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VIDEO Come si può essere o non essere italiani? Cosa vuol dire essere cittadini italiani in Europa? #paradoxa 2/2020

VIDEO

 

Essere (o non essere) italiani, a cura di Gianfranco Pasquino, Paradoxa, Anno XIV – Numero 2 – Aprile/Giugno 2020

 

LA NON COSTRUZIONE DELL’ITALIANITÀ

Gianfranco Pasquino

Premessa

Poiché ho da tempo acquisito, anche sulla scia di buone letture (classica e insuperata quella del libro di P. Berger e T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, pubblicato dal Mulino nel 1969), la convinzione che qualsiasi appartenenza nazionale costituisca una delle componenti della costruzione personale e sociale dell’identità, le pagine che seguono sono state elaborate di conseguenza. Vale a dire che, con l’obiettivo di pervenire ad una spiegazione del mio rapporto con quella che chiamo “italianità”, ho intrecciato alcune mie esperienze personali con avvenimenti “storici” e con interpretazioni di commentatori e di studiosi. Non ho nessuna pretesa di avere conseguito una spiegazione generalizzabile. Nutro, però, più di una speranza di avere gettato un po’ di luce su una problematica che, con tutta la sua complessità e, talvolta, vaghezza, riguarda valori e comportamenti che influenzano rapporti e modi d’essere nazionali e internazionali tutt’altro che trascurabili e irrilevanti. Credo che sarebbe interessante, anche con l’obiettivo di ottenere una visione comparata, leggere esperienze di altre persone, in altri tempi e in altri luoghi. Finora, le mie letture non sono arrivate a tanto.

 

Delle origini

Per un lungo periodo di tempo non ho avuto nessuna occasione nella quale pormi il quesito relativo all’essere (o non essere) italiano e, meno che mai, di che tipo di italiano fossi o desiderassi essere/diventare oppure, meglio non diventare. Certamente, non m’interrogai sulle differenze intercorrenti fra me, torinese, e i molti ragazzi meridionali giunti a vivere nel mio quartiere. Il fatto che al Liceo i miei insegnanti di italiano, latino e greco e di scienze fossero siciliani non mi sembrò qualcosa di rilevante. Negli anni Cinquanta dello scorso secolo, la divisione “culturale”, nel senso antropologico, Nord/Sud non stava nei miei pensieri e neppure nei miei pregiudizi. Apprezzai “Rocco e i suoi fratelli” in quanto racconto della vita di una famiglia senza dare particolare peso o significato all’essere quella una famiglia meridionale trasferitasi nel cuore del Nord, a Milano. Leggevo e studiavo la storia d’Italia e dell’Europa senza nessuna visione nazionalistica né fierezza e orgoglio né senso di inferiorità. Non ricordo fra i miei compagni di classe voci che esprimessero particolare apprezzamento, in sé o con paragoni, per il nostro essere italiani.

Quando, nella prima esperienza all’estero, in Francia dove c’era una ottima scuola per imparare il francese, a La Rochelle, fui esposto a ragazzi e ragazze di molte nazioni europee, non furono le diversità che mi colpirono. Al contrario, quel 13 agosto 1961, giorno in cui cominciò la costruzione del Muro di Berlino, nell’evidente dolore degli studenti tedeschi, ma forse anche con qualche loro rassegnazione: “ancora il prezzo da pagare per i crimini nazisti”, e nella grande condivisione, in forme diverse e contenute, ma tutte chiare, degli altri studenti dagli svedesi agli inglesi, dai pochi spagnoli agli austriaci, dagli svizzeri agli italiani (che, peraltro, evitavo cercando di parlare esclusivamente in francese) e allo staff, docenti e assistenti, francese, mi si manifestò in maniera visibilissima l’Europa. Negli sguardi e nelle poche parole di tutti apparve lampante che, per quanto inconsapevolmente, stava in noi un sentimento comune e condiviso. Era il sentimento della libertà sotto ogni forma di cui godevamo noi, che da molti paesi europei eravamo arrivati in quello che fu uno dei più importanti luoghi frequentati e popolati dagli Ugonotti. Quel sentimento si tradusse e si espresse nella critica di quel grave evento e nella preoccupazione per tutto quanto quel Muro che separava Berlino segnalava, significava e faceva supporre.

Non posso interpretare pensieri e valutazioni di tutti quegli studenti europei, ma la loro riprovazione non nasceva sicuramente dalle appartenenze nazionali. C’era molto di più. Sì, lo scriverò con la necessaria retorica, c‘era il sentimento fino ad allora inconsapevole che, in effetti, qualcosa ci accomunava, noi ragazze e ragazzi europei, non credo di esagerare, qualcosa che quel Muro temeva e voleva separare fisicamente. La mia italianità, la Britishness, persino la grandeur francese (De Gaulle era allora il Presidente della Quinta Repubblica) e le altre appartenenze nazionali erano tutte recedute soppiantate da una convinzione (credenza?): l’essere europei, portata alla luce.

Quello che allora era solo il Corso di Laurea in Scienze Politiche a Torino era qualificabile, senza bisogno di dirlo, come “europeista” in quasi tutti i suoi docenti (uno solo dei quali aveva un noto passato fascista) e nella maggioranza degli insegnamenti. Il nazionalismo non abitava a Palazzo Campana. Grandi autori e grandi libri venivano dalla Francia e dalla Germania, dalla Gran Bretagna e dalla Svezia (il famoso economista Gunnar Myrdal e il “modello” socialdemocratico), molto più che dagli Stati Uniti d’America, e la storia moderna e contemporanea, anche quando l’argomento era l’Italia, veniva insegnata in prospettiva europea che si trattasse dell’industrializzazione (Gerschenkron, Il problema storico dell’arretratezza economica, 1962) o della resistenza. Non c’era ragione di soffermarsi sulle peculiarità (positive e/negative) italiane tranne che nell’analisi del fascismo. Nella città di Piero Gobetti, era molto facile respingere l’interpretazione crociana del fascismo come parentesi, e aderire con pochissime specificazioni e variazioni, alla tesi del fascismo “autobiografia della nazione”: che il fascismo era stato nche, forse, soprattutto, la conseguenza della inadeguatezza e dei cedimenti delle classi politiche italiane e delle cattive modalità di funzionamento della democrazia. In uno dei luoghi più antifascisti d’Italia, la “nazione” faceva una davvero brutta figura rispetto alla città di Torino e alla sua università (che non era dimentica di quel manipolo di professori i quali, avendo rifiutato di giurare obbedienza al Duce, persero consapevolmente il posto), a valori e comportamenti civili.

Che avendo i sabaudi “fatta l’Italia”, bisognasse, nella famosa frase attribuita (ma, certamente, ne condensava il pensiero politico di fondo) al torinese Massimo D’Azeglio, “fare gli italiani” era un dato di fatto, una constatazione sostanzialmente indisputabile, non messa in questione. Peraltro, quello che era un imperativo, politico e morale, non serviva certamente a suscitare sentimenti nazionalisti. Prima di diventare orgogliosi dell’Italia, era indispensabile che gli italiani acquisissero molte qualità che, forse, potremmo sintetizzare non tanto nell’amor di Patria, ma nel senso civico, nella disponibilità mazziniana all’adempimento dei doveri a cominciare da quelli scritti nella Costituzione repubblicana.

Anche se l’argomento del come fare gli italiani non fu mai preso di petto nei corsi che seguii, faceva capolino nelle lezioni di storia delle dottrine politiche di Luigi Firpo. Talvolta veniva evocato Giacomo Leopardi per la sua analisi spietata dei vizi degli italiani. Spesso veniva indirettamente criticato il nazionalismo fascista come cattivo maestro di malposta italianità. Insomma, nelle mie esperienze di studente non ebbi nessuno stimolo a definire la mia italianità né, meno che mai, ad essere particolarmente orgoglioso della mia appartenenza alla Nazione. Lo so, naturalmente, che, leggendo queste frasi, alcuni deprecheranno tanto l’internazionalismo della sinistra quanto, forse più, la versione piemontese, asciutta e severa, “moralistica” per i critici, intransigente, dell’Azionismo. Personalmente, non condivido in nulla queste critiche, nel frattempo divenute noiose e stantie, ma so che l’ambiente dei miei studi e le convinzioni dei miei docenti non lasciavano spazio a nessuna conquista o fierezza di italianità. Irrilevante. Per di più, nessuna versione di italianità intervenne nella costruzione della mia personale identità alla quale contribuirono letture come Cesare Pavese, Carlo Levi, Italo Calvino, Primo Levi e Beppe Fenoglio nei quali è impossibile ritrovare qualsiasi accentuazione di italianità, al tempo stesso che si esprimono valori civili di permanente rilevanza che stanno e vanno oltre qualsiasi considerazione “nazionale”.

 

Non una sola appartenenza

Da nessuna parte in Europa degli anni Sessanta del secolo scorso fecero la loro comparsa espressioni particolarmente significative di nazionalismo, neanche, semplicemente, nella versione di orgoglio nazionale. Per quel che mi riguarda, invece, tre episodi molto diversi, ma concatenati, mi esposero in maniera inaspettata al tema dell’appartenenza nazionale. Nel 1965 fui ammesso al Bologna Center della Johns Hopkins per un Master in Relazioni Internazionali, 160 studenti, metà statunitensi metà europei dei quali sei italiani. I primi ostentatamente fieri, persino troppo, della loro cittadinanza (credevano ancora al cosiddetto “eccezionalismo” americano appena incrinato dall’assassinio del Presidente Kennedy e c’era anche uno studente che veniva proprio da Dallas), gli europei di rimbalzo consci delle differenze culturali intercorrenti e delle loro specificità, disposti a vantarle. Noi italiani, di provenienze regionali diverse, certo collocati dalla parte degli europei, non eravamo comunque interessati a nessun vanto, ma coglievamo le diversità. Lo dirò così: “sì, c’è qualcosa di specificamente italiano, persino, positivamente tale” (un pensiero che non avevo mai avuto in precedenza) che attribuivo davvero alla cultura e, allora, persino, all’istruzione che si poteva ottenere nei licei un po’ dappertutto in Italia.

Vinta la borsa di studio per proseguire il secondo anno alla School of Advanced International Studies di Washington D.C., mi venne anche offerta la possibilità di acclimatarmi alla vita in USA, dove non ero mai stato in precedenza, grazie ad un programma che prevedeva quattro settimane ospite di una famiglia americana. Mi accolse una famiglia di Montclair, ricco sobborgo del New Jersey, repubblicana, molto benestante, con quattro figli, il più grande intorno ai vent’anni, il padre operatore economico di alto livello a Wall Street che faceva giornalmente il commuter. Quando chiesi come ero finito lì, se erano stati loro a sceglier/mi, la signora, donna squisita dell’alta borghesia di Philadelphia, mi rispose candidamente che l’alternativa era un africano del Ghana, peraltro un Ashanti, gruppo etnico molto importante e potente, e che avevano preferito l’italiano. Capii, allora, che la nazionalità era un fattore di qualche importanza (…).

Il terzo episodio è il più importante. Studiando Scienza politica alla School of Advanced International Studies mi imbattei (è il verbo giusto poiché il testo di cui parlerò non faceva parte delle letture assegnate) nella ricerca comparata di Gabriel Almond e Sidney Verba, The Civic Culture. Political Attitudes and Democracy in Five Nations (Princeton University Press 1963), uno dei libri di scienza politica più giustamente citati e influenti del secolo scorso. Per rendere breve, come dicono gli inglesi, una storia molto lunga, il dato che mi colpì maggiormente è che per gli Americani, gli inglesi e i messicani l’elemento di cui erano più fieri era chiaramente politico, rispettivamente: la Costituzione, il modello di governo, noto come Westminster, la rivoluzione, mentre per i tedeschi, i quali ad appena vent’anni dalla sconfitta del regime nazional-socialista (non necessariamente delle idee naziste) preferivano tenersi lontani dalla politica, era l’economia sociale di mercato. Per gli italiani la dispersione delle risposte premiava il Bel Paese, cioè la bellezza del territorio e delle città, e i grandi poeti e artisti del passato (Leonardo, Michelangelo, Dante) relegando la politica in un secondo piano molto lontano. Più che sorprendermi, questi dati mi incuriosirono assai. Di tanto in tanto continuo a chiedermi non soltanto quale risposta avrei dato allora e darei oggi, ma anche quali dovrebbero essere gli elementi da porre a fondamento della mia identità, della mia, più o meno pallida, italianità.

Negli anni Novanta che la politica (italiana) c’entrasse con l’italianità me lo fecero sentire i colleghi studiosi di politica che incontravo ai convegni accademici in vari paesi europei, negli USA e in diversi stati latino-americani. Ricordo la perplessità, la cautela, la sensazione di un “tenere le distanze”, l’imbarazzo iniziale di molti di coloro che mi incontravano per la prima volta negli anni del berlusconismo. Avevano a che fare con un italiano sostenitore di Berlusconi? Potevano criticare liberamente il fondatore e leader di Forza Italia, il fenomeno inusitato di un magnate delle televisioni private, del più ricco uomo italiano diventato capo del governo senza nessuna precedente esperienza in clamoroso conflitto di interessi? Da che parte stavo e, dunque, che “italiano” ero? Mi resi conto che, agli occhi di molti stranieri, certo, per lo più, ma non solo, accademici: politologi, sociologi, storici, la mia identità di italiano era concepita in termini politici, con riferimento alle mie eventuali preferenze politiche che, però, per non pochi di loro riflettevano pregiudizi su un popolo che, più o meno pittorescamente, non rispetta le regole.

Da un lato, ho regolarmente tentato di offrire una sobria analisi delle condizioni e delle modalità dell’avvento di Berlusconi, considerandolo ampiamente rappresentativo di una parte nient’affatto marginale dell’elettorato italiano. Dall’altro, non ho mai rinunciato alla critica della politica e dei politici dei paesi di provenienza dei miei interlocutori. Grande, enorme è dal 2016 il mio compiacimento nel dire alto e forte che, in quanto a cultura politica e pericolosità per le istituzioni e per il mondo, il Presidente Donald Trump è incomparabilmente peggiore di Berlusconi, e, insomma, il Primo ministro Boris Johnson non è sicuramente il modello di leader anglosassone al quale intendiamo guardare e aspirare. A proposito di Berlusconi, ho pensato, scritto e variamente argomentato che la sua comparsa e vittoria costituiscono una parte, non trascurabile della autobiografia della nazione in molti dei tratti che ritengo deprecabili. Li sintetizzo con le parole di Paolo Bagnoli: “L’Italia è un Paese che, per indole, non ama la sobrietà, la compostezza, la misura” (I ‘capiscioni’ smemorati, in “NON MOLLARE” (quindicinale online), n. 60, 16 marzo 2020). Chiudo su questo punto segnalando che mai, nel corso del berlusconismo, ho detto che mi vergognavo di essere italiano e mai ho annunciato che andavo in esilio. Anzi, ho trovato sgradevoli e politicamente inutili, se non addirittura controproducenti, entrambe le affermazioni.

 

Dell’italianità in politica

Rimanendo nella italianità riferita alla sfera politica, personalmente, senza in nessun modo lodare le mie preferenze politiche, solide e durature, mai intrecciate con un partito, ma collegate piuttosto ad una visione di società, ho preso ad interrogarmi su quel che rimprovero agli italiani. Mi è parso più utile anche per capire che cosa potrebbe essere l’italianità con la quale riuscirei ad identificarmi (ovvero, a sentirmi meno lontano).

Naturalmente, non propongo affatto un’analisi definitiva dei complessi rapporti degli italiani con la politica (per chi volesse saperne di più rimando ai libri del grande antropologo Carlo Tullio-Altan: Populismo e trasformismo. Saggio sulle ideologie politiche italiane, Milano, Feltrinelli, 1989 e La coscienza civile degli italiani. Valori e disvalori nella storia nazionale, Udine, Gaspari, 1995). Non seguirò la storia molto italiana dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo che ha spesso condotto alla critica della democrazia e al suo indebolimento. Non discuterò né di coloro che continuano a fare elogi eccessivi e senza fondamento degli italiani (la società “civile” nella sua interezza) né di coloro che mantengono la loro purezza “non prendendo neppure un caffè con i politici” [per chi non lo ricordasse fu questo, mai criticato dai suoi colleghi, uno dei grandi vanti di Indro Montanelli che addirittura contribuì alla sua fama]. Non voglio rinunciare a due citazioni che riflettono sulla drammatica epopea del coronavirus, da destra, Danilo Breschi: “ e l’italiano potrebbe persino mostrarsi il più accorto, il più amante della libera democrazia”, in Emergenza: maneggiare con cura, 19 marzo 2020; da sinistra, il Ministro Roberto Gualtieri. Lodata la grande dimostrazione di senso di appartenenza nazionale, il Ministro afferma, alquanto prematuramente che: “siamo diventati un modello sia nella gestione dell’emergenza sanitaria sia nella gestione delle sue conseguenze economiche”. Ne conclude che “credo che potremmo diventare un modello anche sul piano dei comportamenti e dell’etica pubblica” (L’intervista in “Corriere della Sera”, 20 marzo 2020, p. 11).

In senso lato, possiamo ritenere e sostenere che tanto l’orgogliosa separatezza rivendicata da numerosi esponenti della società civile quanto le affermazioni di superiorità di chi “non fa politica” siano elementi costitutivi dell’identità italiana. Da tempo l’Uomo Qualunque, nato in Italia, continua ad aggirarsi fra noi e ha dimostrato straordinarie capacità di trasformazione (di trasformismo) arrivando fino ad oggi, premiato nelle elezioni del 2013 e del 2018 da milioni di elettori/elettrici. Può persino contare su volonterosi megafoni, non solo nelle numerose rubriche delle lettere dei lettori al Direttore (una ricerca, che non consiglio a nessuno, su quelle lettere e sulle risposte di chi tiene la rubrica, fornirebbe uno straordinario spaccato dell’Italia reale e delle componenti dell’italianità). Ancora adesso l’interconnessione “società/politica” deve essere ribadita, come fa Ernesto Galli della Loggia, Il passato ci frena ancora. Scelte guidate dal consenso, Corriere della Sera, 11 marzo, p. 32: “Agli italiani più che la possibilità di contare su reti di servizi efficienti, su prestazioni dagli standard adeguati, in tempi rapidi e in sedi attrezzate, più di questo è sempre importato avere dallo Stato un’altra cosa: soldi. Soldi direttamente dalle casse pubbliche alle proprie tasche”. Non propriamente un “compromesso socialdemocratico”. Lo chiamerò compromesso clientelare. Però, il frenatore del titolo dell’articolo di Galli della Loggia non è il passato. Il frenatore, nell’accezione datagli dall’editorialista, fa parte costitutiva, integrale dell’italianità.

Al proposito, chiunque volesse stilare un elenco delle componenti dell’italianità finirebbe inevitabilmente per farlo, da un lato, in maniera selettiva e, forse, perentoria, dall’altro, individuando in particolare le caratteristiche degli italiani che non condivide, che lo irritano, che ritiene sostanzialmente deleterie e intollerabili. Non sono in grado di sfuggire a questi esiti e, a ragion veduta, rinuncio. Tuttavia, devo in qualche modo concludere la riflessione condotta fin qui. Lo farò con due osservazioni a ampio raggio.

 

Italianità e emergenza

Di recente in diverse conferenze in contesti diversi, specialmente all’estero, mi sono trovato a citare con approvazione la risposta data da uno studente alla richiesta, abituale nei dibattiti internazionali, di identificarsi. Lo studente in questione rispose con nome e cognome aggiungendo “sono un europeo nato a Torino”. Interpreto “europeo” come un’affermazione di identità e di identificazione con il progetto federalista di un’Europa politicamente unificata, ma anche come adesione ai valori democratici sui quali si fonda e si costruisce quel progetto. E interpreto il riferimento a Torino come il richiamo ad un humus, a radici culturali, a un’esperienza di vita e costumi considerata importante per la costruzione della personalità. Qualcuno potrebbe aggiungere che in quella frase non si trova nulla che richiami l’italianità. Pour cause, poiché lo studente (e ancora una volta concordo) voleva esplicitamente dare una spinta al superamento delle identità nazionali, intese come ostacolo alla costruzione di una identità europea. Sento subito montare il dissenso a questa affermazione, dissenso di frasi fatte tipo “solo forti identità nazionali daranno vita a una forte identità europea”. Finora non ho visto tentativi di sostanziare in maniera non retorica questa affermazione. Quindi, non ho modo di poterla (e neppure l’obbligo di doverla) discutere.

La seconda osservazione riguarda la ricomparsa in occasione dell’emergenza causata dal coronavirus di una frase altrettanto fatta (già spesso periodicamente utilizzata) il cui controllo empirico, fattuale è assolutamente inesistente. La frase, che è stata sulla bocca di quasi tutti gli editorialisti e gli opinionisti, non solo della domenica, nei talk show, è: “nell’emergenza gli italiani danno il meglio di sé”. Questa convinzione, meglio credenza, è talmente diffusa che è stata espressa anche nelle parole, in parte guidate dall’intervistatore, di un famoso calciatore poi allenatore Cesare Prandelli:

D. “Gli italiani nelle difficoltà riescono a fare squadra”.
R. “Fatichiamo ad accettare le regole, ma quando siamo responsabilizzati diamo il meglio, andando oltre le solite liti politiche. Spero che possiamo essere un esempio per gli altri Paesi della Comunità europea”. (Corriere della Sera, 16 marzo 2020, p. 11).

Più sfumato il sondaggista Nando Pagnoncelli: “nelle situazioni difficili il Paese dà il meglio di sé, basti pensare all’abnegazione dei medici e degli operatori sociosanitari e ai piccoli e grandi gesti di altruismo e generosità … relegando in secondo piano alcuni disdicevoli episodi che non ci siamo fatti mancare” (Le strategie decise dal governo promosse dal 62% degli italiani , in “Corriere della Sera” 14 marzo p. 12)

Sarebbe utile verificare quanto e come in occasioni di grandi emergenze, terremoti e inondazioni, non oso menzionare né la mafia né i terrorismi (al plurale), gli italiani abbiano dato il meglio di sé. Immagino che questo “meglio” si configuri come impegno personale (e collettivo) di energie e di tempo, forse anche di denaro, in attività altruistiche e collettive per risolvere e porre fine a quella specifica emergenza. La ricostruzione post-bellica, evento eccezionale, ma assolutamente non frutto di una emergenza, non mi pare un esempio appropriato Per carità di patria, non mi soffermerò sugli scandali, sugli sciacalli, sui profittatori sempre presenti, con pochissime eccezioni, una delle quali sembra essere la ricostruzione post-terremoto in Friuli nel 1976. Vero, parzialmente vero, non-vero che gli italiani sono donne e uomini (più) adatti alle emergenze’? Qui mi limiterò a dire che nell’emergenza del coronavirus a dare il meglio di sé sono stati i medici, gli infermieri, tutto il personale sanitario. Degli altri, di quelle decine di migliaia di persone che hanno violato l’indicazione di restare a casa, discuteremo un’altra volta. Nel frattempo, mi sento di affermare che il buon cittadino è colui che dà sempre il meglio di sé.

 

Per andare oltre

Naturalmente, mi sono più volte chiesto a che cosa serve/a l’italianità. Cercarla in quello che hanno scritto alcuni italiani da Leopardi a Gioberti da Manzoni fino a De Sanctis può essere un esercizio letterario di grande interesse (come quello offerto da Giulio Bollati, Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Einaudi 2011, spec. pp. 35-127), ma mi sembra che, tutto sommato, rimanga senza rilevanza per la vita degli italiani e per la qualità del sistema politico e della democrazia. Che cosa conta fregiarsi del bollino “alta Italianità”? Che messaggio manda agli altri italiani e agli stranieri? Affidabilità o no? I frequenti richiami al Risorgimento, all’unità della patria, alla appartenenza nazionale sono concepibili, anche se non sempre accettabili, come una modalità da utilizzare per costruire e preservare la coesione sociale. Un sistema politico, una comunità nazionale, un regime democratico funzionano meglio, acquisiscono un’alta qualità, producono beni collettivi più abbondanti e, persino, li redistribuiscono in maniera più equa e più soddisfacente laddove la appartenenza nazionale, in questo caso, l’italianità, ha cementato una solida consapevole coesione sociale tramandata fra le generazioni. Capisco, ma non sono del tutto convinto che la coesione sociale derivi per una (in)certa parte dalla diffusione dell’italianità. Credo, ma lo pongo in maniera problematica, che la coesione sociale sia e debba essere il prodotto e la conseguenza del riconoscimento che esiste un patto fra persone, fra cittadini. Si chiama Costituzione ed è intessuto di leggi che regolano i rapporti fra i cittadini e fra i cittadini, i rappresentanti e governanti. Allora, sì, sono italiano perché riconosco nella Costituzione repubblicana del 1948 un patto degno di essere rispettato e attuato. Riconosco anche che quella Costituzione e il patto in essa contenuto e sancito mi offrono la opportunità di sentirmi e essere europeo. Se questo è “patriottismo costituzionale”, allora sono anche quel tipo di patriota. L’italianità sta nella Costituzione, si esprime attraverso la Costituzione, costruisce una comunità in grado di scegliere e decidere, cambiare e perseguire le sue preferenze. Capovolgendo Cicerone: ubi libertas ibi patria.   

Pubblicato in Essere (o non essere) italiani, a cura di Gianfranco Pasquino, Paradoxa, Anno XIV – Numero 2 – Aprile/Giugno 2020

 

 

Essere (o non essere) italiani, a cura di Gianfranco Pasquino, Paradoxa, Aprile/Giugno 2020

Essere (o non essere) italiani, a cura di Gianfranco Pasquino, Paradoxa, Anno XIV – Numero 2 – Aprile/Giugno 2020

 

LA NON COSTRUZIONE DELL’ITALIANITÀ

Gianfranco Pasquino

Premessa

Poiché ho da tempo acquisito, anche sulla scia di buone letture (classica e insuperata quella del libro di P. Berger e T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, pubblicato dal Mulino nel 1969), la convinzione che qualsiasi appartenenza nazionale costituisca una delle componenti della costruzione personale e sociale dell’identità, le pagine che seguono sono state elaborate di conseguenza. Vale a dire che, con l’obiettivo di pervenire ad una spiegazione del mio rapporto con quella che chiamo “italianità”, ho intrecciato alcune mie esperienze personali con avvenimenti “storici” e con interpretazioni di commentatori e di studiosi. Non ho nessuna pretesa di avere conseguito una spiegazione generalizzabile. Nutro, però, più di una speranza di avere gettato un po’ di luce su una problematica che, con tutta la sua complessità e, talvolta, vaghezza, riguarda valori e comportamenti che influenzano rapporti e modi d’essere nazionali e internazionali tutt’altro che trascurabili e irrilevanti. Credo che sarebbe interessante, anche con l’obiettivo di ottenere una visione comparata, leggere esperienze di altre persone, in altri tempi e in altri luoghi. Finora, le mie letture non sono arrivate a tanto.

 

Delle origini

Per un lungo periodo di tempo non ho avuto nessuna occasione nella quale pormi il quesito relativo all’essere (o non essere) italiano e, meno che mai, di che tipo di italiano fossi o desiderassi essere/diventare oppure, meglio non diventare. Certamente, non m’interrogai sulle differenze intercorrenti fra me, torinese, e i molti ragazzi meridionali giunti a vivere nel mio quartiere. Il fatto che al Liceo i miei insegnanti di italiano, latino e greco e di scienze fossero siciliani non mi sembrò qualcosa di rilevante. Negli anni Cinquanta dello scorso secolo, la divisione “culturale”, nel senso antropologico, Nord/Sud non stava nei miei pensieri e neppure nei miei pregiudizi. Apprezzai “Rocco e i suoi fratelli” in quanto racconto della vita di una famiglia senza dare particolare peso o significato all’essere quella una famiglia meridionale trasferitasi nel cuore del Nord, a Milano. Leggevo e studiavo la storia d’Italia e dell’Europa senza nessuna visione nazionalistica né fierezza e orgoglio né senso di inferiorità. Non ricordo fra i miei compagni di classe voci che esprimessero particolare apprezzamento, in sé o con paragoni, per il nostro essere italiani.

Quando, nella prima esperienza all’estero, in Francia dove c’era una ottima scuola per imparare il francese, a La Rochelle, fui esposto a ragazzi e ragazze di molte nazioni europee, non furono le diversità che mi colpirono. Al contrario, quel 13 agosto 1961, giorno in cui cominciò la costruzione del Muro di Berlino, nell’evidente dolore degli studenti tedeschi, ma forse anche con qualche loro rassegnazione: “ancora il prezzo da pagare per i crimini nazisti”, e nella grande condivisione, in forme diverse e contenute, ma tutte chiare, degli altri studenti dagli svedesi agli inglesi, dai pochi spagnoli agli austriaci, dagli svizzeri agli italiani (che, peraltro, evitavo cercando di parlare esclusivamente in francese) e allo staff, docenti e assistenti, francese, mi si manifestò in maniera visibilissima l’Europa. Negli sguardi e nelle poche parole di tutti apparve lampante che, per quanto inconsapevolmente, stava in noi un sentimento comune e condiviso. Era il sentimento della libertà sotto ogni forma di cui godevamo noi, che da molti paesi europei eravamo arrivati in quello che fu uno dei più importanti luoghi frequentati e popolati dagli Ugonotti. Quel sentimento si tradusse e si espresse nella critica di quel grave evento e nella preoccupazione per tutto quanto quel Muro che separava Berlino segnalava, significava e faceva supporre.

Non posso interpretare pensieri e valutazioni di tutti quegli studenti europei, ma la loro riprovazione non nasceva sicuramente dalle appartenenze nazionali. C’era molto di più. Sì, lo scriverò con la necessaria retorica, c‘era il sentimento fino ad allora inconsapevole che, in effetti, qualcosa ci accomunava, noi ragazze e ragazzi europei, non credo di esagerare, qualcosa che quel Muro temeva e voleva separare fisicamente. La mia italianità, la Britishness, persino la grandeur francese (De Gaulle era allora il Presidente della Quinta Repubblica) e le altre appartenenze nazionali erano tutte recedute soppiantate da una convinzione (credenza?): l’essere europei, portata alla luce.

Quello che allora era solo il Corso di Laurea in Scienze Politiche a Torino era qualificabile, senza bisogno di dirlo, come “europeista” in quasi tutti i suoi docenti (uno solo dei quali aveva un noto passato fascista) e nella maggioranza degli insegnamenti. Il nazionalismo non abitava a Palazzo Campana. Grandi autori e grandi libri venivano dalla Francia e dalla Germania, dalla Gran Bretagna e dalla Svezia (il famoso economista Gunnar Myrdal e il “modello” socialdemocratico), molto più che dagli Stati Uniti d’America, e la storia moderna e contemporanea, anche quando l’argomento era l’Italia, veniva insegnata in prospettiva europea che si trattasse dell’industrializzazione (Gerschenkron, Il problema storico dell’arretratezza economica, 1962) o della resistenza. Non c’era ragione di soffermarsi sulle peculiarità (positive e/negative) italiane tranne che nell’analisi del fascismo. Nella città di Piero Gobetti, era molto facile respingere l’interpretazione crociana del fascismo come parentesi, e aderire con pochissime specificazioni e variazioni, alla tesi del fascismo “autobiografia della nazione”: che il fascismo era stato nche, forse, soprattutto, la conseguenza della inadeguatezza e dei cedimenti delle classi politiche italiane e delle cattive modalità di funzionamento della democrazia. In uno dei luoghi più antifascisti d’Italia, la “nazione” faceva una davvero brutta figura rispetto alla città di Torino e alla sua università (che non era dimentica di quel manipolo di professori i quali, avendo rifiutato di giurare obbedienza al Duce, persero consapevolmente il posto), a valori e comportamenti civili.

Che avendo i sabaudi “fatta l’Italia”, bisognasse, nella famosa frase attribuita (ma, certamente, ne condensava il pensiero politico di fondo) al torinese Massimo D’Azeglio, “fare gli italiani” era un dato di fatto, una constatazione sostanzialmente indisputabile, non messa in questione. Peraltro, quello che era un imperativo, politico e morale, non serviva certamente a suscitare sentimenti nazionalisti. Prima di diventare orgogliosi dell’Italia, era indispensabile che gli italiani acquisissero molte qualità che, forse, potremmo sintetizzare non tanto nell’amor di Patria, ma nel senso civico, nella disponibilità mazziniana all’adempimento dei doveri a cominciare da quelli scritti nella Costituzione repubblicana.

Anche se l’argomento del come fare gli italiani non fu mai preso di petto nei corsi che seguii, faceva capolino nelle lezioni di storia delle dottrine politiche di Luigi Firpo. Talvolta veniva evocato Giacomo Leopardi per la sua analisi spietata dei vizi degli italiani. Spesso veniva indirettamente criticato il nazionalismo fascista come cattivo maestro di malposta italianità. Insomma, nelle mie esperienze di studente non ebbi nessuno stimolo a definire la mia italianità né, meno che mai, ad essere particolarmente orgoglioso della mia appartenenza alla Nazione. Lo so, naturalmente, che, leggendo queste frasi, alcuni deprecheranno tanto l’internazionalismo della sinistra quanto, forse più, la versione piemontese, asciutta e severa, “moralistica” per i critici, intransigente, dell’Azionismo. Personalmente, non condivido in nulla queste critiche, nel frattempo divenute noiose e stantie, ma so che l’ambiente dei miei studi e le convinzioni dei miei docenti non lasciavano spazio a nessuna conquista o fierezza di italianità. Irrilevante. Per di più, nessuna versione di italianità intervenne nella costruzione della mia personale identità alla quale contribuirono letture come Cesare Pavese, Carlo Levi, Italo Calvino, Primo Levi e Beppe Fenoglio nei quali è impossibile ritrovare qualsiasi accentuazione di italianità, al tempo stesso che si esprimono valori civili di permanente rilevanza che stanno e vanno oltre qualsiasi considerazione “nazionale”.

 

Non una sola appartenenza

Da nessuna parte in Europa degli anni Sessanta del secolo scorso fecero la loro comparsa espressioni particolarmente significative di nazionalismo, neanche, semplicemente, nella versione di orgoglio nazionale. Per quel che mi riguarda, invece, tre episodi molto diversi, ma concatenati, mi esposero in maniera inaspettata al tema dell’appartenenza nazionale. Nel 1965 fui ammesso al Bologna Center della Johns Hopkins per un Master in Relazioni Internazionali, 160 studenti, metà statunitensi metà europei dei quali sei italiani. I primi ostentatamente fieri, persino troppo, della loro cittadinanza (credevano ancora al cosiddetto “eccezionalismo” americano appena incrinato dall’assassinio del Presidente Kennedy e c’era anche uno studente che veniva proprio da Dallas), gli europei di rimbalzo consci delle differenze culturali intercorrenti e delle loro specificità, disposti a vantarle. Noi italiani, di provenienze regionali diverse, certo collocati dalla parte degli europei, non eravamo comunque interessati a nessun vanto, ma coglievamo le diversità. Lo dirò così: “sì, c’è qualcosa di specificamente italiano, persino, positivamente tale” (un pensiero che non avevo mai avuto in precedenza) che attribuivo davvero alla cultura e, allora, persino, all’istruzione che si poteva ottenere nei licei un po’ dappertutto in Italia.

Vinta la borsa di studio per proseguire il secondo anno alla School of Advanced International Studies di Washington D.C., mi venne anche offerta la possibilità di acclimatarmi alla vita in USA, dove non ero mai stato in precedenza, grazie ad un programma che prevedeva quattro settimane ospite di una famiglia americana. Mi accolse una famiglia di Montclair, ricco sobborgo del New Jersey, repubblicana, molto benestante, con quattro figli, il più grande intorno ai vent’anni, il padre operatore economico di alto livello a Wall Street che faceva giornalmente il commuter. Quando chiesi come ero finito lì, se erano stati loro a sceglier/mi, la signora, donna squisita dell’alta borghesia di Philadelphia, mi rispose candidamente che l’alternativa era un africano del Ghana, peraltro un Ashanti, gruppo etnico molto importante e potente, e che avevano preferito l’italiano. Capii, allora, che la nazionalità era un fattore di qualche importanza (…).

Il terzo episodio è il più importante. Studiando Scienza politica alla School of Advanced International Studies mi imbattei (è il verbo giusto poiché il testo di cui parlerò non faceva parte delle letture assegnate) nella ricerca comparata di Gabriel Almond e Sidney Verba, The Civic Culture. Political Attitudes and Democracy in Five Nations (Princeton University Press 1963), uno dei libri di scienza politica più giustamente citati e influenti del secolo scorso. Per rendere breve, come dicono gli inglesi, una storia molto lunga, il dato che mi colpì maggiormente è che per gli Americani, gli inglesi e i messicani l’elemento di cui erano più fieri era chiaramente politico, rispettivamente: la Costituzione, il modello di governo, noto come Westminster, la rivoluzione, mentre per i tedeschi, i quali ad appena vent’anni dalla sconfitta del regime nazional-socialista (non necessariamente delle idee naziste) preferivano tenersi lontani dalla politica, era l’economia sociale di mercato. Per gli italiani la dispersione delle risposte premiava il Bel Paese, cioè la bellezza del territorio e delle città, e i grandi poeti e artisti del passato (Leonardo, Michelangelo, Dante) relegando la politica in un secondo piano molto lontano. Più che sorprendermi, questi dati mi incuriosirono assai. Di tanto in tanto continuo a chiedermi non soltanto quale risposta avrei dato allora e darei oggi, ma anche quali dovrebbero essere gli elementi da porre a fondamento della mia identità, della mia, più o meno pallida, italianità.

Negli anni Novanta che la politica (italiana) c’entrasse con l’italianità me lo fecero sentire i colleghi studiosi di politica che incontravo ai convegni accademici in vari paesi europei, negli USA e in diversi stati latino-americani. Ricordo la perplessità, la cautela, la sensazione di un “tenere le distanze”, l’imbarazzo iniziale di molti di coloro che mi incontravano per la prima volta negli anni del berlusconismo. Avevano a che fare con un italiano sostenitore di Berlusconi? Potevano criticare liberamente il fondatore e leader di Forza Italia, il fenomeno inusitato di un magnate delle televisioni private, del più ricco uomo italiano diventato capo del governo senza nessuna precedente esperienza in clamoroso conflitto di interessi? Da che parte stavo e, dunque, che “italiano” ero? Mi resi conto che, agli occhi di molti stranieri, certo, per lo più, ma non solo, accademici: politologi, sociologi, storici, la mia identità di italiano era concepita in termini politici, con riferimento alle mie eventuali preferenze politiche che, però, per non pochi di loro riflettevano pregiudizi su un popolo che, più o meno pittorescamente, non rispetta le regole.

Da un lato, ho regolarmente tentato di offrire una sobria analisi delle condizioni e delle modalità dell’avvento di Berlusconi, considerandolo ampiamente rappresentativo di una parte nient’affatto marginale dell’elettorato italiano. Dall’altro, non ho mai rinunciato alla critica della politica e dei politici dei paesi di provenienza dei miei interlocutori. Grande, enorme è dal 2016 il mio compiacimento nel dire alto e forte che, in quanto a cultura politica e pericolosità per le istituzioni e per il mondo, il Presidente Donald Trump è incomparabilmente peggiore di Berlusconi, e, insomma, il Primo ministro Boris Johnson non è sicuramente il modello di leader anglosassone al quale intendiamo guardare e aspirare. A proposito di Berlusconi, ho pensato, scritto e variamente argomentato che la sua comparsa e vittoria costituiscono una parte, non trascurabile della autobiografia della nazione in molti dei tratti che ritengo deprecabili. Li sintetizzo con le parole di Paolo Bagnoli: “L’Italia è un Paese che, per indole, non ama la sobrietà, la compostezza, la misura” (I ‘capiscioni’ smemorati, in “NON MOLLARE” (quindicinale online), n. 60, 16 marzo 2020). Chiudo su questo punto segnalando che mai, nel corso del berlusconismo, ho detto che mi vergognavo di essere italiano e mai ho annunciato che andavo in esilio. Anzi, ho trovato sgradevoli e politicamente inutili, se non addirittura controproducenti, entrambe le affermazioni.

 

Dell’italianità in politica

Rimanendo nella italianità riferita alla sfera politica, personalmente, senza in nessun modo lodare le mie preferenze politiche, solide e durature, mai intrecciate con un partito, ma collegate piuttosto ad una visione di società, ho preso ad interrogarmi su quel che rimprovero agli italiani. Mi è parso più utile anche per capire che cosa potrebbe essere l’italianità con la quale riuscirei ad identificarmi (ovvero, a sentirmi meno lontano).

Naturalmente, non propongo affatto un’analisi definitiva dei complessi rapporti degli italiani con la politica (per chi volesse saperne di più rimando ai libri del grande antropologo Carlo Tullio-Altan: Populismo e trasformismo. Saggio sulle ideologie politiche italiane, Milano, Feltrinelli, 1989 e La coscienza civile degli italiani. Valori e disvalori nella storia nazionale, Udine, Gaspari, 1995). Non seguirò la storia molto italiana dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo che ha spesso condotto alla critica della democrazia e al suo indebolimento. Non discuterò né di coloro che continuano a fare elogi eccessivi e senza fondamento degli italiani (la società “civile” nella sua interezza) né di coloro che mantengono la loro purezza “non prendendo neppure un caffè con i politici” [per chi non lo ricordasse fu questo, mai criticato dai suoi colleghi, uno dei grandi vanti di Indro Montanelli che addirittura contribuì alla sua fama]. Non voglio rinunciare a due citazioni che riflettono sulla drammatica epopea del coronavirus, da destra, Danilo Breschi: “ e l’italiano potrebbe persino mostrarsi il più accorto, il più amante della libera democrazia”, in Emergenza: maneggiare con cura, 19 marzo 2020; da sinistra, il Ministro Roberto Gualtieri. Lodata la grande dimostrazione di senso di appartenenza nazionale, il Ministro afferma, alquanto prematuramente che: “siamo diventati un modello sia nella gestione dell’emergenza sanitaria sia nella gestione delle sue conseguenze economiche”. Ne conclude che “credo che potremmo diventare un modello anche sul piano dei comportamenti e dell’etica pubblica” (L’intervista in “Corriere della Sera”, 20 marzo 2020, p. 11).

In senso lato, possiamo ritenere e sostenere che tanto l’orgogliosa separatezza rivendicata da numerosi esponenti della società civile quanto le affermazioni di superiorità di chi “non fa politica” siano elementi costitutivi dell’identità italiana. Da tempo l’Uomo Qualunque, nato in Italia, continua ad aggirarsi fra noi e ha dimostrato straordinarie capacità di trasformazione (di trasformismo) arrivando fino ad oggi, premiato nelle elezioni del 2013 e del 2018 da milioni di elettori/elettrici. Può persino contare su volonterosi megafoni, non solo nelle numerose rubriche delle lettere dei lettori al Direttore (una ricerca, che non consiglio a nessuno, su quelle lettere e sulle risposte di chi tiene la rubrica, fornirebbe uno straordinario spaccato dell’Italia reale e delle componenti dell’italianità). Ancora adesso l’interconnessione “società/politica” deve essere ribadita, come fa Ernesto Galli della Loggia, Il passato ci frena ancora. Scelte guidate dal consenso, Corriere della Sera, 11 marzo, p. 32: “Agli italiani più che la possibilità di contare su reti di servizi efficienti, su prestazioni dagli standard adeguati, in tempi rapidi e in sedi attrezzate, più di questo è sempre importato avere dallo Stato un’altra cosa: soldi. Soldi direttamente dalle casse pubbliche alle proprie tasche”. Non propriamente un “compromesso socialdemocratico”. Lo chiamerò compromesso clientelare. Però, il frenatore del titolo dell’articolo di Galli della Loggia non è il passato. Il frenatore, nell’accezione datagli dall’editorialista, fa parte costitutiva, integrale dell’italianità.

Al proposito, chiunque volesse stilare un elenco delle componenti dell’italianità finirebbe inevitabilmente per farlo, da un lato, in maniera selettiva e, forse, perentoria, dall’altro, individuando in particolare le caratteristiche degli italiani che non condivide, che lo irritano, che ritiene sostanzialmente deleterie e intollerabili. Non sono in grado di sfuggire a questi esiti e, a ragion veduta, rinuncio. Tuttavia, devo in qualche modo concludere la riflessione condotta fin qui. Lo farò con due osservazioni a ampio raggio.

 

Italianità e emergenza

Di recente in diverse conferenze in contesti diversi, specialmente all’estero, mi sono trovato a citare con approvazione la risposta data da uno studente alla richiesta, abituale nei dibattiti internazionali, di identificarsi. Lo studente in questione rispose con nome e cognome aggiungendo “sono un europeo nato a Torino”. Interpreto “europeo” come un’affermazione di identità e di identificazione con il progetto federalista di un’Europa politicamente unificata, ma anche come adesione ai valori democratici sui quali si fonda e si costruisce quel progetto. E interpreto il riferimento a Torino come il richiamo ad un humus, a radici culturali, a un’esperienza di vita e costumi considerata importante per la costruzione della personalità. Qualcuno potrebbe aggiungere che in quella frase non si trova nulla che richiami l’italianità. Pour cause, poiché lo studente (e ancora una volta concordo) voleva esplicitamente dare una spinta al superamento delle identità nazionali, intese come ostacolo alla costruzione di una identità europea. Sento subito montare il dissenso a questa affermazione, dissenso di frasi fatte tipo “solo forti identità nazionali daranno vita a una forte identità europea”. Finora non ho visto tentativi di sostanziare in maniera non retorica questa affermazione. Quindi, non ho modo di poterla (e neppure l’obbligo di doverla) discutere.

La seconda osservazione riguarda la ricomparsa in occasione dell’emergenza causata dal coronavirus di una frase altrettanto fatta (già spesso periodicamente utilizzata) il cui controllo empirico, fattuale è assolutamente inesistente. La frase, che è stata sulla bocca di quasi tutti gli editorialisti e gli opinionisti, non solo della domenica, nei talk show, è: “nell’emergenza gli italiani danno il meglio di sé”. Questa convinzione, meglio credenza, è talmente diffusa che è stata espressa anche nelle parole, in parte guidate dall’intervistatore, di un famoso calciatore poi allenatore Cesare Prandelli:

D. “Gli italiani nelle difficoltà riescono a fare squadra”.
R. “Fatichiamo ad accettare le regole, ma quando siamo responsabilizzati diamo il meglio, andando oltre le solite liti politiche. Spero che possiamo essere un esempio per gli altri Paesi della Comunità europea”. (Corriere della Sera, 16 marzo 2020, p. 11).

Più sfumato il sondaggista Nando Pagnoncelli: “nelle situazioni difficili il Paese dà il meglio di sé, basti pensare all’abnegazione dei medici e degli operatori sociosanitari e ai piccoli e grandi gesti di altruismo e generosità … relegando in secondo piano alcuni disdicevoli episodi che non ci siamo fatti mancare” (Le strategie decise dal governo promosse dal 62% degli italiani , in “Corriere della Sera” 14 marzo p. 12)

Sarebbe utile verificare quanto e come in occasioni di grandi emergenze, terremoti e inondazioni, non oso menzionare né la mafia né i terrorismi (al plurale), gli italiani abbiano dato il meglio di sé. Immagino che questo “meglio” si configuri come impegno personale (e collettivo) di energie e di tempo, forse anche di denaro, in attività altruistiche e collettive per risolvere e porre fine a quella specifica emergenza. La ricostruzione post-bellica, evento eccezionale, ma assolutamente non frutto di una emergenza, non mi pare un esempio appropriato Per carità di patria, non mi soffermerò sugli scandali, sugli sciacalli, sui profittatori sempre presenti, con pochissime eccezioni, una delle quali sembra essere la ricostruzione post-terremoto in Friuli nel 1976. Vero, parzialmente vero, non-vero che gli italiani sono donne e uomini (più) adatti alle emergenze’? Qui mi limiterò a dire che nell’emergenza del coronavirus a dare il meglio di sé sono stati i medici, gli infermieri, tutto il personale sanitario. Degli altri, di quelle decine di migliaia di persone che hanno violato l’indicazione di restare a casa, discuteremo un’altra volta. Nel frattempo, mi sento di affermare che il buon cittadino è colui che dà sempre il meglio di sé.

 

Per andare oltre

Naturalmente, mi sono più volte chiesto a che cosa serve/a l’italianità. Cercarla in quello che hanno scritto alcuni italiani da Leopardi a Gioberti da Manzoni fino a De Sanctis può essere un esercizio letterario di grande interesse (come quello offerto da Giulio Bollati, Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Einaudi 2011, spec. pp. 35-127), ma mi sembra che, tutto sommato, rimanga senza rilevanza per la vita degli italiani e per la qualità del sistema politico e della democrazia. Che cosa conta fregiarsi del bollino “alta Italianità”? Che messaggio manda agli altri italiani e agli stranieri? Affidabilità o no? I frequenti richiami al Risorgimento, all’unità della patria, alla appartenenza nazionale sono concepibili, anche se non sempre accettabili, come una modalità da utilizzare per costruire e preservare la coesione sociale. Un sistema politico, una comunità nazionale, un regime democratico funzionano meglio, acquisiscono un’alta qualità, producono beni collettivi più abbondanti e, persino, li redistribuiscono in maniera più equa e più soddisfacente laddove la appartenenza nazionale, in questo caso, l’italianità, ha cementato una solida consapevole coesione sociale tramandata fra le generazioni. Capisco, ma non sono del tutto convinto che la coesione sociale derivi per una (in)certa parte dalla diffusione dell’italianità. Credo, ma lo pongo in maniera problematica, che la coesione sociale sia e debba essere il prodotto e la conseguenza del riconoscimento che esiste un patto fra persone, fra cittadini. Si chiama Costituzione ed è intessuto di leggi che regolano i rapporti fra i cittadini e fra i cittadini, i rappresentanti e governanti. Allora, sì, sono italiano perché riconosco nella Costituzione repubblicana del 1948 un patto degno di essere rispettato e attuato. Riconosco anche che quella Costituzione e il patto in essa contenuto e sancito mi offrono la opportunità di sentirmi e essere europeo. Se questo è “patriottismo costituzionale”, allora sono anche quel tipo di patriota. L’italianità sta nella Costituzione, si esprime attraverso la Costituzione, costruisce una comunità in grado di scegliere e decidere, cambiare e perseguire le sue preferenze. Capovolgendo Cicerone: ubi libertas ibi patria.   

Pubblicato in Essere (o non essere) italiani, a cura di Gianfranco Pasquino, Paradoxa, Anno XIV – Numero 2 – Aprile/Giugno 2020

 

 

Regionali, cosa mi aspetto dai candidati. Scrive il prof. Pasquino @formichenews

Chi vuole uno Stato delle autonomie deve volere anche e (quasi) subito dimostrare che la sua autonomia la sa esercitare, per esempio, avendo già speso nella sua interezza i vecchi fondi europei, e rendendo meglio preparata, più snella, più efficace la burocrazia regionale. Il commento di Gianfranco Pasquino

Mi pare sia già cominciata in tutte le regioni che voteranno, se confermato, il 20 settembre, una articolata e approfondita riflessione sui temi della campagna elettorale al tempo del Covid-19. Gli acutissimi retroscenisti del Corriere della Sera e de Il Giornale e gli austeri (sic) commentatori de La Stampa e di Repubblica hanno smesso di annunciare la fine del governo Conte. Si sono dedicati da par loro, o mi sbaglio?, a sollecitare i Presidenti che si ricandidano e i loro sfidanti che, come minimo, delineino un progetto di regione. Par condicio: infatti, non c’è nessuna ragione per essere meno esigenti con le autorità regionali di quello che si chiede a Conte e al suo governo. D’altronde, se, finalmente, a livello nazionale, qualcuno, sarà forse proprio il presidente Conte, fra una conferenza stampa e quella successiva?, saprà tirare le somme e fare la sintesi delle proposte formulate agli Stati Generali, vedremo il progetto di rilancio del Paese per i prossimi numerosi anni.

Altruisticamente, Conte lavora per il suo successore a Palazzo Chigi – per i nomi bisogna chiedere ai retroscenisti senza accontentarsi di quello di Mario Draghi e, neppure, di Carlo Cottarelli. Il suo Progetto di Rilancio dovrebbe contemplare la chiarissima individuazione dei settori portanti, l’indicazione degli interventi, dei tempi, dei costi e dei vantaggi e anche del coordinamento con le regioni. Se, infatti, terminata la davvero penosa melina sull’accettazione dei 36/37 miliardi di Euro del Mes si deciderà di investire nelle spese sanitarie dirette e indirette, le regioni dovranno necessariamente essere coinvolte. Dovranno dire quanti fondi desiderano e come li spenderanno, magari investendo non solo in assunzioni e strutture, ma anche nel settore bio-medicale che è un’eccellenza nazionale. Ascolteremo almeno EmilianoToti e De Luca spiegare come stanno rendendo digitale e verde la loro economia? Naturalmente, finita, almeno temporaneamente, la vertenza sulle modalità di riapertura delle scuole, da tutti, uscenti e candidati, saremo prontamente informati delle criticità e dei successi nonché degli obiettivi di miglioramento.

Nella pandemia a molti, me compreso, è parso che lo Stato si sia visto riconoscere quel ruolo centrale nella mobilitazione, nella assegnazione e nella distribuzione di risorse al quale nessun mercato potrebbe mai supplire. Ai candidati alle cariche di governo regionali sembra più che lecito chiedere se vorranno usare il loro potere in chiave interventista e se, all’uopo, sanno già come riformare e rendere più dinamiche le rispettive burocrazie regionali. Non è soltanto la burocrazia “nazionale” a costituire la palla al piede di governi che già non sono vivaci, iperattivi, decisionisti. Chi vuole uno stato delle autonomie deve volere anche e (quasi) subito dimostrare che la sua autonomia la sa esercitare, per esempio, avendo già speso nella sua interezza i vecchi fondi europei, e rendendo meglio preparata, più snella, più efficace la burocrazia regionale. Poi, con gli apporti decisivi di Di Battista e Scalfarotto, di Azione di Calenda, proiettata dai sondaggi di Pagnoncelli ad un irresistibile 2,8%, di marmotte e altri graziosi animali, discuteremo di convergenze e di coalizioni e soprattutto di programmi, classico cavallo di battaglia di chi vuole posti. Faites vos jeux.

Pubblicato il 28 giugno 2020 su formiche.net

Lo stato della polizia @La_Lettura #447 @CorriereCultura

 

Ogni sistema politico, per fare rispettare le regole della convivenza, ha bisogno di strutture che contrastino i trasgressori. Ma le forze dell’ordine possono agire in modo fazioso o perseguire propri interessi diversi da quelli pubblici, specie se diventano corpi separati rispetto al contesto sociale

Quell’ordine politico che deve emergere una volta posto fine alla hobbesiana “guerra di tutti contro tutti” bisogna pure che qualcuno/qualcosa lo costruisca e lo faccia rispettare. Anche se quel qualcuno fosse un leader tirannico che fa valere il suo potere, ma a maggior ragione se si affermasse una forma di governo basata su un accordo di fondo, sarebbe indispensabile disporre di una struttura capace di prevenire e impedire violazioni dell’ordine, di bloccarne i responsabili, di portarli a punizione. Mantenere l’ordine politico significa proteggere i cittadini, la loro vita e la loro libertà. È una delle modalità con le quali lo Stato rivendica e esercita il monopolio legittimo della forza (Max Weber). Quel monopolio è legittimo perché acquisito secondo regole prestabilite, ma anche se e perché è utilizzato, senza favori, senza privilegi, senza eccessi, nell’interesse di tutti cittadini.

Tuttavia, c’è un’ambiguità costitutiva nella polizia come istituzione. Da un lato, ha il compito di proteggere i cittadini dalla violenza, anche quella dei rappresentanti dello Stato; dall’altro, deve proteggere lo Stato dalla violenza dei cittadini. In aggiunta, una volta istituzionalizzata, la polizia può sviluppare propri interessi, più che un semplice “spirito di corpo”, e finire, pericolo permanente, per proteggere soprattutto se stessa.

Storicamente, la struttura preposta al compito di garantire l’ordine all’interno di un sistema politico è stata definita polizia. È quasi certo che l’origine della parola debba essere fatta risalire ai termini greci polis e politeia (buongoverno). A lungo, in molti sistemi politici quel po’ di ordine che esisteva nelle città e nelle campagne veniva imposto da squadre di persone assoldate da chi poteva permetterselo, quindi, dai proprietari terrieri, dai signori nei loro castelli, dai capitani d’industria. Naturalmente, oltre ad operare al servizio di coloro che le avevano assoldate, queste squadre perseguivano anche interessi personali taglieggiando in vari modi le popolazioni. La svolta, sicuramente per quel che riguarda l’Inghilterra, avvenne nel 1832 con la creazione di un corpo di professionisti, la Civilian Metropolitan Force, al quale fu affidato il compito di fare rispettare la legge. L’ideatore di questa soluzione fu l’allora Ministro degli Interni Sir Robert Peel (1778-1850), in seguito due volte Primo ministro, cosicché gli appartenenti a questo corpo furono in un primo tempo chiamati Peelers, in seguito, più familiarmente, Bobbies. Gli oppositori obiettarono che l’esistenza di quel corpo di professionisti che controllavano le strade e i comportamenti limitava le libertà personali. La replica di Peel fu che lasciare la possibilità di svaligiare le case non era libertà e che l’occupazione notturna delle strade di Londra ad opera di vagabondi e prostitute non era esercizio di libertà.

Per la loro professionalità (conoscenze e competenze), la loro efficienza e la loro (intraducibile, forse, equità) fairness, i Bobbies divennero presto famosi e apprezzati come persone e operatori nei quali tutti i cittadini potevano (e dovevano) avere una fiducia. Una loro grande peculiarità, durata fino a pochi anni fa e condivisa, per esempio, dalla polizia della Norvegia e della Nuova Zelanda, è che non erano dotati di armi. L’equipaggiamento dei Bobbies è a lungo consistito unicamente in uno sfollagente e un fischietto. I poliziotti inglesi non sparavano e i delinquenti non sparavano ai poliziotti inglesi.

Altrove, mantenere l’ordine politico senza ricorrere alle armi è sempre stato molto più difficile anche per un’altra ragione: la polizia era spesso un corpo estraneo. In Gran Bretagna, i Bobbies erano sostanzialmente poliziotti di quartiere, in quel quartiere conosciuti, se non addirittura nati e vissuti, dagli abitanti del quartiere apprezzati. Senza fare troppo romanticismo, a lungo questo elemento di vicinanza fisica e sociale si è tradotto in fiducia e ha reso più complicate e più rare le azioni della microcriminalità: furti, borseggi, scassi. Nella grande maggioranza degli altri paesi, le autorità hanno spesso preferito che i poliziotti non avessero legami sociali né, tantomeno, familiari con gli abitanti del quartiere. Dovevano essere e sentirsi separati da quella società, in nessun modo identificarvisi. Questo è stato regolarmente il caso delle polizie create dai paesi colonialisti in Africa e Asia, ovviamente schierati a difesa delle politiche coloniali e per la repressione di qualsiasi protesta e opposizione, anche quando composte, almeno in parte, proprio dagli abitanti delle colonie.

Una delle conseguenze inevitabili della separatezza fra cittadini e polizia è, naturalmente, che i poliziotti incontrano molte difficoltà a capire usanze e comportamenti di comunità alle quali sono estranei, come i rari poliziotti settentrionali in Sicilia oppure i poliziotti irlandesi in un quartiere italiano di Boston, i poliziotti bianchi nel South Side di Chicago, i cui abitanti sono più del 90 per cento di colore, i poliziotti inglesi in Irlanda del Nord. Nessuna familiarizzazione è possibile, ma, ovviamente, appare improponibile anche qualsiasi rapporto di fiducia. In effetti, la polizia opera con maggiore successo quando riesce a godere della fiducia dei cittadini. Secondo un rapporto Eurispes del 2019 più del 70 per cento di italiani dichiara di avere fiducia nelle Forze di Polizia.

Molto spesso, però, i poliziotti non appaiono un corpo neutrale che agisce a protezione dei cittadini, ma, per lo più, come uno strumento per la difesa della proprietà e del potere delle classi dominanti. Una clamorosa e scandalosa dimostrazione di parzialità, di faziosità, persino di fanatismo politicizzato si ebbe a Bolzaneto nel luglio 2001 con il crudele pestaggio ad opera di un consistente gruppo di poliziotti dei giovani più o meno antagonisti che avevano manifestato contro il G8 che si teneva a Genova. Negli Stati Uniti in troppi casi i comportamenti della polizia sono prodotti della discriminazione, di un razzismo sistemico e strutturale. Tagliare i fondi alle varie polizie locali, come chiesto dal movimento “Black Lives Matter”, può paradossalmente servire a ridurne la pericolosità, ma la soluzione deve essere al tempo stesso strutturale in termini di reclutamento e selezione, e culturale, in quanto ad insegnamento e apprendimento dell’eguaglianza effettiva dei diritti di tutti i cittadini.

In qualche caso, la priorità dei governi non va alla polizia che mantiene l’ordine e protegge i cittadini, ma a corpi più o meno speciali e segreti al servizio dei detentori del potere politico. Sono le famigerate polizie segrete dalla Ceka bolscevica-stalinista poi KGB alla Stasi (Staatssicherheit) della Germania Est, dalla OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascismo) alla Gestapo (Geheime Staatspolizei) di Hitler e alle polizie segrete di molti regimi autoritari, in Portogallo, in Spagna e in America latina. Ma questa un’altra storia che serve soprattutto a illuminare quanto le deviazioni nell’uso politico della polizia dipendano da coloro che hanno il potere di costituirle, reclutare, selezionare, promuovere il personale, destinare fondi alle loro operazioni. È probabile che un reclutamento più equilibrato in termini di appartenenza ai diversi gruppi sociali renda la polizia più prudente nei suoi comportamenti e più attenta a non violare i diritti di tutti i cittadini. Molto, ovviamente, dipende dalla cultura politica e giuridica dei rispettivi paesi, ma rimane sempre il pericolo, a prescindere dal tipo di regime nel quale è inserita, che, grazie ai mezzi a sua disposizione, la polizia finisca per ampliare i suoi poteri. Guardando ai suoi comportamenti e alle sue prestazioni è possibile sostenere che ogni paese ha la polizia che si merita.

 

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e Socio dell’Accademia dei Lincei. Il suo libro più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020).

 

Pubblicato il 21 giugno 2020 su la Lettura del Corriere

Abbasso il sovranismo. Teniamoci stretta l’UE @La_Lettura #387 #vivalaLettura

 

Il sovranismo, come molti degli “ismi” che circolano, contiene qualcosa di esagerato e inquietante. Cerca di darsi una patina democratica richiamandosi alla sovranità che, secondo l’art. 1 della Costituzione italiana “appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Anche se i sovranisti non si fanno mancare qualche scivolone populista, più che di popolo (“prima gli Italiani”, “Veri Finlandesi”, “Svedesi Democratici”) il loro sovranismo è fatto, soprattutto, di esaltazione della nazione, con frequenti e, per l’appunto, inquietanti cedimenti al nazionalismo. La nazione sovranista si definisce con riferimento al sangue e al territorio; è primitiva, fondata su tradizioni, reali o costruite ad arte, che servono per segnare differenze e per escludere, ma che, non poche volte, si traducono in gravi episodi di xenofobia e persino di razzismo. È una nazione che finisce per essere governata secondo modalità da democrazia illiberale che nega diritti agli oppositori. Infine, è una nazione da proteggere e promuovere senza nessuna commistione, alla quale spetta la sovranità integrale che non può essere mai ceduta a qualsivoglia organismo sovranazionale. Nemico sicuro dei sovranisti è l’art. 11 della Costituzione italiana laddove detta limpidamente che l’Italia “consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Nel loro esplicito tentativo di (ri)affermare la sovranità nazionale, i sovranisti accusano l’Unione Europea di avere espropriato quella sovranità. Dimenticano e nascondono che, invece, sono ripetutamente stati i loro governi e i rispettivi Parlamenti a cedere all’UE consapevolmente e deliberatamente parti della sovranità, italiana e degli altri Stati-membri, nell’intento, largamente conseguito, di creare pace e di produrre prosperità. Sono stati e rimangono questi gli obiettivi principali che, operando da solo, nessuno Stato nazionale è in grado di conseguire. Nessun isolamento di singoli stati europei potrebbe nel mondo contemporaneo essere splendido, ma risulterebbe del tutto sterile. Che, poi, la sovranità italiana non rifulga nei contesti internazionali, tanto meno nell’Unione Europea e non produca esiti apprezzabili non dipende da cospirazioni anti-italiane né da mai chiaramente identificati poteri forti, ma dalla mancanza di credibilità e dall’inadeguatezza di troppi dei nostri rappresentanti.

Recuperare la sovranità nazionale, sia quella volontariamente ceduta sia quella colpevolmente perduta, significa, secondo i sovranisti, riconquistare anche il potere del popolo, per il popolo, vale a dire la democrazia. Se le decisioni più rilevanti per una nazione sono effettivamente prese a Bruxelles, se i rappresentanti liberamente e democraticamente eletti in Italia e altrove non hanno il potere di decidere le politiche economiche e sociali che preferiscono e che hanno proposto ai loro elettori ottenendone il voto, allora sarebbero la stessa sovranità popolare e, di conseguenza, la democrazia a essere negate. Il popolo elegge rappresentanti costretti a sottostare a decisioni prese altrove (sulle quali, però, se fossero capaci, credibili, e competenti potrebbero incidere sostanzialmente), diventando tecnicamente e politicamente non-responsabili, irresponsabili.

I sovranisti sostengono che soltanto loro sono in grado di recuperare la sovranità, riportandola nelle mani dei politici eletti dal popolo e, al tempo stesso, riacquistando il consenso e la fiducia della cittadinanza, che, venuti meno, hanno colpito al cuore non poche fra le democrazie realmente esistenti. Il sovranismo afferma che non sarà la, comunque molto complicata e altrettanto lenta e densa di contraddizioni, unificazione federale dell’Europa a dare una risposta capace di rimediare ai problemi delle democrazie europee. Il sovranismo sostiene che nel trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali al livello sovranazionale non si è affatto affermata una nuova più elevata sovranità democratica e popolare. Al contrario, la sovranità nella sua espressione sovranazionale è diventata preda di burocrati e tecnocrati, senza volto, “senza patria” e, come disse memorabilmente, con una punta di suo personale sovranismo, il Gen. de Gaulle, (politicamente e democraticamente), “irresponsabili” .

Poiché ciascuno dei sovranisti si dedica al perseguimento degli interessi nazionali e ha una visione che raramente va oltre i confini della sua nazione è destinato a entrare in conflitto con tutti gli altri sovranisti. Il sovranismo in un solo paese si rivelerebbe altrettanto inadeguato e controproducente quanto fu il socialismo in un solo paese. È sorprendente come, in alcuni paesi, fra i quali l’Italia, si trovino spezzoni di sovranismo, in particolare in versione anti-europeista, nei ranghi della sinistra che si distingue dal sovranismo di destra solo per qualche critica più puntuale alle politiche neo-liberiste e al capitalismo finanziario che l’UE non sarebbe in grado di contrastare. Se è stato, e continua ad essere, il più o meno impetuoso vento della globalizzazione a investire in maniera tracotante le strutture e le pratiche nazionali e democratiche di ciascun paese, se ai problemi più gravi –rilancio dell’economia, accoglienza dei migranti, contenimento delle diseguaglianze sociali, non riesce a rispondere in maniera apprezzabile un’organizzazione sovranazionale, ricca e sostanzialmente solida, come l’Unione Europea, chi può illudersi che avranno successo politiche nazionali elaborate e attuate da Stati “sovrani” inevitabilmente in concorrenza fra di loro? Quasi sicuramente il sovranismo sarà inefficace e probabilmente diventerà pericoloso. In un mondo dove si confrontano grandi potenze, USA, Russia, Cina, forse India, in competizione fra loro, il sovranismo è un’illusione fondata su un’erronea analisi dei processi economico-sociali e degli imperativi politici, destinato a sfociare in una delusione che gronda rischi di guerre commerciali e, addirittura, di rivendicazioni territoriali.

Pubblicato su La Lettura n 387 – 28 aprile 2019

I valori della Costituzione: i principi fondamentali ieri e oggi #Parma #16aprile

INSIEME PER CAPIRE

16 aprile 2019 ore 10-12
Cinema Astra – Parma

I valori della Costituzione:
i principi fondamentali ieri e oggi

Con i giornalisti del Corriere della Sera
Luigi Ferrarella, Massimo Rebotti e Nicola Saldutti

e

Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza Politica presso l’Università di Bologna
Accademico dei Lincei e docente presso la Johns Hopkins University

I principi fondamentali della nostra Costituzione stabiliscono non solo i valori che devono informare la nostra democrazia (sovranità popolare, lavoro, diritti, uguaglianza, libertà), ma anche i modi in cui si devono esplicare e realizzare (le istituzioni, i partiti, le associazioni ecc.). Questo incontro intende da una parte illustrare le ispirazioni politiche e filosofiche che presiedono a questi principi, dall’altra affrontare come questi si realizzano nella società odierna: che cos’è la sovranità popolare nell’epoca dei social? Come sono cambiati i partiti? Cosa significa oggi parlare di repubblica fondata sul lavoro?

Le lobby non fanno male all’Europa

Il numero molto elevato di lobby che “premono” sulle istituzioni europee, in particolare, sui Commissari e sugli europarlamentari, costituisce un segnale doppiamente positivo. Da un lato, l’Unione Europea si rivela, ma tutti dovrebbero saperlo da tempo, un luogo di vivacità imprenditoriale, professionale, commerciale molto diversificato e dinamico. Dall’altro, risulta limpidamente che nell’UE esiste pluralismo, possibilità di accesso alle istituzioni, grande democraticità, persino sostanziale trasparenza. Chi sostiene, come sembrano fare Milena Gabanelli e Luigi Offeddu (Il peso delle lobby sulle scelte europee, in “Corriere della Sera”, 8 aprile 2019, p. 13), che le lobby influenzano indebitamente le decisioni europee,  dovrebbe portare non solo aridissimi numeri, ma prove concrete di direttive formulate dai Commissari e di leggi approvate dagli europarlamentari sulla base di richieste avanzate da specifiche lobby. Fermo restando che accesso alle sedi decisionali non significa affatto influenza, meno che mai preponderanza, è decisivo per qualsiasi critica e denuncia che i fatti siano raccontati con precisione e appaiano probanti. Forse, è prima di tutto molto utile descrivere il contesto nel quale si situa l’azione delle lobby europee.

L’Unione Europea è un sistema politico dove vivono e lavorano più di 500 milioni di persone. È fatta di ventisette Stati-membri ciascuno dei quali ha, in materia di procedure decisionali e apertura ai gruppi di interesse, sue tradizioni, una sua legislazione, un più o meno alto (spesso basso) grado di accettazione di politiche competitive e di espressione di interessi e delle rispettive organizzazioni. A loro volta, in partenza ciascuno degli europarlamentari non può che essere influenzato da quanto ha conosciuto e sperimentato nel suo paese, dalle pratiche colà diffuse e dalle esigenze che immediatamente percepisce una volta entrato nel Parlamento europeo a contatto con parlamentari di partiti affini o no provenienti da altri paesi, ugualmente “segnati” dalle loro esperienze nazionali, politiche e professionali. Comprensibilmente, nessuno di loro è in grado di conoscere il tessuto economico della maggior parte degli altri Stati-membri e le modalità di organizzazione e di espressione degli interessi.

Quando si confronta con le disposizioni legislative formulate dalla Commissione, ciascuno degli europarlamentari, in particolare i più attivi, ma, anche coloro che si rendono conto della complessità delle tematiche, cercheranno di documentarsi al massimo anche rivolgendosi alle lobby oppure, altrettanto spesso, accettando di incontrare i lobbisti che ne fanno richiesta. Costoro hanno informazioni e le forniscono, ovviamente sempre sottolineando quegli elementi che sono per loro particolarmente importanti. Non è affatto semplicistico sostenere che è proprio la molteplicità delle lobby che consente agli europarlamentari (e ai Commissari) di esporsi ad altri punti di vista, di soppesarli, confrontarli, valutarli in maniera sostanzialmente non diversa da quello che succede nei contesti nazionali che, però, sono di più facile comprensione per coloro che vi hanno fatto politica e/o svolto una professione.

Un discorso molto simile vale per tutti commissari. Dovendo formulare politiche e prendere decisioni che riguarderanno ventisette Stati (e l’Unione nel suo complesso), ciascuno di loro ha assoluto bisogno di un surplus di informazioni e conoscenze. In parte le trarranno dai loro rispettivi gabinetti, plurinazionali, se costruiti con acume e accuratezza. Naturalmente, anche quei funzionari avranno attinto informazioni dalle lobby. In parte, presteranno ascolto direttamente ai lobbisti cercando un equilibrio fra le fonti, senza privilegiare nessuno. Talvolta, però, il “privilegio” può essere conquistato, senza scandalo, dai lobbisti più capaci, che si dimostrano credibili nelle loro critiche e nei loro suggerimenti, che offrono materiale importante per la formulazione di una o più direttiva. Tanto gli europarlamentari quanto i Commissari hanno tutto l’interesse politico e professionale a “fare una bella figura”.

Lasciare pensare senza riferimenti precisi e senza prove concrete che le politiche europee sono il prodotto di 11.801 lobby (è la cifra riportata da Gabanelli e Offendu) significa non sapere come funzionano i sistemi politici democratici –e l’Unione Europea è un sistema politico democratico, aperto e pluralista. Significa anche, e in questa fase è un errore gravido di pessime conseguenze, fare un cattivo servizio alla comprensione dell’Unione Europea che non è succuba delle lobby, ma esposta alle pressioni e ai ricatti degli Stati-membri e dei loro governanti i quali sarebbero felicissimi di scaricare i loro egoismi e le loro inadeguatezze sulle manovriere, insidiose, ingannatrici lobby.

Pubblicato il 12 aprile 2019

Bobbio e Sartori: il ruolo pubblico dell’intellettuale @Corriere #BobbioESartori @egeaonline

 Di Massimo Rebotti
Corriere della Sera 14/03/2019 pg. 43 ed. Nazionale

«Credo di poter vantare il privilegio unico e irripetibile di essermi laureato con Norberto Bobbio e specializzato con Giovanni Sartori». Inizia così, con un raro riferimento autobiografico, il libro (Bobbio e Sartori, Bocconi editore, pagine 222, € 24) con cui Gianfranco Pasquino si dà il compito di dimostrare come entrambi occupino un posto «di enorme importanza nella cultura politica del XX secolo». L’autore non muove da ragioni, per così dire, personali – dalla stima, finanche dall’affetto, per i suoi «maestri» che pure ovviamente non nasconde – ma da solide argomentazioni basate sull’analisi della loro attività. Ne ripercorre volumi, insegnamenti, prese di posizione, realizzando inevitabilmente, oltre a un tributo, un’ampia riflessione sul ruolo dell’intellettuale nel dibattito pubblico, in un’epoca in cui la parola «intellettuale» viene spesso utilizzata come insulto.

In Politica e cultura (1955) Bobbio scrive: «Il compito degli uomini di cultura è quello di seminare dubbi, non di raccogliere certezze». Ed è da uno dei capisaldi del suo pensiero – «lo sviluppo della ragione» contro «gli inganni della propaganda» – che Pasquino prende le mosse per descrivere il «match» che l’intellettuale torinese, il «liberal socialista», ingaggiò con i comunisti. L’esempio di quel «confronto senza cedimenti» è utile, anche perché Bobbio fu accusato dell’esatto contrario, e cioè di essere stato troppo indulgente nei confronti del Pci. La realtà, secondo Pasquino, è che proprio per la natura del compito che si era assegnato – quella del «filosofo militante» che «parla parole di verità» – Bobbio fosse destinato a essere attaccato da una parte e dell’altra, ma anche a diventare, grazie all’attitudine di pensare liberamente, «una coscienza critica» del Paese. Non è un caso, quindi, se la sua autorità morale cresce con la capacità di sollevare, spesso dalle colonne della «Stampa», i temi più rilevanti per ogni epoca politica: un intellettuale «pubblico», si direbbe ora, che detta «l’agenda», si tratti di riflettere sulle «promesse non mantenute» della democrazia, sulla possibilità di una guerra «giusta», sulle differenze tra destra e sinistra dopo la caduta del Muro di Berlino.

E intellettuale «pubblico» fu anche Sartori. In un modo diverso, più applicato alla «scienza della politica» di cui è uno dei massimi esponenti a livello internazionale, Sartori animò il dibattito, spesso con gli editoriali sul «Corriere». E come per Bobbio, anche per lo studioso fiorentino al centro degli interrogativi c’è la «qualità» della democrazia. Da scienziato della politica, trova le risposte nel funzionamento del sistema: meccanismi di voto, di governo, rappresentanza, equilibrio tra i poteri. Il suo contributo, scrive Pasquino, fu «enorme». Dalle polemiche contro l’indicazione del candidato premier sulla scheda a quelle sui contorti sistemi elettorali italiani, che sbeffeggiava, l’intervento pubblico si sposa con una serie di contributi accademici che ormai sono un classico della scienza politica. E, come per Bobbio, anche rileggendo Sartori il pensiero corre al presente: nella teoria sulla democrazia, per esempio, il populismo non è contemplato, come se, nota Pasquino, il populismo sia sempre «una sfida alla democrazia» che è «pluralista e rappresentativa». Il volume si chiude con il saluto che Sartori scrisse alla morte di Bobbio – «ho avuto la sensazione di perdere una parte di me stesso», «resta il più bravo di tutti noi» – e con quello che Pasquino ha scritto alla morte di Sartori – «molti gli devono essere grati. Io certamente lo sono».

BOBBIO E SARTORI CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA
Egea Università Bocconi Editore

 

Bobbio e Sartori, ritrovare la politica

venerdì 22 febbraio 2019

Intervista raccolta da Manuela Borraccino

Pasquino: il loro pensiero più attuale che mai

GIANFRANCO PASQUINO IN UN INCONTRO AD ARONA (FOTO SANDON)

Per decenni hanno incarnato l’espressione del diritto di critica della classe politica in Italia e all’estero: con l’insegnamento e gli scritti Norberto Bobbio (1909-2004) e Giovanni Sartori (1924-2017) hanno dato contributi inestimabili allo studio della politica, della democrazia, dei partiti come si evince dal bellissimo saggio fresco di stampa Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi editore, 232 pagg.; 24 euro) di Gianfranco Pasquino, allievo di entrambi e professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna (l’autore lo presenterà il 4 maggio a Borgomanero).

«Con i loro editoriali su La Stampa e sul Corriere della Sera, con le frequenti interviste televisive nel caso di Sartori – ricorda il prof. Pasquino con il nostro giornale – sono stati intellettuali pubblici nel senso che hanno forgiato l’opinione pubblica in Italia: Bobbio lo ha fatto da piemontese, con la sua sobrietà austera non priva di uno humour sottile; Sartori da fiorentino, con un sarcasmo irriverente e sferzante che nulla concedeva ai potenti di turno. Entrambi avevano un’idea di “Stato giusto” e hanno cercato di compiere un’opera molto simile: Bobbio voleva ricostruire un certo pensiero di sinistra, da liberal-socialista mirava a ricostruire quell’insieme di idee che possono cercare di ridurre le diseguaglianze, ovvero quello che per lui doveva essere l’obiettivo primario della sinistra; Sartori aveva per obiettivo quello di far funzionare bene la democrazia attraverso il complesso sistema di equilibri e contrappesi tra istituzioni, partiti e correnti, modelli di governo che regola il funzionamento dello Stato».

Il libro nasce come un omaggio da parte di uno studioso che ha avuto il «privilegio unico e irripetibile» di essersi laureato con Bobbio e specializzato con Sartori, in qualche modo assorbendo il nitore del pensiero e la forza di argomentazione di due fra i maggiori politologi del dopoguerra.

L’autore analizza con passione il contributo di Bobbio sui tre grandi filoni del ruolo degli intellettuali (che doveva esser quello, scriveva il filosofo in Politica e cultura nel 1955, «di seminare dubbi e non di raccogliere certezze»); la ricerca di una teoria generale della politica; le riflessioni sulla democrazia.

Di Sartori ricorda come senza di lui la scienza politica non avrebbe fatto la sua (ri)-comparsa in Italia e soprattutto come «la teoria della democrazia, l’analisi dei partiti e, soprattutto, dei sistemi di partiti e l’ingegneria costituzionale comparata si troverebbero sicuramente a uno stadio di avanzamento nettamente inferiore a quello attuale» nel nostro Paese.

«Rappresentavano entrambi l’élite del pensiero, erano certamente minoritari già ai loro tempi e tuttavia – ricorda Pasquino – entrambi traevano vantaggio dalla sfida di voler migliorare la cultura politica dei loro interlocutori, ovvero della classe dirigente, così come quella dei cittadini». Per Sartori, del resto, non solo il pluralismo era un elemento irrinunciabile della democrazia. Per l’autore de Il Sultanato, ricorda, sarebbe stata inconcepibile la polemica odierna del “popolo contro l’élite”: «chi si candida a guidare un paese, diceva, non poteva che avere una solida preparazione».

LEGGI IN PDF Intrervista Settimanale Diocesano

  

Al Corriere faccio sommessamente notare…

Non cesso di stupirmi e di imparare. Dopo quasi quarant’anni di discussioni e di riforme elettorali  (anche di più se torniamo alla legge truffa del 1953). Tempo fa lessi sul “Corriere della Sera” dell’esistenza di un sistema proporzionale a turno unico. Da allora sono alla ricerca di un sistema proporzionale a doppio turno. Chi lo trova mi faccia un fischio. Pochi minuti fa apprendo da una risposta di Aldo Cazzullo nella sua rubrica Lettere dello stesso “Corriere della Sera” (16 febbraio 2019, p. 27) che “l’ideale sarebbero i collegi uninominali. Piccoli, non enormi come quelli previsti dalla legge in vigore”. La legge vigente non merita neanche uno straccio di commento, tranne per notare che non ricordo di avere letto sul “Corriere” critiche severe alla legge firmata dal deputato PD Ettore Rosato, oggi vice-presidente della Camera. Mi limito a scrivere che tutti collegi uninominali sono “piccoli”, per definizione. Vi viene eletto sempre e soltanto un unico candidato/a. Più “piccolo” di così si muore. Se, invece, “piccolo” si riferisce al numero di elettori, con due sole eccezioni, facilmente comprensibili: gli USA e l’India, tutti i collegi uninominali attualmente esistenti, in particolare, quelli nelle democrazie anglosassoni, contengono all’incirca 80-100 mila elettori. Naturalmente, quanto più piccoli li vogliamo i collegi uninominali in termini di elettori, tanto più popoloso, in termini di parlamentari, diventerà il Parlamento.