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Regioni sgangherate e sprecone. Riforme confuse e sbagliate

ItaliaOggi

Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi

Che cosa ci aspetta in questi mesi pre-referendum istituzionale sul quale Matteo Renzi ha scommesso (forse9 la sua leadership? Ecco le previsioni di un politologo, Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’università di Bologna e docente di European studies alla Johns Hopkins University (sede di Bologna. I suoi ultimi libri. Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi 2015) e La Costituzione in trenta lezioni (Utet 2016).

Domanda. Il referendum è trasformato in una consultazione pro o contro Renzi: questa volta non si può dire che i politici non ci mettano la faccia…
Risposta. In verità, il capo del governo ci mette la faccia in maniera assolutamente impropria. Vale a dire, incanala il dibattito non sul merito delle riforme che ha fatto, ma sulla sua permanenza in carica. Tecnicamente, il suo è un ricatto plebiscitario del tipo: “Se non accettate le mie riforme vi punisco con l’instabilità governativa”. Se per respingere un pacchetto pasticciato di brutte riforme, bisogna correre il rischio delle dimissioni di Renzi, lo si corra. Altri governi sono possibili. Altre riforme sono preferibili. Non esistono né uomini, né donne, né riforme della Provvidenza.

D. Però dopo tanti anni di immobilismo non è un bene che finalmente finisca il bicameralismo perfetto e quindi intanto mettere nel paniere questo importante cambiamento? Non c’era il rischio che continuando a discutere, con tanti pareri in campo, si finisse come sempre è accaduto, nell’immobilismo?
R. Negli anni Novanta si sono fatte riforme, come quella elettorale e la legge sui sindaci. Negli anni Duemila, sono stati riformati i rapporti fra Stato e autonomie locali, è stata fatta un’altra riforma elettorale, è arrivata anche la Grande Riforma (56 articoli) berlusconiana bocciata da un referendum. Il bicameralismo italiano non era perfetto, ma paritario. La riforma renzian-boschiana non abolisce affatto il bicameralismo. Lo trasforma in maniera confusa. Qualcuno dei riformatori è in grado di portare esempi relativi a gravi problemi di legislazione e di rappresentanza prodotti dal senato? Altro che immobilismo. Grande, persino eccessivo attivismo. È stato il Senato a rallentare la legislazione italiana e a inquinarla? Il parlamento italiano è stato regolarmente più produttivo di leggi dei parlamenti inglese, tedesco, spagnolo e francese. La nient’affatto chiara divisione di competenze legislative fra Camera e Senato trasformato e la possibilità di richiami dei disegni di legge suggeriscono che emergeranno molti conflitti costosi in termini di tempo e di energie.

D. La riforma istituzionale divide i costituzionalisti: come mai esperti e studiosi sono tanto in dissidio tra loro su una questione che è anche tecnica?
R. Mai affidare la riforma di una Costituzione esclusivamente ai giuristi. Conoscono le norme, non abbastanza il sistema politico. I giuristi non sono attrezzati per fare analisi comparate. Raramente si ricordano che le istituzioni sono popolate da attori molto influenti, a cominciare dai partiti. Comunque, in questo caso, dietro il conflitto tecnico stanno due schieramenti entrambi alimentati dal capo del governo: coloro che lo sostengono in odio ad un passato che poco conoscono o hanno dimenticato e coloro che vi si oppongono poiché non vogliono le sue brutte riforme e temono un future di pulsioni autoritarie e di pericolose confusioni istituzionali. A costoro, con grande finezza, Renzi ha già fatto sapere che li “spazzerà via”. Riforme condivise?

D. Lo spacchettamento del referendum proposto dai radicali sarebbe una strada utilmente percorribile?
R.Chi è interessato al merito delle riforme deve pervicacemente desiderare lo spacchettamento anche perché alcune materie sono tutt’altro che omogenee. Per esempio, con la trasformazione del Senato, l’abolizione (giusta) del CNEL non c’entra nulla. Anche una nuova disciplina dei referendum merita di essere analizzata e valutata separatamente. Tuttavia, i “plebiscitari” non possono rinunciare al grande composito pacco: prendere o lasciare. Fanno molto male.

D. Quale rapporto c’è tra la legge istituzionale e l’Italicum? Con la modifica dell’Italicum cambierebbe il suo giudizio sulla legge istituzionale?
R. No, la mia valutazione complessiva rimarrebbe comunque negativa. Essendo butte tutt’e, legge elettorale e revisione costituzionale, non è che qualche ritocchino cosmetico ad un Italicum dall’impianto sbagliato potrebbe farmi cambiare idea. Il combinato disposto fra revisione istituzionale e legge elettorale accentua lo squilibrio dei poteri a favore del governo, per di più già abbondantemente premiato dal bonus non perché, e questo punto merita la massima attenzione, si troverà con una maggioranza di 340 seggi, ma perché nel migliore dei casi, se vince un partito del trenta per cento, otterrà quasi il raddoppio dei suoi seggi. Sia la legge elettorale tedesca sia quella francese sono nettamente superiori all’Italicum in quanto a potere conferito agli elettori e alle modalità di formazione del governo.

D. Lei ritiene che si arriverà comunque alla fine della legislatura?
R. La sopravvivenza della legislatura mi pare un interrogativo del tutto marginale. Un governo e un parlamento meritano di durare se fanno qualcosa di utile per il Paese. Se no tornino a spiegarsi davanti agli elettori. Le dimissioni di Renzi, quando avrà perso il plebiscito, non implicano affatto lo scioglimento automatico del Parlamento. Mattarella può imitare gli esempi luminosi dei suoi predecessori. Scalfaro negò lo scioglimento due volte: a Berlusconi nel dicembre 1994 e a Prodi nell’ottobre 1998. Napolitano lo negò tanto a Berlusconi quanto al centro-sinistra nel novembre 2011. Credo che entrambi, il vecchio democristiano e il vecchio comunista, abbiano operato in maniera politicamente e costituzionalmente corretta. Altrettanto mi aspetto dal Presidente Mattarella.

D. Che ruolo potrà giocare in questi mesi la minoranza Pd bersaniana-cuperlana-speranzana?
R. La minoranza del PD deve spiegare che cosa vuole davvero per la Costituzione, per il governo del paese, per la ristrutturazione della sinistra, per il ruolo dell’Italia in Europa. Le doverose punzecchiature a Renzi e le periodiche prese di distanza non sono servite e non serviranno a un bel niente. Tengo basse le aspettative sulle capacità di elaborazione strategica delle minoranze Pd ma vorrei vedere una loro impennata che suggerisca come giungere ad una democrazia di buona qualità che, certo, non è quella che si intravede all’ombra del partito della nazione Renzi-Alfano-Verdini.

D. Pessimista sulla minoranza Pd. E sul ruolo del presidente della Repubblica?
R. Il presidente Mattarella ha affermato che vuole fare l’arbitro. Ottimo. Vorrei suggerirgli che dovrebbe prendere esempio dagli arbitri del football americano: fischiare le azioni fallose e, poi, spiegare alto e forte quale fallo punisce e come. Lascerei perdere qualsiasi inclinazione alla moral suasion per politici che si piegano non di fronte alla soffice persuasione ma solo alla esplicita costrizione

D. Le prossime elezioni amministrative influiranno sull’esito del referendum?
R. Direi di sì. Quanto influiranno dipende dagli esiti in particolare di Milano e di Roma. Credo che influiranno significativamente anche sul centrodestra spappolato e sul M5S nel suo posizionamento per la conquista di Palazzo Chigi.

D. A posteriori, e dopo tante polemiche, la cancellazione delle Province sembra avere colto nel segno della semplificazione istituzionale a livello locale, anche con qualche risparmio. Ne vogliamo dare atto a Renzi?
R. Quanto siano effettivamente state cancellate e non soltanto messe in stallo le Province ancora non lo sappiamo. Siamo in attesa delle città metropolitane, ma credo sia lecito porre due domande:1. Per quanto tempo l’Italia dovrà tenersi Regioni sgangherate e costose? 2. Non sarebbe meglio se il riassetto del Titolo V desse una spinta decisiva al riaccorpamento delle regioni?

Pubblicato il 27 aprile 2016

La sinistra soffre di nostalgia

E purtroppo non dispone né di uomini, né di idee forti.

Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi

ItaliaOggi

Caos Senato. Era o no possibile seguire una strada di discussione costruttiva e di condivisione senza cadere nell’immobilismo e nell’ostruzionismo? Il fatto che una riforma cruciale come quella che muta radicalmente l’assetto costituzionale avvenga tra tatticismi, trabocchetti, offese è il segno che la politica italiana non è ancora diventata adulta? E, soprattutto, dopo questa bagarre e questi strappi, la legislatura continuerà come prima o rimarranno le ferite? Ne parliamo con Gianfranco Pasquino, tra i politologi più arguti, ha diretto Il Mulino e la Rivista italiana di scienza politica, docente emerito (scienza della politica) all’università di Bologna, professore di European studies alla Johns Hopkins University. Sono appena usciti due suoi volumi, Cittadini senza scettro (Egea) e A changing republic, politics and democracy in Italy (ne è coautore, Edizioni Epoké).

Domanda. Partiamo dal suo libro: cittadini con o senza lo scettro?

Risposta. Dal punto di vista sia della nuova legge elettorale sia della non elezione del senato sia dell’aumento del numero di firme per richiedere un referendum sia, infine, della pure augurabile, scomparsa delle province, il pacchetto di riforme Renzi-Boschi comprime e riduce il potere elettorale dei cittadini. Non restituisce affatto lo scettro (della sovranità popolare). Al contrario, lo ammacca, per di più, senza nessun vantaggio per la funzionalità del sistema politico. Peccato che i mass media non abbiano saputo né voluto discutere a fondo la qualità delle riforme, troppo interessati agli scontri, in definitiva poca roba, dentro il Pd e ai trasformisti che si affollano alla corte del fiorentinveloce. Quanto ai costituzionalisti, l’estate ha consentito ai più accondiscendenti di loro di esibirsi en plein soleil.

D. Quali le riforme sbagliate e quali quelle possibili?

R. Tutte le riforme sono sbagliate. Alcune lo sono nel loro impianto stesso; altre lo sono nelle probabili conseguenze. L’Italicum è una versione appena corretta del Porcellum. Se il bicameralismo «imperfetto» va superato, allora la vera riforma è l’abolizione del senato, non questo bicameralismo reso ancora più imperfetto e pasticciato. Bisognava guardare alle strutture e ai meccanismi che funzionano altrove. Quindi la scelta elettorale doveva essere fra il sistema proporzionale personalizzato tedesco e il doppio turno nei collegi uninominali di tipo francese.Una volta deciso di avere una camera rappresentativa delle Regioni il modello migliore era e rimane il Bundesrat: 69 rappresentanti che, populisticamente, costano meno di cento, e che, politicamente, sono molto più efficaci di cento personaggi designati, nominati o ratificati, mai dotati di autonomo potere decisionale e personale. Per il referendum, l’aumento del numero di firme per richiederlo dovrebbe essere compensato con la riduzione del quorum per la sua validità. Per le autonomie locali, bisognerebbe prevedere forti incentivi per l’aggregazione dei piccoli comuni, ma anche qualche «castigo» per chi vuole rimanere per conto suo.

D. Quali saranno le conseguenze sull’intero sistema politico della nuova legge elettorale?

R. Darà una maggioranza assoluta ad un partito, sottorappresenterà le opposizioni, produrrà una camera dei deputati fatta per almeno il 60 per cento, forse il 70, di parlamentari nominati che non avranno nessun bisogno di rapportarsi ad elettori che neppure li conoscono. Pertanto, l’Italicum aggraverà la crisi di rappresentanza.

D. È utile un eventuale referendum contro l’Italicum o creerà più confusione?

R. Sono sempre favorevole ai referendum. Sull’Italicum, però, dovrebbe esprimersi la Corte Costituzionale in coerenza con la sua sentenza n. 1/2014 che ha fatto a pezzi il Porcellum. Dovrebbe bocciare le candidature multiple e imporre una percentuale minima per l’accesso al ballottaggio. Qualsiasi referendum elettorale consente di aprire una discussione vera su pregi, nessuno, e difetti, moltissimi, dell’Italicum.

D. Poi ci sarà un altro referendum. In fondo, al di là delle critiche, vi sarà un referendum su cui esprimersi sulle leggi costituzionali

R. Fintantoché non sarà stravolto, l’art. 138 è limpido. Il referendum costituzionale è facoltativo. Può essere chiesto (qualora la riforma costituzionale non sia stata approvata da una maggioranza parlamentare dei due terzi) da un quinto dei parlamentari oppure da cinque consigli regionali oppure da 500 mila elettori. I referendum chiesti dai governi, da tutti i governi, compreso quello di Matteo Renzi, sono tecnicamente dei plebisciti, fra l’altro monetariamente costosi, e sostanzialmente inutili tranne che per il capo di quel governo. Populisticamente dirà che il popolo è con lui. È lui che lo interpreta e lo rappresenta, non le minoranze dentro il Pd, non l’opposizione politico-parlamentare, meno che mai i gufi. E’ dal popolo che lui sosterrà di avere avuto quella legittimazione che gli manca da quando produsse il ribaltone del governo Letta. Ovviamente si tratta di un inganno.

D. Il presidente del senato riuscirà a gestire la bagarre (per altro già incominciata)?

R. Il presidente del senato si barcamena. Barcolla, ma non tracolla. Certo, lo dico non come critica alla persona di Grasso, sarebbe stato preferibile un presidente con una storia politica e parlamentare alle spalle, con conoscenza diretta dei suoi colleghi. Per fortuna, Grasso può ricevere ottimi consigli dai preparatissimi funzionari del senato. Speriamo li ascolti.

D. Dopo tanto tempo non era comunque arrivato il momento del decisionismo, magari poi emendabile?

R. No, è una grossa bugia quella che finalmente si fanno le riforme dopo decenni di immobilismo. Nei 30 anni anteRenzi abbiamo fatto due riforme elettorali, una bella legge per l’elezione dei sindaci, due riforme costituzionali del Titolo V e siamo anche riusciti a introdurre le primarie. Tutte riforme brutte? Ma quelle che ci stanno arrivando addosso sono almeno belline? Proprio no. Sicuramente emendabili, appena si accorgeranno che hanno squilibrato e impasticciato il sistema. Ma perché non migliorarle subito?

D. Con la riforma costituzionale cambia anche il ruolo del Presidente della Repubblica: continuerà ad avere una funzione di garanzia?

R. Ahimè, temo che il presidente della Repubblica sarà ingabbiato. Non nominerà il presidente del Consiglio poiché questi sarà automaticamente il capo del partito/lista che ha vinto il premio di maggioranza, e pazienza. Ma, più grave, non potrà sostituirlo. Il sistema s’irrigidisce e quindi può anche spezzarsi rovinosamente. Non potrà, il presidente della Repubblica, neppure opporsi alla richiesta faziosa di scioglimento del parlamento. Altro irrigidimento, altro rischio. Potrà, però, bella roba senza nessuna logica istituzionale, nominare cinque senatori nella camera delle regioni.

D. Berlusconi, Grillo, Salvini: tutti e tre fuori gioco alle future elezioni politiche?

R. Il vecchio Berlusconi sarà certamente fuori gioco nel 2018 quando avrà 82 anni. L’allora cinquantenne Salvini sarà pimpante, battagliero, con una nuova felpa colorata, ma consapevole di non potere vincere da solo e altrettanto consapevole che la sua politica gli impone di correre da solo per prendere tutti i voti che può, che saranno molti, ma non abbastanza. Grillo è il giocatore che si trova nelle condizioni migliori. Stando così le cose, continuando l’insoddisfazione degli italiani nei confronti della politica, dell’euro, dell’Unione europea, e rimanendo il premio in seggi da attribuire a partiti e/o liste singole, il candidato di Grillo alla presidenza del Consiglio andrà al ballottaggio e parte dell’elettorato italiano gli consegnerà il proprio pesante voto di protesta. Ne vedremo delle belle.

D. E che ne sarà dell’alleanza Berlusconi-Salvini?

R. Costretti ragionevolmente ad allearsi, ma scoraggiati a farlo dal sistema elettorale. Poi, sicuramente, il centro-destra dovrà fare i conti con altre grane che verranno da Alfano&Co. e dalla crescita di popolarità di una donna politica molto efficace, la Sorella d’Italia Giorgia Meloni.

D. Si riuscirà a ricomporre la sinistra al di fuori del Pd? O l’esempio della Grecia, coi radicali di sinistra fuori dal parlamento, vale anche per l’Italia?

R. La sinistra non sa e non vuole ricomporsi. Non ha nessun punto programmatico forte. Non ha neppure un leader attraente com’è Tsipras in Grecia, o com’è Pablo Iglesias di Podemos in Spagna. La sinistra italiana testimonia la sua nostalgia (non quella degli elettori) e si crogiola nella sconfitta, tutta meritata.

Pubblicato il 2 ottobre 2015

Pd bloccato: resterà quello che è

Italia oggi

Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi

L’Italicum è passato ma «le elezioni politiche non sono vicine. Anche se le promesse del presidente del Consiglio sono spesso state disattese (per esempio nei confronti di Enrico Letta e riguardo alla necessità di un passaggio elettorale per andare a Palazzo Chigi), la legislatura durerà fino al 2018, o poco meno. Al momento, Renzi non ha molto da incassare».

Con Gianfranco Pasquino analizziamo il dopo-Italicus. Pasquino è tra i politologi più arguti, ha insegnato scienza della politica all’università di Bologna, ora è professore di European studies alla Johns Hopkins University. Ha diretto Il Mulino e la Rivista italiana di scienza politica.

Per Enrico Letta la prova di forza di Renzi sull’Italicum lo accomuna a Berlusconi…

L’Italicum nasce dal Porcellum e dall’accordo fra Renzi e Berlusconi. Che poi Berlusconi abbia cambiato idea, pur rimanendo diversi elementi del suo Porcellum, dipende dal suo pressapochismo e dalla sua, in questo caso, malposta furbizia. Da molti punti di vista, Renzi è Berlusconi dopo Berlusconi, ma con quasi quarant’anni di meno, in un sistema politico tuttora deteriorato, senza un’opposizione decente. Sì, in parte Letta ha ragione. Renzi è la continuazione del berlusconismo con altri mezzi e più energia.

Che ne sarà del Pd dopo questa prova lacerante?

Il Pd rimarrà più o meno quello che è. Nato male, guidato mediocremente, prima da Veltroni, poi da Bersani, il Pd è diventato il partito di Renzi e e dei renziani di tutte le ore e di tutte le sfumature. La battaglia di idee e fra persone può essere condotta sia dentro sia fuori il Pd (fuori c’è spazio ma non tantissimo). Le difficoltà saranno, comunque, molto grandi.

Poi ci sono gli alleati di governo, quel Ncd-Udc guidato da Angelino Alfano e Pierferdinando Casini.

Il loro partito riuscirà magari persino a superare la soglie del 3 %. I leader si saranno così trovati luoghi sicuri per la candidatura e per il ritorno in parlamento. Ma la loro capacità di influire sul dibattito politico (e, parola grossa, culturale) è e sarà inesistente, pressoché nulla.

D. L’arco costituzionale termina col centrodestra. Come interpretare la sua crisi?

Sì, c’è crisi, le opposizioni di destra sono diverse, frammentate, debolissime. Gran parte della loro debolezza (e frammentazione) dipende dall’autunno del patriarca. Fu Berlusconi a rendere rilevante la Lega e a portarla al governo. Fu Berlusconi a sdoganare il Movimento sociale, a obbligarlo a diventare Alleanza nazionale e dare ad alcuni suoi esponenti cariche di governo. Adesso, da un lato, Berlusconi non controlla neppure più Forza Italia e, aggrappato ad un brandello di potere, non sa e non vuole trovare un successore. Anche se ritengo che Marina, portatrice del brand Berlusconi, sarebbe la candidata ideale. Dall’altro lato, anche per colpa dell’Italicum, l’ex-Cavaliere non potrà svolgere il ruolo di federatore del centro-destra dei moderati. In tale situazione se i moderati voteranno Renzi non sarà per suo merito, ma per demerito di Berlusconi.

Neppure Matteo Salvini riuscirà a proporsi leader del centrodestra?

La competizione fra Salvini e Berlusconi è limitata. Berlusconi sa che sta fuoriuscendo dalla scena politica. Nel 2018 avrà quasi ottantadue anni. Salvini sa che potrà anche conquistare più voti di Berlusconi, ma non riuscirà mai né a svolgere il ruolo di federatore né a vincere un’elezione nazionale. Tertium datur.

Allora rimane il partito della Nazione, evocato da Renzi. Pensa che le prossime elezioni regionali saranno una prova generale di questo nuovo soggetto politico?

Non credo che le prossime elezioni regionali daranno impulso al partito della Nazione al quale né De Luca in Campania né Raffaella Paita in Liguria possono dire di appartenere. Quanto alle liste civiche, otterranno qualcosa, ma sicuramente non sono il nuovo che avanza, ma spesso il vecchio che si perpetua in altre forme. No, un conto sono gli slogan, un altro la loro praticità. Le prossime lezioni regionali saranno ancora una gara tra centrosinistra e centrodestra, pur con qualche trasformista collocato qui e là.

Azzardiamo una previsione. Chi vincerà le elezioni regionali? E quanto rimarrà in carica il parlamento?

Non sono un astrologo ma ci provo. La legislatura durerà fino al 2018 o giù di lì. Le elezioni regionali non le vincerà il centro-destra, ma neppure ne uscirà stritolato. Non credo che il Pd ne uscirà rafforzato. Vincerà il partito dell’astensione, ma stigmatizzo: chi non vota non raccoglie. Mi limito a sottolineare che il 68 % degli emiliano-romagnoli che non sono andati a votare nel novembre 2014 non hanno ottenuto un bel niente.

D. Altri fronti politici si stanno aprendo per il governo, a incominciare dalla scuola. Lei ritiene che quello dell’Italicum sia definitivamente chiuso?

Sono tra coloro che non dà per scontata la firma del Presidente della Repubblica. Il Presidente, memore della legge che porta il suo nome che, seppure con qualche inconveniente, è nettamente migliore di questa, potrebbe bocciare l’Italicum. Quantomeno, ricordando che fu tra i giudici costituzionali che fecero a pezzi il Porcellum, potrebbe e, secondo me, dovrebbe restituirla al parlamento affinché ponga rimedio ai punti più controversi, per lo meno eliminando i capilista bloccati e cancellando le candidature multiple.

Pubblicato su Italia oggi il 6 maggio 2015