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Una cultura della coalizione: l’eredità di Roberto Ruffilli

Il senatore democristiano Roberto Ruffilli fu ucciso dalle Brigate rosse il 16 aprile 1988 nella sua abitazione di Forlì

Sono passati trent’anni da quel sabato pomeriggio 16 aprile del 1988 quando un commando delle Brigate Rosse assassinò il sen. Democristiano Roberto Ruffilli nella sua abitazione di Forlì. La motivazione, nient’affatto delirante, ma certo frutto di una malsana ossessione, era che attraverso la sua attività di studioso e di riformatore delle istituzioni, Ruffilli cercava di rendere più forte e, quindi, più repressivo lo Stato. In effetti, Ruffilli stava elaborando riforme condivisibili in grado di migliorare il funzionamento dello Stato italiano, dargli più autorevolezza, produrre governi più efficienti grazie ad una legge elettorale che offrisse buona rappresentanza ai cittadini elettori. Oggi, sicuramente, Ruffilli non tratterrebbe il sorriso di fronte a chi volesse valutare le proposte da lui avanzate quale capogruppo della delegazione DC in Commissione Bozzi (novembre 1983-1 febbraio 1985), come se non fossero passati trent’anni di stravolgimenti, interventi deformanti, collasso dei partiti, declino della qualità della classe politica. Di quella Commissione, mi limiterò ai nomi di alcuni democristiani, che vi avevano attribuito grande importanza, fecero parte Nino Andreatta, Pietro Scoppola, Mario Segni. Ciò detto, non posso resistere a quello che non è un puro gioco di immaginazione, ma è una riflessione fondata sulla mia conoscenza di Roberto Ruffilli come studioso e come persona, vale a dire chiedermi se Ruffilli aveva colto l’essenza del problema e se le soluzioni da lui allora prospettate avrebbero senso anche oggi. Subito, Ruffilli mi farebbe notare che, studiando e continuando a imparare, era disponibile a cambiare, se necessario, idee e proposte. Dunque, chi volesse conoscere le sue valutazioni su quanto in seguito è stato fatto, non fatto, malfatto, dovrebbe piuttosto seguire i suoi principi ispiratori.

Senatore eletto come indipendente dalla DC il cui segretario era Ciriaco De Mita, il compito di Ruffilli fu di elaborare riforme nella democrazia parlamentare tali da rafforzare il circuito cittadini-parlamento-governo. Alla fine dei lavori la Commissione votò un ordine del giorno, firmato anche dai capigruppo del PCI e del PSI, che suggeriva come sistema elettorale la rappresentanza proporzionale personalizzata utilizzata allora e tuttora in Germania. Ruffilli attribuiva grande importanza alla formazione di una cultura della coalizione. Allora gli espressi il mio, parziale, ma fermo, dissenso. L’Italia di quegli anni aveva, secondo me, bisogno di una cultura della competizione, premessa di qualsiasi democrazia bipolare, maggioritaria, capace di alternanza. Nei lunghi anni trascorsi ho capito meglio quello che Ruffilli voleva dire e quello che è necessario fare. Cultura della coalizione significa costruire uno schieramento maggioritario intorno a priorità programmatiche con patti chiari da rispettare e da attuare consentendo senza riserve che lo schieramento/ partito che ha ottenuto più voti/seggi esprima il capo della coalizione. La leadership deve sempre rimanere contendibile, ma, per citare Aldo Moro, di cui Ruffilli fu grande e convinto estimatore: “chi ha più filo tesserà più tela”.

Troppo facile concludere che si troverebbe a disagio con il clima, la congiuntura, la mancanza di stile della politica italiana di oggi. Avrebbe, comunque, continuato a studiare, scrivere, partecipare a incontri (numerosi quelli che abbiamo fatto insieme in mezza Italia di fronte a “pubblici” prevalentemente cattolici-democratici) a, per usare un’espressione alla quale ricorreva scherzosamente, “spezzare il pane della scienza”. Caro Roberto, il pan ci manca.

Pubblicato il 16 aprile 2018

Primum vivere, deinde scribere l’autobiografia

Cattura

Recensione del libro di Claudio Martelli, Ricordati di vivere, Bompiani, Milano, 2013, pp. 594

Il titolo dell’autobiografia politica di Claudio Martelli mi ha molto incuriosito. Però, giunto alla fine di una lettura sempre molto interessante confesso di non averlo capito. Deve essere un monito per altri, non identificati personaggi, forse per quei troppi dirigenti socialisti dei suoi anni ruggentissimi che, oltre che alla politica, si dedicavano alla ricerca di mezzi per stare in politica, per crescere nelle cariche e per arricchimento personale (“convento povero, frati ricchissimi” nella valutazione del socialista Rino Formica)? Certamente, a giudicare da quello che scrive lo stesso Martelli, lui non ha avuto bisogno di nessuno che gli ricordasse di vivere. Tralasciando per il momento il suo arrembante percorso politico, durato poco meno di trent’anni, quindici dei quali in ruoli importanti (quattro legislature alla Camera dei deputati, a lungo vice-segretario del PSI, Ministro della Giustizia e vice-Presidente del Consiglio, infine, dal 1999 al 2004 Europarlamentare), ha “goduto di generosi benefit del partito, spese di segreteria, affitto di appartamenti, macchine, viaggi, alberghi, ristoranti”. Tutto questo gli è servito per “fare politica onestamente e anche godere di agi e vantaggi” grazie “a Craxi e al Partito socialista, che [lo] hanno messo al riparo dai rischi di dover[s]i procurare le risorse necessarie per [lui], per i [suoi] collaboratori, per le campagne elettorali, per i continui trasferimenti di un piccolo apparato” (p. 578). Anche nel privato Martelli non si è affatto dimenticato di vivere: belle e avventurose vacanze dalla California al Kenya e una pluralità di rapporti sentimentali più che soddisfacenti e, se posso permettermi, molto variegati: due mogli, quattro figli da tre diverse compagne. Ce n’è abbastanza per riempire la vita anche di un uomo irrequieto, alla ricerca di qualcosa di non specificato, forse non soltanto di potere politico, ma di riconoscimento, che plachi la sua irrequietezza.

Dev’essere davvero difficile (vedo in giro molti esempi, di gran lunga meno interessanti di Martelli) per gli uomini che hanno avuto potere e che lo hanno per le più diverse ragioni, spesso soprattutto per loro demerito, perduto, rassegnarvisi graziosamente e intraprendere una second life. Se non hanno avuto altro interesse e altro scopo nella vita che quel potere politico, ahi ahi, la privazione diventa insopportabile poiché non sanno come occupare il loro tempo. Continuano a strusciare, finché possono, i piedi nel Transatlantico di Montecitorio, cercano di farsi citare dai giornalisti, vanno alla ricerca di qualche comparsata televisiva da ex. I più fortunati si fanno ficcare in qualche Commissione per la revisione di qualsiasi cosa non funzioni nello Stato italiano (e spesso vi riescono): patetici. Martelli, no. Questa autobiografia può essere letta non soltanto come il tentativo di riscrivere un pezzetto, importante, di storia italiana, socialista, personale, ma come una catarsi.

Ho cercato di capire le motivazioni del fatidico ingresso di Martelli in politica. Potrei dire che ho intravisto molta, legittima, ambizione, forse anche gli incentivi del tempo, inizi anni sessanta, non so se fin da subito, ma sicuramente in seguito, anche il tentativo di cambiare la politica, più che a livello locale, dove pure ebbe qualche responsabilità pratica, soprattutto a livello nazionale. E’ l’incontro con Craxi che segna la svolta decisiva e, per Martelli, molto positiva. Sono le differenze d’opinione con Craxi che, ad avviso di Martelli, impedirono cambiamenti cruciali, ad esempio, quello della (auto)riforma del partito, proposta da Martelli quando Craxi era già arrivato a Palazzo Chigi, quindi dopo il 1983 (pp. 311-321). Sono, infine, le divergenze con Craxi sui tempi e sui modi di proseguire la politica socialista poco prima del crollo del muro di Berlino. “Ancora alla vigilia del crollo dei muri, l’apparenza sembrava giustificare la tattica attendista di Bettino, che saldo su se stesso e sul suo partito si limitava a regolare il gioco politico dividendo gli alleati, logorando gli avversari, aspettando che un nuovo ciclo gli restituisse lo scettro [sic] con il ritorno a Palazzo Chigi o magari, chissà ( anche di questo abbiamo ragionato e vagheggiato in certi momenti), gli aprisse la strada al Quirinale” (p.439), che segnano una profonda e dolorosa incomprensione. Molto diversa erano la diagnosi preveggente e la strategia suggerite a Craxi da Martelli: “Una stagione politica è finita e pensare di ripeterla è molto rischioso. Che cosa può dare di più di quello che ha già dato nei quattro anni in cui sei stato presidente del consiglio? L’alleanza con la DC è esaurita, la DC è esausta, rischiamo di farci trascinare nella sua decadenza. Prepariamo qualcosa di nuovo, prepariamo un nuovo ciclo, dedichiamoci a riunire e guidare una sinistra divisa, confusa. Bettino, non basta parlare di unità socialista, formularla come un diktat, come un prendere o lasciare. Dobbiamo essere pronti anche noi a rinunciare a qualcosa, persino al governo se è necessario per costruire qualcosa di grande. … Dobbiamo puntare alla presidenza della repubblica, perché è da lì che si guiderà la nuova fase politica” (pp. 511-512).

Pure essendo molto consapevole del ruolo molto influente svolto dai Presidenti: da Scalfaro (poi criticatissimo da Martelli), in misura inferiore, da Ciampi, in misura enormemente superiore da Napolitano (regolarmente descritto da Martelli come molto attento alle preferenze e alle esigenze del PSI), non intendo discutere della validità dell’asserzione di Martelli (guidare la nuova fase politica dal Quirinale), ma trovo curioso come nella sua autobiografia i rapporti Craxi-Berlusconi siano appena accennati e il potere successivo di Berlusconi non sia neppure preso in considerazione. Maliziosamente aggiungerò che parecchio spazio viene concesso, invece, a Gelli e agli incontri da Martelli avuti con il capo della P2. Ancora più curioso è che Martelli scriva della necessità di “riunire e guidare” la sinistra, divisa e confusa, praticamente cancellando quello che mi era sembrato l’impegno predominante del suo agire politico, oserei aggiungere, intellettuale e culturale: costruire una grande forza politica liberalsocialista. Affronterò questo importantissimo aspetto facendo riferimento a due nomi, diversamente molto significativi, e a un evento straordinariamente importante. La premessa, di cui Martelli potrebbe dolersi, sta in una sua frase: “La coerenza è una virtù che parla di noi ma ha poco a che fare con la realtà” (p. 499). Quindi, essere incoerenti non è soltanto giustificabile; diventa assolutamente indispensabile. Qui, entra in campo, preceduto da critiche durissime (che sono spesso molto condivisibili) al Sessantotto e alle sue manifestazioni, il capo di “Lotta Continua” (e il direttore dell’omonimo giornale) di uno dei movimenti di maggiore successo, allora e oggi: Adriano Sofri. Mi limito a registrare un siparietto svoltosi nel 1985 in occasione del loro primo incontro nelle sale della rivista socialista “Mondoperaio”. “A riunione conclusa, Sofri mi abbordò: ‘Mi avevano detto che ci assomigliamo, ma tu sei più bello’. Scherzo per scherzo, risposi: ‘Tu sei più intelligente’ ” (p. 329). Resisto, ma davvero con molta fatica, dal commentare quanto di questo scambio riveli delle personalità di entrambi. Registro, invece, le molte parole che Martelli spende per sottolineare un’ampia concordanza di vedute con Sofri, del quale non riesco a ricordare espressioni lontanamente avvicinabili al “liberalsocialismo”.

Il secondo nome è Norberto Bobbio, il relatore della mia tesi di laurea all’Università di Torino, ovviamente, non il più noto e il più rilevante dei suoi meriti intellettuali e dei suoi contributi alla cultura politica di un paese refrattario, per di più schiacciato fra il cattolicesimo e il comunismo. Bobbio, uno dei grandi maestri del liberalsocialismo, viene citato tre volte. Nella prima citazione incidentale viene collocato insieme con Federico Mancini (con il quale non aveva praticamente nulla in comune) fra i “maestri tradizionali” (p. 212). La seconda volta, ricorda Martelli, di essere incorso “nella censura, amichevole, ma severa, di Norberto Bobbio: ‘equità e eguaglianza sono sinonimi’ [ho i miei dubbi sulla veridicità dell’attribuzione di questa frase a Bobbio] e mi rimandò a una bibliografia, –piuttosto datata, a dire il vero–… Replicai che tutto ciò che chiamiamo e amiamo con il nome di liberalsocialismo ruota intorno al tentativo di conciliare libertà ed eguaglianza in una sintesi superiore, più comprensiva e più mobile” (p. 333-334, corsivo mio). Avrei sperato che, per quanto “maestro tradizionale” e antico, Bobbio avesse imparato la lezioncina. Invece, qualche tempo dopo, a Bobbio toccò di ricevere un’altra severa e sprezzante critica: “a definire destra e sinistra non basta” –scrive Martelli dall’alto della sua filosofia politica– “il rapporto che, rispettivamente, hanno l’una con la libertà e l’altra con l’eguaglianza, secondo la discutibile distinzione resa celebre da Norberto Bobbio in un libricino di successo” (p. 379, corsivi miei). Peccato che Martelli dimentichi di citare il titolo La democrazia dell’applauso, di un famoso (e “discutibile”?) articolo di Bobbio con il quale su “La Stampa” del maggio 1984 il filosofo torinese stigmatizzava l’acclamazione senza votazione con la quale Craxi fu riconfermato segretario del PSI nel Congresso di Verona. A quell’articolo vale la pena di citare anche l’immediata e sprezzante replica di Craxi: “i filosofi che hanno perso il senno”. Tutto l’episodio è omesso da Martelli. Il quesito, però, è come fare il liberalsocialismo in Italia relegando ai margini il più influente filosofo del liberalsocialismo stesso.

La risposta Martelli l’aveva già data. Questo è l’evento che ho preannunciato: il suo giustamente famoso discorso “sui meriti e sui bisogni” pronunciato alla conferenza programmatica “Governare il cambiamento” che il PSI tenne a Rimini (31 marzo-4 aprile 1982). Martelli ricorda ai lettori che quel discorso fu giudicato “da molti osservatori, dagli stessi comunisti e da un interlocutore ostico come De Mita – come “il momento più alto del nuovo corso socialista” (p. 291). Sottolinea che voleva “scrivere un manifesto del socialismo moderno”, “uscire dal discorso ideologico, dal confronto di dottrine e di esperienze politiche” … attingendo dagli esempi, dal metodo, dai percorsi e dai risultati del secolo socialdemocratico [questa è la caratterizzazione data al XX secolo da Ralf Dahrendorf], a cominciare dalla sua espressione più compiuta, quella svedese” (p. 291). Fu senza nessuna riserva un discorso efficacissimo, persino entusiasmante, che riuscì, almeno con le parole, a coniugare in maniera ispirata il liberalismo, premiare i meriti, con il socialismo, liberare dai bisogni. Proprio il liberalsocialismo che Bobbio aveva provveduto a teorizzare da almeno trent’anni. “Il discorso di Rimini fu interrotto da applausi ripetuti, intensi e da un’ovazione finale lunga cinque minuti, con tutti i delegati in piedi e non pochi con le lacrime agli occhi, come mostrano i video d’epoca. Solo Craxi rimase seduto” (p. 298, corsivo di commento mio). Il resto è storia. Il PSI non seppe, non volle, non cercò di applicare quei due principi. Martelli continuò a fare il delfino di Craxi e Craxi continuò a dedicarsi alle manovre per (ot)tenere il potere, alla fine rifiutandosi di cederlo per tempo a Martelli.

Tralascio qui due elementi che, invece, Martelli sottolinea: il suo intenso e meritorio rapporto con Giovanni Falcone e le sue alquanto logore e banali, a mio parere, spesso esagerate e non inoppugnabili, critiche alla magistratura. Un ex-Ministro della Giustizia dovrebbe saperne di più e avrebbe dovuto agire rapidamente e più a fondo nei confronti dei magistrati corporativi, politicizzati, carrieristi, inefficienti. Tutto questo vale per un bilancio della sua personale traiettoria politica. Quanto all’operato complessivo, “quel che Craxi ha fatto, quel che abbiamo fatto insieme e con tanti altri compagni merita ancora di essere studiato, discusso, compreso” (p. 591). Gli errori Martelli li attribuisce all’insistenza di Craxi su un anticomunismo obsoleto che, in verità, fu la cifra, 0quasi totalmente condivisa da Martelli, del suo agire politico. “Nettamente prevalenti sulle ombre”, le luci furono “la rinascita del PSI e di un riformismo moderno [peccato che di questo non vi sia più traccia con almeno due terzi dei socialisti confluiti in Forza Italia], la contestazione energica, democratica, vincente del comunismo italiano [che, però, ha infiacchito i rimanenti comunisti, ma non ne ha fatto dei ‘liberalsocialisti’], la prova di governo e di orgoglio nazionale, le battaglie per i diritti umani e l’indipendenza dei popoli” (p. 591). Ricordati di vivere è una storia politica di grandi successi personali la cui morale è che, alla fine, in politica, non si vince mai. Questo, forse, spiega perché nelle memorie di Martelli, la sua innegabile arroganza si combina con l’inconfessabile dolore per l’irreparabile incompiutezza della sua parabola politica.

Paradoxa, Anno 9 – Numero 3 – Luglio/Settembre 2015

Perché Renzi dopo le Regionali è (forse) più debole.

formiche

Intervista raccolta da Edoardo Petti per Formiche.net

Parla Gianfranco Pasquino.
Il politologo ravvisa nell’esito del voto regionale la sconfitta della “campagna faziosa” del premier. Parla di Cinque Stelle con il “vento in poppa” e ridimensiona le ambizioni di Salvini.

Riconferme, sorprese, vittorie sul filo di lana. I risultati delle elezioni regionali tratteggiano un panorama politico in fermento.

Per capirne le linee di sviluppo Formiche.net ha interpellato Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica all’Università di Bologna.

Dopo il voto, il governo è più forte o più debole?

Il governo tira avanti. Non è particolarmente forte, ma non è fragile poiché può contare su una maggioranza parlamentare. Chi si è indebolito – e giustamente – è Matteo Renzi. Protagonista di una brutta campagna elettorale, è stato molto aggressivo verso le minoranze interne rivelandosi incapace di allargare le adesioni al Partito democratico.

La “rottamazione” promossa dal premier si è fermata a livello nazionale senza sfondare in periferia?

Sì. La candidata governatrice più vicina al leader del Pd – Alessandra Moretti – ha perso nettamente in Veneto. Le figure che hanno vinto alla grande – Michele Emiliano in Puglia ed Enrico Rossi in Toscana – sono tutto fuorché renziani. L’aspirante presidente della Liguria Raffaella Paita è una renziana della terza e quarta ora. La neo-governatrice dell’Umbria Catiuscia Marini non è legata al Presidente del Consiglio, e ha prevalso pur rischiando moltissimo. Vi è stato pertanto un effetto Renzi. Ma al contrario, nel senso di togliere consensi al Nazareno.

Il “partito pigliatutto” o della Nazione non si è materializzato. Il Pd è tornato ai voti della segreteria di Pier Luigi Bersani?

Il “Partito della Nazione” è un’invenzione di cui l’entourage del premier si è appropriata. Tuttavia, per renderla convincente non si deve rottamare tutto il vecchio che esiste nel Partito democratico. Perché molte volte “vecchio” è eguale a “capace e esperto”. E poi è necessario lanciare un messaggio con respiro nazionale, non fazioso e respingente come ha fatto Renzi.

La “sentenza” della Commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi può aver giovato a Vincenzo De Luca in Campania?

No. Il primo cittadino di Salerno ha vinto perché è molto radicato nel territorio, anche grazie a reti di consenso clientelare. Verso di lui si è registrata la convergenza di Ciriaco De Mita. Lo scarto di voti rispetto al candidato del centro-destra Stefano Caldoro è prodotto esattamente dalle migliaia di consensi che l’ex leader della Democrazia cristiana riesce a muovere, grazie a una storia politica lunga, profonda e di successo.

Il Movimento Cinque Stelle si conferma seconda forza politica italiana. Può gongolare in vista di un ballottaggio per il governo con le nuove regole elettorali?

La formazione penta-stellata ha scelto candidati radicati nelle diverse regioni. Ha condotto una campagna efficace raccogliendo il malessere e l’insoddisfazione popolare verso il sistema politico. E lo ha fatto senza la visibilità mediatica di Beppe Grillo. È chiamata però a risolvere un problema.

Quale?

Trovare un buon candidato premier nell’eventualità di una sfida per Palazzo Chigi. Ruolo che non potrà essere ricoperto da Grillo né da Gianroberto Casaleggio. Non so se i giovani parlamentari che guidano il M5S nelle Camere potranno esprimere tale leadership.

Altro risultato lusinghiero è quello della Lega. Ma il governatore del Veneto Luca Zaia non ha il profilo protestatario di Matteo Salvini.

Zaia presenta il vantaggio di essere una persona nota e capace senza coltivare posizioni estremiste. Per questa ragione ha saputo costruire una robusta base di consenso nel centro-destra, compreso l’elettorato di Forza Italia. Ma l’immagine di Salvini conta, come rivela la sua efficacia nelle molteplici apparizioni televisive. Certo, la capacità di governo è altra cosa. Se fosse lui il candidato premier dell’area conservatrice i cittadini penserebbero quattro-cinque volte prima di votarlo.

Sommando le adesioni di M5S e Carroccio emerge una massiccia tendenza ostile all’Ue e all’euro?

È vero. Ma non sono così convinto che tutti gli elettori di Cinque Stelle e Lega vogliano uscire dall’Unione Europea o dall’area della valuta comune. I piccoli e medi imprenditori del Nord – parte rilevante del bacino di consensi delle due formazioni – sanno bene che la loro ricchezza e capacità espansiva sono legati all’appartenenza all’Ue e all’Euro-zona. Fuori delle quali incontrerebbero serie difficoltà. Pensiamo al costo che dovrebbero affrontare per cambiare un’eventuale lira italiana nel trasferimento di attività produttive in Romania o negli scambi commerciali con le aziende tedesche.

La vittoria di Giovanni Toti in Liguria segna la rinascita di Forza Italia, o è merito dell’affermazione del Carroccio?

L’elemento Lega si è rivelato decisivo nel caso Liguria. Regione dalla composizione demografica e sociale eterogenea, simile per molti versi a quella della Florida. Non a caso Stato chiave e storicamente incerto nelle campagne elettorali Usa. Ricordiamo che il Pd ligure ha vissuto una spaccatura, e con il 10 per cento conquistato dalla sinistra di Luca Pastorino avrebbe vinto. Evidentemente una componente dell’elettorato progressista tradizionale era stufo del sistema di potere creato dal precedente governatore Claudio Burlando, mentore politico di Paita.

 Pubblicato il 1 giugno 2015

Così distanti da Ruffilli

Corriere di Bologna

Ventisette anni fa, un sabato pomeriggio, mentre era nel suo studio di Forlì, fu assassinato il (cito l’apertura, che ho ancora nelle orecchie, del Giornale Radio Uno delle 19) “il senatore democristiano Roberto Ruffilli”. La motivazione delle Brigate Rosse, che rivendicarono immediatamente la loro azione, fu che le riforme istituzionali alle quali lavorava il sen. Ruffilli avrebbero razionalizzato e reso più oppressivo lo Stato. Forte nelle sue convinzioni, Ruffilli era tutto meno che incline a opprimere chiunque. Anzi, oserei dire che la sua inclinazione era, proprio come quella del segretario democristiano Ciriaco De Mita, che stava per dare vita al suo primo e unico governo, al ragionamento e alla persuasione come modalità di elaborare qualsiasi riforma. Più che democristiano, fra l’altro, nient’affatto gradito dai democristiani del collegio romano “Salario-Nomentano”, dove De Mita lo aveva “paracadutato”, Ruffilli era un moroteo, paziente e disposto a pagare il prezzo di tempi lunghi per approvare riforme buone, largamente, non unanimemente, condivise. Non “prestato alla politica” dall’Università, alla quale sarebbe sicuramente tornato alla fine del suo secondo mandato, ma disposto a rendere quel servizio che soltanto persone come lui, colte in materia storica e istituzionale, potevano svolgere, Ruffilli era stato il capogruppo della DC nella Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali nota, dal nome del suo Presidente come Commissione Bozzi. E che gruppo era quello democristiano, nel quale si trovavano anche, per fare qualche nome, Nino Andreatta, Pietro Scoppola, Mario Segni!

Pur consapevole che può essere un esercizio sterile, mi sono spesso chiesto in questi lunghi anni nei quali, di tanto in tanto, appariva una fiammata riformatrice, che cosa ne avrebbe pensato Roberto. In generale avevamo idee diverse, ma concordavano sul punto centrale, qualificante e, al tempo stesso, discriminante rispetto ai molti che, in Commissione e fuori, si sarebbero accontentati di qualche ritocco cosmetico o, i più “audaci”, del rafforzamento, a prescindere di qualsiasi riequilibrio, dei poteri del Presidente del Consiglio. Con Roberto (e, fortunatamente con altri, ma pochi) condividevamo il progetto di fondo: costruire le condizioni elettorali e istituzionali di una democrazia dell’alternanza. Roberto innestava la sua visione su quella che più volte definì “la cultura della coalizione”, vale a dire la necessità democratica che i partiti coalizzatisi distribuissero poteri e cariche, proprio come fanno i governi di coalizione in tutte le democrazie parlamentari europee, in base ai voti ottenuti da ciascun partito.

Se ricordiamo che, alla fine, il 1 febbraio 1985, la Commissione approvò un ordine del giorno a favore del sistema elettorale tedesco, rappresentanza proporzionale personalizzata, firmato da lui, da Augusto Barbera in rappresentanza del PCI, da Andreatta, Segni, Scoppola e anche da me (con l’esplicita motivazione, second best), possiamo misurare le distanze del suo pensiero istituzionale rispetto a quanto avviene oggi. Con scienza, con pazienza e con un filo di ironia, Roberto Ruffilli sarebbe molto critico degli sviluppi in corso.

Pubblicato il 16 aprile 2015

Il decisionismo craxiano

Recensione del libro Decisione e processo politico. La lezione del governo Craxi (1983-1987) – Marsilio Editori.
Il volume raccoglie gli atti del convegno che la Fondazione Socialismo, l’anno scorso, aveva dedicato al 30° anniversario della nomina del leader socialista alla guida del governo, con gli interventi di Massimo Cacciari, Luciano Pellicani, Giuliano Amato, Giuseppe De Rita, Gianni De Michelis, Antonio Badini, Giuseppe Mammarella, oltre che di Acquaviva e Covatta.
Il volume contiene inoltre un’appendice documentaria, curata da Luigi Scoppola Iacopini ed Alessandro Marucci, che ricostruisce il dibattito sulla leadership e sulla democrazia competitiva che ha accompagnato la storia dell’Italia repubblicana dal fallimento della “legge truffa” ai primi anni ’90.

copertina mondoperaio maggio

Da Mondoperaio 9/2014 (pp 91/93)

Il decisionismo craxiano
Gianfranco Pasquino

L’ultima cosa che farò consiste nell’andare alla ricerca affannata e affannosa del decisionismo dei contemporanei. Mi limiterò soltanto, ma mi pare moltissimo, a cogliere la struttura e gli aspetti qualificanti (successi e fallimenti) del decisionismo di Bettino Craxi, mettendoli nel contesto dei quindici ruggenti anni in cui il segretario socialista ebbe il potere di esplicarlo. Da subito, però prendo atto della ripartizione temporale in tre fasi opportunamente proposta e utilizzata da Luigi Scoppola Iacopini. Prima fase: dal 1976 alla conquista di Palazzo Chigi nel 1983, “di gran lunga la più felice e incisiva”; seconda fase: gli anni della guida del governo (1983-1987): “terminato lo slancio iniziale, cominciano ad affiorare alcuni preoccupanti segnali di involuzione”; terza fase che “abbraccia l’ultima stagione culminata poi nel crollo” (pp. 97-98).

La panoramica di opinioni e di interpretazioni del decisionismo craxiano offerta in questo prezioso libro, arricchito da una importante documentazione con utilissimi testi di approfondimento, convergerebbe nell’individuarne la manifestazione più significativa e incisiva nel periodo di governo. A questo decisionismo si attaglia la definizione che Gennaro Acquaviva offre nella sua nota introduttiva, affermando che questa fu una dote particolarmente di Craxi: “Saper prendere decisioni politiche, anche serie e rischiose, con freddezza e al momento giusto, costruendosi contemporaneamente condizioni e forza sufficienti a fargli convogliare sulla decisione un consenso ampio e ben solido, in grado di portarlo alla realizzazione della decisione”(pp.9-10).

Nella sua prefazione Piero Craveri amplia il discorso – come anch’io credo bisognerebbe fare – affermando reciso che “il decisionismo di un leader e di una classe dirigente politica si misura su quello che questa può decidere” (p. 18). Craveri lascia intendere che allora si potesse decidere molto e oggi poco, trovandomi in disaccordo. Mantengo alto il mio disaccordo anche con i molti che continuano a ritenere e sostenere che il famigerato complesso del tiranno abbia reso costituzionalmente debole il capo del governo italiano. La mia posizione è che il capo del governo può essere forte anche in Italia se ha autorevolezza personale, competenza, un progetto, e se fonda il suo potere sul sostegno convinto, ma non servile, di un partito maggioritario. Se qualcuno pensa che io intenda riferirmi a qualche situazione contemporanea, sono sue congetture: ma rilegga il mio sapiente uso delle parole di cui sopra.
Per completare le opinioni sul decisionismo, è opportuno citare Giuseppe De Rita. Il vecchio sociologo specifica che “lo statista è decisionista giorno per giorno e nelle istituzioni. Craxi, invece, era un decisionista politico una tantum, e questo, alla fine, lo ha lasciato nudo: il Parlamento non lo ascoltava, il Csm neanche lo considerava, la Magistratura lo inseguiva. Era un uomo senza istituzioni, perché non era stato capace di trasformarsi da politico a statista, da politico a uomo delle istituzioni” (p. 37). De Rita offre anche la sua teoria sul decisionismo: “Per decidere, bisogna concentrare il potere, bisogna verticalizzare il potere. Per farlo, bisogna personalizzarlo. Per personalizzarlo, bisogna mediatizzarlo, cioè renderlo pubblico, e per fare tutto questo ci vogliono un sacco di soldi” (p. 36, tutti corsivi miei). Postilla: per mediatizzare è, con tutta probabilità, sufficiente “fare notizia” con proposte, comportamenti, soluzioni. Quanto alla concentrazione, alla verticalizzazione e alla personalizzazione, bisogna avere o volere costruire un partito e istituzioni apposite, come, ad esempio, il semipresidenzialismo della Quinta Repubblica: Vive la France!

Naturalmente esiste anche una concezione del modo di governare che è del tutto opposta al decisionismo: è la mediazione. Portata ai suoi livelli più raffinati da Aldo Moro, ma condivisa da tutti i democristiani ad eccezione di Amintore Fanfani, la mediazione respinge la concentrazione del potere, non lo verticalizza, si oppone alla personalizzazione preferendo le trattative con le associazioni. Alla fine del processo di mediazione (spesso definita “incessante”, spesso così voluta dai “mediatori”) non ci sarà una vera e propria decisione, ma la semplice accettazione di quanto è emerso nel corso della discussione, dei negoziati, degli scambi di ogni tipo. Persino Ciriaco De Mita – non a caso osteggiato, ricambiatissimo, da Craxi – nella sua esperienza di governo fu sostanzialmente moroteo, cioè interessato al “ragionamento”, una formula appena più intellettuale della mediazione.
Ovviamente ai morotei (in politica, nelle redazioni dei quotidiani e nelle cattedre universitarie) il decisionismo craxiano apparve da subito e per sempre scandaloso. Per quel che ne so, Craxi fu sempre pienamente consapevole delle costrizioni che il sistema politico italiano poneva a quella che per lui era una assoluta necessità: prendere decisioni molto incisive proprio per cambiare il sistema, per rompere il bipolarismo Dc/Pci, per dare un ruolo più importante all’Italia in Europa. La sua riluttanza per tre mesi a nominare il capo di gabinetto alla Presidenza del Consiglio fu assolutamente indicativa del tentativo di sfuggire alle reti di rapporti che gli alti burocrati romani hanno da tempo intessuto e alimentato e grazie ai quali, muovendosi da gabinetto a gabinetto e da ministro a ministro, ingabbiano l’azione e contengono la (eventuale) vivacità dei governi. Neanche le numerose crisi dei governi democristiani incidevano sul potere dei burocrati, sempre disponibili, sempre pronti a costruire chiavi in mano le segreterie di qualsiasi ministro arrivasse (meglio se non già “romano”). Naturalmente, chiunque avesse potuto contare su Giuliano Amato come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, avrebbe potuto fare a meno di un apparato costitutivamente frenante. Nel riflettere sulla sua esperienza (forse non soltanto di sottosegretario, ma di ministro e di Presidente del Consiglio), Amato sottolinea che in Italia il potere non è né del Parlamento né del governo: “E’ un potere di quei pochi grands commis d’apparato che dominano le tecniche attraverso le quali queste regole vengono messe insieme”. Rilevo che il politologo che è in me da diversi decenni pensa che l’alternanza fra partiti e coalizioni e la facoltà di creare gabinetti politici dovrebbero servire a fare “circolare” e, quando necessario, emarginare i grands commis.
Peraltro, in pratica, la traiettoria decisionista craxiana non fu eccessivamente intralciata dalla burocrazia. Da un lato, si esplicò con vigore; dall’altro, cadde prigioniera delle contraddizioni e degli errori dello stesso Craxi. Nei saggi di questo ben costruito e utile volume, colgo tre esempi importanti di decisionismo che ebbe successo: il decreto di San Valentino, Sigonella, l’Atto Unico. In tutt’e tre i casi il decisionismo di Craxi rompe lentezze, titubanze, incrostazioni di potere, interessi costituiti. Credo che dei tre il più importante sia stato il decreto di San Valentino, per diverse ragioni che spiego. La prima ragione è che questa fu la vera sfida a un doppio tabù: concertare sempre con i sindacati, accordarsi previamente con il Pci. Purtroppo, i successivi governanti non hanno imparato la lezione cosicché l’Italia ha continuato a soffocare fra accordi e concertazioni. La seconda ragione è che Craxi, insieme in modo speciale a Pierre Carniti, costruì davvero quella decisione.
Dunque non si trattò di un decisionismo brutale e senza fondamento, ma di una decisione meditata. Infine, seppure dopo qualche tentennamento, Craxi accettò anche la sfida referendaria del 1985. Non ho dubbi (e i sondaggi di quei tempi mi confortano) sul fatto che la vittoria nel referendum arrise a Craxi quando divenne chiara a tutti la sua sfida con piena assunzione di responsabilità: “Un minuto dopo l’eventuale sconfitta, il Presidente del Consiglio darà le dimissioni”. Un milione e più di elettori valutò che la stabilità del governo e del capo di quel governo fosse molto più importante di due punti di scala mobile. Craxi non giocò d’azzardo, ma si espresse come uno statista che mette in gioco la sua carica per tutelare gli interessi del paese. Qui, però, sta il punto critico.

In un’occasione non dissimile, il referendum sulla preferenza unica del giugno 1991 (sì, lo so che può apparire di importanza nettamente inferiore alla scala mobile, ma Craxi aveva scommesso molto anche sulla Grande Riforma, alzando quindi la posta), il suo comportamento contraddisse appieno la mission di uno statista. Craxi valutò esclusivamente l’eventuale impatto dell’esito del referendum sul Psi. Sbagliando, anzitutto, poiché la più danneggiata sarebbe stata, e fu, la Democrazia cristiana, per la quale le preferenze multiple erano simili a reti a strascico che raccoglievano e trascinavano elettori del più vario tipo. Sbagliando in secondo luogo perché quel referendum apriva la strada proprio ad altre più incisive riforme istituzionali. Sbagliando, infine, perché con il suo invito ad andare al mare appariva come il perno della conservazione di un sistema che da più di un decennio lui stesso sosteneva (sempre più vagamente) di volere cambiare.

Questa torsione straordinariamente conservatrice non fu contrastata da nessuno nel suo partito, un’organizzazione che era oramai una palla al piede del segretario, che l’aveva lasciata in mano a ras locali che facevano il bello e il cattivo tempo nei comuni, nelle provincie, nelle regioni, dimostrando una disinvoltura coalizionale senza precedenti (ma con gravi conseguenze sull’immagine del partito). Nessuna sorpresa che la popolarità e il grado di apprezzamento di Craxi siano fino all’inizio degli anni Novanta rimasti di gran lunga più elevati di quelli del Psi. Sia Covatta sia Spini (citato da Scoppola Iacopini) hanno parole dure nei confronti dell’organizzazione. Covatta ritiene che il progetto di tagliare le unghie ai “signori delle tessere” e di ridimensionare il ruolo del partito degli assessori non fu neppure iniziato perché, se ho capito bene, Craxi ritenne “americanate” le proposte di riforma pubblicate, fra l’altro, anche sulle pagine di Mondoperaio (dev’esserci anche qualche mio articolo in materia). Spini sottolinea che la concezione del partito adottata o intrattenuta da Craxi non fu “né fisiologica né feconda perché divideva il partito in tanti potentati, fino appunto, a perderne il controllo” (p. 109). Insomma, il decisionista aveva deciso di librarsi alto lasciando le mani troppo libere a un ceto di opportunisti.

La spiegazione mi pare semplicistica. Si vorrebbe saperne di più. La conseguenza, invece, è chiarissima. Quel partito non era in grado di capire che cosa succedeva nell’elettorato. Quei dirigenti erano troppo preoccupati dalle loro carriere e prospettive di carriera. Non avevano nessuna voglia di interloquire con Craxi (certo, poco disposto a tollerare il dissenso aperto). Con il referendum del 1991 venne la rivelazione che il leader non era più in grado di cogliere e interpretare l’umore dell’elettorato. L’inatteso – ma in buona misura prevedibile – consenso referendario travolse Craxi e con lui il Psi senza che quell’organizzazione feudalizzata riuscisse a opporre resistenza alcuna. Il resto, nel migliore dei casi (ma quale?), è tardiva recriminazione. Per qualcuno dei decisionisti contemporanei potrebbe anche essere una lezione. Un’organizzazione di donne e uomini disposti a fare politica sul territorio serve anche a raccogliere informazioni e a diffondere comunicazioni più e meglio di qualsiasi scarica di tweet.

Decisione e processo politico. La lezione del governo Craxi (1983 – 1987)  A cura di Gennaro Acquaviva e Luigi Covatta - Marsilio (2014)

Decisione e processo politico. La lezione del governo Craxi (1983 – 1987)
A cura di Gennaro Acquaviva e Luigi Covatta – Marsilio (2014)