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Crimini e conversioni @HuffPostItalia

Il confinamento sociale si giustifica, ed è stato molto ampiamente accettato e praticato dai cittadini italiani, in base al principio che la nostra libertà di circolazione non deve creare rischi (di contagio) agli altri. È assunzione di responsabilità. Pagare il riscatto per qualsiasi persona rapita e addirittura rendere noto che questa è la “dottrina” italiana, significa assolvere dalla responsabilità le varie associazioni di cooperazione, i loro operatori e tutti coloro che in paesi notoriamente pericolosi mettono a rischio la loro persona, ma anche quella di altri. Indirettamente, in questo modo ne risultano incentivati i rapimenti nella suprema consapevolezza dei rapitori che il loro reato contro quella persona li arricchirà. Per di più, è molto probabile che i soldi ottenuti saranno usati per altri rapimenti, per accrescere il potere di quella banda rispetto ad altre, certamente non per opere di bene come quelle perseguite dalle associazioni di cooperazione. A sua volta, chi va in luoghi dove i rapimenti sono pratica diffusa dovrebbe essere consapevole del rischio che corre e delle conseguenze che non saranno positive neppure per quelle parti di popolazione che qualsiasi cooperante, laico o religioso, intenda aiutare, con qualsiasi motivazione prevalentemente altruistica (che non merita mai di essere sminuita né derisa).

Fra le motivazioni possono trovarsi anche credenze religiose di vario tipo che ciascuno dei cooperanti può nutrire a suo piacimento. Può scegliere di non avere nessun credo, ma anche di cambiarlo, di convertirsi. Nessuno può sapere quanti si convertano leggendo i testi sacri delle religioni monoteistiche. Nessuno può affermare con inspiegabile sicurezza che l’Islam è una religione di pace piuttosto che di guerra, e che esiste un’interpretazione moderata del Corano, che automaticamente e logicamente implica che ve ne sia anche una estremistica, radicale. Tuttavia, appare azzardato sostenere che siano “moderati” coloro che minacciano l’uccisione del rapito/a, minaccia spesso condotta alle sue estreme conseguenze, in caso di non pagamento del riscatto. Che la lettura del Corano suggerita (imposta?) dai rapitori serva a ispirare una conversione proprio al credo contenuto in quel libro che viene utilizzato per giustificare e più volte vantare comportamenti efferati fino alle uccisioni degli ostaggi, è alquanto azzardato, non facilmente comprensibile, questionabile, ma non automaticamente ridicolizzabile.

Naturalmente, nessuno è in grado di scrutare nel profondo dell’anima delle donne e degli uomini. Nessuno, se non i diretti interessati, è in grado di sapere quanto soffocante possa essere il senso di oppressione che attanaglia chi è ridotto in condizioni di subalternità assoluta. Non posso, però, esimermi dal rilevare che molti fenomeni e comportamenti dovrebbero essere sufficientemente conosciuti anche sulla base dei molti precedenti, conversioni comprese. Ne consegue che la dottrina italiana in materia di rapimenti e di riscatti va assolutamente rivisitata per evitare che i soldi italiani servano ai rapimenti e alle uccisioni di altre persone, a prescindere dalla loro nazionalità. Le considerazioni sulle conversioni non possono arrestarsi alla soglia di credenze, preferenze, esperienze intimamente personali. Debbono spingersi fino alle riflessioni sulle conseguenze per gli altri della legittimazione di azioni che, anche poste sotto l’insegna di credenze sacre, sono e rimangono criminose. Il resto è preferibile che sia silenzio.  

Pubblicato il 12 maggio 2020 su huffingtonpost.it

Non cediamo ai portatori d’odio

“Siamo tutti americani” fu il memorabile titolo dell’editoriale del 12 settembre 2001 del Corriere della Sera firmato da Ferruccio De Boritoli. “Je suis Charlie” gridarono subito dopo l’attentato alla redazione del giornale satirico parigino del 7 gennaio 2015. Dopo la strage delle Ramblas la frase che circola è “SomTotsdeBarcelona”. È evidente e importante il messaggio di solidarietà e di condivisione del dolore e dello sdegno per efferate azioni di terrorismo di chiara e rivendicata matrice islamica. Tuttavia, in sé, nessuno di quei messaggi è soddisfacente; anzi, rischia di essere considerato una molto magra, imbelle, inadeguata e ripetitiva consolazione dai molti che hanno comprensibile paura degli attentati terroristici. Neanche affermare che non abbiamo paura è una reazione verbale dotata di significato. Al contrario, il messaggio dev’essere che abbiamo effettivamente paura di quello che i terroristi vogliono distruggere: le nostre vite, i nostri stili di vita, la nostra società aperta. Dovremo, senza dannosissime esitazioni, fare passare altri messaggi, duri e espliciti, incondizionati. Braccheremo e scopriremo i terroristi ovunque siano e ovunque si rifugino. Colpiremo i loro ispiratori, i loro predicatori, i loro finanziatori, i loro complici. Sappiamo che sono molti, ma abbiamo i mezzi tecnologici per perseguirli e la volontà politica per non cedere a nessuno dei portatori di odio e di morte.

Non crediamo neanche per un momento che il disagio sociale sia la giustificazione del loro agire barbarico. “Integrarli” dando loro un lavoro, trovando una compagna (oops, moglie) che si radicalizzerebbe con loro? Sappiamo che le azioni di Al-Qaeda e dell’ISIS fanno parte di un progetto politico che trae e cerca legittimazione in una lettura del Corano che non viene sconfessata dagli interpreti di quel Corano se non saltuariamente, tardivamente, goffamente, mai “senza se e senza ma”. I lupi solitari raramente sono tali; sempre sono ispirati da quanto le organizzazioni che ricorrono al terrorismo hanno già fatto e sempre cercano approvazione e lode, spesso anche denaro e carriera che qualche capo militare, ma anche qualche imam, è in grado di offrire loro. Diciamo alto e forte che quei terroristi non hanno come obiettivo nessun riscatto di persone e di popoli oppressi. Spesso vengono da situazioni di oppressione nei loro paesi d’origine alle quali non hanno mai tentato di porre rimedio. Mirano piuttosto a entrare essi stessi nei ranghi degli oppressori dei dissenzienti, delle donne, dei diversi.

È vero che noi, purtroppo, non tutti, riteniamo che quello che l’Occidente ha conseguito in materia di diritti è infinitamente superiore a quanto esiste negli Stati e nelle organizzazioni nelle quali l’Islam è assurto a principio regolatore della società, della cultura, della vita. Quei popoli e quelle persone saranno ancora più repressi e maltrattati se il terrorismo vincesse. La nostra società aperta garantisce a tutti prospettive di libertà, compresa quella di culto, e eguaglianza di opportunità impensabili in qualsiasi luogo nel quale Al Qaeda e ISIS sono dominanti, incommensurabili con quanto il mondo islamico è e sarà mai, a meno di profondi cambiamenti culturali e politici, in grado di offrire. Le società aperte dell’Occidente non solo sanno cambiare, ma sanno imparare e correggere i loro errori. Non sono il migliore dei mondi possibili, ma sono il più elevato punto di partenza per chi voglia impegnarsi nella costruzione del suo mondo preferito. Questo dovremmo volere e sapere dire ai terroristi, ai loro capi, ai loro fiancheggiatori e a coloro fra noi che temono che i terroristi non saranno sconfitti, ma addirittura potranno vincere. Prima lo diciamo anche con accentuazioni e sensibilità diverse –l’Occidente non è una caserma totalitaria– meglio sarà.

Pubblicato AGL il 25 agosto 2017

 

RELIGIONI FORTI E FONDAMENTALISMI. Intervista postuma a Gabriel A. Almond

viaBorgogna3

Gabriel A. Almond ((1911-2002) è stato uno dei più importanti scienziati politici americani del XX secolo. Addottoratosi a Chicago, ha insegnato a Yale e Princeton e concluso la sua carriera alla Stanford University. Si è occupato con studi fondamentali dello sviluppo politico e della cultura politica. I suoi contributi più significativi sono raccolti nel volume Cultura civica e sviluppo politico (Bologna, Il Mulino, 2005) a cura di Gianfranco Pasquino che lo ha “intervistato” appositamente per la Casa della Cultura.

Professor Almond, l’ultimo suo libro, Religioni forti. L’avanzata dei fondamentalismi sulla scena mondiale (Bologna, Il Mulino, 2006), sintesi di una ampia ricerca in sette volumi con R. Scott Appleby e Emmanuel Sivan, pure rimasto poco noto in Italia, mantiene una straordinaria attualità. La domanda, però, è: perché lei si è accorto così tardi della rilevanza politica della religione?

R. Ha ragione, prof. Pasquino, siamo stati davvero poco attenti ai fenomeni religiosi. Non posso neppure cavarmela dicendo che da questa parte dell’Atlantico siamo talmente laici da neppure prendere in considerazione la religione. Il paradosso, invece, è che proprio noi americani, bis o tris nipoti dei dissidenti religiosi, continuiamo ad essere un paese nel quale la religione è sempre stata visibile e importante. Anch’io sono un ebreo credente. Forse il nostro silenzio sulla religione è stato un modo per esorcizzarla. Poi, purtroppo, hanno fatto irruzione sulla scena politica USA gli evangelici. Allora, abbiamo capito, tardivamente, che non soltanto non avevamo esorcizzato un bel niente, ma che dovevamo preoccuparci. Dovevamo cercare di capire, senza nessun cedimento paternalistico, che i movimenti antimoderni di ispirazione religiosa sono un tentativo, pericoloso e disperato, ma non per questo da non criticare, di reazione alla secolarizzazione e alla globalizzazione.

D. Immagino che lei abbia letto il famoso libro di Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo (Milano, Rizzoli, 1992). Persino Fukuyama elude del tutto il ruolo politico della religione. Le liberal-democrazie hanno debellato i comunismi reali, soprattutto la loro ideologia, una vera e propria ideologia totalitaria. Non resterebbe loro che realizzarsi. Nel 1991 Fukuyama, studioso colto e originale, non intravede affatto la durissima sfida del fondamentalismo, o dovrei dire dei “fondamentalismi”, alle liberal-democrazie.

R. Certamente, lei deve usare il plurale. Con Appleby e Sivan non abbiamo dubbi. Tutte le grandi religioni, monoteistiche (il cristianesimo, nelle sue varianti cattolica e protestanti, l’ebraismo e l’islam) e non (l’induismo), manifestano propensioni più o meno forti verso il fondamentalismo, vale a dire che mirano a plasmare la vita delle comunità secondo i precetti religiosi derivanti dall’interpretazione dei loro sacri testi e a imporli anche con la forza a chiunque si trovi in quelle comunità. Dentro ciascuna e tutte le confessioni monoteistiche si annidano grandi, qualche volta irresistibili, spinte al fondamentalismo.

D. Ho un’altra considerazione problematica relativa alle vostre generalizzazioni. Riguarda la carica di violenza che esprime il fondamentalismo islamico e che lo differenzia enormemente dagli altri fondamentalismi. Come mai?

R. Abbiamo scritto che la carica di violenza sprigionata dal fondamentalismo islamico dipende dalla volontà di un ceto religioso ampio e diffuso di mantenere il controllo sui fedeli proprio quando i processi di secolarizzazione e di globalizzazione investono i paesi dove l’Islam è l’unica religione che è possibile professare apertamente. Dipende anche dall’uso della religione come instrumentum regni che ne fanno alcune monarchie, come quella, in particolare, dell’Arabia Saudita. Infine, dipende dal fatto che Machiavelli non è ancora arrivato nel Medio-Oriente.

D. Questa è un’osservazione che lei, prof. Almond, deve motivare per noi che siamo indegni successori del fiorentino il quale, è opportuno ricordarlo, apre la strada alla autonomia della politica e del suo studio in maniera scientifica. Fra gli italiani e non solo circolano a piede libero e disinvolto commentatori e intellettuali che, invece di leggere e studiare Machiavelli, preferiscono esercitarsi in una distinzione che non pare possibile provare: quella fra l’Islam buono e l’Islam cattivo (meglio, forse, fra due letture, davvero egualmente plausibili?, del Corano).

R. Intendo dire che, pur essendo vero che tutte le religioni monoteistiche vogliono imporsi al potere politico e che, ad esempio, anche i cattolici fanno qualche volta davvero fatica (mi hanno parlato di un certo Card. Ruini) a ricordarsi di “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare“, nell’Islam questa distinzione e il relativo precetto proprio non esistono. Dio, ovvero le Supreme Guide Spirituali, come in Iran, controllano Cesare e gli dettano che cosa deve fare. Non esiste nessuna separazione fra la religione e la politica. In questo senso, la cultura politica, espressione davvero impegnativa, dell’Islam si è fermata a prima di Machiavelli. Solo dove, seppure fra tensioni e conflitti, gli islamici accettano la separazione e l’autonomia della politica, come, ad esempio, in Indonesia e in Turchia (ma qui vedo problemi emergenti più precisamente sotto forma di uso politico della religione), è possibile costruire una democrazia. Non sono un sostenitore di società multiculturali nelle quali molti pensano di acconsentire all’esistenza di regole religiose, giuridiche (la sharia, magari casereccia), culturali, sociali che contraddicono i diritti universali delle donne e degli uomini. Sono, però, molto favorevole (e Tocqueville mi darebbe ragione) a società multi religiose. Una volta che le molte credenze religiose capiscono che non possono vicendevolmente distruggersi si metteranno d’accordo sui limiti della loro azione sulla sfera pubblica. Temo che sarà un processo lungo e tormentato, ma, se posso dire così, ho ‘fede’ nella sua realizzazione.

Pubblicato il 12 dicembre 2015