potrà e non vorrà sicuramente vantarsene poiché ne seguiranno problemi giudiziari e politici al momento alquanto inimmaginabili.
A un anno dalle elezioni europee del maggio 2014 che hanno, come direbbero i politici, fissato l’asticella del consenso elettorale del Partito Democratico al 40 percento (non a caso la soglia indicata nella legge elettorale Italicum per conseguire al primo turno il premio di maggioranza), il PD è scivolato all’indietro a percentuali non dissimili da quelle ottenute dalla tanto criticata “ditta” di Bersani, Cuperlo et al. Poiché la perdita di voti rispetto a un anno fa è generalizzata e non dipende da fattori locali, ad eccezione della Liguria dove una lista di fuoriusciti dal PD ottiene un successo relativamente buono, il segretario del PD e i suoi troppo osannanti collaboratori dovrebbero interrogarsi sia sulla qualità delle loro riforme sia sul loro linguaggio politico sia sul trattamento del dissenso interno. Sicuramente, lo spettacolo offerto dal PD non è stato quello che ci si aspetterebbe da un Partito della Nazione che cerca di conseguire il massimo di rappresentatività politica e sociale ricomponendo i suoi dissensi non con le minacce, ma con la riflessione e la ricerca di punti d’accordo. E’ quasi essenzialmente un problema di leadership poiché Renzi ha voluto accentuare oltre misura il suo controllo sul partito.
Curiosamente, dopo avere imposto durissimamente la sua leadership, procedendo frequentemente ad anatemi e ad espulsioni, Beppe Grillo sembra avere capito che il Movimento Cinque Stelle può funzionare molto meglio se i suoi rappresentanti si esprimono con autonomia di giudizio e di comportamenti. Anche le Cinque Stelle hanno perso voti in numeri assoluti se confrontati con il loro exploit delle elezioni politiche del febbraio 2013. Tuttavia, regione per regione hanno dimostrato di avere una presenza politica non disprezzabile con candidati radicati, tutti “presentabili”. In generale, sono stati premiati e il loro ingresso in sette consigli regionali contribuirà alla visibilità del Movimento e delle sue tematiche.
L’insoddisfazione e la protesta dell’elettorato italiano si manifestano, da un lato, nell’astensionismo crescente per quanto non ancora inquietante, ma, dall’altro, trovano un porto accogliente nel Movimento Cinque Stelle. Se si fosse già votato con l’Italicum che proibisce le coalizioni, il Movimento Cinque Stelle, in quanto secondo partito, andrebbe al ballottaggio con il PD e farebbe “vedere le stelle” un po’ a tutti: concorrenti (a cominciare proprio dal PD), commentatori, operatori economici internazionali. Se Renzi deve dare una regolata al suo stile, alquanto autoritario e abrasivo, di leadership, Grillo, personalmente incandidabile, deve trovare fra i suoi giovani rappresentanti il volto di colui che potrebbe diventare il candidato a Palazzo Chigi. La strada è lunga e tortuosa per tutti. Queste elezioni regionali hanno indicato, soprattutto al PD, che nel lessico di Bersani rimane “la lepre”, che esistono non pochi ostacoli.
Pubblicato AGL 2 giugno 2015
Pd bloccato: resterà quello che è
Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi
L’Italicum è passato ma «le elezioni politiche non sono vicine. Anche se le promesse del presidente del Consiglio sono spesso state disattese (per esempio nei confronti di Enrico Letta e riguardo alla necessità di un passaggio elettorale per andare a Palazzo Chigi), la legislatura durerà fino al 2018, o poco meno. Al momento, Renzi non ha molto da incassare».
Con Gianfranco Pasquino analizziamo il dopo-Italicus. Pasquino è tra i politologi più arguti, ha insegnato scienza della politica all’università di Bologna, ora è professore di European studies alla Johns Hopkins University. Ha diretto Il Mulino e la Rivista italiana di scienza politica.
Per Enrico Letta la prova di forza di Renzi sull’Italicum lo accomuna a Berlusconi…
L’Italicum nasce dal Porcellum e dall’accordo fra Renzi e Berlusconi. Che poi Berlusconi abbia cambiato idea, pur rimanendo diversi elementi del suo Porcellum, dipende dal suo pressapochismo e dalla sua, in questo caso, malposta furbizia. Da molti punti di vista, Renzi è Berlusconi dopo Berlusconi, ma con quasi quarant’anni di meno, in un sistema politico tuttora deteriorato, senza un’opposizione decente. Sì, in parte Letta ha ragione. Renzi è la continuazione del berlusconismo con altri mezzi e più energia.
Che ne sarà del Pd dopo questa prova lacerante?
Il Pd rimarrà più o meno quello che è. Nato male, guidato mediocremente, prima da Veltroni, poi da Bersani, il Pd è diventato il partito di Renzi e e dei renziani di tutte le ore e di tutte le sfumature. La battaglia di idee e fra persone può essere condotta sia dentro sia fuori il Pd (fuori c’è spazio ma non tantissimo). Le difficoltà saranno, comunque, molto grandi.
Poi ci sono gli alleati di governo, quel Ncd-Udc guidato da Angelino Alfano e Pierferdinando Casini.
Il loro partito riuscirà magari persino a superare la soglie del 3 %. I leader si saranno così trovati luoghi sicuri per la candidatura e per il ritorno in parlamento. Ma la loro capacità di influire sul dibattito politico (e, parola grossa, culturale) è e sarà inesistente, pressoché nulla.
D. L’arco costituzionale termina col centrodestra. Come interpretare la sua crisi?
Sì, c’è crisi, le opposizioni di destra sono diverse, frammentate, debolissime. Gran parte della loro debolezza (e frammentazione) dipende dall’autunno del patriarca. Fu Berlusconi a rendere rilevante la Lega e a portarla al governo. Fu Berlusconi a sdoganare il Movimento sociale, a obbligarlo a diventare Alleanza nazionale e dare ad alcuni suoi esponenti cariche di governo. Adesso, da un lato, Berlusconi non controlla neppure più Forza Italia e, aggrappato ad un brandello di potere, non sa e non vuole trovare un successore. Anche se ritengo che Marina, portatrice del brand Berlusconi, sarebbe la candidata ideale. Dall’altro lato, anche per colpa dell’Italicum, l’ex-Cavaliere non potrà svolgere il ruolo di federatore del centro-destra dei moderati. In tale situazione se i moderati voteranno Renzi non sarà per suo merito, ma per demerito di Berlusconi.
Neppure Matteo Salvini riuscirà a proporsi leader del centrodestra?
La competizione fra Salvini e Berlusconi è limitata. Berlusconi sa che sta fuoriuscendo dalla scena politica. Nel 2018 avrà quasi ottantadue anni. Salvini sa che potrà anche conquistare più voti di Berlusconi, ma non riuscirà mai né a svolgere il ruolo di federatore né a vincere un’elezione nazionale. Tertium datur.
Allora rimane il partito della Nazione, evocato da Renzi. Pensa che le prossime elezioni regionali saranno una prova generale di questo nuovo soggetto politico?
Non credo che le prossime elezioni regionali daranno impulso al partito della Nazione al quale né De Luca in Campania né Raffaella Paita in Liguria possono dire di appartenere. Quanto alle liste civiche, otterranno qualcosa, ma sicuramente non sono il nuovo che avanza, ma spesso il vecchio che si perpetua in altre forme. No, un conto sono gli slogan, un altro la loro praticità. Le prossime lezioni regionali saranno ancora una gara tra centrosinistra e centrodestra, pur con qualche trasformista collocato qui e là.
Azzardiamo una previsione. Chi vincerà le elezioni regionali? E quanto rimarrà in carica il parlamento?
Non sono un astrologo ma ci provo. La legislatura durerà fino al 2018 o giù di lì. Le elezioni regionali non le vincerà il centro-destra, ma neppure ne uscirà stritolato. Non credo che il Pd ne uscirà rafforzato. Vincerà il partito dell’astensione, ma stigmatizzo: chi non vota non raccoglie. Mi limito a sottolineare che il 68 % degli emiliano-romagnoli che non sono andati a votare nel novembre 2014 non hanno ottenuto un bel niente.
D. Altri fronti politici si stanno aprendo per il governo, a incominciare dalla scuola. Lei ritiene che quello dell’Italicum sia definitivamente chiuso?
Sono tra coloro che non dà per scontata la firma del Presidente della Repubblica. Il Presidente, memore della legge che porta il suo nome che, seppure con qualche inconveniente, è nettamente migliore di questa, potrebbe bocciare l’Italicum. Quantomeno, ricordando che fu tra i giudici costituzionali che fecero a pezzi il Porcellum, potrebbe e, secondo me, dovrebbe restituirla al parlamento affinché ponga rimedio ai punti più controversi, per lo meno eliminando i capilista bloccati e cancellando le candidature multiple.
Pubblicato su Italia oggi il 6 maggio 2015



