Home » Posts tagged 'Cinque Stelle'

Tag Archives: Cinque Stelle

Le mosse dei cavalli

Con la mossa del cavallo, che nel gioco degli scacchi ribalta tutto, Matteo Renzi si vanta da tempo, girando per pubblicizzare un suo libro dallo stesso titolo,e con lui, all’unisono i renziani, di avere dato vita al governo Cinque Stelle-Partito Democratico nell’agosto 2019. Curiosamente, nessuno gli ricorda che fu proprio il suo “cavallo” imbizzarrito a impedire che s’andasse alla trattativa con le Cinque Stelle già nel marzo 2018 subito dopo le elezioni. Il paese si sarebbe forse risparmiato un turbolento anno di governo giallo-verde che, comunque lo si consideri, è stato il trampolino di lancio per l’impetuosa crescita dei voti per la Lega di Salvini.

Subito dopo la formazione del governo Conte 2, avendo piazzato in incarichi di governo non pochi dei parlamentari a lui fedeli, Renzi lasciò il Partito Democratico creando ItaliaViva che dovrebbe conquistare gli elettori di centro dei quali molti commentatori assicurano l’esistenza, ma che, in verità, finora proprio non si vedono, non si materializzano e sono corteggiati anche dall’ex-ministro Carlo Calenda. Forse preoccupato, nonostante sue plateali smentite, dalla soglia di accesso al Parlamento indicata nel 5 per cento dalla legge elettorale in corso di discussione, Renzi si è praticamente da subito gettato a capofitto, anche per temperamento, alla ricerca di visibilità politica. I sondaggi, che non collocano praticamente mai ItaliaViva sopra il 5 per cento e che danno bassi punteggi di popolarità al suo leader, sono alquanto preoccupanti. Forse soprattutto per questo e non solo per puntiglio e malignità nei confronti del PD che per quattro anni ha tenuto in pugno, Renzi ha di recente alzato il tiro proprio contro il governo di cui fa parte.

La riforma della prescrizione che, peraltro, è già legge, è diventata il suo cavallo di battaglia. Renzi vuole presentarsi come il difensore della giusta e ragionevole durata del processo di contro ai giustizialisti, quelli che la stampa di destra definisce, con molta esagerazione, i “fine processo mai”. Ha già annunciato che non voterà il testo concordato fra Cinque Stelle, Partito Democratico, LiberiEguali. Addirittura si è spinto fino a dichiarare che voterà la proposta di Enrico Costa (Forza Italia). A suo tempo, criticò alcuni provvedimenti della Legge di Bilancio e adesso lascia trapelare che non è d’accordo sulle modalità della lotta contro l’evasione. Insomma, le sue ripetute e puntigliose prese di distanza stanno oggettivamente minando la stabilità del governo Conte. In questi casi, è opportuno che qualsiasi valutazione ulteriore attenda la prova dei numeri parlamentari. Se cadrà il governo, è molto improbabile che il Presidente Mattarella dica no ad una più che legittima richiesta di scioglimento del Parlamento. L’unico presumibile vantaggio per Renzi sarà che si andrà al voto con la legge Rosato, il coordinatore dei suoi gruppi parlamentari, che non ha soglia di esclusione. Ma il cavallino di Renzi rischia comunque di fare pochissima strada.

Pubblicato AGL il 9 febbraio 2020

Campagna elettorale permanente o inesistente?

Ripetendo ossessivamente, come fanno troppi giornalisti e commentatori, che Salvini più di Di Maio sono in campagna elettorale permanente, che cosa abbiamo svelato e/o imparato?: che la campagna elettorale permanente ha poco non ha quasi niente a che vedere con le prossime importanti votazioni per eleggere il Parlamento europeo. Quante e quali informazioni utili per la loro scelta europea otterranno gli elettori italiani da come sarà risolto il caso Siri, sottosegretario leghista indagato per corruzione? Che cosa di rilevante per l’Unione Europea dice loro la fotografia di Salvini che parla dal balcone del comune di Forlì dal quale si affacciava Benito Mussolini? Specularmente, che cosa penseranno i governanti degli Stati-membri dell’UE, nessuno dei quali cambierà di qui ad ottobre, poiché non ci saranno altre elezioni nazionali dopo quelle recenti in Spagna, della posizione dell’Italia rispetto all’UE? Sono certamente interessati a conoscere quanto potere ha il Presidente del Consiglio Conte, da qualcuno accusato di essere un burattino nelle mani di Salvini e Di Maio. Infatti, burattino o no, Conte dovrà decidere, salvo imprevisti non del tutto improbabili (autodimissioni di Siri), dimostrando le sue preferenze e reali capacità, non di avvocato del popolo, ma di capo di un governo di coalizione. Avere un capo di governo credibile nell’UE sarebbe una buona notizia per gli italiani che, dalla campagna elettorale permanente, non hanno finora avuto elementi utili per eleggere con un utilissimo voto gli europarlamentari italiani. Da Giorgia Meloni viene la richiesta di un voto per andare “in Europa per cambiare tutto”. Lo slogan, che proposta programmatica non è, del PD di Zingaretti pone l’accento sul lavoro affidando a più rappresentanti del PD nel Parlamento europeo il problema di come affrontare e risolvere il problema del lavoro in Italia. Candidato capolista in quattro circoscrizioni su cinque, Berlusconi si presenta come colui che darà vita a una coalizione contro le sinistre, i verdi, i liberali e che comprenderà Popolari, Conservatori e, grande novità, i non meglio definiti sovranisti “illuminati”. Non sarà, però, facilissimo convincere l’ungherese Orbán ad abbandonare la sua autodefinizione di democratico illiberale e “illuminare” il sovranista Salvini affinché, poi, torni nel suo alveo naturale italiano: il centro-destra. Tra chi vuole “più Europa” (la lista di Emma Bonino), chi ne vuole meno a casa propria (i sovranisti delle varie sfumature), chi (Calenda) sostiene di “essere [già] europeo”, ma vuole uno Stato nazionale forte, e chi vuole cambiarla tutta l’Europa (Fratelli d’Italia) senza dirci come, è difficile che l’elettorato italiano sia in grado di scegliere a ragion veduta chi rappresenterà meglio le sue preferenze, anche ideali, e i suoi legittimi interessi in sede europea. Fin d’ora è possibile dire che la campagna elettorale permanente combattuta fra Cinque Stelle e Lega su tematiche italiane, comunque vada a finire, non rafforzerà le posizioni italiane a Bruxelles.

Pubblicato AGL il 8 maggio 2019

Italicum salvare o cestinare

Sembra che, almeno temporaneamente, la discussione sullo spacchettamento delle revisioni costituzionali. sia andata in stallo. Da un lato, avendo spesso sostenuto l’organicità del loro pacchetto di revisioni, Renzi e Boschi non potevano accettare lo spezzettamento. Dall’altro, comunque, il voto che conta sarebbe quello sul Senato, che si vincerà o si perderà a prescindere da qualsiasi spacchettamento. Crescono, invece, le richieste di modifica della legge elettorale tanto che Renzi, come Boschi, convinto della bontà del prodotto, ha deciso di sfidare il Parlamento. Se vi si trova una maggioranza per fare un’altra legge elettorale si manifesti e proceda. A parole, molti, sostanzialmente mossi dalla preoccupazione che con l’Italicum così com’è, non soltanto al ballottaggio con il PD arriverebbero le Cinque Stelle, ma i sondaggi dicono che vincerebbero, trafficano con ritocchi auspicabili. I più preoccupati sono gli esponenti del PD che compongono la Ditta, il gruppo di parlamentari di prevalente provenienza ex-comunista i quali, in caso di vittoria delle Cinque Stelle, sarebbero le più probabili vittime della mancata conquista del premio di maggioranza. I seggi a loro disposizione diventerebbero davvero pochi. Certo, nessuno di loro può argomentare la proposta di riforma dell’Italicum in maniera così platealmente personalizzata. Quindi, quel che vorrebbero cambiare viene giustificato soprattutto con riferimento a quanto la Corte Costituzionale scrisse nella sua sentenza che fece a pezzettini il Porcellum. D’altronde, che di quelle motivazioni si debba tenere conto, è reso ancora più ovvio e attuale dal fatto che la Corte valuterà l’Italicum e le sue clausole, si dice, il 4 ottobre.

È  un po’ curioso che chi ha votato l’Italicum si faccia, con molto sprezzo per la sua personale coerenza politica, sostenitore di una revisione anche profonda della legge. Qualche democratico potrebbe sostenere che nei deliberata del suo partito si trova ancora l’approvazione data a un sistema elettorale di tipo francese: doppio turno in collegi uninominali con una clausola percentuale per il passaggio dei candidati al secondo turno. Ma, poi, dicono tristemente che mancano i numeri, copiando l’affermazione espressa in maniera più roboante dai renziani. Pochi pensano, con nostalgia, giustificata, e con apprezzamento, pur non pieno, alla legge di cui fu relatore l’allora deputato Mattarella, ma nessuno s’impegna davvero a farla, come forse si potrebbe, rivivere. Da ultimo, un gruppo di parlamentari di osservanza bersaniana hanno presentato un loro progetto centrato sul ridimensionamento del premio di maggioranza, considerato, come stanno attualmente le distribuzioni dei voti fra gli schieramenti, eccessivo. Lo è certamente, ma, come sostengono i renziani, deve esserlo per dare un senso alla legge e abbastanza seggi a un partito affinché sia messo in grado di governare da solo. Inoltre, i tardoriformatori bersaniani desiderano abolire il ballottaggio. Evidente è l’obiettivo di impedire alle Cinque Stelle di vincere conquistando i voti di tutti coloro che non vogliono il PD e che, a Roma e persino a Torino hanno dimostrato di essere davvero tanti. Invece, il ballottaggio ha effettivamente un grande pregio: dà, come si è visto nel caso dell’elezione dei sindaci, un’ottima riforma fatta nei trent’anni che i renzianboschiani definiscono, sbagliando, di ozio istituzionale, agli elettori un grande potere: quello di decidere chi vince.

Né l’uno né l’altro dei cambiamenti, come sono stati presentati, appaiono accettabili a Renzi e Boschi. Svirilizzano l’Italicum e non disegnano un sistema migliore. La verità è che all’Italicum si dovrebbe comunque fare un po’ di maquillage: via i capilista bloccati, via le candidature in più collegi, via il divieto di coalizioni al primo turno e di apparentamento nel passaggio dal primo al secondo turno. Altrimenti, una buona legge elettorale esige che l’Italicum sia cestinato e che i riformatori guardino alla Francia della Quinta Repubblica oppure alla Germania, en attendant non Godot, ma la Corte Costituzionale.

Pubblicato AGL 20 luglio 2016

Il Premier non può essere a tempo

Il fatto

All’insegna della più profonda ignoranza costituzionale e di un’irresistibile tendenza al populismo (che si esprime, anche con le Cinque Stelle, nel porre limite alle cariche elettive), Matteo Renzi ha prodotto una inequivocabile esternazione: limite di due mandati al capo del governo, come in USA. Forse, giunto al termine di una faticosa e confusa riforma costituzionale, Renzi si è dimenticato che l’Italia ha una forma di governo parlamentare e che quella degli USA è presidenziale. Non gli debbono mai avere detto, anche perché nel suo entourage è improbabile che lo sappiano, che nessuna delle forme parlamentari di governo, a cominciare dalla prima e più importante, quella del Regno Unito, prevede e fissa un limite alla durata in carica del capo del governo. Che nelle forme parlamentari di governo non è mai esistito e tuttora non esiste un mandato al capo del governo anche perché, tranne nei casi anglosassoni, i governi sono coalizioni che debbono raggiungere accordi programmatici. Che ciascun capo del governo entra in carica grazie ad un rapporto di fiducia, che non sempre consiste in un voto esplicito, con il Parlamento ovvero la maggioranza parlamentare, e ne esce quando la maggioranza parlamentare, quella o un’altra, lo sconfigge e lo costringe a lasciare la carica, magari sostituendolo hic et nunc. Che uno degli elementi, probabilmente, il più importante, che differenzia i parlamentarismi dai presidenzialismi è la loro flessibilità proprio nella formazione e nella sostituzione dei governi e dei loro capi che, nei presidenzialismi è praticamente impossibile se non con l’impeachment, quando ha successo, e che trasforma crisi politiche (incapacità, malattia, corruzione del Presidente, sue violazioni della Costituzione) in crisi costituzionali.

Immagino che, nell’ordine, Konrad Adenauer (quattro vittorie elettorali, in carica dal 1949 al 1963), Margaret Thatcher (tre vittorie elettorali in carica dal 1979 al 1990), Felipe Gonzales (tre vittorie elettorali, in carica dal 1982 al 1996), Helmut Kohl (quattro vittorie elettorali, in carica dal 1982 al 1998, record assoluto), Tony Blair (tre vittorie elettorali, in carica dal 1997 al 2007), Angela Merkel (finora tre vittorie elettorali, in carica dal 2005) si stiano chiedendo “che diavolo dice il Presidente del Consiglio italiano; che cosa ha in mente, a che cosa mira?” Potrebbero chiederselo anche, farò pochi esempi selezionati, De Gasperi che guidò sette governi, Fanfani e Moro che, rispettivamente ne guidarono sei e cinque. Magari avrebbero potuto chiederlo a Renzi anche il fondatore di “Repubblica”, Eugenio Scalfari, e l’intervistatore Claudio Tito. Le interviste sono belle e utili quando sfidano l’intervistato, non quando stendono tappeti. Invece, no, e la notizia del limite ai mandati è subito rimbalzata senza correzione alcuna (forse arriveranno, presto, le rettifiche di Napolitano).

Azzardo la mia interpretazione, che va oltre l’ignoranza di Matteo Renzi, ma non la giustifica e non la sottovaluta. Renzi cerca di prendere due piccioni con una fava. Vuole fare sapere agli italiani che non starà in carica oltre, se ci arriva, il 2023. Offre questa sua graziosa disponibilità a non restare di più (quindi a non entrare in competizione con i capi di governo, alquanto prestigiosi, che ho menzionato sopra) in cambio di un “sì” al plebiscito di ottobre sul quale sta investendo tutte le sue energie. Se, proprio, voleva sia l’elezione popolare diretta del capo del governo parlamentare, che non esiste da nessuna parte al mondo, sia la non rieleggibilità dopo due mandati poteva cercare di riformare la Costituzione in questo senso. Dimenticavo, sostiene che non glielo avrebbero lasciato fare. Peccato gli abbiano lasciato fare soltanto brutte e confuse riforme. Poteva rifiutarle. Meglio niente.

Pubblicato il 14 giugno 2016

Le varie facce dell’astensione

Corriere di Bologna

Liberi tutti o quasi. Nella primavera dello scontento di molti – la politica offre una grande varietà di “scontentezze” -, vi sono due buone occasioni per scaricarsi: il referendum sulle trivellazioni e le elezioni amministrative. L’ambigua e riprovevole posizione espressa da Matteo Renzi a favore dell’astensione sul referendum è già stata stigmatizzata dal Presidente della Corte Costituzionale e contraddetta dal Presidente della Repubblica che ha annunciato che andrà a votare. Il capo di un partito ha il dovere politico di dare la linea. Il capo del governo deve ricordarsi dell’art. 48 della Costituzione che dice chiaramente che il voto è un “dovere civico”. Nessuno faccia il furbetto: l’astensione non è un voto. Preso atto della non/decisione del capo del loro partito, molti Democratici hanno deciso, come, incidentalmente, dovrebbe essere per tutti i referendum, di seguire quel che detta loro il cuore, forse anche una qualche conoscenza delle trivellazioni e delle conseguenze della loro abolizione. Già poco incline a fidarsi di politici che ondivagano e che seguono non il cuore, ma le convenienze, momentanee e fuggevoli, è probabile che gli elettori si rifugino anche loro nell’astensione referendaria e post-refendaria.

Il sondaggio sulle intenzioni di voto alle elezioni comunali di Bologna pubblicato dal Corriere fotografa (ma altre fotografie saranno necessarie di qui al 5 giugno) una notevole propensione all’astensione. Sono elettori che hanno deciso di stare alla finestra o elettori che già propendono di andare al mare contando sul sole di giugno? Sappiamo che, da qualche tempo, gli elettori italiani (e i bolognesi non possono fare eccezione se non limitatamente) decidono per chi votare negli ultimi giorni della campagna elettorale, qualcuno addirittura il giorno stesso dell’elezione. Quindi, non possiamo escludere che coloro che hanno dichiarato che si asterranno potranno cambiare idea. Attendono, in maniera disincantata, scettica, forse anche irritata, che qualcuno dei candidate e dei loro partiti offra idee, soluzioni, prospettive che, magari non proprio affascinanti, siano almeno convincenti, insomma, come ho scritto qui più volte, un’idea di città dinamica migliore. Le percentuali suggeriscono che la competizione più intensa sarà fra Borgonzoni e Bugani, fra la Lega e le Cinque Stelle, per chi approderà al ballottaggio. Difficile che un ballottaggio a giugno sia foriero di un’impennata di partecipazione elettorale. Potrebbe, però, obbligare i duellanti a raffinare le loro proposte e a indicare le loro priorità, quindi a suscitare maggiore interesse nell’elettorato che, rientrando dall’astensione, vuole contare. Sarebbe una buona cosa.

Pubblicato il 14 aprile 2016

Il premier nell’onda calante

Più o meno autorevoli commentatori cominciano a vedere l’onda calante della traiettoria governativa di Matteo Renzi. Quanto l’onda stia effettivamente calando dipende in larga misura dalle aspettative iniziali di quei commentatori. L’ascesa di Renzi era stata accompagnata da grandi consensi, non sulla sua persona politica, sostanzialmente poco nota, non sui suoi programmi, neppure quelli istituzionali, nel migliore o nel peggiore dei casi appena abbozzati. Quei consensi, da un lato, arrivarono a Renzi perché uomo giovane, apparentemente dinamico, audace ai limiti della presunzione, dall’altro, perché Renzi sfidava una sinistra che a molti, ovviamente, soprattutto agli oppositori di destra e ai cerchiobottisti di ogni provenienza, sembrava ingessata, priva di capacità innovative, drammaticamente, ma meritatamente, umiliata dall’incontro via streaming fra Bersani e i Cinque Stelle nel marzo 2013. Nella letizia per la sconfitta e la probabile messa in soffitta (rottamazione) della vecchia sinistra e dei suoi esponenti, a cominciare dal più importante, Massimo D’Alema, nessuno dei commentatori s’interrogò sulle effettive capacità di governante e di riformatore di Matteo Renzi. Molti si misero a lodare l’outsider che, senza nessun gravame del passato (e, ahi lui, pochissima conoscenza di quel passato), spezzando tutti i lacci e I lacciuoli, avrebbe rinnovato il modo di governare: al bando la concertazione sostituita dalla disintermediazione. Nessuno notò che, altrove, nelle democrazie parlamentari europee, gli outsider al governo sono rarissimi. La grandissima maggioranza dei ministri hanno avuto precedenti esperienze parlamentari, più o meno lunghe, e anche di governo. Che nessun capo di governo nasce “imparato”, ma passa attraverso compiti formativi in parlamento e in cariche minori. Che tutti i capi di governo cercano di non scompaginare il loro partito, ma di valorizzarne personalità e competenze, di potenziarne la struttura che, sul territorio, spiegherà le politiche del governo e cercherà di mantenere i rapporti con l’elettorato (che non “passano” soltanto dai talk shows e dai tweets).

Quel che I commentatori delusi, a mo’ di coccodrilli, lamentano oggi era largamente prevedibile. Né Renzi né i suoi ministri più improvvisati (almeno la metà) hanno imparato niente né riguardo ai rapporti con il Parlamento né sulla costruzione del consenso intorno alle riforme. Un giorno, forse, qualcuno s’interrogherà anche sulle varie donazioni in Euro elargite da Renzi ad alcuni settori sociali. Già adesso, però, è evidente che nessuna di quelle donazioni è inserita in una visione strategica di sviluppo e di riforme economico/sociali. La fretta del Capo del governo si spiega quasi soltanto con la necessità di ottenere successi che alimentino la sua corsa. Il suo non dichiarato motto è chi si ferma è perduto. Gli stop possono, però, già essere in vista: le amministrative di giugno e il referendum costituzionale di ottobre. Con il feroce grido di battaglia lanciato alla scuola di politica del PD “li spazzeremo via” (gli oppositori), Renzi dà un’ulteriore prova di non curarsi delle modalità di funzionamento di una democrazia parlamentare. Ha ascoltato soltanto gli elogi senza tenere conto che erano per lo più motivati dall’ostilità, persino dal rancore, nei confronti dei suoi oppositori interni. Sappiamo che non è nelle sue corde apprezzare le critiche, ma è anche sulla capacità di trarre il meglio dalle critiche che si misura la qualità dei politici e dei governanti.

Pubblicato AGL 8 aprile 2016

Un progetto elettorale

Corriere di Bologna

L’assemblea cittadina del Partito Democratico ha lasciato aperto il lancinante dilemma se sia Bologna ad avere bisogno di Merola sindaco oppure Virginio Merola ad avere bisogno di un secondo mandato. Ha, invece, risposto a un’altra importante domanda. Per non sappiamo quanti dei partecipanti Merola è effettivamente ricandidabile. Neanche stavolta il PD ha dato uno scintillante esempio di democrazia partecipata. Applausi, riferisce Olivio Romanini, nessun controllo del quorum, nessun conteggio delle mani che si alzano, due baci sulle guance fra Merola e il grande oppositore, l’on. De Maria, e il problema è risolto. A meno che Sermenghi abbia la voglia e la forza di raccogliere le firme per ottenere le primarie (conosco di persona tutti i trucchi di tempi e modi che i dirigenti sanno escogitare e praticare), alle prossime feste dell’Unità, il ricandidato Merola potrà mostrare di essere o meno all’altezza del compito.

Insomma, l’Assemblea cittadina, fatta prevalentemente di uomini e donne che già ricoprono cariche nel partito oppure grazie al partito, ha semplicemente, senza un appassionato confronto di posizioni, preso atto di tre elementi. Primo, il bilancio del sindaco non è esaltante, ma neppure troppo deprimente. Esiste persino la possibilità che nel suo prossimo mandato faccia meglio. Secondo, le schermaglie degli ultimi tre-quattro mesi non hanno prodotto granché tranne qualche riposizionamento le cui conseguenze lunghe si vedranno al momento della formazione della prossima giunta (e delle candidature al Parlamento). Chi sembrerebbe contare di più, ovvero De Maria, personalmente e anagraficamente non ha fretta e certamente non ha mai pensato a scegliere un candidato alternativo in grado poi di rimanere in carica dieci anni. Terzo, il centro-destra cittadino dimostra con pervicacia di non sapere quali pesci prendere e sembra capace soltanto di mettere in scena un mediocre duello fra Lega e Forza Italia.

Sicuramente forti, le Cinque Stelle, se troveranno una candidatura efficace, un impensabile “numero uno”, come direbbe Guazzaloca, in grado di portare Merola al ballottaggio, potranno sognare una riedizione del leggendario 1999 (e dei più recenti casi di Parma e di Livorno). Altrove, nelle città alle quali alcuni bolognesi di tanto in tanto dicono che bisognerebbe guardare, si attiverebbero anche “pezzi di società civile”, portatori di idee, proposte, persino di soluzioni. Vedremo in autunno. Nel frattempo, candidato in mancanza di meglio, sarebbe opportuno che Virginio Merola provi a lanciare la sfida a se stesso offrendo un progetto a tutto tondo per la città. Un progetto non soltanto elettorale.

Pubblicato il 1° agosto 2015

Il partito post-Leopolda

Davvero è possibile parlare di due partiti democratici: uno che si è riunito alla Leopolda (il partito di governo) e uno che ha sfilato con la CGIL a Roma (il partito di lotta)? Sono due partiti incompatibili, destinati a lasciarsi in occasione del prossimo scontro parlamentare sulla legge che traduce i principi della delega al governo sul lavoro e sulla modifica dell’art.18? Dove andranno gli scissionisti i quali sono, per definizione, quelli che abbandonano il segretario del partito? Tuttavia, riflettendo un po’, si direbbe che è proprio Renzi, con i suoi entusiasti sostenitori, ad avere orgogliosamente creato un nuovo partito democratico. Il suo Partito della Leopolda è, dicono gli appassionati seguaci, il partito del 41 per cento (alle elezioni europee, 11 milioni e centomila voti), ma i “vecchi” avevano pur sempre ottenuto con Veltroni 12 milioni e centomila voti nelle elezioni politiche del 2008 (non il 25, come li accusa Renzi, ma il 33,2 per cento). Nello spappolamento della destra e nel declino più che fisiologico del partito di Berlusconi, il Partito Democratico di Renzi appare dominante ed è persino diventato punto di attrazione per alcuni parlamentari di SEL e per diversi espulsi da Grillo dei quali è difficile dire quanti voti porterebbero.

Renzi sembra deciso, almeno questo è il messaggio, nel tono e nei contenuti del suo discorso forse fin troppo “caricato” dall’atmosfera torrida della Leopolda, a spingere fuori dal PD la vecchia guardia. Fermo restando che nient’affatto tutti quelli che dissentono da Renzi sono inclini ad andarsene, quali sarebbero le conseguenze politico-elettorali di una scissione? Per cominciare, bisogna chiedersi se chi se ne va riuscirà davvero a portare via voti al PD. E’ possibile intravedere tre dinamiche diverse nell’ambito dell’elettorato che ha votato Partito Democratico o che intrattiene l’idea di votarlo prossimamente. Primo, ci sono vecchi elettori, vale a dire, di lunga data, che ne hanno ingoiate di tutti i colori, ma che sempre e comunque votano il Partito, per l’appunto con la P maiuscola, a prescindere da qualsiasi cambiamento: uno zoccolo duro, ristretto, ma esistente. Secondo, ci sono elettori democratici mobili che sicuramente fornirebbero appoggio agli eventuali scissionisti, ma esclusivamente se chi se ne va dal PD è capace di darsi molto rapidamente una struttura organizzata su scala nazionale.

Curiosamente, è proprio l’andamento lento e debole delle iscrizioni al PD che costituisce un ostacolo alla comparsa di un partito degli scissionisti. Chi non si iscrive più lo fa perché non condivide il percorso di Renzi, ma probabilmente ha anche preso atto che non c’è più niente da fare, neppure con la vecchia guardia. Infine, ci sono gli elettori che, abbandonando il PD, si guardano intorno e vedono l’attivismo, non sempre brillante, ma già condiviso da persone che conoscono, delle Cinque Stelle. Per irritazione, per voglia di dare una lezione a Renzi, per obbligare il PD ad essere più “radicale”, questa parte di elettorato è pronta a votare il Partito di Grillo. Se no, l’astensione diventerà il luogo del loro rassegnato rifugio.

Quantitativamente, l’esito complessivo del deflusso degli elettori già democratici, non sarà rilevante. Anzi, Renzi potrebbe persino sostenere, come ha già annunciato alto e forte, che il suo nuovo Partito Democratico si lascia alle spalle la nostalgia, che è polvere e cenere, sostituendola con la speranza, con il futuro che è all’inizio. Però, se vuole rimanere convincente e governante, soprattutto in una fase nella quale in pratica nessuna riforma incisiva è stata approvata in via definitiva, il suo attivismo ha bisogno di essere continuamente alimentato con nuovi consensi. Anche soltanto una battuta d’arresto elettorale, per esempio, nelle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna (fine novembre) potrebbe ridimensionare l’entusiasmo e rallentare la spinta al cambiamento. Emarginati i dissenzienti e svilito il loro apporto, confluito o no in un altro piccolo PD, tutto diventerebbe più difficile per il Partito Democratico di Renzi e della Leopolda.

Pubblicato AGL 28 ottobre 2014

Il Partito della Regione

Corriere di Bologna

“Non ci sono più posti dove è impossibile perdere” è il lapidario annuncio di Stefano Bonaccini nella sua campagna elettorale finora solitaria. Meglio sarebbe dire che ci sono posti dove è difficile perdere per il PD, ma c’è spesso qualcuno che ci prova e ci riesce purché, ovviamente, gli altri dalle Cinque Stelle a Forza Italia sappiano scegliere i candidati e votare, all’occorrenza, in maniera strategica. Non sembra proprio essere il caso dell’Emilia Romagna dove le espulsioni delle Stelle Dissenzienti e il disinteresse di Berlusconi alla conquista della Regione (sarà mica uno dei codicilli al Patto del Nazareno?) non possono creare nessun problema. Purtroppo, incapaci anche di creare una sfida decente, le latitanze degli oppositori non spingono Bonaccini e i candidati in lista a elaborare quell’innovazione politica e amministrativa che imprenditori, operatori economici e sociali, associazioni e cittadini aspettano da tempo. Eppure da quello che, per fortuna, Bonaccini non ha (ancora?) chiamato Partito della Regione, è da tempo, almeno da quando fu sommessamente criticata la decisione di fare ottenere a Errani un terzo mandato, ci si aspetta un salto di qualità. Galleggiare appena al di sopra della crisi, con quasi tutti gli indici di poco migliori delle altre regioni italiane, non basta più. Soprattutto, non serve a mobilitare le energie che in regione esistono, ma che spesso decidono di andarsene a cercare altrove, non fortuna, ma occasioni e condizioni di lavoro migliori. E’ brutto, a fronte dello stallo di innovazione e dell’assenza di sfide politiche, rispondere alle critiche come Bonaccini fa replicando a Guccini: “basta che voti PD” e rincarare la dose dicendo di non amare “chi critica dai salotti” e di non sopportare (cito dal titolo all’intervista pubblicata dal Corriere di Bologna), “la sinistra radical”: dove sono finiti i chic? La sinistra radical, fra un salotto e un concerto, fra un vernissage e la presentazione di una collezione invernale, se ne farà una ragione. Per esperienza personale so che quella sinistra non ha poi mai il coraggio di non votare PD (e prima DS e PCI) e soprattutto di dire perché no, magari argomentando le sue critiche. Il punto, però, è che questi dirigenti renziani del PD non sembrano molto inclini a dialogare con chi dissente nella loro area, ampia e vaga. Dei tecnocrati si può parlare male anche se, in fondo, quasi tutti loro posseggono competenze che potrebbero essere utili (e alcuni le hanno già fatte fruttare in ruoli di governo nella Regione). I gufi sono animali graziosi e miti. Fino ad ora non hanno neanche portato sfortuna. Peggio sono, naturalmente, i professoroni, ma anche loro si sono rivelati inadeguati a contrastare confuse e tutt’altro che concluse riforme. Adesso tocca ai professionisti che, immagino, sono i frequentatori abituali dei salotti (ahimé, ho scarsissime conoscenze di prima mano), essere colpiti dalla critica. Se il futuro Partito della Regione dovrà essere nazional-popolare come quello abbozzato da Renzi, allora tutto si spiega. Ma non tutto si apprezza.

Pubblicato il 23 ottobre 2014

Grillo non vincerà le Europee e Renzi non cadrà. Parola del politologo Pasquino

l’intervista di  Francesco De Palo pubblicata il 20 maggio 2014 su Formiche.net

formiche

E se Beppe Grillo vincesse le elezioni europee? E’ l’interrogativo che si sta ponendo Formiche.net in chiave ipotetica per comprendere i possibili effetti su istituzioni, governo e partiti di un’affermazione sonante del Movimento 5 Stelle il 25 maggio. Dopo l’opinione di Giuliano Cazzola (“si andrebbe al voto anticipato”), ecco l’analisi del politologo Gianfranco Pasquino che non scorge flagelli in vista per gli equilibri politici…

pasquino.jpg formiche

I Cinque Stelle non vinceranno alle elezioni Europee, Alfano non andrà male, il governo Renzi non cadrà e Berlusconi scenderà sotto il 20%.

E’ la previsione che affida a Formiche.net il politologo Gianfranco Pasquino, secondo cui non è nel novero delle possibilità una crisi di governo né tantomeno è ipotizzabile l’eventualità che il Colle immagini un cambiamento a Palazzo Chigi.

Cosa accadrebbe al governo se Beppe Grillo vincesse alle Europee?
I Cinque Stelle non vinceranno alle elezioni Europee, Alfano non andrà male, Renzi non cadrà e Berlusconi scenderà sotto il 20%, per cui dovrà leccarsi le ferite proprio per riconquistare la fiducia di Alfano e dei suoi, che saranno ringalluzziti dal 6% che potrebbero ottenere.

In caso di “pareggio” o comunque di buon risultato di Grillo, quali sarebbero i riverberi sulla maggioranza, sul Pd, sugli alfaniani e sulle larghe intese?
Grillo otterrà sicuramente un buon risultato, ma sarà irrilevante. Perché anche se dovesse prendere più del 25% non sarà in grado di far pesare quei voti. Potrà per assurdo anche andare sotto il balcone del Quirinale ma non otterrà proprio nulla. Il miglior risultato per Grillo potrebbe essere un Pd sotto il 30%, o un Ncd sotto il 4% ma la soluzione dello sconquasso non sarebbe nelle sue mani bensì in quelle del Colle. E senza dimenticare che comunque la maggioranza parlamentare resterebbe identica. Questo è un voto solo europeo. Per avere un riscontro, Grillo dovrebbe sperare che la maggioranza cambi, ciò che oggi non si verifica.

Giuliano Cazzola su Formiche.net ha osservato che se Grillo vincesse si andrebbe dritti ad elezioni anticipate. Che ne pensa?
No, è semplicemente sbagliato e sostanzialmente impraticabile. Non si potrà andare a un voto anticipato a maggior ragione se il M5S dovesse avere un exploit domenica prossima. Il quel caso il Presidente della Repubblica ricorderà loro che non sono stati capaci di votare una nuova legge elettorale, per cui come si potrebbe andare alle urne? Certamente provvederà a ricordare loro che dal primo luglio al 31 dicembre l’Italia ha il turno di presidenza europea, quindi non ci potrà essere alcuna crisi di governo.

A proposito di legge elettorale, è vero che l’Italicum è concepito proprio per fermare Grillo?
Intanto l’Italicum è concepito in maniera sbagliata, perché avvantaggerebbe Berlusconi e Renzi che potrebbero continuare a nominare i propri parlamentari. Si tratta di una legge mal fatta, che per di più rischia di favorire Grillo e spiego il perché. Se riuscisse finalmente a darsi un ordine a livello di coalizioni, magari al secondo turno passerebbe il M5S al posto di Forza Italia. Dunque la legge dovrà senza dubbio essere rivista dopo le Europee.

L’Italia è tornata a un bipolarismo muscolare con da una parte l’antisistema Grillo e tutti gli altri contro?
Abbiamo avuto in passato un bipolarismo balordo, ma per essere muscolare avrebbero dovuto avere i muscoli entrambi gli schieramenti, invece li ha avuti solo Berlusconi, che li mostrava fin troppo. Oggi abbiamo un tripolarismo di fatto ma se aumentasse il bipolarismo tra Renzi e Grillo, beh sarebbe un bipolarismo vocale più che muscolare.

twitter@FDepalo