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Dubbi e inciampi dei professionisti delle previsioni #ElezioniPolitiche2018

“Grande è la confusione sotto il cielo” (dei commentatori e editorialisti del Corriere della Sera) direbbe il compagno Presidente Mao Tse-tung che leggeva i quotidiani internazionali di qualità. Un po’ dovunque le elezioni italiane sono viste con preoccupazione pari all’incertezza dell’esito. I capitalisti non gradiscono situazioni imprevedibili, ma certo non possono essere rassicurati dalla lettura dei paragoni storici formulati negli ultimi mesi, con un crescendo, dal Corriere della Sera. La legge elettorale Rosato fu salutata, erroneamente, come il ritorno della proporzionale, mentre la legge contiene addirittura più di un terzo di seggi assegnati con metodo maggioritario. Paolo Mieli e altri evocarono per l’Italia un destino simile alla tragica caduta della Repubblica di Weimar (1919-1933) addebitata alla legge proporzionale senza tenere in nessun conto né il contesto dell’Europa fra le due guerre né “le conseguenze economiche della pace”, come scrisse Keynes, né lo scontro fra partiti anti-sistema, nazisti e comunisti. Qualche giorno fa è stato Aldo Cazzullo a esibirsi in un’audacissima comparazione fra le elezioni del 18 aprile 1948 quando non Stalin, ma Dio, come sosteneva la propaganda cattolica, vedeva cosa facevano gli italiani nelle urne. È sicuro che non esiste nessun Stalin redivivo anche se Putin qualche nostalgia deve averla, mentre è molto probabile che Dio abbia priorità diverse rispetto al controllo del voto di italiani molto meno cattolici del 1948 e orfani della Democrazia cristiana. Nel frattempo, Mieli ha cambiato prospettiva e ha recuperato un’altra elezione italiana importante quella del 16 novembre 1919 quando fu utilizzata per la prima volta una legge proporzionale in nessun modo simile alla Legge Rosato, in quanto, fra l’altro, priva di qualsiasi componente maggioritaria. In realtà, lo “sfondamento” elettorale fascista, numericamente non molto consistente, 35 deputati, avvenne nelle elezioni del 1921. Tutto questo si produceva all’insegna della crisi del blocco liberale che Giolitti aveva sapientemente costruito e tenuto insieme per un paio di decenni e dell’incapacità dei Socialisti e dei Popolari di trovare un accordo di governo. Non è chiaro quale messaggio Mieli intenda mandare anche al suo collega Cazzullo che, paradossalmente, sembra più ottimista. Infatti, nel 1948 vinse la “forza tranquilla”, ma severa, di De Gasperi (più uomo di governo e statista di Gentiloni) che sconfisse le forze anti-sistema guidate dal Partito Comunista. Mieli lascia intendere che nuove elezioni, dopo quelle di marzo che lui immagina inconcludenti, logorerebbero l’elettorato forse spingendolo ancora di più nelle braccia di chi è contro il sistema, come il Movimento Cinque stelle. Questi articoli e molti dei commenti pubblicati negli ultimi sette-otto mesi hanno basi storiche fragilissime. Sembrano mirare a incentivare comportamenti elettorali che rafforzino il centro, forse il PD, forse anche Forza Italia, quando Berlusconi non s’accoda a Salvini, come gli è già capitato un paio di volte. Rivelano anche una grande sfiducia sia nella classe politica e persino nel Presidente della Repubblica sia nelle istituzioni della democrazia parlamentare italiana. Insomma, come direbbero gli inglesi (che, nel frattempo, hanno una grossa gatta da pelare che si chiama Brexit), sono parte del problema non della soluzione. Per prospettare e impostare qualsiasi soluzione continua a essere preferibile attendere l’esito delle elezioni, contare i seggi, valutare le eventuali coalizioni di governo, i loro programmi e le persone che sarebbero incaricate di attuarli, fare pieno uso della flessibilità che è il pregio maggiore delle democrazie parlamentari. Dubbi paragoni storici non aiutano per nulla questa ricerca. Meglio sarebbe ricordare a tutti che l’Unione Europea può essere una reale e solida ancora di sicurezza per l’Italia anche se, ovviamente, come scrisse Cesare Pavese, “chi non si salva da sé nessuno lo può salvare”.

Pubblicato AGL 14 febbraio 2018

Grosse Koalition a Londra #vivalaLettura #Corriere

Un gioco istruttivo: immaginare gli effetti di leggi elettorali diverse nei maggiori Paesi europei. In Germania il maggioritario esalterebbe la centralità della Cdu. Con il proporzionale in Francia Macron sarebbe più debole e Le Pen più forte, mentre in Gran Bretagna i liberali diventerebbero decisivi a meno di un’intesa tra conservatori e laburisti.

 

Le leggi elettorali sono fatte di regole, meccanismi, clausole e procedure che non soltanto stabiliscono come i voti vengono tradotti in seggi, ma che influenzano gli stessi comportamenti degli elettori. Troppo spesso, sondaggisti e commentatori sottovalutano, quando non, addirittura, dimenticano, che gli elettori valutano le opzioni e scelgono anche sulla base delle conseguenze che sono in grado di prevedere. Da tempo sappiamo che se la legge elettorale è proporzionale l’elettore si trova nelle condizioni migliori per esprimere un voto “sincero”, vale a dire, scegliere il partito che preferisce. Invece, laddove esistono collegi uninominali nei quali la vittoria arride al candidato/a che ottiene più voti, l’elettore potrà rinunciare a sostenere il suo candidato preferito che non abbia possibilità di vittoria scegliendo il voto “strategico”, vale a dire votando chi abbia maggiori probabilità di sconfiggere il candidato a lui/lei più sgradito. Questo tipo di voto è alquanto frequente, come abbiamo visto e imparato in molte tornate elettorali, qualora la legge elettorale contempli due turni, ad esempio, nell’elezione dell’Assemblea nazionale in Francia, poiché il votante gode anche della possibilità di valutare tutto quello che succede, “scomparsa” del candidato da lui/lei votato al primo turno, desistenze di candidati e accordi fra dirigenti di partiti, fra il primo e il secondo turno.

Sulla base di queste semplici, ma essenziali, considerazioni, possiamo chiederci, non soltanto a scopo di divertissement, ma di apprendimento, che cosa succederebbe se nelle tre grandi democrazie europee: Germania, Francia e Gran Bretagna cambiassero le leggi elettorali finora utilizzate. Di quanto e come sarebbero influenzati i comportamenti degli elettorati e quali effetti avrebbero sulla composizione dei Parlamenti e sulla formazione dei governi? Fortunatamente, è possibile muoversi su un terreno politico almeno in parte già dissodato, per quanto in maniera diversa, in tutt’e tre i paesi. Per esempio, l’avvento in Germania di una legge tutta maggioritaria di tipo inglese, incidentalmente, proprio come avrebbero voluto alcuni grandi politologi tedeschi costretti all’esilio in USA, fra i quali il più combattivo fu Ferdinand Hermens, sarebbe soltanto parzialmente una novità poiché già la metà (dopo le elezioni del 24 settembre, con i molti “mandati aggiuntivi”, persino, un po’ di più) dei parlamentari tedeschi sono eletti in collegi uninominali. Quasi sicuramente, una legge elettorale di tipo inglese ridurrebbe considerevolmente il numero di seggi conquistabili dai partiti, Liberali, Verdi e Die Linke, che si situano intorno al 10 per cento dei voti, ad esclusione, forse di Alternative für Deutschland che ha una forte presenza concentrata nei Länder della Germania orientale e, sembra, anche in Baviera, dove, quindi, i suoi candidati potrebbero vincere in diversi collegi uninominali. Da una legge elettorale maggioritaria la CDU di Angela Merkel (e del suo successore) trarrebbe qualche vantaggio, ma probabilmente non conquisterebbe la maggioranza assoluta di seggi nel Bundestag cosicché sarebbe ancora costretta a scegliersi, pur in condizioni di maggiore forza, almeno un alleato di governo. I socialdemocratici uscirebbero appena rafforzati da una legge maggioritaria con i collegi uninominali che metterebbero loro e la loro costola, Die Linke, di fronte alla necessità di una convergenza con il voto “strategico” sulle candidature reciprocamente più gradite e potenzialmente vincenti. In definitiva, la CDU, grande partito di centro, risulterebbe ancora di più il perno e il motore della democrazia tedesca.

Neppure per la Francia il passaggio da una legge elettorale maggioritaria a una legge proporzionale costituirebbe una sorpresa. Dal 1946 al 1958 i francesi andarono al voto proprio con una legge proporzionale che incoraggiava e premiava gli apparentamenti, ma che non impediva affatto la sopravvivenza e la rappresentanza di piccoli gruppi. Fu per volontà del Generale de Gaulle che si passò al sistema maggioritario a doppio turno, simile, peraltro, a quello che era stato utilizzato nella seconda fase della Terza Repubblica (1871-1940). Con un’operazione del tutto pro domo sua il Presidente socialista François Mitterrand, politico quant’altri mai della Quarta Repubblica, resuscitò una legge proporzionale con l’obiettivo esplicito di impedire un’annunciata vittoria dei gollisti nel 1986 oppure, quantomeno, per contenerne le proporzioni. I gollisti guidati da Chirac, alleati con i repubblicani dell’ex-Presidente Valéry Giscard d’Estaing, vinsero comunque e procedettero subito al ripristino della legge maggioritaria. Da allora, però, la Francia “soffre” le conseguenze di lungo periodo di quella decisione di Mitterrand. Infatti, nel 1986, proprio l’utilizzo della legge proporzionale consentì al Front National guidato da Jean-Marie Le Pen di ottenere con il 9, 86 per cento dei voti 35 seggi in parlamento, subito spariti con il rapido ritorno nel 1988 alla legge maggioritaria a doppio turno e mai più riconquistati. Nel 2017 con il 13,20 per cento dei voti, Marine Le Pen ha vinto appena 8 seggi. Dunque, non potrebbe che essere felice se tornasse la proporzionale poiché il numero dei seggi del Front National balzerebbe fino all’incirca a 60. Ça va sans dire che la re-introduzione della proporzionale non soltanto renderebbe quasi impossibile a La France en marche di Emmanuel Macron di conquistare la maggioranza assoluta di cui, frutto anche di numerosissimi voti strategici, gode attualmente all’Assemblea Nazionale, avendo conseguito meno del 33 per cento dei voti, ma non porrebbe nessun ostacolo alla gioiosa frammentazione delle liste di sinistra (sì, i dirigenti francesi della gauche hanno già dimostrato nel 2002 di sapere fare anche peggio, quanto alle divisioni particolaristiche, delle sinistre italiane). Peraltro, il semipresidenzialismo funziona anche se il governo sarà/fosse di coalizione.

Qualche esperienza con una legge elettorale proporzionale i britannici l’hanno già avuta, e non l’hanno gradita. Sono stati costretti a votare per eleggere i loro eurodeputati con un sistema proporzionale. Molti di loro hanno preferito starsene a casa. Nel 2014 per il Parlamento europeo ha votato soltanto il 35.6 per cento (Italia 57,22 per cento) agevolando il successo in termini di seggi per chi si opponeva all’Unione Europea nel cui Parlamento voleva, però, entrare, e vi riuscì a vele spiegate: lo United Kingdom Independence Party, antesignano della Brexit, che con il 27,6 per cento di voti ottenne 24 seggi. Già sono otto i partiti rappresentati a Westminster e, comunque, sono sempre stati più di tre (attualmente, oltre ai tre maggiori, si trovano, nell’ordine: Nazionalisti scozzesi; Unionisti dell’Ulster; Gallesi; Sinn Fein, Verdi), ma due soli si sono alternati al governo del Regno Unito nel secondo dopoguerra fino alla coalizione Conservatori-Liberali dal 2010 al 2015. Quindi, la proporzionale non farebbe crescere il numero dei partiti rappresentati alla Camera dei Comuni, ma aumenterebbe i seggi, per esempio, dei Liberaldemocratici, il partito nazionale molto svantaggiato dalla legge maggioritaria, e dei Verdi, svantaggiatissimi. Sicuramente, diminuirebbero i seggi dei due principali partiti: i Conservatori e i Laburisti. Nelle condizioni date non è neppure da escludere che una parte di Conservatori facciano una miniscissione motivata da una Brexit che ritengano troppo svantaggiosa per il reame. Con tutta probabilità, qualsiasi governo finirebbe per nascere intorno ad un’alleanza a due con i Liberali che potrebbero diventare il partito pivot per evitare una Grande Coalizione (s’è visto mai che i britannici imitino i tedeschi?).

Nessuno di questi esiti, in termini di numero dei partiti che ottengono, o no, rappresentanza parlamentare, e di assegnazione dei seggi fra i partiti, con la sicura sovrappresentanza dei partiti grandi qualora si utilizzi una legge maggioritaria, stupirebbe gli studiosi dei sistemi elettorali. Tutti richiamerebbero l’attenzione sulle clausole relative alle leggi proporzionali, quali, soprattutto, la soglia di accesso al Parlamento e la dimensione delle circoscrizioni misurata con riferimento al numero di parlamentari da eleggere in ciascuna di loro. Però, con circoscrizioni piccole nelle quali siano da eleggere meno di dieci parlamentari la potenziale frammentazione del sistema dei partiti sarebbe notevolmente contenuta. Infine, nessuno degli analisti sosterrebbe che le leggi maggioritarie danno governabilità e che le leggi proporzionali garantiscono rappresentanza. Le leggi maggioritarie premiano i partiti già grandi, ma la capacità di governare dovrà essere dimostrata dai loro dirigenti. Per il solo fatto che consentono l’ingresso in Parlamento a molti partiti, non è affatto detto che le leggi proporzionali diano migliore e maggiore rappresentanza. Al contrario, potrebbero essere responsabili della frammentazione partitica e parlamentare. Qualora, poi, analisti elettorali e cittadini s’interroghino sulla qualità della rappresentanza parlamentare, è probabile che convergerebbero su almeno un’importante conclusione: buone e preferibili sono quelle leggi elettorali che, poiché sono imperniate su collegi uninominali o prevedono le preferenze, danno a chi vota il potere di influire in maniera significativa sull’elezione dei rappresentanti. Saranno poi quei parlamentari a offrire rappresentanza e garantire governabilità, non i premi altrove inesistenti. De Italia fabula narratur.

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Leader eterni Italia immobile

È una buona notizia per la Repubblica italiana vedere nella tabella della longevità dei parlamentari, deputati e senatori, tanti nomi molto illustri (anche se non tutti l’hanno “illustrata”): presidenti della Repubblica, capi di governo, pluriministri. Insomma, ecco il Gotha della politica italiana dal 1945 a oggi. Ovviamente, sono numericamente più presenti e visibili coloro che hanno saputo sopravvivere alla crisi e allo sconquasso del periodo 1992-1994, ma ipotizzerei che è solo questione di un paio di legislature e anche non pochi di coloro che erano il nuovo nel 1994 entreranno nella competizione per la durata in carica con il ceto politico-parlamentare che fece la sua comparsa nel 1946.

La longue durée esiste anche in altre democrazie parlamentari europee: Felipe Gonzales fu eletto la prima volta nel 1977 e rimase deputato fino al 2000 (dal 1982 al 1996 Presidente del governo spagnolo); Helmut Kohl, eletto nel 1983 (ma Presidente del Land Renania-Palatinato già nel 1969), deputato fino al 2002, cancelliere dal 1982 al 1998; entrato a Westminster nel 1983, Jeremy Corbyn è stato da allora ripetutamente rieletto; Angela Merkel è deputata dal 1990 e Cancelliera dal 2005, in vista di diventare “longeva” quanto il suo mentore. Però, tutte queste carriere “straniere” sono in qualche misura eccezionali nei loro paesi e, complessivamente, impallidiscono di fronte al numero di legislature che hanno cumulato non una dozzina di parlamentari italiani, ma un centinaio e più. Troppo facile e, almeno parzialmente, sbagliato addebitare queste “carriere” alla legge elettorale proporzionale poiché i longevi sono riusciti a farsi ri-eleggere anche con il Mattarellum, tre quarti maggioritario in collegi uninominali. Per alcuni conta anche essere stati nominati a Senatori a vita, Andreotti, Colombo, De Martino, Fanfani, Taviani o esserlo diventati di diritto come ex-Presidenti Scalfaro, Leone, Cossiga, Napolitano. Altri furono segretari dei loro partiti oppure potenti capi di correnti. Molto conta anche l’assenza di alternanza al governo del paese. In pratica, non risultando mai sconfitti, i numerosi governanti potevano essere sostituiti fisiologicamente quasi soltanto per ragioni d’età. Quanto agli oppositori che non potevano vincere, i missini rimanevano graniticamente nelle loro cariche parlamentari (Giorgio Almirante per 40 anni dal 1948 al 1988), mentre i comunisti procedevano a ricambi periodici dopo due/tre legislature, ma esisteva un gruppo dirigente di trenta-quaranta persone sicure, a prescindere, della rielezione. Politici di professione, nessuno di loro si pose mai il problema del vitalizio. Per lo più, morirono in carica.

Poiché le idee camminano davvero sulle gambe degli uomini e delle donne (incidentalmente, si noti che fra i cento parlamentari più longevi compare una sola donna: Nilde Iotti), il lentissimo e limitatissimo ricambio dei parlamentari italiani in tutta la prima lunga fase della Repubblica portò all’esaurimento di qualsiasi proposta innovativa. Dopo l’impennata del ricambio grazie all’ingresso nel 1994 di rappresentanti di Forza Italia quasi sostanzialmente privi di precedenti esperienze politiche, però, anche dentro Forza Italia hanno fatto la loro comparsa e si sono affermate vere e proprie carriere politiche. La svolta successiva, numericamente persino più significativa di quella prodotta da Forza Italia, è caratterizzata dall’avvento tumultuoso del Movimento 5 Stelle nel febbraio 2013. Con quei “cittadini” che sono diventati parlamentari si poté constatare che il ricambio cospicuo ha un costo, elevato, in termini di competenze e capacità, di funzionamento del Parlamento, dell’attività di opposizione, che, insomma, parlamentari non ci si improvvisa.

Trovare un equilibrio fra esperienza e (capacità di) innovazione non è, comprensibilmente, affatto facile. È un compito che in parte dovrebbe essere nelle mani degli elettori. Non ci riusciranno in nessun modo, però, se le leggi elettorali non hanno collegi uninominali, ma si caratterizzano per l’esistenza di pluricandidature, che tutelano i gruppi dirigenti, e di candidature bloccate. Porre limiti temporali ai mandati parlamentari favorisce il ricambio a spese dell’acquisizione di esperienza e competenza, ma, soprattutto, rischia di ridurre il potere di scelta degli elettori avvantaggiando unicamente i gruppi dirigenti che “nominano” i loro parlamentari. Nessuno maturerà più vitalizi di notevole entità, ma diventeranno pochi coloro disposti a investire le loro risorse personali e professionali nell’attività parlamentare. Non è impossibile fare peggio. Dare più potere agli elettori nella scelta dei candidati, meglio in collegi uninominali, senza vincolo di mandato, e nella bocciatura, è il modo migliore per impedire la ricomparsa di classi politiche tanto longeve quanto immobiliste.

Pubblicato il 24 settembre 2017

Chi ha fatto più giorni in Parlamento:
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Riforma Boschi e Italicum, non si rassegnano

Gli sconfitti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 non si sono ancora rassegnati. Non riescono ancora a farsene una ragione poiché continuano a ripetere argomentazioni infondate e sbagliate. Grave per i politici, la ripetitività di errori è gravissima per i professori, giuristi o politologi che siano. Sul “Corriere della Sera” Sabino Cassese esprime il suo rimpianto per il non-superamento del bicameralismo (che, comunque, nella riforma Renzi-Boschi era soltanto parziale) poiché obbliga ad una “defatigante navetta”. Non cita nessun dato su quante leggi siano effettivamente sottoposte alla navetta, sembra non più del 10 per cento, e non si chiede se la fatica sia davvero un prodotto istituzionale del bicameralismo paritario italiano oppure dell’incapacità dei parlamentari e dei governi di fare leggi tecnicamente impeccabili, quindi meno faticose da approvare, oppure, ancora, se governi e parlamentari abbiano legittime differenze di opinioni su materie complicate, ma qualche volta non intendano altresì perseguire obiettivi politici contrastanti. Comunque, i dati comparati continuano a dare conforto a chi dice che, nonostante tutto, la produttività del Parlamento italiano non sfigura affatto a confronto con quella dei parlamenti dei maggiori Stati europei: Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna. Nessuno, poi, credo neanche Cassese, sarebbe in grado di sostenere con certezza che le procedure previste nella riforma avrebbero accorciato i tempi di approvazione, ridotti i conflitti fra le due Camere e, meno che mai, prodotto leggi tecnicamente migliori.

Più volte, non da solo, Mauro Calise ha sostenuto che soltanto un governo forte, identificato con quello guidato da Matteo Renzi, risolverebbe tutti questi problemi, e altri ancora. Non ci ha mai detto con quali meccanismi istituzionali creare un governo forte, ma ha sempre affidato questo compito erculeo alla legge elettorale. Lunedì ne “Il Mattino” di Napoli ha ribadito la sua fiducia nelle virtù taumaturgiche del mai “provato” Italicum. Lo cito:”avevamo miracolosamente partorito una legge maggioritaria” …. “senza la quale in Europa nessuno è in grado di formare un governo”. Come ho avuto più volte modo di segnalare, l’Italicum come il Porcellum non era una legge maggioritaria, ma una legge proporzionale con premio di maggioranza. Con il Porcellum nel 2008 più dell’80 per cento dei seggi furono attribuiti con metodo proporzionale; nel 2013 si scese a poco più di 70 per cento. L’Italicum, non “miracolosamente partorito”, ma imposto con voto di fiducia, non avrebbe cambiato queste percentuali. Quanto alla formazione dei governi, tutti i capi dei partiti europei hanno saputo formare governi nei e con i loro Parlamenti eletti con leggi proporzionali. Tutte le democrazie parlamentari europee hanno sistemi elettorali proporzionali in vigore da un centinaio d’anni (la Germania dal 1949). Nessuno di quei sistemi ha premi di maggioranza. Tutte le democrazie parlamentari hanno governi di coalizione. Elementari esercizi di fact-checking che anche un politologo alle prime armi dovrebbe sapere fare, anzi, avrebbe il dovere di fare, smentiscono le due affermazioni portanti dell’articolo di Calise. C’è di peggio, perché Calise chiama in ballo Macron sostenendo che la sua ampia maggioranza parlamentare discende dal sistema elettorale maggioritario. Però, il doppio turno francese in collegi uninominali non ha nulla in comune né con il Porcellum né con l’Italicum le cui liste bloccate portano a parlamentari nominati. Inoltre, il modello istituzionale francese da vita a una democrazia semipresidenziale che non ha nulla a che vedere con i premierati forti vagheggiati, ma non messi su carta, dai renziani né, tantomeno, con il cosiddetto “sindaco d’Italia”. Il paragone fatto da Calise è tanto sbagliato quanto manipolatorio. Non serve né a riabilitare riforme malfatte né a delineare nessuna accettabile riforma futura.

Pubblicato il 12 settembre 2017

 

Una riforma brutta resta tale anche se la fa un bravo leader

No, non è la qualità delle riforme elettorali e costituzionali che conta, ma chi le propone. Questo è, in estrema sintesi, il punto d’approdo della riflessione estiva di Ernesto Galli della Loggia. L’opinione pubblica italiana, secondo l’editorialista del “Corriere della Sera” (che, qui rompe il coro dei colleghi, ma contraddice anche posizioni da lui espresse nel passato), “è tuttavia orientata o comunque orientabile senza troppe difficoltà al cambiamento”. Vuole, fra le altre cose, “un comando politico più efficace e diretto”. Però, il fattore decisivo nel respingimento delle riforme fatte è che i leader che hanno proposto e imposto riforme elettorali e costituzionali, vale a dire, Craxi (di cui, in verità, ricordo soprattutto una vociante e possente opposizione persino alla riduzione del numero delle preferenze), Berlusconi e Renzi, non avevano le qualità personali per ottenere che le loro riforme fossero accettate dagli italiani. Il leader riformatore, precisa Galli, si caratterizza “dai modi rassicuranti”; appare “animato da un’autentica convinzione e devoto all’interesse generale”; è “capace di una retorica alta e inclusiva” ed è “intellettualmente generoso nei confronti delle opinioni contrarie”. Poiché né Craxi né Berlusconi né Renzi avevano queste qualità, le loro riforme sono state respinte. C’è almeno un’eccezione, non proprio marginale: Craxi vinse il referendum, semplifico, sull’abolizione della scala mobile.

Galli non si pone il problema della qualità delle riforme di Berlusconi e di Renzi. Sulla qualità delle leggi elettorali si è già espressa, negativamente, la Corte Costituzionale e le sue sentenze per i cultori dello Stato di diritto o rule of law dovrebbero essere più che sufficienti (magari evitando di dire che stiamo tornando alla proporzionale poiché sia il Porcellum sia l’Italicum erano leggi elettorali proporzionali). Che le riforme costituzionali fossero pasticciate e peggiorative del funzionamento del sistema politico sembra essere un elemento irrilevante nell’analisi di Galli. No, la sola cosa che conta è la “personalità” dei sedicenti riformatori. Non per lui, però, perché dichiara di avere votato “sì” il 4 dicembre, facendo prevalere la sua valutazione, evidentemente positiva, delle riforme fatte da Renzi-Boschi, sulla personalità dei riformatori. Da questo ragionamento ne consegue inevitabilmente che, se riforme dello stesso genere, fossero formulate e ripresentate da un leader accattivante, mite, che si sia conquistato la fiducia dell’opinione pubblica, sarebbero entusiasticamente approvate e confermate.

La tesi di Galli è davvero originale, ma logicamente e limpidamente sbagliata poiché riforme potenzialmente peggiorative rimangono tali a prescindere da chi le presenta. Se, poi, la riforma principale, argomentata in tutte le salse, dovesse essere costituita dal potenziamento del capo del governo senza null’altro toccare, vi si possono fare due critiche di fondo. La prima è che nel pacchetto bocciato non era compreso l’unico meccanismo che rafforza democraticamente il capo del governo e la sua stessa compagine, vale a dire il voto di sfiducia costruttivo (da qualcuno riscoperto tardivamente), che ha anche il merito di consegnare ai parlamentari eletti con legge proporzionale di scegliere quel capo del governo e di sostituirlo/a qualora i suoi comportamenti diventino problematici. La seconda critica è che la teoria liberale, alla quale moltissimi commentatori, editorialisti del Corriere compresi, dicono di ispirarsi, impone che a un capo di governo rafforzato nei suoi poteri si predispongano adeguati freni e contrappesi. All’insegna del dolorosamente sacrificare la rappresentanza alla governabilità, fenomeni che non stanno sullo stesso piano (una migliore rappresentanza facilita e accresce la governabilità), si squilibrerebbe il sistema incidendo negativamente sulla qualità, già non eccelsa, della democrazia italiana. E sarebbe molto pericoloso affidarsi alla bontà del leader.

Pubblicato il 3 settembre 2017

Non cediamo ai portatori d’odio

“Siamo tutti americani” fu il memorabile titolo dell’editoriale del 12 settembre 2001 del Corriere della Sera firmato da Ferruccio De Boritoli. “Je suis Charlie” gridarono subito dopo l’attentato alla redazione del giornale satirico parigino del 7 gennaio 2015. Dopo la strage delle Ramblas la frase che circola è “SomTotsdeBarcelona”. È evidente e importante il messaggio di solidarietà e di condivisione del dolore e dello sdegno per efferate azioni di terrorismo di chiara e rivendicata matrice islamica. Tuttavia, in sé, nessuno di quei messaggi è soddisfacente; anzi, rischia di essere considerato una molto magra, imbelle, inadeguata e ripetitiva consolazione dai molti che hanno comprensibile paura degli attentati terroristici. Neanche affermare che non abbiamo paura è una reazione verbale dotata di significato. Al contrario, il messaggio dev’essere che abbiamo effettivamente paura di quello che i terroristi vogliono distruggere: le nostre vite, i nostri stili di vita, la nostra società aperta. Dovremo, senza dannosissime esitazioni, fare passare altri messaggi, duri e espliciti, incondizionati. Braccheremo e scopriremo i terroristi ovunque siano e ovunque si rifugino. Colpiremo i loro ispiratori, i loro predicatori, i loro finanziatori, i loro complici. Sappiamo che sono molti, ma abbiamo i mezzi tecnologici per perseguirli e la volontà politica per non cedere a nessuno dei portatori di odio e di morte.

Non crediamo neanche per un momento che il disagio sociale sia la giustificazione del loro agire barbarico. “Integrarli” dando loro un lavoro, trovando una compagna (oops, moglie) che si radicalizzerebbe con loro? Sappiamo che le azioni di Al-Qaeda e dell’ISIS fanno parte di un progetto politico che trae e cerca legittimazione in una lettura del Corano che non viene sconfessata dagli interpreti di quel Corano se non saltuariamente, tardivamente, goffamente, mai “senza se e senza ma”. I lupi solitari raramente sono tali; sempre sono ispirati da quanto le organizzazioni che ricorrono al terrorismo hanno già fatto e sempre cercano approvazione e lode, spesso anche denaro e carriera che qualche capo militare, ma anche qualche imam, è in grado di offrire loro. Diciamo alto e forte che quei terroristi non hanno come obiettivo nessun riscatto di persone e di popoli oppressi. Spesso vengono da situazioni di oppressione nei loro paesi d’origine alle quali non hanno mai tentato di porre rimedio. Mirano piuttosto a entrare essi stessi nei ranghi degli oppressori dei dissenzienti, delle donne, dei diversi.

È vero che noi, purtroppo, non tutti, riteniamo che quello che l’Occidente ha conseguito in materia di diritti è infinitamente superiore a quanto esiste negli Stati e nelle organizzazioni nelle quali l’Islam è assurto a principio regolatore della società, della cultura, della vita. Quei popoli e quelle persone saranno ancora più repressi e maltrattati se il terrorismo vincesse. La nostra società aperta garantisce a tutti prospettive di libertà, compresa quella di culto, e eguaglianza di opportunità impensabili in qualsiasi luogo nel quale Al Qaeda e ISIS sono dominanti, incommensurabili con quanto il mondo islamico è e sarà mai, a meno di profondi cambiamenti culturali e politici, in grado di offrire. Le società aperte dell’Occidente non solo sanno cambiare, ma sanno imparare e correggere i loro errori. Non sono il migliore dei mondi possibili, ma sono il più elevato punto di partenza per chi voglia impegnarsi nella costruzione del suo mondo preferito. Questo dovremmo volere e sapere dire ai terroristi, ai loro capi, ai loro fiancheggiatori e a coloro fra noi che temono che i terroristi non saranno sconfitti, ma addirittura potranno vincere. Prima lo diciamo anche con accentuazioni e sensibilità diverse –l’Occidente non è una caserma totalitaria– meglio sarà.

Pubblicato AGL il 25 agosto 2017

 

Il modello tedesco e la buona proporzionale #LeggeElettorale

Per tre volte, 2006, 2008, 2013, gli italiani hanno votato con una legge elettorale proporzionale (Porcellum) con premio di maggioranza. Il (tre quarti) maggioritario fu il Mattarellum con il quale pure gli italiani votarono tre volte: 1994, 1996, 2001. L’Italicum era un Porcellum con qualche variazione: non tutti i parlamentari sarebbero stati nominati dai capipartito/capicorrente; possibilità di “solo” dieci candidature multiple; premio di maggioranza al partito che avesse ottenuto il 40% più uno dei voti oppure che avesse vinto il ballottaggio. Sostenere con allarmismo che l’Italia è tornata/tornerà alla proporzionale non solo è sbagliato, ma contiene anche una critica preventiva alle leggi elettorali proporzionali che è assolutamente fuori luogo. Lasciando da parte coloro che, dopo averne a lungo elogiato e proposto il sistema elettorale spagnolo, chiaramente proporzionale, oggi paventano l’esito spagnolo, tutte le democrazie dell’Europa occidentale, meno la Gran Bretagna e la Francia, usano da più di un secolo leggi elettorali proporzionali (la Germania, un esempio di ottima proporzionale, da quasi settant’anni). Allora, invece di piangere sul perduto premio di maggioranza, sarebbe molto meglio cominciare a dire alto e forte che non debbono essere ammesse le pluricandidature, che non debbono esistere parlamentari orwellianamente più eguali degli altri, vale a dire nominati, che è giusto avere una soglia di accesso alla rappresentanza parlamentare che scoraggi e impedisca la frammentazione dei partiti.

Dopodiché, ma mi rendo conto che è chiedere molto a dirigenti di partito che ragionano quasi esclusivamente con riferimento agli interessi di breve periodo del loro partito e, spesso, del loro potere personale, si può procedere in tempi rapidissimi a due operazioni alternative. Fare rivivere il Mattarellum ricordando a tutti (potrebbe farlo, accompagnandolo con una modica dose di moral suasion, lo stesso Presidente della Repubblica, persona informata dei fatti) che il Mattarellum non dava in partenza vantaggi a nessuno, premiava la formazione preelettorale di coalizioni che si candidavano a governare, consentì l’alternanza decisa dagli elettori. Con qualche ritocco, il Mattarellum è tuttora una buona legge elettorale, comprensibile da tutti, facilmente attuabile. L’alternativa, per chi non vuole l’ottimo sistema maggioritario a doppio turno francese (peccato che non ci sia mai stato un vero e approfondito confronto sul sistema francese che avrebbe anche il merito di scompaginare le carte e di accrescere la competitività) non può che essere il sistema tedesco, che si chiama “proporzionale personalizzata” nella sua integrità, senza furbesche manipolazioni.

Sfido chiunque a trovare nel sistema tedesco tutti gli inconvenienti di frammentazione, instabilità, difficoltà di formazione dei governi (le Grandi Coalizioni sono il prodotto di scelte politiche, non dei meccanismi elettorali) che paventano gli allarmatissimi anti-proporzionalisti (in verità, essenzialmente “premiatisti” che solamente, ma fortemente vogliono un premio di maggioranza, distorsivo della proporzionalità). Qualcuno che si chieda se all’affermarsi come sistema politico stabile e efficiente, rappresentativo e governato/governabile il sistema elettorale non abbia dato un contributo corposo, quasi decisivo? Spero che non si voglia lasciare ai posteri la nient’affatto ardua sentenza.

Pubblicato il 24 agosto 2017

Ricordando Giovanni Sartori, Gianfranco Pasquino ci ha raccontato…

Tratto dall’intervista raccolta da Savino Balzano per L‘Intellettuale Dissidente

 

«Una quindicina di anni fa, Sartori rilasciò un’intervista al Corriere della Sera nella quale si vantava del successo dei suoi quattro allievi affermando che in qualche modo il suo insegnamento di Scienza politica era positivamente responsabile di quel successo. Diventati tutt’e quattro parlamentari (Pasquino, Passigli, Fisichella e Urbani) e i due ultimi addirittura ministri nel primo governo Berlusconi, per partiti diversi (rispettivamente, Sinistra Indipendente, PDS, Alleanza Nazionale e Forza Italia), quei (“magnifici”) quattro erano anche la prova vivente del suo pluralismo, della sua apertura ad accettare posizioni e convinzioni politiche diverse, del suo fermo, severo, inappuntabile liberalismo. Dei quattro io ero quello più a sinistra. Arrivato a Firenze nel dicembre 1967 dopo essermi laureato con Norberto Bobbio, la mia cultura politica era allora, ed è rimasta senza tentennamenti e smarrimenti, azionista, rigorosamente tale. Inevitabilmente, in non poche occasioni, le nostre differenze di opinione, anche sulle scelte dei temi di ricerca e sugli articoli sottoposti alla Rivista Italiana di Scienza Politica, diventavano scontri, che non portavamo mai in pubblico e nei quali, naturalmente, il suo parere finiva per prevalere».

«Nel 1970 mi invitò a insegnare il corso di “Storia e Istituzioni dei paesi latini-americani” con il tacito accordo che avrei in effetti insegnato “Teoria e Politica dello Sviluppo”. Il corso e relativo seminario dell’anno accademico 1973-74 furono inevitabilmente e deliberatamente da me dedicati al tema “Militari e Politica” con particolare riferimento ai governi militari in Argentina, Brasile, Perù e, ovviamente, Cile (settembre 1973 sanguinoso intervento di Pinochet contro l’Unidad Popular di Salvador Allende). A chiusura del corso, fine maggio 1974, organizzai in un’aula di Via Laura 48, un piccolo, ma affollatissimo, convegno, presidiato dalla polizia, sotto l’occhio vigile del mitico bidello Alfio, con alcuni esuli cileni, due dei quali sarebbero diventati ministri con la Presidenza di Patricio Aylwin nel 1989. Terrorizzato da possibili incidenti, l’allora Preside della Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Luciano Cavalli, scrisse a Sartori, allora Visiting Professor a Yale, di fermarmi, per carità. La risposta di Sartori, che, lo ricordo, aveva scritto editoriali durissimi contro il governo di Unidad Popular sul Corriere della Sera, fu lapidaria:“Se Pasquino se ne assume la responsabilità proceda”. La risposta più autenticamente liberale. Non la pensava affatto come me, ma accettò che se ne discutesse liberamente».

Pubblicato il 7 aprile 2017

Legge elettorale carsica: bentornato, Mattarellum #leggeElettorale #mattarellum

Dov’è finita l’urgentissima legge elettorale? Sono i gufi a fare melina oppure i renziani che, rattrappiti dopo la botta alla legge più bella d’Europa, boccheggiano? Sono quei renziani a temporeggiare sperando di trarre qualche linfa dalle votazioni per il prossimo segretario? Ma se la legge elettorale è di tutti e per tutti perché attendere l’evento di un partito? Comunque, alla Camera dei deputati quel che ne rimane del Partito Democratico ha la maggioranza assoluta dei seggi. È sufficiente che introduca il Mattarellum, magari come primo atto riformista dell’inopinato Ministro delle Riforme Anna Finocchiaro, e lo faccia votare. Dopo, brevissimo il passo, toccherà al Senato dove il PD finalmente nominerà il Presidente della Commissione Affari Costituzionali, per esempio, un Senatore competente come Federico Fornaro, adesso di Articolo 1, e subito dopo chiederà a uomini e donne di qualche volontà di procedere all’approvazione perché prima o poi si tornerà alle urne e, insomma, è meglio avere una legge votata dal Parlamento piuttosto che un testo scribacchiato (eh, sì, cara Corte Costituzionale, proprio di scribacchio si tratta) da non proprio competentissimi giudici. Le leggi elettorali non sono affare da giuristi, ma richiedono conoscenze politologiche. Periodicamente, è anche giusto ricordare a quelli che parlano di sovranità popolare che il Mattarellum non è caduto dal cielo e neanche dalla Consulta, ma è stato in prima e grandissima misura il prodotto di un referendum popolare approvato il 18 aprile 1993 da quasi il novanta per cento dei votanti. L’esito si applicava direttamente soltanto al Senato cosicché i deputati pensarono soprattutto a salvarsi la pelle, ovvero il seggio, e ne venne fuori il Mattarellum con la scheda di recupero proporzionale, ma anche con la possibilità per gli ornitologi di fare le liste civetta per non perdere neanche un voto del cosiddetto scorporo. Brutto trucchetto che nel 2001 costò, a chi aveva ecceduto nella furbata, cioè la Casa delle Libertà, la bellezza di undici seggi.

In attesa della moral suasion del Presidente Mattarella che, ne sono sicuro, arriverà, arriverà, comincio con il ricordare a Forza Italia e al suo ultraottantenne fondatore e capo che con il Mattarellum furono loro a vincere due volte (1994 e 2001) su tre, sequenza spezzata fortunosamente dall’Ulivo, ma soltanto perché la Lega si chiamò o restò fuori dalla berlusconiana coalizione nel 1996. Quanto al vero obiettivo di Berlusconi: nominare i suoi parlamentari, con il Mattarellum potrà continuare a farlo con grande sollievo di tutti i e le candidabili. Naturalmente, poi, anche quei nominati dovranno trovarsi i voti per l’elezione vera e propria: un bagno di politica. Adesso, mi aspetto che tutti gli adamantini sostenitori di Porcellum e Italicum (due leggi elettorali proporzionali neanche troppo molto distorte dal premio di maggioranza: con il Porcellum i seggi maggioritari nel 2008 ammontarono al 15 per cento; nel 2013 al 30 per cento; con l’Italicum non sarebbero stati meno del 25 per cento), dolorosamente colpiti da quello che, sbagliando, definiscono un ritorno alla proporzionale e contraddicendo il loro capo renziano, quello del non avere paura del futuro, fanno riferimento al terrorizzante spettro di Weimar, convergano sul Mattarellum. Di sistema elettorale maggioritario si tratta, per di più in collegi uninominali dove, almeno qualche volta, la personalità dei candidati e la campagna elettorale possono, come vorremmo noi, ma dovrebbero volere anche loro, fare una differenza re-instaurando una democrazia competitiva. Se sarà anche bipolare lo vedremo a voti contati come si racconta che succede in tutte le democrazie del mondo.

Abbandonando pregiudizi e leggende metropolitane che opinionisti anche di non altissimo livello dovrebbero sottoporre al vaglio della critica e di buone letture, chi vuole una legge elettorale decente ha l’obbligo morale di chiedere quello che si può effettivamente e rapidamente ottenere. Il Mattarellum rivisto sullo stampo di quello esistente per il Senato non richiederebbe né alla Camera né al Senato stesso che piccolissimi ritocchi ai collegi uninominali. Mattarellum 2.0: thank you. Tutto il resto sono manipolazioni riprovevoli di chi pensa soltanto a come fare vincere non il proprio partito, ma la propria fazione. Non ha funzionato il 4 dicembre, non funzionerebbe neppure nel febbraio 2018.

Amenità
È arrivata, scrive il “Corriere della Sera” (29 marzo, p. 10), “la mediazione di Giuliano Pisapia … il Mattarellum con collegi più piccoli sarebbe una legge che avrebbe vantaggi enormi per aggregare le coalizioni”. Poiché i collegi del Mattarellum sono uninominali, vale a dire eleggono UN solo candidato, per diventare più piccoli dovrebbero eleggere mezzo candidato? un quarto di candidato? un decimo di candidato? Tutto questo dopo trent’anni di dibattito elettorale. And the rest is silence (Amleto).

Pubblicato il 30 marzo 2017 su PARADOXAforum

Liberali sbandati e sbadati

paradoxaforum

Le assenze dei liberali di destra*, titola l’editoriale del “Corriere della Sera” del 23 febbraio. Poi, l’autore, Francesco Verderami, si dedica ai conflitti e alle distanze che intercorrono soprattutto fra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, fra quel che resta, pochino, di Forza Italia e la Lega per l’Indipendenza della Padania. Ho scritto per esteso il nome della Lega poiché, curiosamente, da “indipendentista” vuole diventare, sulla scia di Marine Le Pen (bell’esempio di federalista), “sovranista”. Come faccia Verderami a pensare che c’è qualcosa di liberale in questi due tronconi e nella loro eventuale coalizione di governo è un mistero. Meno misterioso è il fatto che il “Corriere della Sera” ha condotto una campagna intensissima a favore del “sì” per il referendum-plebiscito renziano su riforme costituzionali che con il liberalismo non avevano proprio nulla a che vedere. Certamente, non era liberale la clausola di supremazia, non dello Stato, ma del governo, sulle regioni. Meno che mai era liberale l’idea che bisognasse, peraltro, in maniera surrettizia, potenziare il governo a tutto scapito del Parlamento dimezzato. Semmai, il liberale si preoccuperebbe dei limiti da porre all’azione del governo, dei controlli da esercitare nei suoi confronti, della chiara distinzione fra la sfera del governo, quella del Parlamento e quella della Magistratura (oh, Montesquieu…). Il liberale si preoccuperebbe anche, alla John Stuart Mill, di dare rappresentanza politica ai cittadini, non di stravolgere quella rappresentanza con un premio di maggioranza. Infine, il liberale sarebbe molto interessato alle condizioni che consentono alla società di essere autonoma dallo Stato e, ogniqualvolta necessario, di esprimersi in maniera robusta e incisiva attraverso la pluralità dei suoi gruppi.

La disintermediazione renziana, mai criticata dal “Corriere”, è quasi esattamente l’opposto dell’elogio di Tocqueville (non riesco a trattenermi: chi era costui?) rivolto a una società nella quale quando c’è un problema i cittadini si organizzano, senza venire né ostacolati né svantaggiati dalle autorità e dal governo, per risolvere i problemi. Poiché, poi, il mercato concorrenziale proprio non esiste in natura, in un sistema politico liberale, con buona pace di Alesina e Giavazzi (La sinistra senza merito, “Corriere della Sera” 22 febbraio 2017, p. 1 e p. 34) i quali cercano di dimostrare di essersi buttati (copyright di Totò) a sinistra, le regole della concorrenza bisogna scriverle, meglio se le fanno un Parlamento eletto dai cittadini e un governo scaturito e fiduciato, eventualmente, “rimpastato” e sostituito, da quel Parlamento. Il liberismo non è liberalismo che, invece, è costituzionalismo, separazione e controllo reciproco fra le istituzioni, società pluralista e vibrante.

“Paradoxa” e chi scrive hanno le carte in regola per criticare tutti coloro che pensano che un duopolista, i secessionisti, gli ex-fascisti possano rappresentare in qualche modo il pensiero liberale in Italia. E’ sufficiente rimandare agli articoli contenuti nel fascicolo intitolato **Liberali, davvero! (Gennaio/Marzo 2012). Purtroppo, in Italia le voci effettivamente liberali si esprimono quasi esclusivamente nella rivista online “Critica Liberale” che, coerentemente e naturalmente, ha fatto la sua battaglia per il “no” al referendum-plebiscito e che, altrettanto naturalmente, ospita con regolarità anche quel poco che resta del socialismo liberale da queste parti. Che “Critica Liberale” sia diretta da un giornalista che lavorò al Corriere fino a una ventina d’anni fa è soltanto una chiosa, però, molto significativa e apprezzabile.

Pubblicato il 23 febbraio 2017 su PARADOXAforum

*Le assenze dei liberali di destra

** Liberali davvero!