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Il #25aprile che non passa #FestadellaLiberazione

25 aprile. Punto d’arrivo e punto di inizio di una nuova vicenda. Non dimenticare non basta. Bisogna pensare e sapere ripensare. Senza fastidiosi appelli retorici e spesso ipocriti. Senza deprecabili richiami al superamento del passato. Senza impraticabili e contraddittorie richieste di impossibili memorie condivise.

Resistenza. Nata da subito contro il fascismo. Dipanatasi con alti e bassi in tutta l’Italia. Presente nelle grandi città e nei piccoli villaggi. Repressa, ma incomprimibile. Con le uccisioni periodiche dei suoi leader: Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Giacomo Matteotti, Carlo e Nello Rosselli, Antonio Gramsci. Con i molti assassinati a livello locale, non dimenticati, il cui sangue testimoniava la volontà di opporsi, l’esistenza anche di un’altra Italia. Da quei martiri celebri e dalle loro idee scaturirono le idee e ideologie di un’Italia futura, migliore: la libertà del liberalismo; una società rappacificata del cattolicesimo democratico; la giustizia sociale dell’azionismo; la trasformazione anche rivoluzionaria del socialismo e del comunismo. A distanza di quasi ottant’anni rimangono esemplari e commoventi i documenti e le testimonianze contenuti nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza in Italia e in Europa. Monumento e memento di come preservare liberi la mente e il cuore anche nei giorni più bui.

Liberazione. Divenuta lotta armata, la Resistenza ebbe due obiettivi: da un lato, liberare l’Italia dall’oppressore fascista rinserratosi nella Repubblichetta di Salò; dall’altro, cacciare l’invasore nazista in preda agli ultimi spasmi della sua ferocia. Quella lotta armata, per quanto militarmente non decisiva, fu anche un modo importante di riconquistare la dignità dell’essere italiani e, attraverso il sacrificio delle vite, di sensibilizzare alla solidarietà numerosi settori sociali. Tuttavia, più o meno riconoscente per il ritorno alla libertà, nel paese continuò a esistere una vasta area grigia di non-impegno, di prevalenza del privato, di ripiegamenti sugli interessi personali e familiari.

Costituzione. Il quadro di riferimento della democrazia repubblicana è comprensibile attingendo, da un lato, agli obiettivi già delineati nelle Carte costituzionali formulate in zone liberate dalla Resistenza. Dall’altro, trova le sue indicazioni più elevate nelle culture politiche liberale, cattolico-democratica, azionista, socialista e comunista che si confrontarono e si espressero in Assemblea Costituente. Fu Piero Calamandrei, grande giurista del Partito d’Azione, a dare un giudizio in parte severo in parte positivo della Costituzione: “una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”. La promessa è nel corso del tempo molto impallidita. Tuttavia, può essere opportunamente rivivificata dai molti che ritengano che il loro impegno civile e politico consiste proprio nel mantenimento di una promessa fatta anche a coloro che con il consapevole sacrificio della loro vita contribuirono, in Italia e in Europa, a (ri)conquistare la libertà.

VIDEO Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana @UtetLibri

Perché l’Italia è tanto malmessa? Più di cinquant’anni fa la risposta Norberto Bobbio la offrì nel suo Profilo ideologico del Novecento italiano. Per molto tempo mi sono posto l’ambizioso compito di analizzare le idee che hanno circolato in Italia dopo il libro di Bobbio. Le mie risposte sono ora in Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021). La libertà di cui gli italiani hanno comunque goduto non ha fatto, proprio come temeva Bobbio, migliorare le idee e i comportamenti collettivi. È risultata complessivamente inutile. Il mio libro cerca di spiegare perché.

Libertà inutile
Profilo ideologico dell’Italia repubblicana

Quando scelse la repubblica, il popolo italiano, appena uscito dalle rovine di una dittatura e di una guerra mondiale, affidò all’Assemblea costituente l’impegnativo compito, condiviso da tutti (o quasi), di costruire un paese migliore. Ma la repubblica che ne è uscita è stata all’altezza di quelle speranze?
Se lo chiedeva già Norberto Bobbio nel suo fondamentale Profilo ideologico del Novecento italiano, fermandosi però sulle soglie del 1968, e se lo chiede oggi Gianfranco Pasquino, raccogliendo l’eredità del grande filosofo torinese e provando a impostare nuovamente una riflessione che riesca a cogliere l’accidentato percorso della nostra mutevole e inquieta storia repubblicana.
A partire dalle fondamenta costituzionali, Pasquino sismografa gli smottamenti culturali, gli umori e i contrasti che, di decennio in decennio, hanno attraversato la nazione e coinvolto i suoi protagonisti. Così ci immergiamo nelle contraddizioni delle tre grandi culture politiche del Novecento: il liberalismo, fondamentale durante la Resistenza e sminuito nella ricostruzione del dopoguerra; il comunismo, lacerato all’interno dal dibattito fra i desideri di riformismo parlamentare e le pulsioni semirivoluzionarie, negli anni caldi delle contestazioni di piazza; l’area democristiana, appesantita dal troppo potere politico, economico e sociale accumulato senza controlli, fino alla resa dei conti di Tangentopoli.
E poi ancora i mutamenti delle stagioni recenti: la personalizzazione della politica propiziata dal berlusconismo e l’affermarsi di nuove culture che strizzano l’occhio all’antipolitica e al populismo.
Il quadro che ne viene fuori è un’inedita biografia della nazione: un paese di passioni ideologiche ed enormi contraddizioni, in cui le fortune dei leader durano il tempo di una stagione. E allora, attraversando le riflessioni di Pareto, Calamandrei, Gramsci, Sartori, prende forma il dubbio di Pasquino: la democrazia italiana ha disatteso le promesse costituzionali? Quella conquistata con tanta fatica è stata forse una Libertà inutile?

Gianfranco Pasquino (Torino, 1942), allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Associate Fellow alla SAIS-Europe di Bologna, è stato direttore, dal 1980 al 1984, della rivista “il Mulino” e, dal 2000 al 2003, condirettore della “Rivista italiana di Scienza politica”. Dal 2010 al 2013 presidente della Società italiana di Scienza politica, è autore di numerosi volumi, i più recenti dei quali sono Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (2015), Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019, tradotto in spagnolo nel 2020) e Italian Democracy. How It Works (2020). È particolarmente orgoglioso di avere condiretto insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci per Utet il celebre Dizionario di politica (2016, nuova edizione aggiornata). Per Utet ha inoltre pubblicato La Costituzione in trenta lezioni (2016), L’Europa in trenta lezioni (2017) e Minima politica (2020). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei.

Il Ministro dell’Agricoltura Martina e le colture politiche

La terza Repubblica

L’allungarsi della campagna referendaria rischia di logorare i sostenitori del sì che ne hanno già dette di cotte e di crude e che, per fare punti agli occhi di Renzi (e Lotti), sono costretti ad inventarsi un po’ di tutto. In verità, che la riforma non è “la più bella”, non c’era proprio bisogno che ce lo dicesse il ministro Maurizio Martina (Corriere della Sera, 5 settembre, p. 13). Sarebbe stato preferibile che ci spiegasse perché è “la più utile”. Quali “più utili” obiettivi conseguirebbe? La semplificazione legislativa sicuramente no, visto che sarebbero almeno tre o quattro i procedimenti legislativi, invece di uno, quello attuale che, forse Martina non lo sa, consente al bicameralismo italiano di fare più leggi degli altri bicameralismi europei e al governo di ottenere, in un modo, i decreti, o nell’altro, la fiducia, quello che vuole, persino nei tempi che vuole, a condizione che sappia cosa vuole e entro quando. Per documentazione, Martina potrebbe rivolgersi agli uffici della Camera che hanno pubblicato un prezioso libretto, Insomma, sul merito Martina dice poco di nuovo e quel poco continua a essere sbagliato. Poi, però, seguendo una moda inaugurata, voglio farle onore, dal Ministro Boschi, ci dà qualche lezione di storia costituzionale.

I sostenitori del sì hanno tirato in ballo sia i Costituenti, che volevano cambiare il bicameralismo prima ancora di approvarlo oppure un minuto dopo la sua approvazione. Gli Atti della Costituenti non danno grande sostegno a queste fantasiose tesi mettendo, piuttosto, in rilievo che, inevitabilmente, nessuno dei Costituenti vinceva sempre. Poi sono stati chiamati in causa i comunisti: Enrico Berlinguer, Nilde Iotti, Pietro Ingrao, tutti impertinenti sostenitori ante litteram della riforma fatta da questo governo, ma non dagli esponenti di sinistra, altrimenti non si capirebbe perché il Comitato di Martina si chiami “Sinistra per il Sì”. Nessuno dei tre dirigenti del PCI può difendersi, ma come si fa a pensare che: 1) l’abolizione del bicameralismo abbia qualche attinenza con la riforma Renzi-Boschi?; come si fa a credere che 2) avendo tutt’e tre in maniera diversa espresso l’opinione che il bicameralismo italiano poteva essere riformato l’avrebbero fatto, qui sta, enorme, il discorso/confronto sul merito, allo stesso modo di quel che ha fatto il governo attuale? Infatti, punto che sfugge a tutti i sostenitori del sì, Berlinguer, Iotti e, soprattutto, Ingrao avrebbero guardato al contesto. Non avrebbero fatto riforme spezzatino.

In via di principio, poiché, bontà sua, afferma che “studiare la storia ha sempre senso”, Martina dovrebbe essere d’accordo sulla rilevanza del contesto. Avendola presumibilmente studiata, sostiene che “il passaggio fondamentale che abbiamo davanti ci spinge a rivedere cosa dicevano i costituenti, le grandi culture politiche del passato, Dossetti, Calamandrei” . Qualcuno più purista di me si chiederebbe se, oltre ai due citati, che rappresentano l’uno la cultura del cattolicesimo democratico, l’altro quella dell’azionismo liberale, la “Sinistra per il Sì” non dovesse citare, per esempio, il socialista di sinistra Lelio Basso e anche alcuni di quegli estremisti “costituzionali” dei comunisti. Però, il quesito lancinante è: dovremmo andare adesso subito a rivedere che cosa hanno detto quei Costituenti, a re-interpretare quelle culture politiche e costituzionali? Non era il caso di farlo prima di scrivere le riforme? Comunque, ci sono fior fiore di studiosi, per rimanere agli esempi citati da Martina, che potrebbero dirci senz’ombra di dubbio che cosa hanno fatto Dossetti e Calamandrei e quali metri di giudizio applicherebbero alle riforme renzian-boschiane. Quanto alle culture politiche, sarebbe interessante ascoltare da Martina, quando si rialza dallo studio della storia, qual’è la cultura politica istituzionale moderna che sorregge, uhm, meglio puntella, le riforme sottoposte a referendum. Quali sono i sistemi politici con i quali l’Italia dovrebbe confrontarsi, quali sono gli autori di riferimento, ad esempio, sulla democrazia deliberativa, sul ruolo delle autonomie, sui compiti e sui poteri dei cittadini: John Rawls (una teoria della giustizia), Ronald Dworkin (i diritti presi sul serio), Jürgen Habermas (il patriottismo costituzionale), Jon Elster (lo studio delle costituzioni e delle società) oppure Woody Allen di “Provaci ancora Sam”?

Pubblicato il 6 settembre 2016 su La Terza Repubblica