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Le promesse sulla legge elettorale #OscuriDesiderideiPolitici

Care (e)lettrici e (e)lettori che sulle spiagge fra un bagno e l’altro e fra una bibita e un gelato vi chiedete con quale legge si andrà a votare, prestate un po’ di attenzione anche saltuaria a quel che dicono i politici. Vogliono farvi credere che preparano una legge buona per voi e per il sistema politico che diventerà finalmente governabile. È l’oggetto di loro oscuri desideri. Per metà non sanno di cosa parlano poiché i meccanismi elettorali hanno sempre qualche elemento di complessità che sfugge loro, per l’altra metà, manipolano.

Primo punto, non credete a chi vi dice che purtroppo stiamo tornando alla proporzionale. Il ritorno è avvenuto già nel 2005 con la legge del centro-destra nota come Porcellum e sarebbe continuato con l’Italicum (non casualmente gradito anche a Berlusconi), entrambe leggi proporzionali “distorte” da un premio di maggioranza. I critici del ritorno, in realtà, desiderano non una legge elettorale maggioritaria come l’inglese o la francese, entrambe applicate in rischiosissimi collegi uninominali, ma un premio di maggioranza per trasformare un consenso elettorale del 30/40 per cento di voti in un gruppo parlamentare con 54 per cento di seggi. Meglio di no, meglio non stravolgere artificialmente la rappresentanza proporzionale, visto anche che né con Berlusconi né con Renzi al governo abbiamo avuto stabilità e efficacia decisionale.

Secondo, è’ tornato in auge, ma non sono sicuro lo sia davvero mai stato, il sistema elettorale tedesco che, con buona pace del Direttore de “Il Foglio” e di troppi altri, non è un proporzionale “puro” non foss’altro perché ha una bella clausola del 5 per cento per accedere al Parlamento. Allo stato dei consensi rilevati da tutti i sondaggisti, quella clausola escluderebbe dal Parlamento Angelino Alfano, Giorgia Meloni, il Movimento Democratico Progressista. Otterrebbero seggi il PD, il Movimento Cinque Stelle, Forza Italia e la Lega Nord (no, non sono sicuro che questa sarà la graduatoria). Sono sicuro che qualsiasi premio di maggioranza fantasiosamente inserito nel sistema tedesco lo snaturerebbe e imporrebbe di chiamarlo in un altro modo.

Terzo, sotto traccia tutti sanno, più di chiunque lo sanno i parlamentari, che quello che interessa davvero sia a Berlusconi sia a Renzi è avere il potere di nominare i propri parlamentari. Il sistema davvero tedesco elegge metà dei parlamentari in collegi uninominali, anche per questo i due leader ne vorrebbe una correzione/stravolgimento. Quanto alla reintroduzione delle preferenze per dare agli elettori un po’ di potere nell’elezione dei parlamentari, è alquanto offensivo per gli italiani sostenere che il voto di preferenza è veicolo di corruzione come se i parlamentari in carica dal 2013, nessuno eletto con voti di preferenza, non fossero incappati in molti casi di corruzione e di altri reati connessi.

Soprattutto, alza la voce Matteo Renzi, quarto punto, niente coalizioni. Lui sostiene che la coalizione la fa(rà) con i cittadini. Peraltro, il governo che Renzi ha guidato da febbraio 2014 al dicembre 2016 era un classicissimo governo di coalizione: Partito Democratico, Scelta Civica, Nuovo Centro Destra. Quel che più conta, però, è che la politica è proprio l’arte di fare coalizioni anche di governo. Non sarà mica un caso se tutte le democrazie parlamentari dell’Europa occidentale, ma anche la democrazia semipresidenziale francese, hanno governi di coalizione? Aggiungo che tutte queste democrazie, ad eccezione di Gran Bretagna e Francia, usano da molto tempo, alcune da sempre, leggi elettorali proporzionali.

Allora, concludo, il compito per le vacanze dei politici che non ne sanno abbastanza e per quelli che fanno furbesche manipolazioni è: non inventatevi nulla. Avete già dato molto e male. Studiate le leggi elettorali europee per importarne il meglio. Al momento opportuno gli elettori vi valuteranno anche con riferimento alla legge con la quale saranno costretti a votare (o no).

Pubblicato AGL 8 agosto 2017

Decurtare i vitalizi ma senza populismi

La premessa è doverosa. Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso sono stato Senatore della Sinistra Indipendente e dei Progressisti. Dunque, sono il fortunato (e mio figlio aggiunge: privilegiato) percettore di un vitalizio. Denuncio il mio personale conflitto d’interessi poiché, se il testo approvato dalla Camera passasse senza variazioni al Senato, il mio vitalizio sarebbe significativamente decurtato, quasi dimezzato. Non solo perché me lo dice mio figlio, ritengo che i vitalizi siano non diritti, ma privilegi acquisiti che, di conseguenza, possono anche, applicando criteri equi, essere in una certa misura ridimensionati. Naturalmente, se il criterio di fondo è che i parlamentari debbono essere trattati come tutti i cittadini perché cittadini sono e bisogna ricordarglielo, allora emergono subito due enormi problemi. Primo problema, potrebbero, di conseguenza, essere ricalcolate, compito immenso, tutte le pensioni basate sulle retribuzioni e non sui contributi effettivamente versati da qualche milione di nostri concittadini? Il rischio esiste. Forse si richiederebbe qualche precisazione nel testo di legge, anche per evitare che il quasi inevitabile intervento della Corte Costituzionale, poiché è facile prevedere che vi saranno ricorsi, finisca per cassare tutto. Naturalmente, questa eventualità è di scarso interesse per i parlamentari delle Cinque Stelle il cui scopo prominente è di avere una tematica popolare (populista?) con la quale condurre la prossima campagna elettorale. “Abbiamo imposto la decurtazione dei vitalizi” può funzionare altrettanto bene che “la casta ha bocciato la nostra legge moralizzatrice”. Quanto al Partito Democratico, fra i cui parlamentari esistono posizioni più articolate e più sfumate, parerà comunque il colpo sottolineando che il primo firmatario della legge è un suo deputato.

Il secondo problema mi appare molto più grave e denso di pericoli attuali e futuri. Fare il parlamentare non è un mestiere come qualsiasi altro. Richiede preparazione e competenze che non si acquisiscono necessariamente e soltanto nelle università, ma che vengono anche dall’esperienza. Questa è una motivazione della mia contrarietà al limite dei mandati elettivi. Quando fa la sua comparsa un parlamentare bravo, in qualsiasi modo si definisca la sua bravura: competenza, capacità di lavoro, volontà di ascoltare e rappresentare preferenze, interessi, ideali dei suoi elettori, non vedo perché troncargli/le la carriera in maniera burocratico-ragionieristica. Siano gli elettori a decidere se rieleggerlo/a o mandarlo/a a casa. Qui sta la ragione per la quale sono assolutamente favorevole a una legge elettorale fondata sui collegi uninominali nei quali gli elettori vedono i candidati che, a loro volta, cercano di capire le esigenze degli elettori. Accompagnare la decurtazione dei vitalizi con affermazioni che degradano il ruolo e il compito dei parlamentari è assolutamente diseducativo. Blandisce l’antiparlamentarismo di troppi italiani che ha una lunga e nient’affatto venerabile storia. Alimenta atteggiamenti di critica, talvolta pur meritati da alcuni parlamentari, a scapito dell’istituzione parlamento nel suo complesso, della stessa democrazia rappresentativa.

Sottolineo che, invece di parlare di alternative immaginarie alla democrazia rappresentativa, ogni volta smentite dalle pasticciate consultazioni grilline sulle quali si abbatte la frase di Grillo: “fidatevi di me”, poi rivelatasi perdente, l’obiettivo dovrebbe essere quello di fare funzionare meglio, eventualmente, perfezionandola, la democrazia rappresentativa. La certezza di un’indennità che consenta a chi ha solo quell’emolumento di fare il parlamentare a tempio pieno (quindi, maggiormente criticabile quando assente dai lavori) e quella di un vitalizio al termine degli anni di lavoro è essenziale per trovare un’ampia e qualificata, questo è un punto dirimente, platea di aspiranti fra i quali poi saranno gli elettori a scegliere soprattutto se esisteranno i collegi uninominali. Male e incertamente ricompensati, sotto l’eventuale mannaia del limite di mandati (che inevitabilmente spingerà molti di loro nel secondo mandato a dedicare parecchio tempo alla ricerca di alternative occupazionali), additati come profittatori agli occhi di un’opinione pubblica male informata e mal disposta, molti italiani che avrebbero le capacità e la voglia di fare politica potrebbero ritrarsi. Avremo risparmiato sui vitalizi e sull’indennità. Sprecheremo molte energie indispensabili a rinnovare l’asfittica politica italiana e la sua democrazia poco e malamente rappresentativa.

Pubblicato il 28 luglio 2017

 

Parlamentari a lezione dai francesi

Guardare con invidia ai risultati elettorali francesi e sostenere che in Italia tutto questo sarebbe stato conseguibile con le riforme renzian-boschiane e l’Italicum significa non sapere e non capire nulla né delle forme di governo né delle leggi elettorali. Il semi-presidenzialismo francese si fonda sull’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica. Poiché è assolutamente improbabile che un candidato ottenga la maggioranza assoluta al primo turno si va al ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto più voti. Il ballottaggio che, inevitabilmente, bipolarizza la competizione, non dà premi in seggi, ma attribuisce la carica. Il grande merito di Macron è stato quello di avere fatto campagna elettorale su una tematica fortemente bipolarizzante: “Europa Sì/No”, conquistando voti dai gollisti, dai centristi, dai socialisti. Nelle elezioni legislative, l’effetto di trascinamento della sua vittoria presidenziale è stato meno grande delle previsioni, ma sufficiente a consegnare la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale ai parlamentari eletti del suo schieramento: La République en Marche.

Il 75 per cento dei deputati non hanno fatto parte dell’Assemblea eletta nel 2012. Quindi c’è stato un enorme rinnovamento favorito dal sistema elettorale a doppio turno nei collegi uninominali. Gli elettori che sono andati alle urne (l’unico neo della vittoria de La Rèpublique en Marche è il tasso di astensionismo giunto addirittura al 57 per cento) sono riusciti a dare al Presidente una maggioranza assoluta, 308 seggi su 577, ma non hanno, come si temeva, fatto scomparire l’opposizione. Il doppio turno nei collegi uninominali consente agli elettori non soltanto di valutate la personalità del candidato/a, le sue qualità, eventualmente, la sua capacità di rappresentanza, ma anche al secondo turno di votare in maniera strategica, vale a dire di scegliere candidature che operino come contrappeso al Presidente e alla sua maggioranza. È un fenomeno verificatosi più volte nella storia della Quinta Repubblica, in maniera più evidente in occasione della vittoria presidenziale di Sarkozy nel 2007. Insomma, il semipresidenzialismo francese è riuscito fino ad oggi a consentire la formazione di maggioranze di governo, talvolta coalizioni, dando significativo potere agli elettori (incidentalmente, due voti “liberi”, debbo proprio scriverlo, sono più efficaci di uno), rendendo possibile l’alternanza, ma anche favorendo la ristrutturazione del sistema dei partiti.

Il Presidente socialista François Hollande non si è ricandidato nella consapevolezza, corroborata dai sondaggi, che sarebbe andato incontro ad una sonora sconfitta, poi subita dai candidati del suo partito. Ecco, il semi-presidenzialismo francese e la legge elettorale a doppio turno nei collegi uninominali consentono una chiara attribuzione di responsabilità ai detentori delle cariche con gli elettori messi in condizione di premiarli/punirli proprio a seconda delle loro “prestazioni”. Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile con le riforme italiane sconfitte dal referendum e con la legge elettorale dichiarata in più punti incostituzionale. Ridicoli sono, pertanto, le sommarie e semplicistiche comparazioni che proliferano sulla rete e nelle dichiarazioni dei parlamentari italiani ai quali è lecito chiedere di imparare qualcosa. Cambiare forma di governo è, naturalmente, un’operazione difficilissima, ma non impossibile. Però, la legge elettorale che il Parlamento deve, comunque, formulare potrebbe ispirarsi al doppio turno francese: più potere agli elettori, rappresentanza politica assicurata nei collegi, spinta alla formazione di coalizioni che daranno vita a governi. Questi sono gli elementi caratterizzanti la dinamica politica francese che è giusto invidiare, che è possibile imitare. Fuori dal chiacchiericcio su occasioni sprecate, che mai furono tali, e proposte che mai sono state fatte. Macron mette in cammino la Francia, mentre i capi dei partiti italiani e i loro parlamentari rimangono in stallo.

Pubblicato AGL il 20 giugno 2017

“Rassegnatevi, i governi li fa il Parlamento”

Intervista raccolta da Luca De Carolis

Il risultato in Gran Bretagna conferma che le maggioranze di governo le formano i parlamenti, non il voto. Avviene così in tutte le democrazie parlamentari occidentali. Dovrebbero saperlo, quelli che volevano l’Italicum …”. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, risponde da un aeroporto estero. E infila la battuta:”Certo che da voi in Italia non succede nulla…”.

Partiamo da Oltremanica: neanche con il loro sistema maggioritario si hanno garanzie certe.

Ma non è certo una sorpresa, lì funziona così da oltre cento anni. Quello britannico è un sistema maggioritario a turno unico con collegi uninominali, il cosiddetto first past the post: ossia, quello che rende un voto in più ottiene il seggio. Poi però per la maggioranza servono accordi. D’altronde Theresa May ha sostituito Cameron come premier in base a intese in Parlamento.

La traduzione è che la legge elettorale perfetta non esiste?

Non può esistere. Ma il bello della politica è questo, la capacità di fare coalizioni.

Il maggioritario è comunque meglio del proporzionale?

Le più antiche democrazie del mondo usano il maggioritario, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. E 900 milioni di indiani votano così.

Tutti Paesi dove sono passati gli inglesi, che ora dovranno tenersi una May fragile.

Prima delle elezioni il suo bicchiere era piuttosto pieno: ora invece è vuoto per lo più a metà.

Anche per colpa del sistema elettorale, lo ammetta: con un premio di maggioranza sarebbe più forte.

Per vincere bisogna prendere i voti. E poi bisogna costruire maggioranze.

In Italia le Camere non riescono a varare neanche una legge elettorale. Perché?

Semplice, non ne sono capaci. Ma dovrebbero ricordarsi che i collegi uninominali sono previsti in tutti I maggiori Paesi, comprese Germania e Francia. E servirebbero anche a noi: per tornare a partecipare, i cittadini chiedono un volto e un corpo da votare, una persona che spieghi cosa fa e perché.

Nel Tedeschellum erano previsti, seppure in maniera minoritaria rispetto alla quota proporzionale.

Se volessero davvero riprovare ad adottare il sistema tedesco, dovrebbero prenderlo così com’è: ovvero con il voto disgiunto.

Difficile, non crede?

Anche secondo me.

E allora che si fa?

La soluzione può essere quella di leggere bene le sentenze della Consulta e di capirle, per ricavarne una legge elettorale.

Attualmente di leggi ce ne sono due, il Legalicum, frutto della sentenza che ha demolito l’Italicum, e il Consultellum, che riscrisse il Porcellum.

Vanno armonizzate, innanzitutto uniformando le soglie di sbarramento. Non vedo altre alternative, ad oggi.

E il voto anticipato?

Sono assolutamente contrario. Del resto il grande errore di Matteo Renzi è stato proprio quello di legarlo all’approvazione della legge elettorale.

Perché ha stimolato il franchi tiratori nel PD?

È evidente. Anche se il grande franco tiratore è stato Giorgio Napolitano.

Quattro giorni fa li aveva avvisati con quell’attacco alle urne anticipate e alla legge (“patto abnorme”)?

Diciamo che la sua cultura politica è molto superiore a quella di Renzi e di Rosato.

Pubblicata il 10 giugno 2017

SCENARIO “Elezioni a marzo 2018 e governo ai 5 stelle”

Intervista raccolta da Federico Ferraù per ilSussidiario.net

” Il voto? nel 2018 – secondo GIANFRANCO PASQUINO – con una legge elettorale migliore di questa (ci vuole la preferenza). Renzi, Grillo e B. credono di condizionare il Colle ma si sbagliano”

Altro che voto subito: si va alle urne nel 2018. Non solo: “una settimana dopo il voto, il presidente Mattarella dà l’incarico di formare il governo a un esponente di M5s. Un esecutivo di minoranza appoggiato da tutti coloro che convergono sulle proposte dei 5 Stelle, a cominciare dal reddito di cittadinanza”. È la previsione che Gianfranco Pasquino fa al sussidiario; “glielo dico per scherzo, questo lo scriva, mi raccomando”, dice in modo malizioso il politologo, professore emerito di scienza politica nella Johns Hopkins University a Bologna. Il resto delle sue considerazioni sono però molto serie, e viene il sospetto che lo sia anche la chiusa finale.

Le piace la legge elettorale, professor Pasquino?

Ci sono alcuni elementi comprensibili e accettabili, che mi piacciano è un altro discorso. La soglia del 5 per cento per accedere al parlamento va bene, perché porta a ridurre la frammentazione dei partiti e in qualche modo obbliga le piccole formazioni ad aggregarsi.

E che cosa invece non le piace?

Il fatto che riduce la libertà di scelta dei cittadini. L’elettore ha un unico voto: se sceglie un candidato o se sceglie la lista di un partito automaticamente vota o la lista del partito o il candidato. Si dà a chi vota il potere di scegliere solo quello che offre il convento, e il convento dei politici non mi pare frequentato da frati molto saggi.

Quando ci dicono di avere tolto i capilista bloccati, vuol dire che scegliamo noi elettori?

No. La realtà è che dei capilista bloccati non c’è bisogno, perché non essendoci il voto di preferenza la lista è comunque bloccata.

Qualcuno rimpiange le preferenze. Ha ragione?

Le rispondo così: bisognerebbe che ci fossero due voti, perché è giusto che i candidati nei collegi uninominali vincano il seggio, anche se ottengono solo la maggioranza relativa dei voti, ma l’elettore dovrebbe avere un secondo voto con cui esprimere una preferenza. Perché una? Nel 1991, è importante dirlo, votammo un referendum per l’abrogazione della preferenza plurima (affluenza 62,5 per cento, Sì 95,57 per cento, ndr) in modo da evitare le cosiddette cordate di candidati, cosa che avviene, potenzialmente, non appena si introducano anche due sole preferenze.

In sintesi lei che cosa vorrebbe?

Sono favorevole a una preferenza per la lista proporzionale, ma al tempo stesso che ci siano due voti e che un voto vada al candidato nel collegio uninominale. Non è l’unico aspetto problematico: vorrei sapere come vengono disegnati i collegi uninominali.

Ci spieghi perché è così importante.

Perché conosciamo bene la distribuzione dei voti e siamo in grado di stabilire che disegnando in un certo modo il collegio di Mirafiori diamo la vittoria al candidato del Pd, disegnandolo in un altro modo favoriamo il candidato di M5s. Lo stesso accade nel quartiere Colli a Bologna: nel solo Colli il candidato di centrodestra è competitivo, se il quartiere lo si mette insieme a una parte della pianura, è favorito il candidato Pd.

Cosa si deve fare?

Bisogna che i collegi vengano tracciati in maniera equilibrata rispettando quelli che chiamo i confini naturali. Non ha senso a Torino un collegio che comincia sul versante destro del Po e comprende anche il versante sinistro; il Po è un confine naturale.

Per fare presto, invece di ridisegnare i collegi ci si è basati su quelli del Mattarellum, elaborati nel 1993 sulla base del censimento del 1991.

Sarebbero da rifare.

Renzi, Grillo, Berlusconi e Salvini vogliono votare al più presto.

Penso che sia irresponsabile andare al voto prima della scadenza naturale. Una cosa è l’accordo sui principi fondamentali della legge elettorale, un’altra è l’accordo sul voto, che solo incidentalmente è nelle loro mani perché ci sono ancora, ne sono convinto, quelle molto più sagge del presidente della Repubblica.

Mattarella finora ha taciuto.

Tace perché non ha motivo di intervenire. Almeno per ora.

Se il governo Gentiloni dovesse cadere, a quel punto il capo dello Stato avrebbe la via tracciata?

Non nel senso che intende lei. Mattarella si atterrebbe a quanto previsto in Costituzione: verificherebbe la possibilità di un governo che faccia la legge di bilancio e porti il paese al voto in maniera decente. Purché naturalmente la legge elettorale sia stata approvata.

Insomma Renzi, Berlusconi, Grillo e Salvini sbagliano i conti se pensano che per il fatto di spedire a casa Gentiloni, Mattarella li assecondi nella volontà di andare al voto anticipato.

È un conto che non dovrebbero fare; ma lo fanno, secondo me sbagliando.

Pensa che il voto ci darà un governo stabile?

Per fortuna il comportamento degli elettori non è mai del tutto prevedibile, né da noi né dai partiti. E poi c’è una campagna elettorale in mezzo, fatta di candidature, di idee, di proposte. Voglio pensare che le persone e i programmi, nonostante tutto, facciano la differenza, e quindi quello che ipotizziamo oggi non è necessariamente quello che avverrà – le darò una data – l’8 marzo 2018.

L’8 marzo dell’anno prossimo? Allora faccia la sua previsione, professore. L’hanno fatta, la stanno certamente facendo Renzi e Berlusconi.

Gliela faccio, però riporti che Pasquino stava scherzando… una settimana dopo il voto dell’8 marzo, il presidente Mattarella dà l’incarico di formare il governo a un esponente di M5s. Un esecutivo di minoranza appoggiato da tutti coloro che convergono sulle proposte dei 5 Stelle, a cominciare dal reddito di cittadinanza.

Altrimenti?

Altrimenti, un governo di minoranza guidato da un esponente di Articolo 1 il quale dice che è disposto ad avere i voti sia del Pd che del Movimento 5 stelle.

Pubblicato il 7 giugno 2017 su ilsussidiario.net

Pasticcio elettorale per due

Berlusconi e Renzi hanno due obiettivi in comune: escogitare un sistema elettorale che consenta loro di nominare i propri parlamentari e, in subordine, andare a elezioni anticipate (che il Presidente Mattarella ha già fatto sapere di non consentire). Quando, nel 2014, andò al governo (dove aveva affermato di voler giungere solo dopo una vittoria elettorale) Renzi dovette fare i conti con parlamentari quasi tutti selezionati da Bersani. Anche se molti, nella peggiore tradizione italiana, si trasformarono subito in zelantissimi renziani, altri, quelli, non tutti, della “ditta Bersani”, fecero opposizione, peraltro sterile, fino alla loro fuoruscita/scissione. Ad abbandonare Berlusconi al quale, pure, erano debitori delle loro cariche e carriere, ci pensarono fin dall’ottobre 2013 gli alfaniani, poi qualche anno dopo i verdiniani, tutti, oggi, alla ricerca di una “nomina” da Renzi e da Berlusconi che non vogliono consentire agli elettori italiani di scegliere i parlamentari: quindi, liste bloccate. Però, queste liste possono fare capolino anche in leggi elettorali molto diverse fra loro. Qui cominciano i dissensi.

Preso atto che difficilmente sarà in condizioni di vincere, l’ex-Cavaliere del maggioritario è diventato uno strenuo sostenitore di una legge proporzionale, forse quella tedesca (che, incidentalmente, sarebbe, comunque, nella sua integralità, ottima). Vagando alla ricerca della legge che gli prometta i risultati numericamente e politicamente migliori, Renzi ne ha disinvoltamente dette/fatte di tutti i colori: dall’Italicum, largamente dichiarato incostituzionale dalla Corte, alla reviviscenza della legge Mattarella, che porta il nome del suo relatore nel 1993, al sistema elettorale tedesco, mai precisato nelle sue cruciali componenti, a qualcosa formulato da Denis Verdini (le cui qualità di esperto elettorale non erano precedentemente note) fino alla più recente proposta, detta Rosatellum (sconsiglierei caldamente l’uso del latinorum, ma qui lo faccio per brevità), poiché elaborata da Ettore Rosato, capogruppo del PD alla Camera dei deputati. Con questa legge praticamente tutti gli eletti sarebbero designati dai rispettivi partiti che li candidano nei collegi uninominali e nelle liste proporzionali.

“Nominare” i parlamentari non è un peccato secondo nessuna fede, neanche quella “francescana”, appena abbracciata da Beppe Grillo, tranne quella, laica, che vuole un parlamento composto da uomini e donne che hanno conquistato il voto degli elettori, che eserciteranno il loro mandato tenendo conto delle preferenze e degli interessi degli elettori, del collegio uninominale e del paese, e del programma del loro partito. Non soltanto queste sottigliezze non sono gradite né a Renzi né a Berlusconi, ma sfuggono anche all’etica politico-parlamentare dei grillini che vogliono il mandato imperativo che toglierebbe qualsiasi autonomia agli eletti, francescani o no che si dichiarino. Se, però, Renzi vuole un sistema con forti effetti maggioritari, a partire dai collegi uninominali, allora, no, Berlusconi non può essere d’accordo. Forza Italia, ma non la Lega, ha sempre avuto notevoli difficoltà a trovare candidature singole attraenti, destinate comunque a essere schiacciate dalla personalità del leader. Incidentalmente, il Movimento 5 Stelle sa che non importa che i suoi candidati siano noti poiché gli elettori votano il Movimento a prescindere da qualsiasi valutazione delle candidature. Berlusconi vuole una legge proporzionale per perdere poco, ma anche per impedire a Renzi di vincere abbastanza da governare da solo e per tornare a essere l’interlocutore più rilevante. Renzi vuole una legge con componenti maggioritarie anche nascoste per provare a vincere da solo, altrimenti, per arrivare a dettare da posizioni di forza le condizioni per la coalizione di governo. Quello che si preannuncia sarà il prodotto di una forzatura di Renzi grazie al sostegno di senatori alla spasmodica ricerca della ricandidatura oppure un indigeribile pasticcio di formulette elettorali che non porteranno a nulla di buono (e a molto di già visto e non gradito).

Pubblicato il 23 maggio 2017

Elettori senza potere

L’ultima, almeno fino ad oggi, proposta del Partito Democratico per la legge elettorale non è né, come preannunciato tempo fa da Renzi, il Mattarellum, né, come detto, più di recente, sempre da Renzi, il sistema elettorale tedesco. Il molto volubile e manovriero segretario del PD è approdato a una legge che attribuirebbe il 50 per cento dei seggi in collegi uninominali (nel Mattarellum i seggi così attribuiti erano il 75 per cento) e il rimanente 50 su una lista corta e bloccata, vale a dire senza la possibilità per l’elettore di dare un voto o più di preferenza (dov’è sparita la parità di genere?) Inoltre, non può esserci difformità fra il voto al candidato nel collegio uninominale e il voto per la lista “proporzionale”. Anzi, questo tipo di voto sarebbe considerato nullo cosicché il voto per il candidato trascinerà il voto sulla lista con effetti, da un lato, maggioritari, dall’altro, di riduzione del potere di scelta degli elettori. I partiti che non saranno riusciti a eleggere nessun candidato nei collegi uninominali entreranno in Parlamento esclusivamente se avranno ottenuto almeno il 5 per cento dei voti su scala nazionale. Nel Mattarellum la soglia era 4 per cento; nel sistema tedesco è 5 per cento, con la possibilità di ingresso nel Bundestag anche per minoranze di qualsiasi tipo purché concentrate, quindi, in grado di eleggere almeno tre candidati nei collegi uninominali.

Nel complesso, la distribuzione dei seggi nel sistema elettorale tedesco è del tutto proporzionale fra i partiti che hanno superato la soglia del 5 per cento. Inoltre, gli elettori possono utilizzare i loro due voti come desiderano, scegliendo il candidato di un partito e la lista di un altro partito, spesso dando in questo modo una significativa indicazione della coalizione di governo che preferiscono. In sostanza, Renzi ha scelto, sembra su indicazione di Denis Verdini (però, eviterei di chiamare questo sistema “verdinellum”), una legge elettorale con effetti considerevolmente maggioritari. Se il centro-destra non procede a candidature unitarie nei collegi uninominali rischia di non vincerne nessuno tranne, forse, quelli che in alcune zone del Nord potrebbero essere appannaggio della Lega. Il Movimento 5 Stelle è competitivo e, forse, la scelta, tutt’altro che facile, di candidati anche non particolarmente conosciuti per i collegi uninominali, non lo penalizzerà troppo (ma un po’ probabilmente sì). Con il 30 per cento circa dei voti, il PD otterrà sicuramente molte più del 30 per cento di vittorie nei collegi uninominali. Sommandovi il 30 per cento e più (quanti di più dipenderà dal numero di partiti che superando la soglia del 5 per cento avrebbero accesso alla distribuzione dei seggi proporzionali) di seggi ottenuti con le liste proporzionali, il PD potrebbe avvicinarsi alla maggioranza assoluta sia alla Camera sia, più probabilmente, al Senato.

Quanto all’approvazione della legge alla Camera, nella cui aula la discussione è previsto inizi il 5 giugno, non sembrano esservi dubbi data la maggioranza gonfiata di cui gode il Partito Democratico. Al Senato, la maggioranza il PD dovrà costruirsela (è un eufemismo), magari con la promessa di un pugno di seggi sicuri a chi andrà in suo soccorso. Dopodiché, toccherà ai “tecnici” disegnare e ritagliare i collegi, operazione tutt’altro che facile e che richiederà tempo, ma non è comunque il caso di continuare con il tormentone delle elezioni anticipate. Purtroppo, gli elettori italiani continueranno ad avere pochissimo potere poiché le fatidiche crocette non potranno passare dal candidato “uninominale” di un partito alla lista di un partito diverso anche se preferibile (o viceversa). La scelta della potenziale coalizione di governo, prodotta da accordi pre-elettorali, potrà anche non essere loro comunicata in anticipo. Tutto il “gioco” resta nelle mani dei partiti, dei loro dirigenti e, naturalmente, dei parlamentari paracadutati e trasformisti. Non finisce qui.

Pubblicato AGL  22 maggio 2017

Sistemi partitici che cambiano, talvolta in meglio

No, in Francia non è già avvenuto tutto. È probabile che Macron vinca al ballottaggio, ma è anche probabile che, pur perdendo, Marine Le Pen sfondi il tetto di voti finora ottenuti da quello che è un partito tradizionale. Il Front National ha un’organizzazione, una presenza sul territorio, iscritti, militanti e eletti a livello locale. Quindi, no, almeno questo partito “tradizionale” non scomparirà; anzi, forse, si rafforzerà. No, non sono scomparsi neppure i gollisti e i socialisti. Certamente, sono andati molto male, soprattutto i socialisti, ma non dimentichiamo che la competizione nelle elezioni presidenziali francesi è fra candidati non fra partiti. Il candidato gollista François Fillon, appesantito da un molto riprovevole uso del denaro pubblico per ricompensare moglie e figli di collaborazioni mai avvenute, ha comunque ottenuto quasi il 20 per cento dei voti. Il bacino elettorale del socialista Benoît Hamon, già ridimensionato dalla pessima presidenza del suo compagno di partito Hollande, che, del partito non si era proprio curato, è stato largamente prosciugato sia verso il centro, da Macron, sia a sinistra, da Mélenchon. È vero che Gollisti e Socialisti hanno dominato la politica francese per sessant’anni, ma i gollisti non sono mai stati un partito davvero tradizionale e i Socialisti esistono nella loro forma, quella di un partito plurale, variegato e con differenze significative al loro interno (che hanno impedito a Lionel Jospin di giungere al ballottaggio nel 2002) dal non lontano 1971. Tutto il resto lo vedremo.

Per intenderci, il sistema partitico francese si sfalderà come sembra essere successo nelle elezioni del 2016 al sistema partitico spagnolo dove sia i Popolari sia, un po’ di più, i Socialisti hanno subito perdite gravi e hanno visto emergere concorrenti a sinistra e al centro? Qualcuno può fare finta di niente e credere che il sistema partitico italiano attuale sia solido e consolidato? Abbiamo dimenticato che democristiani e comunisti scesero a livelli elettorali molto bassi già nel 1994 e che il loro maldestro tentativo di costruzione del Partito Democratico ha prodotto, nelle spesso citate e molto appropriate parole di Massimo D’Alema, ”un amalgama mal riuscito” che, pochi mesi fa ha anche subito una scissione? Però, nelle democrazie europee esistono anche sistemi partitici piuttosto stabili: da, ovviamente, quello del Regno (ancora per quanto?) Unito alla Germania e, per fare solo un altro esempio da non snobbare, nel Portogallo, repubblica semipresidenziale come la Francia. Comunque, è chiaro che, dopo molti decenni di democrazia, gli elettorati sono cambiati e le sfide degli ultimi dieci anni hanno lasciato un segno che va nel senso della richiesta di qualcosa di nuovo che può anche non funzionare creando ulteriore delusione e insoddisfazione.

Nel caso francese, l’insoddisfazione ha la possibilità di esprimersi in maniera molto efficace già da giugno nelle elezioni legislative. Grazie ai collegi uninominali e al sistema elettorale maggioritario a doppio turno, nel quale i candidati possono passare al secondo turno qualora superino la soglia del 12,5 per cento degli aventi diritto (dunque, non si tratta di un ballottaggio che è tale quando riservato ai primi due), i partiti tradizionali potranno recuperare grazie ai loro candidati che, in molti casi, sono parlamentari uscenti, quindi noti agli elettori dei rispettivi collegi. Toccherà a Macron costruire alleanze per i suoi candidati e convergenze su altri candidati, probabilmente configurando in questo modo la maggioranza parlamentare di cui ha bisogno per governare nei prossimi cinque anni. Insomma, Macron “formez vos battalions” et on verra. Le buone istituzioni francesi e l’ottimo sistema elettorale promettono, non disastri, ma cambiamento positivo.

Pubblicato il 24 aprile 2017 su                Italianinelmondo.com 

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Mattarelli, malintenzionati e meline #LeggeElettorale

Avendo scritto una legge elettorale che tutta l’Europa ci avrebbe invidiato e che metà Europa avrebbe imitato, è del tutto naturale che i renziani siano rimasti disorientati dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha triturato l’Italicum appena un po’ meno di quello che aveva fatto con il Porcellum, il vero padre dell’Italicum. Incredibilmente, quasi all’unisono i renziani, in politica, nel giornalismo, nei social, continuano ad additare il grandissimo pericolo che il paese corre con il “ritorno alla proporzionale”. Qui cascano tutti gli asini, renziani di varia e variabile osservanza. Infatti, in primo luogo non esiste “la” proporzionale, ma diverse varietà di leggi elettorali proporzionali, con clausole di accesso al Parlamento e di contenimento/riduzione della proporzionalità dell’esito, la variante tedesca essendo sperimentatamente la migliore. In secondo luogo, il Porcellum era un sistema elettorale proporzionale più o meno distorto dal premio di maggioranza. Nel 2006, il 70 per cento dei parlamentari fu eletto con riferimento proporzionale ai voti ottenuti dai loro partiti; nel 2008, addirittura l’85 per cento furono eletti proporzionalmente e nel 2013 di nuovo il 70 per cento. In realtà, renziani et al desiderano un premio che distorca la rappresentatività dell’esito e consenta che il partito (oppure, meno probabile, la coalizione) che ottenga più voti venga premiato con un numero di seggi che lo porti alla maggioranza assoluta. Il sistema rimarrebbe di fatto proporzionale, alla distorsione della rappresentanza si arriverebbe con quello che, in maniera chiaramente manipolatoria, è definito premio di governabilità. Dove (dovrei precisare, ma per chi nulla sa e nulla legge di scienza politica, la precisazione suona pedantesca, in quale libro in quale manuale?) sia scritto che la governabilità si conquista riducendo/comprimendo la rappresentatività rimane molto misterioso. Quindi, attenzione, i renziani non vogliono affatto un sistema elettorale maggioritario né di tipo inglese né di tipo francese, entrambi essendo molto competitivi e, quel che più conta, entrambi richiedendo collegi uninominali. Né Renzi né Berlusconi desiderano un sistema elettorale non soltanto fondato sulla competitività, ma che non consentirebbe loro di nominare i rispettivi parlamentari.

È in questa chiave che si può capire quanto strumentale sia l’indicazione da parte di Renzi del Mattarellum. La prova provata è che le giornaliste renziane si affrettano ad aggiungere che Renzi lo propone, ma nessuno lo vuole: quindi, già morto. Il fatto è che le proposte di riforma elettorale attualmente giacenti nella Commissione Affari Costituzionali della Camera sono trenta, dieci delle quali presentate da deputati del PD. Se il Mattarellum fosse davvero la proposta ufficiale del Partito Democratico, il capo del Partito, anche se non ancora segretario, avrebbe dovuto sconsigliare la proliferazione e il capogruppo da lui voluto avrebbe già dovuto invitare al ritiro di proposte che intralciano l’iter del Mattarellum. Nel frattempo, viene avanzata l’ipotesi di un blitz di approvazione del Mattarellum alla Camera per forzare la mano al Senato oppure, più probabilmente, per dimostrare che sono gli altri a non volere il Mattarellum e per chiedere elezioni anticipate, altra stupidaggine poiché senza leggi elettorali abbastanza omogenee le elezioni anticipate porterebbero a quella Weimar che, incuranti dell’assurdità del paragone, alcuni commentatori ventilano come futuro dell’Italia. In questo caso, un futuro agevolato dai comportamenti di Matteo Renzi e dei suoi sostenitori che preferiscono portare il sistema politico nell’ingovernabilità se non riescono a riconquistare il governo.

Quanto alle sentenze della Corte Costituzionale su Porcellum e Italicum, è egualmente sbagliato tanto addossare ai giudici la responsabilità di avere in definitiva scritto, fra taglia e cuci, una legge proporzionale che, invece, è l’esito inevitabile del disboscamento di quanto di palesemente incostituzionale i sedicenti riformatori avevano lasciato o inserito nell’Italicum quanto decidere che i paletti posti dalla Corte obblighino ad andare in una specifica direzione, essenzialmente proporzionale. La Corte ha detto quello che non bisogna fare. Al Parlamento spetta stabilire che cosa è meglio fare per ottenere una buona legge elettorale che non dia, al momento, vantaggi e non configuri svantaggi per nessuno. Con due o tre ritocchi, il Mattarellum può sicuramente essere una legge di questo tipo. Altrimenti, come Giovanni Sartori, dal quale traggo anche questo insegnamento, non si stancava di sostenere, il sistema migliore nelle condizioni date è il doppio turno in collegi uninominali. E basta.

Pubblicato il 8 aprile 2017

Legge elettorale carsica: bentornato, Mattarellum #leggeElettorale #mattarellum

Dov’è finita l’urgentissima legge elettorale? Sono i gufi a fare melina oppure i renziani che, rattrappiti dopo la botta alla legge più bella d’Europa, boccheggiano? Sono quei renziani a temporeggiare sperando di trarre qualche linfa dalle votazioni per il prossimo segretario? Ma se la legge elettorale è di tutti e per tutti perché attendere l’evento di un partito? Comunque, alla Camera dei deputati quel che ne rimane del Partito Democratico ha la maggioranza assoluta dei seggi. È sufficiente che introduca il Mattarellum, magari come primo atto riformista dell’inopinato Ministro delle Riforme Anna Finocchiaro, e lo faccia votare. Dopo, brevissimo il passo, toccherà al Senato dove il PD finalmente nominerà il Presidente della Commissione Affari Costituzionali, per esempio, un Senatore competente come Federico Fornaro, adesso di Articolo 1, e subito dopo chiederà a uomini e donne di qualche volontà di procedere all’approvazione perché prima o poi si tornerà alle urne e, insomma, è meglio avere una legge votata dal Parlamento piuttosto che un testo scribacchiato (eh, sì, cara Corte Costituzionale, proprio di scribacchio si tratta) da non proprio competentissimi giudici. Le leggi elettorali non sono affare da giuristi, ma richiedono conoscenze politologiche. Periodicamente, è anche giusto ricordare a quelli che parlano di sovranità popolare che il Mattarellum non è caduto dal cielo e neanche dalla Consulta, ma è stato in prima e grandissima misura il prodotto di un referendum popolare approvato il 18 aprile 1993 da quasi il novanta per cento dei votanti. L’esito si applicava direttamente soltanto al Senato cosicché i deputati pensarono soprattutto a salvarsi la pelle, ovvero il seggio, e ne venne fuori il Mattarellum con la scheda di recupero proporzionale, ma anche con la possibilità per gli ornitologi di fare le liste civetta per non perdere neanche un voto del cosiddetto scorporo. Brutto trucchetto che nel 2001 costò, a chi aveva ecceduto nella furbata, cioè la Casa delle Libertà, la bellezza di undici seggi.

In attesa della moral suasion del Presidente Mattarella che, ne sono sicuro, arriverà, arriverà, comincio con il ricordare a Forza Italia e al suo ultraottantenne fondatore e capo che con il Mattarellum furono loro a vincere due volte (1994 e 2001) su tre, sequenza spezzata fortunosamente dall’Ulivo, ma soltanto perché la Lega si chiamò o restò fuori dalla berlusconiana coalizione nel 1996. Quanto al vero obiettivo di Berlusconi: nominare i suoi parlamentari, con il Mattarellum potrà continuare a farlo con grande sollievo di tutti i e le candidabili. Naturalmente, poi, anche quei nominati dovranno trovarsi i voti per l’elezione vera e propria: un bagno di politica. Adesso, mi aspetto che tutti gli adamantini sostenitori di Porcellum e Italicum (due leggi elettorali proporzionali neanche troppo molto distorte dal premio di maggioranza: con il Porcellum i seggi maggioritari nel 2008 ammontarono al 15 per cento; nel 2013 al 30 per cento; con l’Italicum non sarebbero stati meno del 25 per cento), dolorosamente colpiti da quello che, sbagliando, definiscono un ritorno alla proporzionale e contraddicendo il loro capo renziano, quello del non avere paura del futuro, fanno riferimento al terrorizzante spettro di Weimar, convergano sul Mattarellum. Di sistema elettorale maggioritario si tratta, per di più in collegi uninominali dove, almeno qualche volta, la personalità dei candidati e la campagna elettorale possono, come vorremmo noi, ma dovrebbero volere anche loro, fare una differenza re-instaurando una democrazia competitiva. Se sarà anche bipolare lo vedremo a voti contati come si racconta che succede in tutte le democrazie del mondo.

Abbandonando pregiudizi e leggende metropolitane che opinionisti anche di non altissimo livello dovrebbero sottoporre al vaglio della critica e di buone letture, chi vuole una legge elettorale decente ha l’obbligo morale di chiedere quello che si può effettivamente e rapidamente ottenere. Il Mattarellum rivisto sullo stampo di quello esistente per il Senato non richiederebbe né alla Camera né al Senato stesso che piccolissimi ritocchi ai collegi uninominali. Mattarellum 2.0: thank you. Tutto il resto sono manipolazioni riprovevoli di chi pensa soltanto a come fare vincere non il proprio partito, ma la propria fazione. Non ha funzionato il 4 dicembre, non funzionerebbe neppure nel febbraio 2018.

Amenità
È arrivata, scrive il “Corriere della Sera” (29 marzo, p. 10), “la mediazione di Giuliano Pisapia … il Mattarellum con collegi più piccoli sarebbe una legge che avrebbe vantaggi enormi per aggregare le coalizioni”. Poiché i collegi del Mattarellum sono uninominali, vale a dire eleggono UN solo candidato, per diventare più piccoli dovrebbero eleggere mezzo candidato? un quarto di candidato? un decimo di candidato? Tutto questo dopo trent’anni di dibattito elettorale. And the rest is silence (Amleto).

Pubblicato il 30 marzo 2017 su PARADOXAforum