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È un governo senza cultura istituzionale #intervista TPI The Post Internazionale

Colloquio con Gianfranco Pasquino di Antonio Scali

Riforme mancate, ambiguità in politica estera e una classe dirigente che in molti casi non si è rivelata all’altezza. E un bilancio critico, tra luci e ombre, quello tracciato per il Governo Meloni dal noto politologo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, in passato parlamentare perla Sinistra indipendente e per i Progressisti.

Professor Pasquino, Meloni rivendica con orgoglio il record di longevità del suo governo. Secondo lei fa bene la presidente del Consiglio a esibirlo come un vanto?

«Meloni è stata brava a tenere insieme una coalizione che presenta al suo interno numerose contraddizioni. La stabilità è certamente un fatto positivo per il Paese, perché permette di programmare la linea politica dell’esecutivo. Avere un governo capace di durare per l’intero arco della legislatura è una novità assoluta nella nostra storia repubblicana. La premier fa bene, quindi, a rivendicare questo primato».

 Qual è in generale un suo bilancio di questi quattro annidi governo?

«Non ritengo, come enfatizzano alcuni, che questo esecutivo sia stato immobile. Alcune decisioni le ha prese. Semmai possiamo discutere sulla qualità e le conseguenze di certe scelte».

Entriamo allora nello specifico. Una delle critiche rivolte a questo governo riguarda l’incapacità di portare a compimento alcune delle riforme più ambiziose: dal premierato all’autonomia differenziata, passando per la riforma della giustizia, bocciata dai cittadini al referendum. Possiamo dire che Meloni non è riuscita a cambiare l’Italia?

«Non è riuscita senz’altro a compiere molte delle riforme strutturali che voleva attuare. Ricordiamo che la leader di Fratelli d’Italia aveva definito il premierato “la madre di tutte le riforme”. Cosa assolutamente non vera. C’è alla base, dal mio punto di vista, un problema di scarsa cultura istituzionale e costituzionale. Alcune di queste novità che il Governo voleva introdurre avrebbero avuto conseguenze negative sul Paese, per cui è un bene che non siano passate».

In questi anni il Governo Meloni è stato interessato da numerosi scandali: pensiamo ai casi Santanché, Delmastro, Almasri. Sono stati compiuti degli errori nella scelta della classe dirigente chiamata a guidare il Paese?

«Sicuramente alcuni componenti del Governo si sono rivelati inadeguati, e oltretutto sono stati allontanati con colpevole ritardo. Il punto centrale è che la classe dirigente di Alleanza Nazionale, e poi di Fratelli d’Italia, è sempre stata molto ristretta. La presidente del Consiglio non ha avuto il coraggio di guardare al di fuori, per alzare la qualità delle persone a lei più vicine. La migliore di questo esecutivo è dal mio punto di vista la stessa Meloni, ma ha ancora molto da imparare».

Veniamo all’economia. Palazzo Chigi rivendica risultati come la riduzione dello spread e i giudizi positivi delle agenzie di rating. Allo stesso tempo, gli italiani devono fare i conti con salari fermi, prezzi dei carburanti alle stelle e una pressione fiscale elevata. Qual è il suo giudizio?

«Molto probabilmente gli italiani oggi non stanno meglio rispetto a quattro o cinque anni fa. Ma forse non stanno neanche peggio. Quel che manca è una crescita sostenuta, a causa degli stipendi troppo bassi. Penso che anche i sindacati avrebbero dovuto fare di più. Uno dei ministri migliori è stato senz’altro quello dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, capace di tenere i conti in equilibrio. Ma senza crescita non si può cambiare un sistema economico. Il nostro Paese preferisce tutelare i posti di lavoro esistenti, senza scommettere sulla creazione di nuovi, specie nei settori più strategici e innovativi come quello dell’intelligenza artificiale, per il quale questo Governo non ha fatto nulla».

Sulla scarsa crescita pesano le guerre e il difficile scenario internazionale. Dal complesso rapporto con il presidente Trump alla necessità di mantenere solido il legame con i partner europei, come giudica il posizionamento in politica estera del governo?

«Meloni è vista da molti leader europei con sospetto per via della sua ambiguità. Dentro di sé è certamente una sovranista, ma ha fatto bene a sostenere con chiarezza l’Ucraina. Le ambiguità in politica estera rischiano di far contare poco il nostro Paese in Europa, e questo è un punto debole importante. Nei rapporti con Trump, la premier ha sbagliato sin dall’inizio, ipotizzando che potesse aiutarla, e alla fine è stata scaricata dal presidente Usa. L’Italia non dovrebbe avere posizioni incerte su alcune tematiche cruciali: penso, per esempio, ad una netta critica rispetto a quanto sta compiendo il Governo israeliano».

Un altro tema cruciale, molto sentito dall’elettorato di centrodestra, è quello dell’immigrazione. Dalla promessa in campagna elettorale di attuare il blocco navale al flop dei centri in Albania, il Governo non ha soddisfatto le aspettative iniziali?

«Il fenomeno dell’immigrazione non è certo facile da gestire, soprattutto se non c’è una politica condivisa con gli altri Stati europei. Sicuramente la soluzione non è data dagli slogan di Salvini o Vannacci. Non si può ridurre l’immigrazione a un problema di ordine pubblico. Bisogna porre l’attenzione sulle condizioni socio-economiche in cui vivono tante persone nel mondo. Serve, insomma, una visione molto più ampia».

Le liste d’attesa per accedere alle prestazioni mediche attraverso la sanità pubblica sono sempre più lunghe. Non pensa che anche su questo fronte sarebbero serviti interventi più incisivi?

«La sanità richiede grossi investimenti, ma non dobbiamo dimenticare che nel nostro Paese ci sono ancora molte realtà d’eccellenza. Bisogna scegliere di investire con convinzione sulla formazione di medici e infermieri, spostando risorse economiche da un settore all’altro. Consapevoli che i frutti di questi investimenti si vedranno dopo anni. In un Paese che invecchia sempre più, manca una visione chiara di come si vuole trasformare la sanità».

Da TeleMeloni al caso Paragon. Si è accentuato in questi anni lo scontro tra potere politico e quello mediatico?

«Da sempre la politica, da destra a sinistra, non ama le critiche che provengono dai media. Meloni non ti fa certo eccezione, come dimostra la gestione della Rai, anzi a volte esagera nel tentativo di controllo e omologazione. Servono giornalisti dalla schiena dritta, perché la libertà di stampa e di critica è un parametro fondamentale per una democrazia sana».

Veniamo infine alla politica interna. L’opposizione, in vista delle elezioni del 2027, non riesce ancora a riunirsi attorno a un programma e a un leader condivisi. Il centrodestra, dal canto suo, deve fare i conti con la grana Vannacci.

«Quella di Vannacci è un’estrema destra che, pur rappresentando una parte di elettorato, non deve avere in nessun modo accesso al governo del Paese. Mi auguro quindi che i leader del centrodestra resistano alla tentazione di far entrare il generale nella coalizione. Ho scritto in un libro che i governi sono migliori quando l’opposizione è buona. Ebbene, l’opposizione in questi anni è apparsa troppo divisa e senza una visione di prospettiva. Se vuole tornare a guidare l’Italia, il centrosinistra deve capire quali sono le priorità programmatiche su cui puntare, a cominciare da una convergenza in politica estera»

Pubblicato il 25 settembre 2026 su TPI The Post Internazionale