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Verso il 25 settembre, il voto più utile è degli indecisi @formichenews

Il voto davvero utile, meglio più utile, ovvero più incisivo, sarà quello degli indecisi e dei potenziali astensionisti. Occhio, dunque, a quale coniglio/a uscirà da quale cappello nelle quarantotto ore prima del voto. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e Professore Emerito di Scienza politica e autore di “Tra scienza e politica. Una autobiografia” (Utet 2022)

Raramente ho assistito a una campagna elettorale tanto prodiga di informazioni sui leader, sui partiti, sulle tematiche. Sono giunto alla conclusione che se la campagna viene definita “brutta” è come la bellezza: sta negli occhi di chi, commentatori di poco senno e fantasia, la guarda (o forse no: guardano solo i concorrenti, per “copiarli”). Sappiamo che Giorgia Meloni, una volta richiamato Draghi, è la front runner. Sta conducendo una campagna elettorale il cui punto d’arrivo potrebbe essere Palazzo Chigi. Atlantista per sua definizione, si è convincentemente collocata dalla parte dell’Ucraina, ma si è trovata appesantita da un passato che non passa, e che qualche saluto fascista riporta all’ordine del giorno, e dalla sua appartenenza di genere che non sa né respingere né valorizzare. La zavorra più pesante e per lei (ma anche per gli italiani tutti) è il suo incomprimibile, indeclinabile sovranismo che si accompagna a deplorevoli compagni (oops, chiedo scusa) di strada: da Orbán a Vox. Se nell’elettorato italiano è passato il messaggio che, forse troppo poco troppo tardi, il Partito Democratico di Letta ha cercato di mandare: “tutto con l’Europa niente fuori d’Europa”, allora il consenso presunto per i Fratelli d’Italia potrebbe risultare ridimensionato. Chi con qualche strambato di cui non era ritenuto capace ha risollevato il suo consenso che sembrava in caduta libera è Giuseppe Conte.

   Ambiguo la sua parte sia sull’Unione Europea sia su come affrontare l’aggressione russa all’Ucraina, Conte può ringraziare gli attacchi mal posti e male argomentati al reddito di cittadinanza, l’unica riforma davvero innovativa che il Movimento 5 Stelle di governo possa effettivamente rivendicare. Che i voti per i pentastellati di lotta crescano nel Sud rispetto a previsioni fosche è dovuto all’impatto positivo del reddito di cittadinanza e alla volontà di difenderlo. Anche su questo gli elettori hanno ricevuto utili informazioni. Immigrazione e sicurezza, scuola e sono finiti in secondo piano perché maiora premunt, c’è qualcosa di più importante destinato a essere una sfida duratura. No, personalmente non me la sento mai di parlare a nome degli italiani, ma il prezzo del gas e, più in generale, del carrello della spesa sono le due criticità che non ci abbandoneranno troppo presto. Non sarà il governo prossimo venturo a risolvere il problema. In verità, nessun singolo governo europeo ha la chiave della soluzione. Solo gli europei europeisti possono approntare una difesa decente e passare all’attacco con una politica energetica concordata.

Berlusconi ha rapidamente capito che il suo aggancio con il Partito Popolare Europeo è importantissimo per Forza Italia e, impostosi garante del (governo di) centro-destra, ha ipotecato i Ministeri degli Esteri e dei Rapporti con l’Europa. Però, ma non ce la fa proprio ad abbandonare la tassa che non è né piatta né, poi, neppure tanto bassa come quella proposta dal giocatore d’azzardo Matteo Salvini a corto di tematiche e di fiato. A testa bassa sia per tentare di trovare l’agenda perduta, quella di Draghi, sia per incornare il Partito Democratico, i quartopolisti Calenda e Renzi non hanno lasciato traccia nella campagna elettorale. Ma anche questa è una notizia utile per gli elettori. Ne sappiamo tutti di più. Certo, partivamo con le nostre preferenze che probabilmente sono cambiate di pochissimo (rispetto ai sondaggi). Alla fine, il voto davvero utile, meglio più utile, ovvero più incisivo, sarà quello degli indecisi e dei potenziali astensionisti. Occhio, dunque, a quale coniglio/a uscirà da quale cappello nelle quarant’otto ore prima del voto. Faites vos jeux. Ma, in democrazia non finisce qui.  

Pubblicato il 22 settembre 2022 su Formiche.net

Poli non si nasce, si diventa #video #imessagginidipasquino

Polo dovrebbe essere una aggregazione. Allora, sia chiaro, le destre si sono effettivamente, non da oggi, aggregate, poi hanno differenze e fanno confusione, ma polo. Il campo largo è diventato un polo progressista: PD, Articolo Uno, +Europa, e vabbé. Calenda e Renzi hanno messo temporaneamente sotto controllo i loro gonfi e incomprimibili ego, ma i numeri non fanno di Azione il terzo polo, ma il quarto. Prima di loro sta il Movimento 5 Stelle. In attesa delle coalizioni fra poli.

Soltanto il PD si oppone davvero alle destre @DomaniGiornale

Non deve essere così grave il pericolo fascista rappresentato da Giorgia Meloni se, da un lato, Calenda-Renzi, dall’altro, il ringalluzzito Conte sembrano impegnarsi soprattutto nell’erosione del Partito Democratico di Enrico Letta. In verità, contrariamente all’opinione di molti commentatori per i quali le parole e le impressioni contano più dei numeri e delle percentuali, non sembra in atto nessuna erosione. Anzi, i sondaggi più credibili indicano e documentano che da almeno un mese o poco più il Partito Democratico è, se non stabile intorno al 22 per cento, addirittura in leggera, forse impercettibile, crescita. Non solo, ma non si vede nessun effetto positivo della presunta erosione del PD sugli abusivi del Terzo Polo che rimangono bloccati su percentuali che sono quasi la metà di quelle dei veri Terzisti guidati da Conte. Il recupero dei Cinque Stelle che stanno inseguendo, forse raggiungendo Matteo Salvini, irrequieto leader della Lega, non sembra dovuto alla sottrazione di consensi a Letta, ma al possibile, probabile, rientro di elettori già pentastellati che si stanno ricredendo. D’altronde, il menu dell’offerta partitica non può sembrare maggiormente appetibile per chi aveva nutrito speranze di un reale cambiamento di sistema, certo, poi, disatteso, ma non senza esiti apprezzabili: reddito di cittadinanza e taglio dei parlamentari. Incuriosisce, però, che gli Azionisti e i Pentastellati mirino in particolar modo più a ricavarsi uno spazietto a spese del PD piuttosto che giocare a tutto campo anche con spirito repubblicano per impedire alla destra di conquistare la maggioranza assoluta dei seggi e forse più mettendola nelle condizioni di riformare la Costituzione repubblicana evitando l’eventuale sfida referendaria. Preoccupante sarebbe poi se Calenda-Renzi e Conte pensassero che il messaggio da mandare all’elettorato è che l’avversario principale è il Partito Democratico e non il trio delle meraviglie Meloni, Salvini, Berlusconi, le loro proposte programmatiche e valoriali, le loro collocazioni internazionali, le loro amicizie europee. Serenamente opposto a Giorgia Meloni, mi pare che Enrico Letta sia sostanzialmente uno dei pochi, unitamente a +Europa, a ritenere che la destra è per l’appunto l’avversario principale. Continuare a fare dell’ironia sul campo largo non soltanto non serve a nulla, neanche all’erosione immaginaria, ma significa non avere capito che, in effetti, l’avversario principale esiste e che, lui/lei sì, è da mesi il/la front runner. Non si fermerà quella corsa di testa proponendole, a quale titolo mai?, l’inserimento in un governo di unità nazionale che lo stesso proponente Calenda avrebbe in altri tempi carinamente definito accozzaglia e ammucchiata. Prima si contano i voti e i seggi. Poi si fanno i governi. Questa è la democrazia competitiva. Il resto non è “erosione”, ma confusione.  

Pubblicato il 7 settembre 2022 su Domani

La disfida delle agende di fronte agli elettori @DomaniGiornale

Le coalizioni (elettorali, politiche, di governo) si fanno fra contraenti che si fidano, su programmi concordati, per obiettivi condivisibili e condivisi. La pessima legge elettorale Rosato (stretto compagno d’armi del Presidente Renzi) obbliga a fare tutte le coalizioni immaginabili sotto forma di accozzaglie e ammucchiate e le premia. Certo, l’omogeneità iniziale è auspicabile, ma non necessariamente utile quando il problema consiste nell’attrarre il maggior numero di elettori. Ripetutamente Calenda ha affermato che l’Agenda Draghi, ovvero quanto impostato e lasciato in eredità dal Presidente del Consiglio uscente, è il suo programma, la sua agenda. Molto generosamente, se Draghi non potrà essere richiamato, Calenda si è messo a disposizione per guidare il prossimo governo. Poi, però, ha dimostrato di non avere quel coraggio che costituisce una virtù politica per eccellenza rifiutandosi di fare parte di una coalizione che includa Fratoianni (e Bonelli) poiché il leader di Sinistra Italiana ha votato 56 volte contro la fiducia a Draghi, poi anche pervicacemente contro l’adesione di Finlandia e Svezia alla Nato. Calenda ha, dunque, avuto paura che nel campo largo di Letta le sue idee, la sua interpretazione dell’Agenda Draghi sarebbero state sconfitte dalle idee di Fratoianni e Bonelli. Di conseguenza, è logico dedurne che ritiene, o semplicemente spera, che la sua agenda troverà maggiore spazio se corre da solo o, a giudicare da ipotesi che circolano, in coalizione con Matteo Renzi (più affidabile di Letta?).

Un’agenda elettorale, politica, di governo è destinata a camminare sulle gambe dei suoi portatori. Farà molta più strada se i portatori sono numerosi e autorevoli. Un embrione di “terzo polo” non soddisfa questa esigenza che, al contrario di quel che sembra avere in mente Letta, può essere conseguita candidando nei collegi uninominali tutte le personalità più autorevoli del Partito Democratico, di +Europa, di Sinistra Italiana e dei Verdi. In quei collegi i candidati dispiegheranno la loro forza propulsiva con l’obiettivo di attrarre e convincere quei molti elettori indecisi persino se votare. In coalizione Calenda avrebbe potuto dimostrare di stare selezionando o di avere già un pacchetto di classe dirigente nuova, all’altezza della sfida.

Infine, già di per se un’agenda di governo contiene una presa di distanza e una critica a tutte le proposte diverse e alternative, più o meno coerentemente impacchettate. Non vedo grande coerenza in molte proposte e posizioni della destra. Sarà importante per Letta e, se lo vorrà, per Calenda ricorrere puntualmente e puntigliosamente a quanto hanno messo nelle rispettive agende per marcare le distanze dalla destra e l’originalità concreta di quanto promettono di fare. A mio parere questo è il modo migliore per sanare lo strappo di Calenda e per consentire agli elettori di pronunciarsi a ragion, pardon, a agenda veduta.

Pubblicato il 10 agosto 2022 su Domani

Il giorno della rottura tra Carlo Calenda & Enrico Letta @RadioRadicale intervista Gianfranco Pasquino

Controcorrente, puntata di lunedì 8 agosto 2022 , intervista condotta da Lanfranco Palazzolo

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I candidati devono essere il volto della coalizione @DomaniGiornale

Se sia meglio procedere ad alleanze forzate da una pessima legge elettorale o correre liberi e leggeri in un campo largo verso una sicura sconfitta? This is the question alla quale Enrico Letta, segretario del Partito Democratico, invece di sognare ha dato una risposta realistica e costosa. Ai saccenti commentatori che per mesi si sono affannati a comunicare la loro preoccupazione, addirittra indignazione per il “ritorno alla proporzionale” è imperativo fare notare che la fin troppo vigente legge Rosato, un terzo maggioritari, due terzi proporzionale con la possibilità di candidature multiple salvaseggio (poltrona?), fra i suoi molti guasti, impone alleanze preventive inevitabilmente tendenti a ammucchiate. Una legge proporzionale avrebbe consentito a tutti di contarsi e agli elettori di valutare con maggiore chiarezza partiti e candidati, poi a ciascuno il suo.

   Nei collegi uninominali, le candidature sono il volto della coalizione che le esprime e le sostiene. Sono il veicolo dell’accordo programmatico. Agli elettori debbono offrire la garanzia che l’azione della coalizione, se vincente, si tradurrà nell’attuazione di quel programma. Il resto, emergenze e nuove tematiche, dovrà continuare a essere oggetto di discussione fra tutti coloro che compongono la coalizione. Se questa è l’interpretazione plausibile dell’accordo raggiuto fra PD, +Europa e Azione, i contraenti hanno di che rallegrarsi e i loro potenziali elettori sono messi in grado di esprimere una valutazione fondata su elementi chiari, il più evidente essendo quello dell’impegno a proseguire, con opportuni adattamenti, aggiunte e correzioni, l’agenda del governo Draghi. Forse dal punto di vista numerico il Partito Democratico è stato fin troppo generoso nei confronti dei suoi due comunque indispensabili alleati. Tuttavia, se l’alleanza avrà lo sperato effetto moltiplicatore i conti dovranno e potranno essere fatti meglio ad elezioni avvenute.

   Adesso l’attenzione deve necessariamente spostarsi e focalizzarsi sulle candidature, sulla loro qualità, sulla loro capacità di combinare esperienza e competenza, sul tasso di entusiasmo (“occhi di tigre”) che sapranno portare nella campagna elettorale. Dalle notizie estraibili da alcune, importanti, situazioni locali del PD sembra che il criterio dominante sia rappresentato dalla continuità della carriera, non dalle new entries che sembrano praticamente inesistenti. La mannaia del limite a due mandati quasi azzererebbe non solo i dirigenti del PD, ma i tre quarti e più degli attuali parlamentari e dei ricandidabili. A mio avviso sarebbe una scelta sbagliata, ma altrettanto sbagliata è la strada del ritorno di parlamentari, anche donne, di lungo e non proprio brillantissimo corso. Agli uomini e alle donne del PD non sarà sufficiente offrire la rassicurante rappresentanza in quanto usato sicuro. Le elezioni del 25 settembre 2022 non saranno in nessun modo simili a elezioni che abbiamo conosciuto nel passato. Si sprecheranno i paragoni (e non voglio suggerirne nessuno). Un punto deve essere sottolineato con forza: il 25 settembre si decidono collocazione e ruolo dell’Italia nell’Unione Europea e nella politica internazionale. Le candidature, non soltanto quelle del Partito Democratico, meritano di essere proposte e valutate con l’osservanza di questo criterio dominante, cruciale anche in caso di una sconfitta che rischia di segnare tristemente l’autunno del nostro scontento.

Pubblicato il 3 agosto 2022 su Domani

Il nuovo bipolarismo senza più programmi @DomaniGiornale

Molto ipocritamente Silvio Berlusconi, che ha sempre impostato, e talvolta persino vinto, le campagne elettorali sul suo nome e sulla sua persona fisica: “il corpo del leader”, afferma di non appassionarsi alla ricerca della candidatura del centro-destra a Palazzo Chigi. Lui sta lavorando al programma, sapendo che non è affatto facile produrre altre proposte mirabolanti come quelle del lontano Contratto con gli italiani del 2001 (e trovare un conduttore televisivo accomodante come Bruno Vespa che gli offrì tutta la sceneggiatura possibile). Tuttavia, il milione di alberi (trascurando che nel Piano di Ripresa e di Resilienza ne sono già previsti sei milioni) e i 1000 Euro al mese di pensione minima per tutte le nostre nonne e mamme è già un bel programma. No, Berlusconi non scrive programmi. “Spara” priorità incontrollabili. Forse gli italiani, a giudicare dai sondaggi che danno Forza Italia in netta flessione, gli hanno preso le misure. Non pochi, importanti parlamentari lo hanno lasciato, “tradito” sostiene lui con poca classe.

   Giorgia Meloni teme giustamente che Berlusconi e Salvini si siano già messi d’accordo per tradire l’impegno che chi prende più voti andrà a Palazzo Chigi. Nel bene, la coerenza politica della leader di Fratelli d’Italia, all’opposizione, e programmatica, atlantista più sovranista che europeista, è fuori dubbio. Lei, la sua figura è il programma, facile da capire, facile da votare anche se il fantasma del fascismo eterno non può essere esorcizzato. Meloni si giova anche del ruolo di reale contendente opportunisticamente attribuitole dal segretario del Partito Democratico Enrico Letta che spera in questo modo in un lungo e alto sussulto antifascista che riempia il suo “campo”, largo e aperto, ma tuttora non sufficientemente frequentato.

   Neppure nel centro-sinistra i programmi stanno al centro della proposta per attrarre e convincere l’elettorato. Calenda tenta di egemonizzare il centro intorno alla sua persona che agita in maniera frenetica. Mette dodici punti nero su bianco, ma sostanzialmente sono una revisione di quanto stava facendo e progettando il Presidente del Consiglio Mario Draghi. Dulcis neanche troppo in fundo, Calenda afferma che Letta non può essere il candidato per Palazzo Chigi. Verrà stanato e candidato l’irreprensibile Mario Draghi. D’altronde chi meglio di lui, se non è stanco, come in maniera poco elegante ha sostenuto Berlusconi per giustificarne la mancata fiducia, potrà aggiornare e attuare la sua agenda? Meloni verso Letta; non-draghiani verso draghianissimi: come è bello, anche no, il nuovo bipolarismo italiano (alle vongole avrebbe certamente aggiunto Ennio Flaiano). Comunque, sia chiaro che se lo meritano molti italiani, soprattutto quelli del #iononvoto.

Pubblicato il 27 luglio 2022 su Domani

Gli apllausi non faranno cambiare idea a Mattarella sul no a un mandato bis #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna, spiega che gli applausi della Scala a Mattarella non gli faranno cambiare idea, perché «non vuole che si ripeta ciò che è accaduto con Napolitano» e mette in guardia dalle elezioni anticipate in caso di elezione di Draghi al Colle, perché «agli occhi della Commissione europea l’Italia ha bisogno di stabilità».

Professor Pasquino, il leghista Fontana dice che nelle strategie per il Colle il Carroccio guarderà in primis a Renzi. È sorpreso?

Assolutamente no. Fontana ha fatto un’analisi adeguata dei movimenti di Renzi, il quale tuttavia è assolutamente inaffidabile ed essere sicuri che mantenga quel che dice nella trattativa è tutta un’altra storia. Renzi è vicinissimo a Berlusconi, sono al governo insieme ed entrambi sostengono di essere stati loro ad aver voluto Draghi, quindi la vicinanza Lega- Italia viva non sarà un problema per il centrodestra.

Potrebbe esserlo per Giorgia Meloni, che già da ora dice che dopo l’elezione del presidente della Repubblica si deve andare al voto.

Non so cosa farà Meloni dopo l’elezione del presidente, dipende da che tipo di governo verrà fatto nel caso in cui venga eletto Draghi. Ma Meloni deve sfruttare il suo ruolo in una coalizione di centrodestra e quindi l’unica cosa da fare è aspettare le elezioni politiche.

A proposito di elezioni, come giudica la vicenda Letta- Conte- Calenda sul collegio di Roma I?

È stata una vicenda molto mal gestita. Letta non doveva offrire niente a nessuno. Doveva essere Conte semmai a offrire la sua candidatura e in quel caso Letta doveva dare il suo avallo. Che sia stato un errore di Letta o uno di Conte la storia è comunque bruttina. Calenda si candida a tutto, lo trovo sconveniente. È un parlamentare europeo eletto nella circoscrizione del Nord Est con i voti del Pd e quello deve fare, non altre cose assolutamente riprovevoli, come cercare di dimostrare che sia lui a dominare la scena romana. Non è questo il modo di fare politica che preferisco.

Coraggio Italia e Italia viva si stanno muovendo assieme per formare una pattuglia consistente nella corsa al Colle. Crede che lo schema sarà riproposto anche alle Politiche del 2023?

Per le Politiche del 2023 bisogna aspettare di vedere che legge elettorale verrà fatta. Potrebbe arrivarne una che garantisca il centro, ma se dovessi farla io la farei in maniera che il centro non conti, a prescindere dai nomi, perché serve una competizione bipolare, non una che dà potere di ricatto ai partitini. Per quanto riguarda la corsa al Colle possono fare tutte le prove tecniche che vogliono, ma bisogna capire quale sia il loro candidato. I nomi girano a dismisura e se ne hanno uno dovrebbero dirlo adesso, per poi andare a parlare con il centrodestra e con il centrosinistra. Ci sono 234 miliardi da spendere e devono essere gestiti dal Colle più alto di Roma.

Crede che i cinque minuti di applausi con tanto di cori “bis” a Mattarella potrebbero fargli cambiare idea?

Mattarella non vacilla per applausi o critiche. È un uomo che ha una certa concezione della politica e parla solo dopo aver riflettuto molto. Ha detto che non vuole essere rieletto e manterrà questa idea. Sette anni sono lunghi, sono stati abbastanza difficili e non vuole che si ripeta ciò che è accaduto con Napolitano. Gli applausi sono stati corretti, non ho apprezzato invece quelle urla di bis, le ho trovate un po’ fuori luogo. Hanno certamente rallegrato il presidente ma eravamo alla Scala, non a San Siro.

Entrambi, sia la Scala che San Siro, erano gremiti, mentre in diverse parti d’Europa stadi e teatri sono chiusi. Anche questo è stato un segnale della nostra ripartenza?

Sì, ma dobbiamo tenere presente che il pubblico della Scala non è rappresentativo del paese e forse Draghi dovrebbe chiedere a quelle persone il famoso contributo di solidarietà.

Che non è entrato in manovra per divergenze in maggioranza, con conseguente sciopero di Cgil e Uil. Cosa ne pensa?

Non credo sia il momento di fare scioperi. Anche perché lo sciopero non cambierà nulla, tranne forse indebolire un po’ Draghi e Orlando. Se questo è l’obiettivo di Landini può anche raggiungerlo ma credo che Landini sia un compagno che talvolta sbaglia ed esagera. Ho l’impressione che questo sindacato difenda i garantiti e non si occupi di garantire altri e mantenere in moto la macchina dell’economia e della società italiana. Servirebbe un dialogo che non c’è stato perché Landini spesso ha alzato la voce e Draghi ha alzato le spalle.

Pensa che Draghi sia stia stancato di tenere uniti parti così diverse e stia pensando di correre per il Colle per poi indire le elezioni?

Non credo. Primo perché ho l’impressione che agli occhi di coloro che ci danno i soldi, cioè la Commissione europea, l’Italia ha bisogno di stabilità, non di una campagna elettorale di due mesi e la vittoria magari di qualcuno con una visione europea diversa. Andare al voto con Draghi al Colle penso sia sbagliato.

Calenda ha fatto il nome della ministra della Giustizia, Marta Cartabia. Almeno questa idea del leader di Azione la convince?

Calenda ha scelto Cartabia perché è politicamente corretto individuare una donna, e in questo momento lei è la più visibile tra le donne. È una legittima candidabile e presidenziabile, ma non è l’unica e non risponde nemmeno a tutti i requisiti che secondo me servono, come ad esempio un’esperienza politica maggiore rispetto a qualche mese al ministero della Giustizia.

Chi avrebbe questi requisiti?

(Sorride, ndr) Certo mi farebbe piacere avere al Colle il mio amico Draghi o il mio amico Pier Ferdinando Casini, che incontro sempre alle partite del Bologna o della Virtus. Casini ha la storia di un democristiano di destra, moderato. Non ha mai insultato nessuno, è stato presidente della Camera, è il decano del Parlamento italiano. Se eletto sarebbe totalmente indipendente. Riequilibrerebbe il sistema politico con competenza certa. La stessa che avrebbe Giuliano Amato, che viene criticato perché è stato molto più efficace degli altri nella sua azione politica. Ma non porrei nessun veto nemmeno a Rosy Bindi.

Pubblicato il 8 dicembre 2021 su IL DUBBIO

Dalle elezioni il governo esce rafforzato. Ora il premier accontenti il Pd #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Come soddisfare i dem? «Ad esempio con un atteggiamento molto favorevole sul rinnovo del reddito di cittadinanza, pur con le variazioni, sulle pensioni, sull’immigrazione e sullo ius soli»

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna, spiega che «Salvini e Meloni dovrebbero riflettere sui propri errori invece di scaricare le colpe su altri» e che il governo esce «appena rafforzato» dal voto, ma «ora Draghi deve rendersi conto che forse a qualche esigenza del Pd si deve rispondere».

Professor Pasquino, a chi è attribuibile la vittoria del centrosinistra alle Amministrative?

La vittoria è al 50 per cento di Letta. È stato ostinato, tenace, sobrio ed è riuscito a ottenere quello che voleva. Il restante 50 per cento è da dividere: attribuisco un 10 per cento a Conte, perché aveva fatto capire agli elettori del Movimento di votare per i candidati del centrosinistra; un 25 per cento agli stessi candidati, perché sono competenti e hanno buone idee per governare le loro città; un 15 per cento al programma complessivo del centrosinistra, che è meno contundente di quello del centrodestra. Sono rimasto stupefatto, come sa sono abbastanza critico del Pd ma Gualtieri, Lo Russo e anche Russo che ha perso a Trieste sono stati candidati efficaci. Insomma il centrosinistra ha scelto bene.

Il Movimento 5 Stelle è destinato a diventare junior partner del Pd nella coalizione di centrosinistra?

 Credo che ormai sia inevitabile. Il ruolo di Conte sarà quello di far passare alcune delle idee del Movimento nella coalizione. Non dimentichiamoci tuttavia che è riuscito a convincere una parte di elettori pentastellati romani che non era il caso di astenersi e men che mai di votare per Michetti. In una vittoria con il 60 per cento dei consensi è difficile che non ci siano anche elettori del M5S. Stessa cosa a Torino, ma a Roma l’apporto di Conte è stato diretto.

Letta ha parlato di coalizione larga, da Conte a Calenda, anche se quest’ultimo non è apparso molto entusiasta. Cosa ne pensa?

Credo che la coalizione debba fare affidamento sulle leadership che ci sono. Quindi purtroppo bisognerà parlare anche con Calenda e Renzi. Ma poi ci sono gli elettori, che sanno che o si allarga la colazione o il paese finisce in mano a Salvini e Meloni. Non sono affatto sicuro che Calenda riesca a convincere i suoi elettori a fare cose contronatura. Renzi ci proverà e alzerà il prezzo ma anche gli elettori di Italia viva sanno che è meglio sopravvivere in uno schieramento di centrosinistra che finire schiacciati da Lega e Fratelli d’Italia.

A proposito di Lega e Fratelli d’Italia, di chi è la colpa della sconfitta?

Salvini e Meloni dovrebbero riflettere sui propri errori invece di scaricare le colpe su altri. Non è il tempo che è mancato, sono loro che hanno scelto tardi i candidati. I quali sono stati pescati dai leader, prima di tutto Michetti e Bernardo. Scegliendo un politico a Milano il centrodestra sarebbe stato molto più competitivo. Dovrebbero riflettere anche sul fatto che i sondaggi fotografano una situazione per quel che riguarda l’andamento del partito ma dall’ultima fotografia sono accadute alcune cose, come il caso Morisi, il caso Fd’I a Milano, l’assalto alla Cgil. Fatti non prodotti dalla sinistra, ma dai loro seguaci.

La forte astensione è causata dalla pandemia, dal fatto che tutti i partiti tranne Fratelli d’Italia sostengono Draghi o cos’altro?

Lascerei stare Draghi, che non c’entra niente. Ci mancherebbe che collegassimo l’astensione alla soddisfazione o meno sul governo Draghi. Il punto è che chi vuole vincere deve saper mobilitare i propri elettori e sia Salvini che Meloni non l’hanno saputo fare. Il Pd evidentemente ha una capacità di mobilitazione maggiore. Forse la Meloni doveva impegnarsi di più in prima persona, non soltanto a Roma.

Non pensa ci sia comunque un problema di disaffezione nei confronti della politica?

Dell’astensionismo dobbiamo certamente preoccuparci, perché è chiaro che una parte di elettori crede poco in questa politica e quella parte va recuperata. Ci sono poi strumenti che facilitano la partecipazione, come il voto per posta, e questi strumenti ormai andrebbero presi in considerazione per recuperare un 5, forse 10 per cento di astenuti.

Crede che una legge elettorale di stampo proporzionale, di cui già si parla, porrebbe le basi per la nascita di un nuovo centro?

Non sono dell’idea di costruire un centro artificiale mettendo insieme Calenda, Renzi e altri. Vorrei che fosse un’operazione più limpida e non fatta solo per dare ragione al direttore del Corriere della Sera o a qualche suo editorialista. Poi possiamo anche avere una legge proporzionale ma dev’esserci uno sbarramento per evitare la frammentazione del sistema politico e per impedire il potere di ricatto di qualche partitino.

Crede che il Pd per la troppa euforia o la Lega per sparigliare le carte potrebbero staccare la spina al governo e chiedere elezioni anticipate?

Mi pare che dal punto di vista numerico non basta che la Lega esca dal governo perché si vada a votare. E sarebbe anche un atto abbastanza grave, non condiviso da almeno un terzo del partito. Il governo sarebbe uscito indebolito se avesse vinto il centrodestra. Ne esce invece come prima o forse appena rafforzato, ma ora Draghi deve rendersi conto che forse a qualche esigenza del Pd si deve rispondere.

In che modo?

Ad esempio avendo un atteggiamento molto favorevole sul rinnovo del reddito di cittadinanza, pur con delle variazioni, sulle pensioni, sull’immigrazione e sullo ius soli. Sarebbe il modo migliore per compensare il Pd, che è l’alleato fin qui più forte e credibile del governo.

Cosa cambia in vista del voto per il nuovo presidente della Repubblica?

È ancora troppo presto, dico solo che il nome giusto sarebbe quello di Pier Ferdinando Casini, che è un decano del Parlamento, apprezzato da tutti, con molte conoscenze e infine un bravo ragazzo. Ma su alcune candidature ci sarà uno scontro bestiale. Preferirei non venisse eletto Draghi, perché vorrei che il governo andasse avanti fino al 2023. Ma deve scegliere lui, che ne sa più di me e lei. È una sua scelta personale.

Pubblicato il 20 ottobre 2021 su Il Dubbio

Sondaggi: al PD lo zero virgola più non basta @fattoquotidiano

Appena visto un “clamoroso” 20,8 per cento di intenzioni di voto degli italiani per il Partito Democratico, inopinatamente diventato, in seguito allo scivolamento all’indietro della Lega, il primo partito in Italia, il segretario Enrico Letta solennemente dichiara: “Il Pd è primo. Stare in questo governo ci fa bene” (titolo dell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 13 giugno). Molto sobriamente, senza festeggiamenti, anche i leader delle tre correnti del PD, tutti e tre ministri, concordano. Guerini, Franceschini e Orlando al governo si trovano davvero a loro agio. C’è qualcuno, che si chiama Giorgia Meloni, che sostiene che anche all’opposizione si può stare molto bene. Infatti, Fratelli d’Italia è il partito che fa registrare la crescita maggiore in termini di intenzioni di voto lanciata verso il sorpasso della Lega malamente di lotta non convintamente di governo. Gli zero virgola di crescita del PD non sono entusiasmanti, soprattutto se messi a confronto con le percentuali di aumento dell’approvazione del governo in quanto tale e personale di Draghi. Quasi nessuno, neanche il loquace stratega di qualche tempo fa, ha osato dire alto e forte che, comunque, con il 20,8 il PD non va da nessuna parte. Per fortuna che il segretario ha lanciato la proposta non proprio innovativa di una Federazione dei partiti/liste di sinistra che, oltre al Movimento 5 Stelle, dovrebbe dare un’occhiatina anche al centro. Purtroppo, lì c’è un’occupazione manu militari da parte di Italia Viva del Renzi e di Azione di Calenda. “Sfondare” non sarà facile, ma anche “assembrarli”, date le caratteristiche dei due, sembra un’operazione alquanto costosa!

Adesso, sostiene Letta, bisogna “aprire [con il cacciavite?] un cantiere per le Politiche”. Nel frattempo, nelle Amministrative è già successo un po’ di tutto, non governato da nessuno, da Torino a Roma, con i pentastellati, che sono, necessariamente, il referente senza il quale il PD riuscirebbe a vincere in pochi comuni, ancora incerti anche su un minimo di convergenza. Dal canto suo, Conte, che, senza la convergenza sarebbe inevitabilmente destinato ad un’opposizione nella quale emergerebbero i suoi avversari interni, ha fatto un bel regalo a Letta. Ha dichiarato che nelle primarie bolognesi auspica la vittoria del candidato ufficiale del PD contro la sfidante, l’(ex-)renziana Isabella Conti, la quale proprio sola non è avendo sostegno anche dentro il PD.

Non mi risulta che a Sciences Po insegnino ad aprire cantieri e immagino che Letta sappia guardare alle esperienze edilizie italiane, magari dimenticandole quasi tutte, soprattutto l’Unione del 2006, esempio massimo di come non si costruisce una coalizione. Eppure, la Francia almeno una lezione la può insegnare a tutti: quella dell’importanza del tipo di competizione politica e elettorale per incentivare forme di aggregazione fra forze non troppo distanti fra loro che sappiano convergere su un progetto. Quel che so è, senza nessuna mia ostilità preconcetta, che una legge elettorale proporzionale è lo strumento meno adatto a incoraggiare alleanze prima del voto e a premiare aggregazioni. Al contrario, ciascuno andrà a caccia dei suoi voti, poi, dopo la conta, si faranno i governi. Non sembra che Letta abbia un interesse particolare per le technicalities della legge elettorale. Meglio che faccia una riflessione approfondita. La materia è di tale importanza, per l’oggi e per il domani, per ristrutturare il sistema dei partiti italiani, che bisogna che il segretario s’impegni per ottenere un esito positivo e duraturo.

Stare al governo con Draghi, non m’impelagherò nella discussione se Draghi fra sei mesi andrà al Quirinale, per il PD è positivo anche nella misura in cui serve, compito nobile, a controbilanciare e contrastare la Lega. Tuttavia, il segretario Letta deve quantomeno interrogarsi se alla fin della ballata tutti i meriti andranno al capo del governo che, per fortuna, non cederà alla tentazione di farsi un suo partito anche se già sento stuoli di politici interessati ad imbarcarvisi. Quel cantiere che Letta vuole aprire e fare funzionare è il luogo nel quale le proposte da lui formulate finora senza nessun successo e con pochissima audience debbono essere riprese e rilanciate anche come parte della pallidissima identità del PD. La tassa di successione mi pare del tutto opportuna. La legge sullo jus soli (oppure sullo jus culturae) è uno strumento importante di integrazione non soltanto perché l’Italia ha bisogno di immigrati, meglio se giovani, ma perché suggerisce che tipo di paese vogliamo essere. Avrei delle perplessità sul voto ai sedicenni, ma qualche modalità per coinvolgere i giovani nel mondo della politica e del lavoro mi sembra assolutamente indispensabile. Concludo drasticamente: al PD fa bene stare al governo se riuscirà a ottenere qualche riforma sua. Il resto sono solo buone intenzioni (di voto).

Pubblicato il 16 giugno 2021 su Il Fatto Quotidiano