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Confermativo, oppositivo o abrasivo. Il referendum e il potere degli aggettivi @DomaniGiornale

In principio era il verbo, cioè la parola (un sostantivo). Poi arrivarono gli aggettivi e fu tutta una Babele. C’era chi beatamente continuava a definire perfetto il bicameralismo italiano commettendo due errori gravi. Primo: l’uso di un aggettivo valutativo invece dell’indispensabile aggettivo descrittivo, per un Parlamento in cui le due camere hanno grosso modo gli stessi poteri e svolgono le stesse attività, paritario o simmetrico. Poi, con grandissimo sprezzo del pericolo, e del ridicolo, se ne annuncia l’imprescindibile necessità della riforma epocale: rendere imperfetto il bicameralismo perfetto. Riforma bocciata dagli elettori.
Poi vennero quelli che il premierato … L’aggettivo chiave è forte, ma subito è il caso di osservare che il premierato è il premierato è il premierato. Forte e debole sono qualità che riguardano semmai i premier, i capi di quella forma di governo, vale a dire, specialmente le loro capacità e la loro autonomia. Lanciato più di un quarto di secolo fa con il contributo di alcuni benpensanti moderatamente di sinistra, il premierato ha come fondamento essenziale l’elezione popolare diretta del capo del governo. Non è sufficiente la “quasi” elezione diretta, come arditamente veniva affermando un professore comunista di diritto poi approdato alla Presidenza della Corte Costituzionale. Ironia o sbeffeggio della storia, proprio in quel periodo i conservatori inglesi reclutavano dai loro ranghi parlamentari quattro primi ministri uno dei quali, Liz Truss, occupò la carica addirittura per quasi 50 giorni. Non succederà così con il disegno di legge costituzionale di Giorgia Meloni, “madre” [non Giorgia, ma l’elezione popolare] di tutte le riforme” poiché una sostituzione dell’eletto/a è consentita. Non consentito è l’aggettivo “forte”, uomo forte evocando i tempi in cui capo del governo era Lui, Sua Eccellenza il Cav. Benito Mussolini (v. in materia l’analisi di Ruth Ben-Ghiat, Strongmen. How They Arise. Why They Succeed. How They Fall, London, Profile Books, 2021).
Troppo facile, poi, notare che non pochi capi di governi parlamentari, non eletti direttamente, Margaret Thatcher (1979-19909 e Tony Blair (1997-2007); Felipe Gonzales (1982-1996); Helmut Kohl (1982-1998), Angela Merkel (2005-2021), sono stati forti, duratori, autorevoli. A loro volta per non pochi Presidenti di Repubbliche presidenziali (Argentina, Raul Alfonsin 1983-1987; molti boliviani e peruviani; George H. Bush (1988-1992), Joe Biden (2020-2024), l’elezione popolare non servì affatto a renderli forti. Il Presidente semipresidenziale francese Emmanuel Macron costituisce un caso interessante che contiene una risposta più che soddisfacente. Grazie al solido sostegno di un’ampia maggioranza parlamentare, è stato molto forte nel corso del suo primo mandato (2017-2022). Pur rieletto dal “popolo”, ma, perduta quella maggioranza, Macron appare debole e ha scarso potere decisionale nell’attuale secondo mandato che finirà inesorabilmente nel 2027.
Giunti al termine della stesura di un testo limpido, ma articolato e necessariamente complesso come la Costituzione italiana, i Costituenti non ebbero dubbi. Uno o più articoli del testo, non soltanto quelli, peraltro non molti, sui quali si erano manifestate perplessità e tenute votazioni, avrebbero alla prova dei fatti forse trovato/meritato altre soluzioni. Il tempo e l’attuazione della Costituzione erano destinati a evidenziare inconvenienti e a sollevare problemi. Dunque, era più che auspicabile stabilire modalità sufficientemente precise con le quali addivenire a adeguate revisioni costituzionali.
Per l’approvazione di una revisione costituzionale (art. 138) sono richieste in ciascuna Camera due letture a distanza minima di tre mesi. La doppia lettura e il tempo servono a tutti i protagonisti per imparare. I parlamentari avranno modo di ascoltare le motivazioni dei revisionisti e degli oppositori e le eventuali proposte alternative. Mass media e commentatori potranno narrare gli sviluppi e informare i cittadini, l’opinione pubblica L’elettorato avrà la possibilità più che in una elezione normale di farsi un’idea approfondita e raffinata quanto vorrà. La ragione per la quale i referendum costituzionali non hanno quorum è proprio perché i costituenti intesero premiare i cittadini interessati, informati e partecipanti e impedire che coloro che per qualsiasi motivo scelgono di non votare risultino distrattamente decisivi.
Il referendum costituzionale è facoltativo, vale a dire che una revisione costituzionale approvata secondo le procedure descritte entra in vigore se non è sfidata nei tre mesi successivi la sua approvazione. Non si può avere nessun referendum se la revisione è stata approvata in seconda lettura dai due terzi dei parlamentari di entrambe le camere. La ratio di questa statuizione è tanto semplice quanto importante. In un paese nel quale l’antiparlamentarismo è un sentimento molto diffuso, incomprimibile, talvolta alimentato faziosamente, è saggio non offrire un’occasione di delegittimazione del parlamento espressosi con una maggioranza dei due terzi. Detto e ribadito che il referendum deve essere richiesto, i costituenti stabilirono che richiedenti potessero essere “un quinto dei membri di una Camera o 500 mila elettori o cinque consigli regionali”. Dunque, non è previsto che il referendum costituzionale sia chiesto dalle autorità di governo meno che mai se quella particolare revisione è stata formulata dal governo con addirittura il capo del governo che se la intesta. Il referendum si trasformerebbe in plebiscito come successe al referendum voluto da Renzi sulle “sue” riforme. Infine, poiché logicamente dovrebbero essere, e, per lo più sono stati, gli oppositori della revisione a chiedere il referendum l’aggettivo confermativo è assolutamente sbagliato. Contiene anche un elemento sottilmente manipolatore: l’invito alle urne per confermare quanto fatto dalla maggioranza parlamentare. No, il referendum costituzionale non ha nessun aggettivo. Confermativo, comunque, sarebbe l’eventuale esito. Pertanto, se chiesto da chi s’oppone alla revisione, il referendum sarebbe più corretto definirlo oppositivo, contro la revisione. Quanto all’esito, se la revisione viene sconfitta e cancellata, la mia preferenza va all’aggettivo abrasivo. Preciso e definitivo.
Pubblicato il 4 novembre 2025 su Domani
La rappresentanza politica esiste dove gli elettori hanno potere @DomaniGiornale
Invece di ricorrere a improbabili non divertenti e assolutamente insignificanti parole latine per definire la bozza della prossima legge elettorale, sarebbe molto più utile che i commentatori ne spiegassero e valutassero le caratteristiche. Dire che in Commissione Affari Istituzionali si discute del Brescellum (perché il cognome del Presidente della Commissione è Brescia), ma si intrattiene anche l’idea del Germanicum o, peggio, del Tedeschellum poiché la legge potrebbe avere una soglia d’accesso al Parlamento del 5 per cento (attendo lo Svedesellum se la soglia sarà del 4 per cento come in Svezia), non serve a informare correttamente nessuno. Annunciare che “ritorniamo” alla proporzionale (con grande scandalo di coloro che temono che l’Italia s’incammini verso una Weimar da loro immaginata) senza ricordare che l’attuale legge Rosato è già 2/3 proporzionale e 1/3 maggioritaria, è una manipolazione. Non spiegare che il non precisato maggioritario che vorrebbe il leader di Italia Viva non ha niente a che vedere con le leggi maggioritarie inglese e francese, entrambe in collegi uninominali, la prima a turno unico, la seconda a doppio turno, è un’altra brutta manipolazione. Infatti, almeno a parole Renzi vorrebbe qualcosa di simile al suo amato Italicum: un premio di maggioranza innestato su una legge proporzionale che gli consentirebbe trattative a tutto campo.
Fintantoché nessuno dirà con chiarezza, e sosterrà con coerenza, che le leggi elettorali si scrivono non per salvare i partiti e per garantire i seggi dei loro dirigenti, ma per dare buona rappresentanza politica agli elettori, non sarà possibile scrivere una legge elettorale decente. Quando leggo nel titolo di grande rilievo dell’intervista rilasciata da Sabino Cassese al “Domani” che : “l’attuale classe politica non è all’altezza di governare”, mi sorgono spontanee (sic) tre domande: 1. come è stata reclutata l’attuale classe politica? Che c’entri qualcosa anche la legge elettorale? 2. dove e come troverebbe l’astuto professor Cassese una classe politica migliore, all’altezza? 3. che sia necessaria una legge elettorale diversa per porre le premesse del miglioramento della classe politica? Poi mi vengono in mente tutti coloro che, saputelli e arrogantelli, dicono che non esiste una legge elettorale perfetta, magari mentre vanno in giro criticando il bicameralismo italiano proprio perché “perfetto” (non lo è).
La classe politica migliore verrà, da un lato, dalla competizione vera fra partiti e fra candidati, proprio quello che la legge Rosato non può offrire, e dalla possibilità per gli elettori scegliere davvero fra partiti, ma anche fra candidati/e non nominati non paracadutati. Se il collegio è uninominale (e la legge maggioritaria), no problem: gli elettori valuteranno anche i candidati, la loro personalità, la loro esperienza, la loro competenza. Se la legge è proporzionale, la lista delle candidature non deve essere bloccata e agli elettori bisogna assolutamente garantire la possibilità di esprimere un voto di preferenza (perché non due lo spiegherò un’altra volta). Trovo, da un lato, risibili, dall’altro, prova sicura di ignoranza profonda, dall’altro, ancora, offensiva per la grande maggioranza degli elettori italiani, sostenere, come viene spesso fatto, che il voto di preferenza apre la strada alla mafia e alla corruzione. Oggi esiste una Commissione parlamentare che serve a individuare preventivamente quali sono le candidature impresentabili e c’è una Legge Severino che punisce severamente la corruzione. La mafia e la corruzione non si combattono, e meno che mai si vincono, sottraendo agli elettori la possibilità di scegliere il loro candidato/a e non consentendo ai candidati/e di andare a cercarsi quei voti, interloquendo con gli elettori per farsi eleggere, e di tornare da quegli elettori per ottenere la rielezione spiegando il fatto, il non fatto, il malfatto. Dunque, le leggi elettorali si valutano in base alla possibilità di stabilire e mantenere un legame di rappresentanza politica fra elettori e candidati attraverso il collegio uninominale oppure il voto di preferenza e dando per l’appunto agli elettori il potere di scegliere. Non mi pare proprio che queste esigenze siano tenute in conto in Commissione alla Camera. Credo che almeno i commentatori (e qualche professore di Scienza politica non servo del suo partito di riferimento) dovrebbero farne tesoro o, quantomeno, tenerle presenti e discuterne.
Pubblicato il 8 dicembre 2020 su Domani
Tre cose che so sulle revisioni costituzionali
Discutere con lo stuolo di renziani della prima ora e di convertiti in corso d’opera, spesso ancora più zelanti (ovvero fanatici) sul merito delle revisioni costituzionali è praticamente impossibile. A qualsiasi obiezione di merito i renziani e i loro disinvolti fiancheggiatori, presenti anche nei mass media, contrappongono tre obiezioni. La prima è che bisognava comunque fare qualcosa dopo trent’anni di immobilismo. La seconda è che, da qualche parte, qualcosa, meglio se una tesi dell’Ulivo (ma quello di Renzi appoggiato da Alfano e Verdini è un governo del brand Ulivo?) o qualcuno, meglio se un vecchio comunista (incidentalmente, non ricordo di avere visto stagliarsi alto il profilo di Napolitano riformatore delle istituzioni e della legge elettorale), hanno proposto cambiamenti molto simili a quanto da loro fatto. Terzo, dati rapporti di forza nel Parlamento eletto nel febbraio 2013 non era possibile fare niente di più, ma soprattutto niente di diverso. Nessuna delle tre obiezioni tiene.
Alla prima obiezione ho contrapposto tempo fa (Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea/UniBocconi 2015), quello che ho definito “un’altra narrazione”. Nessun immobilismo negli ultimi trent’anni. Anzi, notevole attivismo dei cittadini e del Parlamento. Legge sulle autonomie locali 1990; referendum sulla preferenza unica 1991; abolizione di 4 ministeri e del finanziamento statale dei partiti più, cambiamento della legge elettorale del Senato nel 1993; approvazione delle legge sull’elezione diretta dei sindaci nel 1993; approvazione del Mattarellum nel 1993. Riforma del Titolo V nel 2001; revisione di 56 articoli della Costituzione nel 2005 (poi bocciata da referendum ovviamente e correttamente non chiesto dai revisionisti, ma contro di loro: referendum oppositivo); legge elettorale Porcellum 2005. Tralasciando alcune riforme minori, è evidente che il ritornello dell’immobilismo, da un lato, è pura e semplice, ma colpevole, ignoranza; dall’altro, è un deplorevole ricorso alla manipolazione dei fatti su uno almeno dei quali il Presidente Mattarella, parte in causa, ha il dovere istituzionale di farsi sentire.
Andare alla ricerca delle Tesi dell’Ulivo che l’Ulivo non tentò in nessun modo di tradurre in pratiche ha qualcosa di patetico. Senza contare l’avversione della maggioranza degli ulivisti a quanto veniva fatto nella Commissione Bicamerale presieduta da D’Alema fino a contribuire al suo fallimento, quelle tesi non sono il Vangelo istituzionale del buon riformatore. Quanto ai vecchi comunisti, almeno per quello che riguarda il Senato la loro posizione iniziale fu: nessun Senato, monocameralismo. La distanza fra il monocameralismo e il bicameralismo con il Senato trasformato in camera di regioni discreditate è qualitativa, abissale. All’obiezione che le riforme fatte non hanno nessuna visione sistemica, ma sono episodiche e occasionali, gli improvvisati riformatori non hanno risposta alcuna. Soprattutto, non spiegano che forma di governo verrà fuori da quanto hanno cambiato e dal chiaro ridimensionamento nei fatti dei poteri del Presidente della Repubblica che non dovrà più nominare il Presidente del Consiglio, che sarà automaticamente il capo del partito che avrà ottenuto il premio di maggioranza, e non potrà più opporsi allo scioglimento del Parlamento quando quel capo di maggioranza lo riterrà opportuno e benefico per i suoi interessi di partito.
Infine, l’invito dei renziani a prendere atto che in questo parlamento non era possibile fare riforme di tipo e qualità diversa è, di nuovo, il prodotto di una combinazione di ignoranza e di manipolazione. La politica consiste nella capacità di creare le condizioni per le riforme. Nel Parlamento eletto nel 2013 era possibile, da un lato, cercare, con pazienza, ma anche con durezza, altri interlocutori, magari nelle aule parlamentari senza produrre un accordo extraparlamentare, il Patto del Nazareno che, naturalmente, ha posto enormi paletti alla legge elettorale poiché, in sostanza, l’Italicum contiene tutte le componenti del Porcellum in piccolo: porcellinum. Dall’altro, persino volendo mantenere un filo del discorso con Berlusconi, altre soluzioni erano possibili, soprattutto per quanto riguarda il Senato. Semplicemente, non sono state esplorate. Qualcuno vorrebbe raccontare la favola che Berlusconi ha imposto la sopravvivenza di cinque senatori (i Senatori delle Autonomie) nominati dal Presidente della Repubblica? Oppure che Berlusconi ha fortemente voluto che al Senato delle autonomie fosse conferito il potere di nominare due giudici costituzionali?
Da ultimo, il Presidente del Consiglio ricorre al ricatto plebiscitario senza nessun precedente in Italia su referendum costituzionale: “se bocciate riforme me ne vado”. No comment? No!
Pubblicato il 25 aprile 2016
