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Le interviste della Civetta: “D’Alema si dia da fare o scissione ridicola. Pisapia non è Prodi”

L’accordo tra le quattro forze politiche maggiori (Pd, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega) sulla riforma elettorale è un fatto positivo, nel metodo se non nel merito. Lo sbarramento al 5 per cento è legittimo: sta alle forze minori organizzarsi sul territorio e trovare le alleanze necessarie per entrare in Parlamento. In particolare, sta a D’Alema e Bersani dimostrare che la loro non è stata una scissione “ridicola”. Quanto a Pisapia, di certo non è “il nuovo Prodi” ma dovrà cercare di costruire “una sinistra plurale” che comprenda il centro progressista e che ambisca a governare il Paese. È il parere consegnato a Intelligonews da Gianfranco Pasquino, professore di scienza politica ed ex senatore della sinistra.

L’accordo tra i quattro partiti più grandi per una nuova legge elettorale può essere una cosa buona?

In generale, l’intesa a quattro sulla riforma elettorale è una cosa buona: una volta fatta, non assisteremo a contestazioni particolaristiche e non si ricomincerà daccapo. L’accordo non è buono in sé ma il modo in cui è stato fatto è positivo.

Con lo sbarramento al 5 per cento i partiti minori rischiano però l’esclusione: quali spiragli di manovra restano per esempio ad Alfano, che ha lanciato la sfida sulla costituzionalità della riforma?

Alfano deve raggiungere un accordo con qualcuno che presenti almeno alcuni dei suoi candidati nei collegi uninominali: lui stesso può ritornare in Parlamento se trova qualcuno che lo appoggi. Lo sbarramento al 5 per cento è legittimo: impedisce la frammentazione, che la maggior parte di noi considera non positiva, e incoraggia le aggregazioni.

Il ragionamento fatto per Alfano vale anche per Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani?

Certamente. Anche loro devono darsi una regolata, organizzare la politica sul territorio, trovare alleati per superare il 5 per cento. Una scissione da 2,8 per cento sarebbe ridicola.

Che cosa pensa del progetto di un “nuovo centrosinistra” guidato da Giuliano Pisapia? Può essere davvero lui il nuovo Prodi?

Innanzitutto, va sottolineato che Romano Prodi non c’è. In secondo luogo, Pisapia non è il nuovo Prodi. Terzo, l’Ulivo era una cosa molto diversa da quella tratteggiata da Pisapia: aveva dentro i due partiti maggiori del centrosinistra, Margherita e Pds. Pisapia non deve ricercare un dialogo prima del voto col Pd quanto piuttosto cercare i voti sul territorio in maniera intensa e incisiva – il dialogo si fa dopo. Ci vorrebbe uno schieramento ampio, quella che un tempo avremmo chiamato “sinistra plurale” in cui trovino posto anche i cosiddetti “centristi progressisti”. Nella sinistra plurale francese c’era Jacques Delors, un socialista che in partenza era stato democristiano, o forse – diremmo oggi – un cristiano sociale. Non vorrei un centrosinistra sempre tentato dal “grande centro” quanto piuttosto una sinistra plurale in cui si accettano posizioni diverse e animato da un dibattito in cui chi dissente non è un traditore da cacciare e chi vince non è necessariamente un dittatore. Sul territorio i voti ci sono, basta non scoraggiare e non deprimere gli elettori. Non è vero che una sinistra plurale non può essere maggioranza in questo Paese.

Pubblicato il 6 giugno 2017 su Intelligonews

Pasticcio elettorale per due

Berlusconi e Renzi hanno due obiettivi in comune: escogitare un sistema elettorale che consenta loro di nominare i propri parlamentari e, in subordine, andare a elezioni anticipate (che il Presidente Mattarella ha già fatto sapere di non consentire). Quando, nel 2014, andò al governo (dove aveva affermato di voler giungere solo dopo una vittoria elettorale) Renzi dovette fare i conti con parlamentari quasi tutti selezionati da Bersani. Anche se molti, nella peggiore tradizione italiana, si trasformarono subito in zelantissimi renziani, altri, quelli, non tutti, della “ditta Bersani”, fecero opposizione, peraltro sterile, fino alla loro fuoruscita/scissione. Ad abbandonare Berlusconi al quale, pure, erano debitori delle loro cariche e carriere, ci pensarono fin dall’ottobre 2013 gli alfaniani, poi qualche anno dopo i verdiniani, tutti, oggi, alla ricerca di una “nomina” da Renzi e da Berlusconi che non vogliono consentire agli elettori italiani di scegliere i parlamentari: quindi, liste bloccate. Però, queste liste possono fare capolino anche in leggi elettorali molto diverse fra loro. Qui cominciano i dissensi.

Preso atto che difficilmente sarà in condizioni di vincere, l’ex-Cavaliere del maggioritario è diventato uno strenuo sostenitore di una legge proporzionale, forse quella tedesca (che, incidentalmente, sarebbe, comunque, nella sua integralità, ottima). Vagando alla ricerca della legge che gli prometta i risultati numericamente e politicamente migliori, Renzi ne ha disinvoltamente dette/fatte di tutti i colori: dall’Italicum, largamente dichiarato incostituzionale dalla Corte, alla reviviscenza della legge Mattarella, che porta il nome del suo relatore nel 1993, al sistema elettorale tedesco, mai precisato nelle sue cruciali componenti, a qualcosa formulato da Denis Verdini (le cui qualità di esperto elettorale non erano precedentemente note) fino alla più recente proposta, detta Rosatellum (sconsiglierei caldamente l’uso del latinorum, ma qui lo faccio per brevità), poiché elaborata da Ettore Rosato, capogruppo del PD alla Camera dei deputati. Con questa legge praticamente tutti gli eletti sarebbero designati dai rispettivi partiti che li candidano nei collegi uninominali e nelle liste proporzionali.

“Nominare” i parlamentari non è un peccato secondo nessuna fede, neanche quella “francescana”, appena abbracciata da Beppe Grillo, tranne quella, laica, che vuole un parlamento composto da uomini e donne che hanno conquistato il voto degli elettori, che eserciteranno il loro mandato tenendo conto delle preferenze e degli interessi degli elettori, del collegio uninominale e del paese, e del programma del loro partito. Non soltanto queste sottigliezze non sono gradite né a Renzi né a Berlusconi, ma sfuggono anche all’etica politico-parlamentare dei grillini che vogliono il mandato imperativo che toglierebbe qualsiasi autonomia agli eletti, francescani o no che si dichiarino. Se, però, Renzi vuole un sistema con forti effetti maggioritari, a partire dai collegi uninominali, allora, no, Berlusconi non può essere d’accordo. Forza Italia, ma non la Lega, ha sempre avuto notevoli difficoltà a trovare candidature singole attraenti, destinate comunque a essere schiacciate dalla personalità del leader. Incidentalmente, il Movimento 5 Stelle sa che non importa che i suoi candidati siano noti poiché gli elettori votano il Movimento a prescindere da qualsiasi valutazione delle candidature. Berlusconi vuole una legge proporzionale per perdere poco, ma anche per impedire a Renzi di vincere abbastanza da governare da solo e per tornare a essere l’interlocutore più rilevante. Renzi vuole una legge con componenti maggioritarie anche nascoste per provare a vincere da solo, altrimenti, per arrivare a dettare da posizioni di forza le condizioni per la coalizione di governo. Quello che si preannuncia sarà il prodotto di una forzatura di Renzi grazie al sostegno di senatori alla spasmodica ricerca della ricandidatura oppure un indigeribile pasticcio di formulette elettorali che non porteranno a nulla di buono (e a molto di già visto e non gradito).

Pubblicato il 23 maggio 2017

Ora il compito di fare il vero democratico

Ancorché parecchio inferiore alle consultazioni comparabili finora svolte dal PD, la partecipazione al voto di poco meno di due milioni di elettori ha evitato un pericoloso e temutissimo flop (che avrebbe anche coinvolto lo strumento “primarie” in quanto tale). Tirato un profondissimo sospiro di sollievo, tutti i sostenitori di Renzi, che aveva scaramanticamente fatto scendere l’asticella a un milione di voti, si sono subito lanciati nel trionfalismo “grandissima, unica, insuperabile prova di democrazia”. Certo, esiste anche la democrazia numerica che, in questo caso, è servita a eleggere il segretario del Partito con una percentuale superiore al 60 (nel 2013 era stata 68). Ciò detto, la democrazia è faccenda molto più complessa e molto più ricca di qualsiasi conta numerica. Si intesse di comportamenti e di azioni, si nutre di politiche e di critiche. La democrazia è, in special modo, riconoscimento delle opposizioni e del loro diritto di critica e di controproposta. I democratici hanno da tempo imparato che, molto spesso, gli oppositori hanno idee buone e proposte utili. Ascoltano entrambe e, nella misura del possibile, le mettono in pratica.

C’è molto di nuovo da mettere in pratica da parte del non più tanto nuovo segretario del Partito Democratico. Per esempio, dovrebbe forse dire, finalmente, visto che in campagna elettorale non l’ha fatto proprio, che tipo di partito vuole, al centro e nelle aree locali. Dovrebbe chiarire se davvero ha una proposta di legge elettorale che risponda non solo alle sacrosante esigenze espresse dal Presidente della Repubblica, di essere applicabile in maniera armonizzata sia alla Camera sia al Senato, ma che elegga un Parlamento rappresentativo in grado di dare vita a un governo. Dovrebbe, quel segretario, spiegare se preferisce alleanze con il centro-destra di Berlusconi et al o se vuole (ri)costruire un tessuto connettivo con tutto il Campo Progressista di Giuliano Pisapia. Dovrebbe immediatamente ritirare l’appellativo “traditori” per Bersani e Speranza e tutti coloro che dal Partito Democratico sono stati spinti fuori dai suoi collaboratori e da lui stesso. Il primo compito di un segretario di partito e tenere quel partito unito, anche nelle difficoltà e nelle divergenze, spesso giustificate, di opinione.

Dovrebbe, infine, non pronunciare mai giudizi sommari sul governo guidato da un autorevole esponente del PD, per di più da lui suggerito e al quale ha imposto praticamente tutti i ministri del suo precedente governo. Fra l’altro, non è affatto vero, come Renzi ha dichiarato, che l’Italia è ferma dal 4 dicembre. È vero che l’Alitalia non è affatto decollata, come lui aveva trionfalmente dichiarato, ma non certo per responsabilità di Gentiloni. È altrettanto vero che, seppure molto, troppo, lentamente, la crescita economica c’è e che quel che manca è la riduzione del debito pubblico operazione contro la quale è proprio lui che si oppone per motivazioni puramente elettoralistiche. Pensare che, sta qui l’errore non soltanto semantico, avendo riconquistato la carica di segretario del Partito Democratico, adesso può muovere a tutta velocità verso elezioni anticipate che lo riporteranno a Palazzo Chigi non è soltanto avventurismo. È un errore politico, ma anche, usando un eufemismo, uno sgarbo istituzionale nei confronti del Presidente Mattarella che ritiene, giustamente e costituzionalmente, che la stabilità del governo è un bene da non mettere imprudentemente a rischio. Inevitabilmente, si sono riaperte alcune partite. Forse conterà anche molto la partita delle elezioni amministrative di giugno. Avere di mira il buon funzionamento del sistema politico, non producendo strappi per ambizioni personali, è il miglior modo di tradurre la democrazia dei numeri in democrazia dei comportamenti. Sapranno Renzi e i suoi sostenitori mostrarsi all’altezza di una sfida che nel passato hanno perso?

Pubblicato AGL il 1°maggio 2017

Se son fiori sbocceranno

È lecito interrogarsi sulle politiche fatte dal Partito Democratico al governo e su come proseguirle, approfondirle, cambiarle? Lo ha fatto, in maniera un po’ sommaria e brutale, l’assessore Matteo Lepore. In un partito che non soltanto accetta, ma valorizza il dibattito e la circolazione delle idee e delle proposte, a Lepore dirigenti e autorità varie del PD avrebbero dovuto rispondere sul merito, non con critiche alla persona quasi invitandolo ad andarsene. Il sindaco Merola, da qualche tempo diventato “movimentista”, impegnato nel disegno di un (nuovo?) “campo progressista”, ha difeso il diritto di parola e di ricerca di un altro PD esercitato da Lepore. Che ci sia un qualche, limitato e abitualmente sopito, disagio nel PD bolognese e, probabilmente, anche emiliano-romagnolo, è accertato. Ci si potrebbe persino chiedere perché, dopo la pesante sconfitta nel referendum costituzionale e la scissione di una parte della “ditta”, grave poiché se ne sono andate due persone, Bersani ed Errani, con una storia lunga e importante, questo disagio sia in definitiva contenuto.

La riflessione, però, non deve rimanere “contenuta”. Un partito, soprattutto se di sinistra (oops), ha il dovere di porsi costantemente il compito di indicare prospettive che contemplino anche la riduzione delle diseguaglianze, spesso inevitabile conseguenza dello sviluppo. Al Lingotto non s’è sentito nulla di tutto questo. Se, invece, di una corsa in tempi raccorciati verso l’elezione del segretario, si fosse tenuta un’austera e densa conferenza programmatica, con qualche relazione dedicata alla riflessione sulla natura e sulla cultura politica di un partito (questa volta evito “di sinistra”) progressista, allora Lepore e addirittura Merola avrebbero potuto esprimere meglio le loro perplessità e le loro proposte. Esiste ancora un’opportunità: che le proposte siano formulate nelle mozioni congressuali e che vengano fatte circolare fra gli iscritti, molti dei quali si sono, purtroppo, già prevedibilmente schierati.

No, non voglio trattare di schieramenti e di posizionamenti. Ancora una volta, però, temo che, dopo la fiammata di dichiarazioni e di richiami all’ordine (renziano), quasi tutti gli intervenuti si preoccupino delle loro carriere. Concludo facendo mia l’esortazione del Presidente Mao: che cento fiori sboccino, e affidandomi il compito a casa, ma accetto suggerimenti, di scoprire quando fu l’ultima volta che il Partito di Bologna formulò un’idea innovativa.

Pubblicato il 15 marzo 2017

Ripartenza senza idee né programmi

“Tornare a casa per ripartire insieme” è stato il titolo dell’iniziativa svoltasi al Lingotto per lanciare la campagna elettorale di Matteo Renzi alla segreteria del Partito Democratico. Dal Lingotto dieci anni fa partì Walter Veltroni per diventare il primo segretario del nuovo partito. Durò pochissimo. La sua “vocazione maggioritaria” non fu sufficiente a fargli vincere le elezioni politiche del 2008 e nel febbraio 2009 si dimise. Dunque, Renzi non è, come si ostina a ripetere, l’unico a lasciare la poltrona dopo la sconfitta (per la cronaca politica, dalla “poltrona” di capo del governo si dimise addirittura D’Alema nel maggio 2000). Non è chiaro che cosa si sia prefisso Renzi con il ritorno al Lingotto: farsi un pedigree veltroniano? avere il sostegno di Chiamparino? trovare nuove idee? Agli osservatori e ai commentatori, questa volta meno benevoli del solito, il senso della prima parte dello storytelling renziano è sostanzialmente sfuggito. Quanto al “ripartire insieme”, che ripartire sia necessario non ci piove, ma insieme a chi non è apparso chiaro a nessuno. Se per fare “l’insieme” è sufficiente il cosiddetto ticket con il Ministro Martina che porterebbe in dote la componente ex-DS, allora è davvero poca cosa, come confermano anche i sondaggi. Certamente, con l’espressione “insieme” Renzi non ha in nessun modo inteso tendere la mano agli scissionisti che, anzi, sono stati ripetutamente criticati e da qualcuno dei sostenitori di Renzi addirittura bollati come “vigliacchi”. Né, infine, per giustificare “insieme”, è sufficiente sostituire il “noi” all’io nelle esternazioni renziane.

Del partito, che nella corsa alla segretaria, dovrebbe essere l’oggetto del contendere, non tanto come conquistarlo, ma come ri-organizzarlo, non ha parlato nessuno. E’ stata una mancanza preoccupante in un’assemblea di uomini e donne di partito che al partito-ditta di Bersani e ai voti da lui ottenuti nel febbraio 2013 sono debitori delle loro cariche, del loro potere, delle loro carriere in atto e future. Qualche cenno è stato fatto alle alleanze, tanto vituperate fino a ieri anche se, senza gli alleati: la spappolata Scelta Civica e il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano (più qualche aiutino di Denis Verdini, diventato innominabile e per il quale il neo-garantismo di Renzi non sembrerebbe applicarsi), il PD non avrebbe nessuna maggioranza operativa al Senato. L’unica cosa nuova è stata l’offerta all’ex-sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, di un posto nelle liste PD. Un’offerta assolutamente strumentale, quasi per disinnescarne il tentativo di organizzare un campo progressista che, se vincente, sarebbe una significativa novità: spazio di sinistra plurale simile a quella creata da François Mitterrand 46 anni fa dalla quale ottenne lo slancio e la forza per vincere le elezioni presidenziali francesi del 1981.

Pur con la sotterranea consapevolezza che qualche alleanza bisognerà pur trovarla per tornare, non a casa, ma a governare il paese e che una grande differenza la farà la prossima indispensabile legge elettorale, al Lingotto non si è discusso né dell’una né dell’altra. Lo storytelling non ha riguardato niente di davvero politico, di davvero concreto, di davvero produttivo di conseguenze. Neppure i numerosi ministri costretti a sfilare hanno saputo entusiasmare i rappresentanti del popolo del PD con la rivendicazione di qualche successo acquisito e con la presentazione di qualche progetto epocale. Il PD di Renzi riparte, ma la strada è la stessa, un po’ più in salita. La parola, pardon, lo storytelling passa agli altri concorrenti, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando e il governatore della Puglia Michele Emiliano, i quali dovrebbero raccontare come sapranno ampliare lo spazio e migliorare l’organizzazione e la democrazia interna del Partito chiamato Democratico.

Pubblicato AGL 14 marzo 2017

Una visione dell’Italia desiderata #PartitoDemocratico

“Un paese, un partito, le persone”. Questo è l’ordine di priorità che Bersani auspica per il Partito Democratico. Le date contano, eccome. L’elenco di Bersani le contiene in maniera sufficientemente chiara. Primo, il governo Gentiloni, guidato da un esponente del Partito Democratico designato dal segretario Renzi, deve durare fino alla scadenza naturale della legislatura, vale a dire fine febbraio 2018. Dunque, secondo, il Congresso del Partito Democratico non deve essere convocato frettolosamente per andare, poi, subito alla crisi di governo e a elezioni anticipate. Terzo, il Congresso non deve diventare il luogo del regolamento di conti con le minoranze come, dal 5 dicembre mattina, Renzi e alcuni suoi collaboratori, in particolare, una livida Maria Elena Boschi, sembrano fortemente volere. Qui sta il discorso sulle persone ovvero sulle poltrone come, deliberatamente, Renzi impostò la campagna referendaria all’insegna dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo. Certamente, le minoranze nutrono il giustificato timore che il renziano regolamento di conti implichi che, quando Renzi sceglierà le candidature, molti di loro, probabilmente la maggioranza, saranno esclusi. Nessuno di loro sarà capolista bloccato. Tutti i sopravvissuti dovranno conquistarsi le preferenze. È una preoccupazione più che legittima, ma non è la più importante delle motivazioni a fondamento di una possibile scissione.

Emiliano, Rossi e Speranza, i tre dirigenti del PD che hanno annunciato la loro candidatura se il Congresso si svolgerà con regole garantiste, e Bersani e D’Alema hanno motivazioni molto più significative che vanno da una linea politica e da riforme, spesso contraddittorie, che non hanno condiviso, alle modalità con le quali il segretario del loro partito e il suo cosiddetto “giglio magico” li hanno regolarmente e duramente trattati in occasione di tutte le riunioni formali della direzione e dell’Assemblea finora tenute: con disprezzo delle loro posizioni e della loro dignità politica. Certo, la maggioranza ha il diritto di fare valere i suoi numeri, meglio se accompagnati dalle idee, ma, in un partito democratico, le minoranze, tutte, devono essere ascoltate e rispettate. Non è chiaro, mentre alcuni “pontieri”, forse tardivamente, probabilmente pochissimo presi in considerazione, svolgono una difficilissima opera di mediazione, se Renzi è disponibile a quello che per lui sarebbe non soltanto ascolto, ma un passo indietro su una tabella di marcia disegnata per acquisire il controllo totale del partito e dei gruppi parlamentari prossimi venturi.

Qualcuno, fra i commentatori politici, spesso gli stessi che sono stati a favore del “sì”, già si affanna a gettare tutta la responsabilità di un’eventuale scissione sulle spalle degli oppositori di Renzi accusandoli, da un lato, di indebolire il partito e addirittura l’Italia e, dall’altro, affermando che desiderano una legge proporzionale soltanto per sopravvivere. Come se con il Mattarellum o con un sistema di collegi uninominali quelle minoranze non potessero risultare comunque utili al PD e spesso decisive alle vittorie collegio per collegio! La divisione imporrà comunque la ricerca di accordi su basi nuove e con prospettive mutate.

Nell’Assemblea, giocatore d’azzardo come pochi, Renzi potrebbe andare a vedere se davvero basterà qualche piccola concessione in materia di data del Congresso, uno scivolamento di mese o poco più, senza compromettersi sulla scadenza della legislatura (da lui, peraltro, indicata nel passato proprio nel febbraio 2018) e del governo Gentiloni. Lo scontro, però, riguarda la linea politica e le persone, con le loro, spesso legittime, ambizioni. Il PD non ha mai saputo fondere le culture riformiste che dovevano stare a suo fondamento e, sostanzialmente, le ha viste affievolirsi, se non scomparire. Il segretario ritiene quello della cultura politica è un argomento di poco interesse. Infatti, ha già respinto la richiesta di una conferenza programmatica. La probabile scissione, forse solo procrastinabile, potrebbe avere come effetto, non voluto, ma neppure sgradito, quello di obbligare sia le minoranze sia i renziani a elaborare una visione di che paese desiderano e con quali riforme intendono costruirlo. Il segretario, che ha ancora adesso il potere di scongiurare la scissione e ne porterebbe le maggiori responsabilità, dovrebbe lanciare lui la conferenza programmatica come sua iniziativa. Potrebbe farne una giornata particolare obbligando tutti a confrontarsi e rendendo un buon servizio al Partito Democratico.

Pubblicato AGL 19 febbraio 2017

Vento emiliano e nuove filosofie

Corriere di Bologna

Il Partito Democratico dell’Emilia-Romagna non si fa mancare quasi niente tranne, talvolta, i voti, per esempio, quelli che servivano a evitare il ballottaggio di Merola. Non potendo andare oltre il secondo mandato (e la presidenza della Città metropolitana), sfuggitagli per via referendaria la carica di Senatore, il sindaco ha deciso di sbizzarrirsi in politica, forse, sostiene più d’uno, a scapito del miglioramento della sua attività amministrativa che lo vede al sessantesimo posto circa della classifica stilata dal Sole 24Ore. Può anche permettersi di contraddire variamente le proposte e le indicazioni del suo segretario di cui qualche tempo fa si era dichiarato convinto sostenitore. Adesso, mentre esprime il suo favore al referendum sul Jobs Act, legge simbolo del periodo renziano, annuncia che elezioni anticipate non sono una buona soluzione e opera per un’ipotesi di coalizione che includa quelli che un tempo sarebbero stati chiamati “cespugli di sinistra”. Se rinascesse l’Ulivo, e Romano Prodi sostiene che è possibile, quei cespugli avrebbero molte opportunità di essere considerati importanti.

Su altri versanti, i Dem dell’Emilia-Romagna mantengono alta la loro visibilità. Vero che dei tre ministri reclutati da Renzi, una, Federica Guidi, ha dovuto dimettersi qualche tempo fa, il secondo Giuliano Poletti, galleggia su imbarazzanti affermazioni, che non sono gaffes, ma ne rispecchiano il pensiero politico, e il terzo Graziano Delrio è un po’ emarginato, ma se le indiscrezioni hanno qualche fondamento, sarà la nuova segreteria di Renzi a fare il pieno di emiliano-romagnoli. Dal cerchio non più magico del giglio fiorentino al poco frizzante, ma solido ambiente emiliano-romagnolo? Il segretario che cerca un suo personale rilancio ha bisogno di un partito, anche se chi lo conosce non crede che saprebbe poi farlo funzionare e valorizzarlo. Vorrebbe un partito più unito, magari senza Bersani e quel che rimane dei bersaniani. Saranno Critelli, Calvano, Bonaccini, Richetti (alla ricerca di un ruolo chiave e sovraordinato nella nuova segreteria) e Andrea Rossi all’organizzazione a dargli quel partito? Difficile dirlo, ma inevitabile sottolineare che un riallineamento complessivo del PD emiliano-romagnolo su Renzi, da un lato, desterebbe grandi preoccupazioni nei molti parlamentari che desiderano la ricandidatura e molte speranze negli aspiranti fra i combattenti del pur sconfitto fronte del “sì”, dall’altro, aprirebbe spazi per Merola ( non “per il suo progetto” di cui non vedo né gli obiettivi né il perimetro). I nomi li ho fatti. Mancano solo le indicazioni su quali grandi, ma anche piccole, idee sapranno proporre sia i nuovi renziani sia il vecchio Merola. A quando il philosophari?

Pubblicato il 28 gennaio 2017