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Nell’Unione contano i voti e le capacità #UE #Euco #NominationsUE #NomineUE @EUparliament

No, a Bruxelles non c’è stato uno scandaloso mercato fra capi di governo per l’attribuzione delle cariche -non delle “poltrone”, come scrivono i commentatori succubi del linguaggio populista. Si sono svolti legittimi e fisiologici negoziati fra esponenti politici e istituzionali di alto livello, tutti dotati di legittimità democratica, per scegliere le personalità che governeranno l’Unione Europea e la sua politica monetaria nei prossimi cinque anni. Succede esattamente così in ciascuno dei sistemi politici nazionali. Si vota, si contano i voti e i seggi, si forma una coalizione in grado di avere il consenso di una maggioranza assoluta e si scelgono le persone che di quella maggioranza e delle sue preferenze sono rappresentative e che hanno la biografia politica e professionale tale da garantire un buon rendimento nella carica ottenuta. Qualunque altra interpretazione, in particolare quelle che descrivono litigi e traffici, ricatti e imposizioni, non soltanto sono sbagliate, ma segnalano l’ignoranza dei commentatori riguardo al funzionamento di un sistema politico democratico. Avrebbe vinto la Germania poiché la prescelta a guidare la Commissione è una democristiana ministro nel governo di Frau Merkel? Ha vinto la Francia poiché a sostituire Draghi alla Presidenza della Banca Centrale Europea va la francese Christine Lagarde, certamente non una “macroniana”? Allora ha vinto anche il Belgio poiché alla guida del Consiglio europeo andrà il suo Primo ministro liberale Charles Michel. L’interpretazione corretta, che serve anche a capire meglio come funziona l’Unione, è che le cariche rispondono alla distribuzione del potere politico fra gli Stati-membri e fra le famiglie politiche costituitesi nel Parlamento europeo. Da sempre, per il loro peso politico e economico, Germania e Francia hanno maggiore influenza, ma sempre contano anche le qualità delle candidature e, oggi, con l’ingresso in forze dei sovranisti-populisti nell’europarlamento, si è dovuta formare una maggioranza parlamentare europeista più ampia. Candidato dal gruppo dei Socialisti e Democratici, l’italiano David Sassoli è stato eletto alla Presidenza del Parlamento Europeo. Questa non è certamente una vittoria dell’Italia, anche perché né i leghisti né gli europarlamentari delle Cinque Stelle l’hanno votato. Al suo terzo euro mandato, Sassoli ha vinto grazie alla stima personale di cui gode. Quando l’Europarlamento avrà approvato la nomina di Ursula von der Leyen, la parola passerà ai governi nazionali che debbono nominare ciascuno, tranne i tedeschi, un loro commissario in consultazione con il Presidente della Commissione indicando la preferenza per quale settore di competenza. Infine, la parola decisiva spetterà all’Europarlamento che dopo approfondite audizioni nelle varie Commissioni esprimerà il suo voto sui singoli Commissari e complessivamente sulla Commissione. È una procedura esigente e trasparente che non lascia spazio a ricatti, consente di apprezzare la democraticità dell’UE e non esclude, purché correttamente motivate, le critiche.

Pubblicato AGL il 4 luglio 2019

 

La solitudine del numero primo

Noi che non conosciamo personalmente i G(randi) 7 della Terra, ma abbiamo studiato la scienza politica e le relazioni internazionali, ci permettiamo di commentare da lontano l’esordio sul palcoscenico del mondo del Premier italiano Giuseppe Conte: la solitudine del numero primo. Le foto ce lo mostrano al tavolo degli incontri con le cuffie con le quali abitualmente si ascoltano le traduzioni, ma come mai né Angela Merkel né Christine Lagarde “indossano” le cuffie? Poiché il tanto dettagliato curriculum del Professor Conte indica la conoscenza di molte lingue, dobbiamo dedurne che stesse parlando il Premier giapponese la cui lingua sappiamo essere da tempo patrimonio comune delle donne politiche francesi e tedesche. Le foto ci mostrano il Primo ministro italiano altresì mentre cammina da solo in coda al gruppetto dei Grandi. Eppure ci avevano insegnato che in questi incontri di vertice (splendida la traduzione spagnola: mitin de cupula), nelle riunioni plenarie si ratifica solo quanto previamente predisposto dagli sherpa, spesso ambasciatori e tecnici di lusso, e già approvato dai ministri competenti. Quello che conta di più e può fare la differenza sono gli incontri informali, le passeggiate a due o a tre, le chiacchierate rilassate, persino scherzose, direi al caminetto, anche se i pentastellati lo escluderebbero con sdegno, quando ci si prende sottobraccio, si scambiano impressioni personali, si diradano incomprensioni, si crea un rapporto umano (la politica dal volto umano, non professionale o, dio ne guardi, professorale).

Dov’è, inoltre, il Conte mentre Angela Merkel e Emmanuel Macron sotto gli occhi del Primo ministro giapponese sfidano Trump che si è messo sulla difensiva a braccia conserte spalleggiato dal noto falco John Bolton? Tutte queste immagini mandano messaggi chiari che nessuna dichiarazione di Trump su “Conte, un bravo ragazzo” e su un prossimo invito per photo opportunities sul prato ben curato della Casa Bianca sono in grado di rovesciare in positivo. No, non parlerò dell’ambigua posizione italiana sulle sanzioni alla Russia assunta dagli sponsor del “numero primo”, con Putin apprezzato da Salvini e certo non criticato da Di Maio al quale nessuno ha spiegato che gli autocrati fanno establishment a sé. Non dirò nulla sul fatto che l’Italia è abitualmente sottovalutata, ma allora bisogna chiedersi perché, e spesso snobbata negli incontri internazionali. Accetterò, invece, preventivamente la giustificazione: Conte era all’esordio in un consesso internazionale dove gli altri avevano già avuto molteplici occasioni di incontro (e di scontro), di espressione e di comprensione reciproca.

È ingiusto pretendere di più di un comportamento ossequioso da colui che si trova catapultato nel bel mezzo di uno scontro su un tema importantissimo: libero mercato internazionale contro protezionismo e dazi più o meno selettivi, ma, comunque, in totale contraddizione con la logica della società aperta, con tutto quello che sappiamo sul libero commercio che pavimenta la strada della democratizzazione e che giova ai popoli. Pare, tuttavia, possibile ipotizzare che il Primo Ministro Giuseppe Conte, poiché privo di qualsiasi precedente esperienza politica e forse a digiuno delle necessarie conoscenze sullo svolgimento dei vertici, fra formalità necessarie e informalità produttive, abbia semplicemente sottovalutato l’importanza dell’occasione. Non si sia preparato a sufficienza accorgendosi presto che era meglio tenersi al largo da eventuali gaffes. Rimandato. Come diciamo noi, che abbiamo studiato l’inglese e lo pratichiamo senza cuffie, another time another place.

Pubblicato 11 giugno 2018 su PARADOXAforum

Una rosa per l’Europa

l'Unità

Sono fra i firmatari dell’appello affinché nella nomina del Presidente della Commissione Europea il Consiglio dei capi di governo dell’Unione Europea tenga nella massima considerazione l’esito delle elezioni per il Parlamento Europeo. A differenza di Barbara Spinelli, anche se il mio candidato non appartiene al partito che ha ottenuto più seggi, non ho ritirato la mia firma e ritengo quell’appello comunque essenziale ad aprire una conversazione democratica sulle modalità di selezione delle cariche più importanti nelle istituzioni dell’Unione Europea. In partenza, i capi di governo hanno il dovere politico di riconoscere l’esito delle elezioni per il Parlamento europeo che vede in testa il popolare Juncker. Dopodiché, eventualmente, non essendosi tecnicamente avuta una elezione popolare diretta di Juncker e non avendo il candidato dei Popolari ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, diventa non soltanto possibile, ma inevitabile che sia il Parlamento Europeo a prendere l’iniziativa per sbloccare lo stallo. Infatti, in un certo senso, l’Unione Europea è ancora un sistema politico in fieri, in progress che cerca un suo assetto istituzionale complessivo e che deve convivere con una situazione che non è ancora quella di uno Stato federale (neppure sul modello tedesco), ma non può più essere interpretata né ricondotta al semplice e rigido intergovernativismo.

Insomma, le tre istituzioni, Consiglio, Commissione e Parlamento, hanno l’obbligo politico di cercare e trovare un nuovo equilibrio. In questo nuovo equilibrio, soprattutto chi desidera ridimensionare il cosiddetto deficit democratico dell’Unione Europea, deve sottolineare che soltanto potenziando il Parlamento si va nella direzione giusta. Dunque, da un lato, il Parlamento Europeo deve, attraverso un accordo tra i gruppi più importanti, deve esprimere una o, eventualmente, ma, in questo caso, con l’esplicito assenso dei Popolari e dello stesso Juncker, più candidature alla Presidenza della Commissione. Una rosa di nomi autorevoli sarebbe compatibile con lo spirito del Trattato di Lisbona e consentirebbe al Consiglio di ammorbidire le opposizioni a qualsiasi nomina. Dall’altro, il Parlamento deve dare la sua disponibilità ad un confronto che riguardi non soltanto la personalità del Presidente, ma alcuni punti programmatici che indichino la strada da percorrere in termini di politiche pubbliche europee nei settori socio-economici nei quali sono particolarmente evidenti i ritardi e inadeguatezze e nello stesso ambito istituzionale (che comprende anche le procedure burocratiche tanto deprecate dagli inglesi). Naturalmente, se gli inglesi non si chiamassero regolarmente fuori dalle scelte più importanti avrebbero maggiore influenza.

A chi si chiama fuori, però, non è davvero auspicabile concedere un potere di veto preventivo. Piuttosto, si chieda loro, a partire dal Primo Ministro Cameron (il cui euroscetticismo e più non è servito a contenere un insuccesso elettorale clamoroso) , di formulare una candidatura che tenga conto dell’esito elettorale e che prometta di fare crescere, da tutti i punti di vista, l’Unione Europea. Sostenere che per superare lo stallo è necessario (certamente non sufficiente) esprimere la candidatura di una donna, mi pare un escamotage. Se poi l’unico nome menzionato è quello di Christine Lagarde, non ci siamo proprio. Sarebbe importante che vi si aggiungesse subito per le sue credenziali provatamente europeiste quello di Emma Bonino. Comunque, le candidature debbono nascere nel e dal Parlamento europeo. Soprattutto debbono essere argomentate e giustificate anche nella prospettiva dei compiti che la Commissione Europea dovrà affrontare nei prossimi lunghi cinque anni, cruciali per un salto di qualità politico, socio-economico e istituzionale dell’Unione Europea.

Non abbiamo avuto l’elezione popolare del Presidente della Commissione. Proprio per questo adesso abbiamo, in quanto cittadini europei partecipanti, il diritto di esigere la messa in atto di quel complesso di procedure democratiche che si chiamano trasparenza e assunzione di responsabilità (accountability). Il semestre di presidenza italiana dell’UE ha la grande opportunità di cimentarsi anche con l’approntamento di riforme che accrescano la democraticità e l’efficienza (e il tasso di federalismo politico) dell’Unione, come sempre volle Altiero Spinelli.

Pubblicato lunedì 9 maggio 2014