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Cosa suggeriscono i salti a Cinque Stelle di Appendino e Raggi. La lezione di Pasquino @formichenews

Le scelte di Raggi e di Appendino, molto diverse fra loro, offrono la grande opportunità di impegnarsi per formulare democraticamente strategie che coinvolgano i loro aderenti e che saranno valutate dai loro elettori. Il commento di Gianfranco Pasquino

Sono certo che Chiara Appendino fosse consapevole di almeno alcune delle conseguenze della sua decisione di non ripresentarsi alle elezioni comunali di Torino nel 2021. La personale auto-ri-candidatura di Virginia Raggi a Roma è stata subito respinta dal Partito Democratico e accolta da un non elevatissimo grado di entusiasmo di alcuni autorevoli esponenti del Movimento 5 Stelle. Probabilmente, ben consigliata, Appendino ha tenuto conto della necessità del Movimento di essere in condizione di trattare con il Partito Democratico senza imporre prioritariamente una candidatura. Appendino avrà certamente altre opportunità. La tempestosa amministrazione di Roma da parte di Raggi non le garantisce un futuro politico e, allora, tanto vale tentare la sorte una seconda volta. Purtroppo, non è pensabile nessuno scambio tipo il PD appoggia Raggi, non può proprio permetterselo, anche se vedendo molti dei nomi che ambiscono al Campidoglio, non tutti, Raggi non è proprio da scartare, e i Cinque Stelle sostengono una candidatura Dem a Torino. La legge elettorale per i sindaci si dimostra notevolmente efficace per discutere di alleanze e tradurle in pratica. Infatti, il doppio turno con ballottaggio consente ai partiti, alle candidate(i) e, soprattutto, agli elettori di valutare, scegliere al primo turno e, infine, eleggere al ballottaggio, spesso, ovviamente, la candidatura meno sgradita. Incidentalmente, il doppio turno contiene alcune importanti lezioni per i riformatori elettori che sappiano imparare.

Naturalmente, pensare alle alleanze per cercare di mantenere e/o ottenere cariche elettive è il segno di una qualche lezione già imparata, soprattutto da parte dei Cinque Stelle. Però, non implica affatto una automatica trasformazione del Movimento in Partito. Anzi, qualcuno dovrebbe suggerire sia a Di Maio sia a Di Battista (e a molti commentatori) che si possono coltivare strategie diverse che non implicano l’abbandono di pratiche movimentistiche per abbracciare usi e costumi tradizionali dei partiti che, fra l’altro, sono da tempo degenerati nei partiti esistenti e ne spiegano le difficoltà. Abbandonare il passato movimentista dovrebbe significare anche dibattere gli inconvenienti e le difficoltà di quel passato. Le decisioni di Raggi e di Appendino sono emblematiche. Il Movimento che si vantava della sua democraticità non è stato neppure interpellato. I suoi aderenti non sono stati consultati. Quando/qualora i Cinque Stelle decidessero per la (complessa e non univoca) trasformazione in partito, la democrazia “interna” funzionerà meglio?

   Mi limito a questa notazione con la piena consapevolezza che democrazia e democraticità non sono gli elementi caratterizzanti i partiti italiani. Invece di lasciarsi spintonare verso una difficile e forse persino controproducente istituzionalizzazione, i Cinque Stelle dovrebbero ridefinire le regole che presiedono al loro funzionamento, migliorare le modalità di reclutamento e selezione dei dirigenti e di coloro che si candidano a cariche elettive, affinare i processi decisionali. In modi diversi, le scelte di Raggi e di Appendino, molto diverse fra loro, offrono la grande opportunità di impegnarsi per formulare democraticamente strategie che coinvolgano i loro aderenti e che saranno valutate dai loro elettori. Hic Roma, hic Augusta Taurinorum hic salta.         

Pubblicato il 14 ottobre 2020 su formiche.net

Stelle di un piccolo mondo

Grande successo mediatico (e, forse, anche giudiziario) sta ottenendo oramai da diversi giorni il faticosissimo procedimento di formazione e trasformazione della giunta del sindaco Virginia Raggi. Non è la prima prova di governo del Movimento Cinque Stelle. Altre città hanno già evidenziato limiti e inconvenienti, ma Roma è la prova più importante. Il (buon)governo della capitale dovrebbe/potrebbe addirittura essere il trampolino di lancio per il governo del paese affidato al Movimento Cinque Stelle. In alternativa, rischia di essere il luogo dove l’ambizione, scontratasi con la dura, ma mai intrattabile, realtà, è costretta alla ritirata. Adesso, è possibile dire che i Pentastellati hanno sbagliato molto, ma, se mi è consentito sottolinearlo, i loro peccati originali li ho evidenziati fin da quando entrarono rumorosamente in Parlamento e si definirono cittadini.

A Roma hanno simultaneamente fatto la loro comparsa una contraddizione strutturale e un dato, almeno in una certa misura, contingente. Oramai pienamente disvelata, ma dai Pentastellati nient’affatto completamente capita, sta la contraddizione strutturale. Se vogliono continuare a caratterizzarsi come il nuovo/l’onesto che avanza e su questo slogan attrarre consensi e voti, com’è successo proprio a Roma, dove il vecchio si era dimostrato anche molto disonesto, i Pentastellati non sono in grado di ricorrere a chi ha una biografia politica, esperienze amministrative, competenze professionali confinanti con la politica e già messe alla prova. Di qui grandi rischi, soprattutto dove il contesto è sfavorevole. Sono costretti a trovare il nuovo, rinunciando per principio a chi ha esperienza e competenza, magari maturata sul campo, ma debbono fare i conti con una fase di apprendistato che nessuno può dire quanto lunga sarà. E sarà molto lunga se viene intralciata dall’ideologia che sostiene che i “cittadini” (delle Cinque Stelle) entrati in Campidoglio sono comunque migliori perché si dichiarano “onesti”. Proprio perché nuovi, anche se onesti, ma inesperti e incompetenti, sono costretti ad affidarsi a uomini e donne del mestiere reclutati, a Roma direbbero “rimediati” secondo logore modalità: gli amici degli amici.

Quanto al dato contingente riguarda tutto la persona di Virginia Raggi. Nuova alla politica, meno di tre anni in consiglio comunale non ne fanno una persona politicamente e amministrativamente competente, Virginia Raggi ha evidentemente sottovalutato il compito di formare una Giunta e di reclutare il suo staff. Eppure, già più di tre mesi prima delle elezioni amministrative, la sua vittoria era data per scontata. Avrebbe potuto iniziare una ricognizione a tutto campo, Invece, da quello che sta emergendo in abbondanza, appare chiaro che la Raggi non si è messa avanti con il lavoro di reclutamento prima della fatidica elezione poiché face(va) affidamento sul suo, certo non grande e non pluralista, mondo di riferimento: avvocati non proprio progressisti e funzionari già nel giro dell’ex-sindaco Alemanno, travolto da scandali. Quanto immacolati, come vorrebbero i non-regolamenti del Movimento, siano quei funzionari lo stanno mettendo in dubbio le valutazioni, ad esempio, dell’Autorità anticorruzione e qualche inchiesta giudiziaria. Come direbbero subito i politici, lasciamo alla giustizia di fare il suo corso (qui la famigerata orologeria non sembra proprio centrare nulla).

Quello che è grave è che da quel suo ristretto mondo il sindaco, anche nella sua strenua resistenza, appare fortemente, forse fatalmente, condizionata. Allora, la situazione non sarebbe più contingente e non basterà l’avvertimento di Grillo “noi vigileremo”. L’ipoteca che il mondo della Raggi ha pesantemente posto sul suo operato non è destinata a sparire. Anzi, per quel che è possibile sapere e capire allo stato degli atti verrà fatta valere per tutta la durata del suo mandato. Potrà anche incidere sulle fortune nazionali del Movimento Cinque Stelle che, comunque, subirà un ridimensionamento non grande poiché potrà sempre fare leva su un elettorato parecchio insoddisfatto di quello che succede a livello del governo del paese. Quello che conta, però, e non è affatto da sottovalutare è che, se “l’Europa ci guarda” davvero, il malgoverno e il non governo di Roma screditano tutta l’Italia.

Pubblicato AGL 11 settembre 2016