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Élite cittadinanza e malfunzionamenti: le democrazie non sono davvero in crisi

Non passa giorno che i quotidiani italiani e i talk show non raccontino la mediocre favola della crisi della democrazia. Pensosi intellettuali e bellicose conduttrici televisive non hanno dubbi: la democrazia sta male, è destinata a crollare (insieme, ça va sans dire, all’Occidente). Grande, lo debbo scrivere proprio così, è il mio fastidio. Non sanno di cosa parlano. Non hanno mai letto un libro sulla democrazia. Fanno solo, tristemente e tetramente, molta confusione.
Con il mio ultimo bravissimo allievo Marco Valbruzzi abbiamo deciso di fare luce in un libro fresco di stampa: “Democrazie e no” (UTET 2026). Sulla scia di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, che abbiamo letto, studiato e non dimenticato, e di alcuni grandissimi studiosi, come Hans Kelsen, Joseph Alois Schumpeter e Robert A. Dahl, è relativamente facile mettere in piedi un discorso convincente su cosa è e su cosa non è la democrazia, ieri, oggi e domani. Al proposito, nessuno ha diritto, come si sente spesso dire con tono saccente, alla sua definizione di democrazia. Al contrario, tre sole definizioni sono accettabili e specificabili. Esiste una non superabile definizione etimologica. Democrazia è potere (kratos) del popolo (demos). Se il potere lo hanno una cricca di oligarchi oppure un tiranno oppure un partito unico oppure una giunta militare oppure una casta religiosa, non c’è democrazia. Che ciascuno dei succitati soggetti consenta lo svolgimento di elezioni, inevitabilmente, non libere, non eque, non periodiche, non significa affatto che esista una democrazia elettorale. Neppure che ci sia un regime ibrido. Democrazia è “diritti più istituzioni” come riconosce qualsiasi definizione storica relativa alla sua inaugurazione, sviluppo e affermazione. Dunque, non è un sistema di per sé “fragile”; tutt’altro, è complesso, vulnerabile, ma resiliente. Grazie al loro pluralismo costitutivo, le democrazie imparano e si trasformano, talvolta, si rafforzano.
Possiamo essere insoddisfatti dalla quantità di potere che i singoli cittadini riescono a esercitare e ritenere che il “vero” potere sta nelle mani dei gruppi, delle associazioni, delle organizzazioni. Allora, invece di democrazia, potremmo voler parlare, come suggerì Dahl, di poliarchia, potere di una pluralità di gruppi. Questa definizione stipulativa attecchisce e funziona soltanto se, a partire dalla comunità degli studiosi, viene accettata e condivisa. Nonostante il prestigio intellettuale e il potere accademico di Dahl, poliarchia non ha sostituito democrazia.
Invece, hanno proliferato una pluralità di tentativi di aggettivazione della democrazia, alcuni per identificarne il tipo, altri per sovvertirla. Fra i primi, senza pretese di esaurirli, stanno gli aggettivi “istituzionali”: democrazie parlamentari, presidenziali, semipresidenziali, direttoriali (Svizzera), e “funzionali”: democrazie maggioritarie e proporzionali. Fra gli aggettivi sovversivi che finiscono per negarla stanno con stampo sovietico “popolare”, in contrapposizione a borghese, e l’aggettivo “illiberale”, caro a Orbán e Putin. Naturalmente, poiché una democrazia è fatta di elementi istituzionali, come la separazione dei poteri, freni e contrappesi (checks and balances), rendicontazione (accountability), e di elementi più propriamente liberali – i diritti civili: libertà di parola, di culto e habeas corpus, e politici: libertà di associazione, di competizione, di votare e di essere votati, in assenza dei quali le istituzioni non garantiscono nessun esito democratico – le democrazie “illiberali” semplicemente non esistono. Non sono tali, ma sono “situazioni” autoritarie.
Due aggettivi, elaborati in maniera speciale da Giovanni Sartori, meritano grande considerazione per la loro portata esplicativa: ideale e reale. Democrazia ideale è quella che garantisce, protegge e promuove i diritti dei cittadini. Il filosofo illuminista liberale John Locke li ha mirabilmente sintetizzati: vita, libertà, proprietà. Sartori vi aggiunge eguaglianza di voto e davanti alla legge. Questa democrazia ideale non è affatto in crisi. Al contrario. Dovunque, nel mondo, vi sono uomini e donne che combattono i regimi autoritari delle più varie risme e propensioni in nome della democrazia ideale, che da occidentale è da tempo diventata universale, e per conseguirla.
Le democrazie reali sono i sistemi politici democratici realmente esistiti e esistenti. Per alcuni – il caso tragicamente più importante e famoso è quello della Repubblica di Weimar (1919-1933), ma di notevole interesse è anche la Quarta Repubblica Francese (1946-1958) – è corretto parlare di crisi e di crollo. Sbagliato e molto, invece, è usare il termine crisi quando, in sostanza, quello che si riscontra, più o meno spesso, sono problemi di funzionamento. Partiti poco e male rappresentativi, leadership politiche più o meno modicamente corrotte e inadeguate, parlamenti male eletti e peggio organizzati, lenti e opachi, governi instabili e improduttivi, sono tutti problemi che attengono al funzionamento delle democrazie realmente esistenti. Problemi potenzialmente produttivi di crisi e crollo, ma, con la sola eccezione del Venezuela, nessun solido regime democratico è crollato negli ultimi trentacinque anni. Anzi, il numeri delle democrazie reali è lentamente, ma gradualmente aumentato. Oggi nel mondo esistono, secondo l’autorevole Economist Intelligence Unit, 26 democrazie di buona qualità e 48 democrazie con falle (l’Italia, 37a, è una di queste; gli USA sono 34a).
Se democrazia è potere del popolo, è imperativo che il popolo sia preparato e si attrezzi per esercitarlo. Da Pericle a Rousseau e Bobbio la presenza di cittadini interessati alla politica, informati, partecipanti è stata enfatizzata e apprezzata. Loro, quei cittadini di serie A, consapevoli e impegnati, sono in grado di fare funzionare al meglio i meccanismi della democrazia. In nessun regime non democratico avrebbero le opportunità di cui godono nelle democrazie. Se non hanno interesse, non si informano, preferiscono non partecipare, per esempio, si astengono dal votare, non soltanto non sono buoni cittadini, ma sono responsabili del probabilissimo cattivo funzionamento, della bassa qualità della democrazia.
L’astensionismo non fa cadere le democrazie, esposte, invece, a impennate di mobilitazione prodotte dalla discesa in campo dei partiti o leader populisti, ma fa problema per chi voglia rappresentare e governare le preferenze e gli interessi di una comunità politica. Quindi, in definitiva, le democrazie sono, come argomentò splendidamente Karl Popper, società aperte non soltanto alla libera partecipazione dei cittadini, ma in termini di opportunità e di esiti. Quando non conseguiamo gli esiti desiderati dobbiamo interrogarci se gli ostacoli sono strutturali, e allora procedere alle necessarie riforme istituzionali, oppure comportamentali, delle élite e della cittadinanza, e allora intraprendere una nobile battaglia politica e culturale. Non c’è una crisi della democrazia. Ci sono una serie di sfide da affrontare e da vincere di volta in volta. Yes, we can.
Pubblicato il 29 settembre 2026 su Domani
VIDEO Gianfranco Pasquino. La Ciencia Política de Bobbio y Sartori
Invitado: Dr. Gianfranco Pasquino, Profesor Emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia. Discípulo, colaborador y amigo de Norberto Bobbio y Giovanni Sartori. Conduce: Dr. Anselmo Flores Andrade
VIDEO Conferencia Magistral del Dr. Gianfranco Pasquino sobre Teoría Política, el legado de Bobbio y Sartori #UAGRM
Gianfranco Pasquino: «Bobbio e Sartori veri maestri. Destra e sinistra superate? Dicono che persone siamo» #intervista @corrierebologna

Intervista raccolta da Fernando Pellerano
Il politologo: «Che orgoglio la missione da osservatore nel Cile di Pinochet. Avrei voluto vedere la Grecia di Pericle e la Francia degli illuministi»

1 Partiamo dolcemente: il suo primo bacio (alla francese).
Gabriella (Gaby), compagna di classe al Ginnasio, generosa distributrice di baci francesissimi.
2 Proseguiamo pericolosamente: ha capito qual è il senso della vita?
Scopo e senso: diventare e rimanere persone decenti.
3 Qual è la sua Madeleine?
L’odore e il rumore del mare a Zoagli.
4 Che infanzia ha vissuto, che bambino è stato?
Bambino tranquillo, giudizioso, mai primo della classe, capace di stare da solo, infanzia serena, mamma dolcissima.
5 Quando ha capito qual era la sua strada (professionale) e se è soddisfatto?
La laurea con Norberto Bobbio e il post laurea con Giovanni Sartori sono stati incontri decisivi. Ne sono molto soddisfatto personalmente. E anche loro, me l’hanno detto, sono stati contenti di avermi avuto come allievo.
6 Bologna.
La città che ho scelto per insegnare e nella quale sono nati i miei figli. Oggi la sento «stretta», un po’ provinciale.
7 Un (altro) luogo del cuore.
Lo stadio Filadelfia a Torino. Non solo calcio, ricordi, speranze, una stagione, almeno dieci anni, della mia vita. Andavo con il tram tornavo dalla mia mamma che era in attesa del racconto della partita e dintorni.
8 Un libro, un film, una canzone, un’opera d’arte.
Canetti, Auto da fé; Una giornata particolare; Azzurro; il quadro Guernica; ma debbo assolutamente aggiungere Beethoven, La nona sinfonia.
9 Il suo piatto e il suo frutto preferito?
Spaghetti aglio, olio e peperoncino. Arancia rossa di Sicilia.
10 Il suo passatempo/hobby preferito.
La musica sinfonica, il cinema.
11 Una cosa che la fa arrabbiare o che detesta?
La superficialità e le prepotenze.
12 La gioia e la delusione più grande che ha vissuto?
Grande gioia pubblica: osservatore parlamentare in Cile nel 1988 quando gli elettori bocciarono il plebiscito di Pinochet e aprirono la strada al ritorno della democrazia. Delusioni personali tutte dimenticate, ma le persone che mentono e non rispettano gli impegni presi sono sempre grandi delusori.
13 C’è stata un’occasione in cui un «angelo» le ha salvato la vita?
Più di vent’anni fa, il prof. Claudio Rapezzi, recentemente scomparso, mi ha tirato fuori da una brutta embolia polmonare.
14 Il viaggio che non ha mai fatto?
Avrei voluto andare nella Grecia di Pericle. Poi visitare la Francia degli illuministi.
15 L’opera/lavoro che non ha realizzato e quella di cui è più fiero?
Sono molto affezionato ad alcuni libri che ho scritto, ad esempio, Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (2021) e Tra scienza e politica. Una autobiografia (2022) oltre che alle lezioni e conferenze di Scienza politica che ho tenuto in Italia e fuori. Vorrei scrivere un’analisi comparata delle democrazie, ma con grande tristezza sento che mi manca l’energia.
16 Un pregio e un difetto del suo carattere.
Intransigente con me e con gli altri, e non riuscire a fare finta del contrario.
17 Un talento che le sarebbe piaciuto avere?
Essere un grande pianista, un virtuoso applauditissimo in giro per il mondo.
18 Il suo eroe/eroina?
Tutti/e coloro che combattono per la libertà anche degli altri e per la giustizia sociale. Gli antifascisti.
19 Crescendo si tende a ripetere «era meglio ai miei tempi»: la pensa così anche lei?
Non faccio comparazioni che non siano puntuali e precise. Ci sono (stati) alti e bassi. È cresciuto il divario tra quello che vorremmo e l’impegno che ci mettiamo nel perseguirlo. Ero più giovane e in salute.
20 Cosa le piace e cosa non le piace della società del 2023?
Non mi piacciono egoismi, corporativismi, discriminazioni. Mi piacciono quelli che pagano di persona e non lo esibiscono (vale anche per le società prima e dopo il 2023).
21 Il nuovo mondo digitale: lo rifiuta o cerca di comprenderlo e utilizzarlo?
Una sfida quotidiana che mi ha migliorato la vita, ma che vinco soltanto con l’aiuto, e qualche sbuffo, di mio figlio Emanuele.
22 L’evento storico (a cui ha assistito) che l’ha colpita di più?
La caduta del Muro di Berlino 8-9 novembre 1989, anche perché ricordavo nitidamente la commozione e la tristezza dei miei coetanei di molti Paesi europei che studiavano il francese a La Rochelle quel 13 agosto 1961, quando il muro venne innalzato.
23 Quale consiglio darebbe a un giovane che ha concluso la scuola dell’obbligo?
Continuare a studiare, studiare, studiare.
24 E a una coppia che sta per avere un/a figlio/a?
Congratulazioni, che non sia l’unico.
25 Cosa ama e detesta negli uomini e cosa nelle donne?
In entrambi detesto l’ipocrisia. Di entrambi apprezzo il sense of humor e la sincerità.
26 Il suo rapporto con la/e religione/i.
Agnostico, senza inquietudine e senza vanto.
27 Destra e sinistra sono categorie politiche superate?
Neanche per sogno. Dicono molto anche su che tipo di persone siamo e che società vorremmo.
28 Una riflessione sul sesso a partire dal ricordo della sua «prima volta».
Allegria, compagna sorridente e divertita, che aveva iniziative. Il sesso serve a conoscersi meglio. È un’esperienza gratificante, gradevolissima, mai del tutto priva di affetto.
29 Dall’alto dei suoi anni: come trattare il tempo che inesorabilmente passa?
Capire che ci sono attività che non possiamo più né progettare, né fare. Nutrire una sana nostalgia per quello che non siamo riusciti a completare.
30 Il motto della sua vita.
Gutta cavat lapidem.
Pubblicato il 24 settembre su Corriere di Bologna
Ai palestinesi serve una leadership carismatica @DomaniGiornale

C’è un tempo per la rappresaglia e c’è un tempo per la de-escalation. La durezza dell’aggressione di Hamas è stata tale che Israele non può rinunciare politicamente, prima ancora che militarmente, a mostrare le sue capacità di reazione. Al tempo stesso, deve lasciare trapelare con maggiore o minore evidenza la sua disponibilità a fare scendere il livello del conflitto, anche per tutelare per quanto possibile gli ostaggi nelle mani dei terroristi. A loro volta, tutti gli altri attori, in particolare quelli schierati a sostegno di Israele, hanno l’obbligo, da un lato, di aiutare lo Stato ebraico non cancellando le critiche alle politiche del governo Netanyahu, dall’altro, di non cessare affatto gli aiuti umanitari alla popolazione di Gaza accompagnandoli con i più severi rimproveri alla leadership di Hamas e i necessari richiami a comportamenti non svincolati da qualsiasi principio di umanità. In particolare, facendo un po’ di autocritica per la sua disattenzione negli anni più recenti, certo in parte giustificabile con riferimento al contrasto all’aggressione russa dell’Ucraina, e per la sottovalutazione degli sviluppi in quell’area, l’Unione Europea deve misurare le sue sanzioni a Hamas e (ri)prendere iniziative diplomatiche.
Lo stato del conflitto Hamas/Israele e delle sue ramificazioni potrebbe scoraggiare qualsiasi tentativo di guardare oltre il contingente. In molti potrebbe suscitare una riflessione che conduce alla convinzione che ha improntato la politica israeliana da molti, troppi anni. La sicurezza dello Stato ebraico dipende esclusivamente dalla sua superiorità militare. Questa convinzione, unita alla debolezza politica di Al Fatah e alla incapacità di Abu Mazen di intraprendere qualsiasi iniziativa nonché la sterzata a destra dei governi israeliani, ha significato che nelle menti di molti si è affermata l’idea che il massimo conseguibile sia uno status quo anche se punteggiato da frequenti conflitti e scontri di entità variabile, ma non elevata. La potente aggressione di Hamas può avere scritto la parola fine su questa illusione. Bisogna tornare a pensare a una soluzione duratura, concordata, di compromesso.
Per coloro che si compiacciono della distinzione fra il politico che ha visione corta, limitata e circoscritta dalle scadenze elettorali, e lo statista che pensa e opera a giovamento della prossima generazione, il problema riguarda la leadership politico-governativa di Israele. Sarà anche opportuno notare che nelle democrazie, e Israele è uno stato democratico e pluralista, sono gli elettori a scegliere le leadership. Bobbio direbbe che le leadership democratiche si propongono, quelle autoritarie si impongono. Unione Europea, USA e tutti coloro che intendano avere un ruolo debbono porsi l’interrogativo riguardante le (plurale) leadership palestinesi. Sono certamente parte del problema. Saranno inevitabilmente anche parte della soluzione.
“Le esperienze delle cose moderne e la lezione delle antique” (Machiavelli) suggeriscono di guardare a come fu evitato il bagno di sangue nel Sudafrica che si accingeva ad intraprendere la strada della democratizzazione. Fu la leadership carismatica di Mandela a convincere la maggioranza dei neri ad una transizione senza vendette. Il resto lo fece in seguito la Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Naturalmente, nessuno ha il potere di fare nascere un leader carismatico. Nelle condizioni di enorme e abnorme ansietà collettiva (Max Weber) che caratterizza la vita di molti palestinesi, è possibile sperare nella comparsa, a rimpiazzare la leadership burocratica di Al Fatah e quella militare di Hamas, di un leader che con il suo carisma, da un lato, ottenga il necessario riconoscimento israeliano di credibilità, accompagnato dal massimo di restituzione dei territori, e, dall’altro, convinca i suoi sostenitori che la soluzione prospettata è il massimo e il meglio conseguibile e che offrirà condizioni e prospettive di vita altrimenti irraggiungibili? Solo utopia? Esistono alternative?
Pubblicato il 11 ottobre 2023 su Domani
La democrazia reale è lontana dall’ideale, ma è il meglio che c’è @DomaniGiornale


“Seduti in qualche caffè parigino, una Gauloise fra le dita e un Pernod sul tavolino; rifugiatisi nella loro casetta per il fine settimana su un lago tedesco; raggruppati in vocianti tavolate che criticano aspramente uno qualsiasi dei governi latino-americani; ad un congresso fra colleghi politologi e sociologi in una ridente località balneare esotica; partecipando alla riunione di redazione di un quotidiano progressista romano, molti pensosi intellettuali dei più vari tipi dichiarano con faccia triste e sconsolata che la democrazia è in crisi, è una causa persa, non può essere salvata. Rannicchiati in qualche prigione cinese; agli arresti domiciliari nel Sud-Est asiatico; braccati dalla polizia in diversi stati africani; nascosti sotto protezione perché è stata lanciata una fatwa contro di loro; malmenati in Piazza Tahrir, migliaia di oppositori, uomini, donne, studenti, lottano in nome della democrazia – sì, proprio quella, occidentale, che hanno visto in televisione e nei film americani, sperimentato come studenti a Oxford, Cambridge, Harvard, La Sorbona, Bologna – organizzano attività, reclutano aderenti, qualche volta mettono in gioco consapevolmente la propria vita. Per nessun altro regime, mai, così tante persone di nazionalità, di cultura, di colore, di età e di genere diverso si sono impegnate allo stremo”. Sono particolarmente affezionato a questo ritratto di quasi dieci anni fa (Politica e istituzioni, Milano, Egea, 2014, p. 118) che ritengo mantenga tutta la sua validità aggiungendo fra i combattenti per la democrazia i giovani di Hong Kong e le donne iraniane e afghane. Sono anche convinto che non pochi lettori lo condividano in buona misura e che, forse, altrettanti vorrebbero obiettare. In democrazia ne hanno facoltà. Altrove, qualora ci provino, siano consapevoli dell’alto costo che implica esercitare quello che in democrazia è la libertà di parola.
Da quando scrissi quei paragrafi, qualcosa di grave ha fatto la sua comparsa, non tale da dare per superata la contrapposizione da me allora delineata, ma certamente da richiedere osservazioni specifiche aggiuntive. Abbiamo assistito a due sfide lanciate dall’interno di due sistemi politici diversamente democratici: gli assalti al Campidoglio di Washington il 6 gennaio 2021 (Jill Lepore, docente di Storia all’Università di Harvard, ne ha mirabilmente scritto nel settimanale “The New Yorker” del 23 gennaio 2023 analizzando impietosamente l’appena reso noto Rapporto della Commissione d’Inchiesta su quei fatti) “e al Planalto di Brasilia l’8 gennaio 2023 (che si merita e avrà altrettanta attenzione). Che cosa provano sulla democrazia? Per una ampia parte dei commentatori la valutazione sembra essere fin troppo facile, lapalissiana: c’è una crisi della democrazia. Un’altra parte di commentatori, apparentemente meno numerosa, sostiene, invece, che siamo difronte alla prova provata che le democrazie sanno reagire con successo anche alle sfide più minacciose. Nelle mie parole, le democrazie riescono a rimbalzare.
Le sfide nascono dal cattivo funzionamento delle democrazie esistenti, da problemi contingenti, dai sottovalutati comportamenti delle elite, politiche, economiche, religiose, militari, da difetti congiunturali se non, addirittura, strutturali. Più di trent’anni fa, il grande sociologo politico spagnolo Juan Linz aggiunse all’elenco delle inadeguatezze delle Repubbliche presidenziali quella dell’elezione popolare diretta del Presidente che consente e facilita la discesa in campo di candidature a vario titolo folkloristico, difficili da fermare, esagerate nelle loro promesse, impreparate a governare. Non c’è bisogno di elaborare. Quel che importa è che sono libere elezioni quelle che selezionano le candidature. I politici di professione ne accettano gli esiti poiché vogliono mantenersi aperta la strada ad un ritorno anche dopo una sconfitta. I parvenus temono che la loro sconfitta produca la loro definitiva emarginazione. Dunque, si aggrappano ad ogni elemento per restare a galla. L’accusa di “furto elettorale” ai loro danni è oramai lanciata addirittura prima del voto. Lo ha fatto Trump negli USA; lo ha seguito Bolsonaro in Brasile. Facile immaginare altre emulazioni future. Giusto, pertanto, andare a valutare la qualità della democrazia elettorale. Dalle loro regole e procedure scaturisce la democrazia politica che andrà poi sostenuta da una rete di diritti e di istituzioni (tema importantissimo da analizzare a fondo another time another place).
Per sfuggire dalla confusione analitica e dalla manipolazione politica che viene effettuata sul concetto e sull’essenza della democrazia, due riflessioni sono cruciali sulla scia del più grande studioso della democrazia, Giovanni Sartori (1924-2017). La prima riguarda la definizione. Non è corretto accettare l’idea falsamente generosa che a ciascuno è consentito di avere la sua definizione di democrazia. Esiste una modalità definitoria convincente che è fatta di etimologia e di storia che soddisfa l’esigenza di chiarire cos’è la democrazia politica: regole, procedure, istituzioni, diritti e doveri (Democrazia. Cosa è, Milano, Rizzoli, 2007). Alla democrazia politica non si possono appioppare aggettivi che ne contraddicono la natura: democrazie guidate, popolari, autoritarie, illiberali. Ognuno può avere la sua democrazia ideale e la può usare come metro di valutazione per le democrazie realmente esistenti. La democrazia ideale continua ad essere senza nessun bisticcio un ideale perseguibile e perseguito. Le democrazie reali, realmente esistenti ne rappresentano le traduzioni pratiche possibili e, naturalmente, criticabili per le loro inadeguatezze che non necessariamente, anzi, solo, raramente, meritano di essere caratterizzate come “crisi” (della democrazia).
La seconda riflessione è diventata ancora più attuale in anni recenti. Riguarda il rapporto che può/deve intercorrere fra democrazia e eguaglianza. Per Sartori l’unica eguaglianza necessaria in democrazia è quella di fronte alla legge: isonomia. È eguaglianza di diritti, civili e politici, in assenza dei quali non c’è possibilità di democrazia poiché alcuni cittadini conterebbero più di altri. L’eguaglianza “democratica” di Sartori non è mai eguaglianza di esiti né economici né, più in generale, di condizioni. Non è neppure eguaglianza di opportunità se non sotto forma di rimozione di ostacoli (impropri) alla partecipazione politica. Al proposito mi sembra importante aggiungere che fra le molte promesse secondo lui non mantenute (ma che a suo parere non si potevano mantenere) della democrazia, Norberto Bobbio non menziona mai l’eguaglianza (La democrazia e il suo futuro, Torino, Einaudi 1984, 1991). Semmai, per Bobbio l’eguaglianza ovvero, meglio, il perseguimento della eguaglianza (anche sotto forma della riduzione delle diseguaglianze esistenti) è il criterio, la stella polare dell’azione politica della sinistra, di coloro che si collocano a sinistra. Aggiungo che è comunque da evitare qualsiasi sottovalutazione del rischio che l’attacco alle diseguaglianze possa essere portato da leadership populiste, come spesso è accaduto nelle Repubbliche presidenziali latino-americane, con esiti lampantemente non-democratici.
Non nutro aspettative ottimistiche sul ri-orientamento della discussione sulla democrazia/sulle democrazie con riferimento a quanto scritto da Bobbio e da Sartori, da me variamente sintetizzato e reinterpretato. Rimango del tutto convinto che in assenza di un qualche ri-orientamento serio e profondo, a cominciare dalla chiarezza dei concetti e dalla problematica relazione fra democrazia politica e eguaglianza economica, quella discussione è destinata a continuare in maniera confusa e manipolabile, persino pericolosa nella misura in cui legittima elaborazioni e azioni che nuocciono alla democrazia che è possibile instaurare, mantenere, fare funzionare, trasformare in meglio. Propongo di ripartire da due generalizzazioni. I regimi autoritari cadono al grido di “libertà, libertà”. Nessuna democrazia è mai caduta al grido di “eguaglianza, eguaglianza”.
Pubblicato il 15 gennaio 2023 su Domani
Chiediamoci cosa penserebbero della guerra gli intellettuali pubblici che di guerre ne avevano viste e analizzate
L’intellettuale pubblico a modo mio, sulla scia di Orwell, Camus, Aron e Bobbio, definisce la guerra e argomenta che sono giustificabili esclusivamente le guerre di difesa. Sostiene, quel mio intellettuale pubblico, che è giusto sanzionare chi ha lanciato la guerra, con la perdita del potere politico (sì, proprio regime change) e talvolta della vita. I dittatori meritano di essere umiliati purché sia possibile sostituirli con qualcuno meno repressivo e oppressivo di loro. Non bisogna citare Keynes invano. Nel piccolo prezioso libro Le conseguenze economiche della pace (1919), il grande economista liberale inglese criticò come controproducenti le richieste esagerate di risarcimenti imposte alla Germania, non la sostituzione dei governanti. Da ultimo, ho detto senza successo alla Associazione “il Mulino”, chiediamoci sempre cosa penserebbero della guerra gli intellettuali pubblici che ho citato e che di guerre ne avevano viste e analizzate. Se “bisogna immaginare Sisifo felice”, famosa frase di Camus, è perché continua ad adempiere il suo compito pur sapendo che non avrà termine.
La Ciencia Política por Gianfranco Pasquino #Dialogos #Entrevista @GuadagnoFacundo 

En esta emisión Facundo Guadagno Balmaceda conversa con el politólogo italiano, Gianfranco Pasquino Profesor emérito de Ciencia política de la Universidad de Bolonia. El motivo de la reunión fue su más reciente trabajo editado en Argentina, “Bobbio y Sartori: Comprender y cambiar la política” (2020), libro editado sobre Eudeba, donde recorre su vida junto a estos dos autores, y realiza un análisis sobre su obra.
Los autores y libros mencionados son los siguientes: Elias Canetti, Francis Fukuyama, Friedrich Von Hayek, Giovanni Sartori, Isaiah Berlin, Juan José Linz, Juan José Sebreli, Karl Popper, Ludwig Wittgenstein, Michael Kremer, Norberto Bobbio, Otto Neurath, Robert Dahl, Robert Musil, Samuel P. Huntington, Sidney Verba.
Bobbio, N. (1996). Tra due repubbliche: alle origini della democrazia italiana (Vol. 19). Donzelli Editore.
Bobbio, N. (2014). Derecha e izquierda. Taurus.
Bobbio, N., Matteucci, N., & Pasquino, G. (1991). Diccionario de política (Vol. 2). Siglo xxi.
Canetti, E. (2011). Auto da fé. Random House.
Huntington, S. P. (1998). El choque de las civilizaciones y la reconfiguración del orden mundial. Cuadernos de estrategia, (99), 239-248.
Fukuyama, F. (1996). Trust: Human nature and the reconstitution of social order. Simon and Schuster.
Fukuyama, F., & García-Morán, J. (2015). ¿ El fin de la Historia? y otros ensayos. Madrid: Alianza.
Fukuyama, F., & Maldonado, A. G. (2019). Identidad: la demanda de dignidad y las políticas de resentimiento. Barcelona: Deusto.
Musil, R. (2015). El hombre sin atributos. Grupo Planeta: España.
Pasquino, G. (2014). Nuevo curso de ciencia política. Fondo de Cultura Económica.
Pasquino, G. (2020). Bobbio y Sartori: Comprender y cambiar la política. Eudeba.
Sartori, G. (2005). Parties and party systems: A framework for analysis. ECPR press.
Sartori, G. (2012). Homo videns: la sociedad teledirigida. Taurus.
Chiedetevi perché tanti lottano per la democrazia. @DomaniGiornale


Sul “Corriere della Sera” (23 agosto) Sabino Cassese ha scritto, cito per esteso: “La democrazia è un insieme di istituzioni maturate nel mondo occidentale e non è corretto ritenerla migliore di altri reggimenti [sic] politici e cercare di trasferirla in paese che hanno tradizioni diverse”. Mi è stato subito riferito che le frasi di Cassese hanno già trovato diffusa accoglienza e suscitato grande tripudio in alcuni non imprevedibili ambienti.
Seduti in un caffè parigino, una Gauloise fra le dita e un Pernod sul tavolino; rifugiatisi nella loro casetta per il fine settimana su un lago tedesco; raggruppati in vocianti tavolate che criticano aspramente uno qualsiasi dei governi latino-americani; ad un congresso in una ridente località balneare fra colleghi politologi, sociologi e persino studiosi di diritto costituzionale; nella riunione di redazione di un quotidiano romano orgogliosamente progressista, molti pensosi intellettuali lamentano con faccia triste che la democrazia è in crisi, è una causa persa, non può essere salvata. Danno tutti ragione a Cassese: la democrazia è un “reggimento” che non regge più. Poi, inopinatamente, mi giungono altre notizie. Rannicchiati e picchiati in qualche prigione cinese, agli arresti domiciliari nel Sud-Est asiatico, braccati dalla polizia in diversi Stati africani, nascosti sotto protezione perché è stata lanciata una fatwa contro di loro, malmenati/e in piazza Taksim, ricacciate in densi burqa, centinaia di migliaia di oppositori, uomini e donne, lottano in nome della democrazia – sì, proprio quella, occidentale, che hanno visto in televisione e nei film americani, e sperimentato come studenti a Oxford, Cambridge, Harvard, persino alla Sorbona, a Berlino e a Bologna (l’ateneo del quale è studente Patrick Zaki da più di un anno in una fetida cella egiziana), organizzano attività, reclutano aderenti, qualche volta mettono consapevolmente a rischio la loro vita. Lo ha confermato di recente, dal carcere nel quale è rinchiuso per insubordinazione, il leader degli studenti di Hong Kong, Joshua Wong: “Anche se siamo lontani, la nostra ricerca di democrazia e di libertà è la stessa”.
Per nessun altro regime (reggimento?), mai, così tante persone di nazionalità, di cultura, di colore, di età e di genere diverso si sono impegnate anche rischiando (e perdendo) la vita. Ritengono che la democrazia, quell’insieme di regole, procedure e istituzioni che promuovono e proteggono più estesamente e concretamente i diritti civili, politici, persino sociali, è la forma migliore di governo. Sanno che sarà sempre sfidata in nome dei suoi stessi principi e valori. Come scrisse mirabilmente alcuni decenni fa Giovanni Sartori, professore di Scienza politica, esiste una democrazia “ideale”, quella che ciascuno di noi intrattiene nelle sue speranze ed esistono democrazie “reali” con inevitabili problemi di funzionamento e con enormi capacità di apprendimento e di autoriforma come, Churchill conferma, nessun altro “reggimento” politico.
Pubblicato il 25 agosto 2021 su Domani
Linguaggio e politica, il dovere di reagire al populismo d’accatto #MinimaPolitica @UtetLibri @corrierefirenze
Oggi alle i8 alla Feltrinelli in via dei Cerretani a Firenze sarà presentato il libro di Gianfranco Pasquino «Minima Politica. Sei lezioni di democrazia» (Utet) con l’autore e il direttore del Corriere Fiorentino Paolo Ermini. Pubblichiamo un brano della presentazione. (…) Lewis Carroll, creatore di Alice e degli altri celebri personaggi del Paese delle meraviglie, e persino George Orwell con il suo 1984 sono stati fin troppo ottimisti. Entrambi hanno pensato e scritto che i manipolatori delle parole sarebbero stati i detentori del potere politico che, secondo Orwell, avrebbero imposto la neolingua. Invece, no, meglio: non solo. La neolingua e le fake news sembrano il prodotto del potere politico che ne approfitta, ma sono, forse ancora di più, la conseguenza di una ignoranza diffusa e persino compiaciuta che, qualche volta, non è neppure consapevole di sbagliare, di confondere, di manipolare. Quando, poi, l’ignoranza non riguarda soltanto gli uomini e le donne in politica, ma avvolge i comunicatori a tutti i livelli — carta stampata, radio e televisione, social network, docenti delle scuole di ogni ordine e grado —, la situazione diventa, probabilmente è già diventata, drammatica. Non potrà essere l’opinione pubblica a fare da baluardo contro l’onda altissima del fake in tutte le salse. Anzi, è ipotizzabile che l’opinione pubblica già quasi non esista più. Si è frammentata in una pluralità di modi, di sedi, di luoghi d’ascolto e di reazione. Molta parte di quell’opinione pubblica alle cui virtù in democrazia si affida l’assegnazione, la distribuzione, la valutazione e, infine, la circolazione del potere politico, sembra assistere attonita, ma spesse volte in modo fazioso, alle varietà di fenomeni fake, diventata incapace di reagire e di svolgere i propri compiti. Chi crede nella democrazia sa che è imperativo reagire alla tendenza confusionale, manipolatoria, populista d’accatto. Che è necessario impegnarsi, non soltanto nel proprio campo, per pulire il linguaggio, per fare uso corretto dei concetti, per comunicare insegnando e imparando, giorno dopo giorno. Con modi e stili certamente diversi è stata questa la lezione (naturalmente, tutt’altro che l’unica) che mi è stata trasmessa dai miei due maestri, Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, i quali mi hanno insegnato come si deve fare analisi politica nella maniera più corretta possibile. Doverosamente riconoscente, ne ho scritto in una serie di articoli in cui ho approfondito la varietà dei temi da loro brillantemente studiati e che permangono di sicuro interesse e di grande rilevanza (Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica, Egea-Bocconi, Milano 2019). Non avrei neppure bisogno di chiedermi/vi in maniera più o meno retorica quanto rimane degli scritti, delle analisi, dei contributi di Bobbio e di Sartori, se non fosse che la memoria degli italiani è molto corta e la loro cultura politica, mai molto elevata e sempre poco diffusa, ha subito una pericolosa regressione tuttora in corso. Cedo subito alla tentazione di aggiungere che, logicamente, il governo che abbiamo e, in fondo, anche quelli che abbiamo avuto nell’ultimo quarto di secolo sono al tempo stesso il prodotto della (in)cultura politica dominante, ma anche, a loro volta, responsabili della (in)cultura esistente. Non sarà certamente questo piccolo libro a capovolgere la tendenza. Tuttavia, mi corre l’obbligo civile e scientifico di provarci continuando a fare della scienza politica proprio attraverso la riflessione sui termini che sono usati, abusati, stiracchiati, sciupati e sui concetti che sono conosciuti poco e male (…).
Pubblicato il 29 gennaio 2020 sul Corriere Fiorentino



