Home » Posts tagged 'Corte Costituzionale' (Pagina 6)
Tag Archives: Corte Costituzionale
VIDEO Legge elettorale e riforma costituzionale: gli effetti della combinazione
REGGIO EMILIA. 16 Luglio 2016. Gianfranco Pasquino, docente della Johns Hopkins University in “Legge elettorale e riforma costituzionale: gli effetti della combinazione“, prima sessione delle Lezioni di diritto costituzionale per un voto consapevole, al PolitiCamp2016, prima tappa del Tour #RiCostituente di Possibile.
È quel che si poteva fare? Dialogo breve sulle riforme. Pasquino intervista Napolitano
Il Presidente Emerito Giorgio Napolitano ha accettato di rispondere ad alcune domande di Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Siamo onorati di pubblicare in esclusiva questo scambio nella convinzione che sia utile a tutti per farsi un’idea delle motivazioni e delle conseguenze delle riforme costituzionali che saranno prossimamente sottoposte a referendum.
Da due diverse prospettive, lo scienziato della politica di fama internazionale e il politico che ha attraversato da protagonista tutte le stagioni della politica italiana dagli Anni ’50, ci incoraggiano a saperne di più sulla riforma. A tal scopo, vi proponiamo una tavola sinottica degli articoli modificati prima e dopo la revisione, Cancellazioni e modifiche della Costituzione proposte dalla legge Renzi-Boschi, il documento Le ragioni del Sì e l’Appello dei costituzionalisti per il NO.
Contiamo sulla generosità e la disponibilità dei due eccellenti interlocutori per approfondire questioni cruciali qui appena sfiorate: se davvero sarà possibile e facile correggere in seguito gli errori della riforma Renzi-Boschi data la asserita complessità delle procedure di revisione costituzionale, quale dovrebbe essere “la nuova forma di governo parlamentare” di cui parla Napolitano e se già esistono altrove in Europa modelli apprezzabili dai quali imparare.
Roma 18 luglio 2016
Nella tua lunga esperienza legislativa come parlamentare, come capogruppo, come Presidente della Camera dei deputati, come ministro, come Senatore e, infine, come Presidente della Repubblica, è capitato spesso che il Senato si sia rivelato causa di intoppi, errori, ritardi?
Nella mia lunga esperienza non ho mai considerato il Senato come colpevole di “intoppi, errori, ecc.”; e non è questo né la motivazione né l’oggetto della riforma costituzionale ora sottoposta a referendum. Quel che è in questione è la necessità – da lungo tempo avvertita e argomentata – del superamento di un bicameralismo paritario che, esso sì, è stato causa di gravi disfunzioni istituzionali.
Tralasciando la mancanza di una maggioranza, da attribuire alla legge elettorale, nel Senato eletto nel febbraio 2013, puoi citare dei casi precisi di inconvenienti e ritardi legislativi particolarmente eclatanti?
Gli inconvenienti notori e gravi del nostro bizzarro bicameralismo sono stati quelli del grave ostacolo rappresentato dalla lunghezza e tortuosità del processo legislativo, costretto al fenomeno di navette spesso defatiganti tra i due rami del Parlamento.
E quante volte la doppia lettura ha migliorato la legislazione, magari anche consentendo al governo di imparare, di recuperare e di fare meglio?
Il nostro Senato non è mai stato una seconda Camera “di riflessione” utile per correggere scelte infelici o errori compiuti dalla Camera dei Deputati. Le leggi sono state – sulla base di un meccanismo quasi del tutto casuale – assegnate in prima lettura all’uno o all’altro ramo. E in generale, più che una limpida tendenza migliorativa, quel che ha alimentato la doppia, e magari terza o quarta, lettura, è stata – oltre che la frequente interferenza di manovre di partito e di corrente – una logica di prestigio e concorrenziale tra Camera e Senato per imprimere ciascuno un proprio segno o avere l’ultima parola su ogni legge o almeno su quelle più “sensibili”.
Non pensi che le procedure complesse di richiami e di doppie letture previste nella riforma culmineranno in molte tensioni, in molti scontri, in ricorsi alla Corte costituzionale e finiranno in quella che altrove ho definito deriva confusionaria? – Non temi una varietà di conflitti fra Stato e regioni, fra Camera e Senato, fra i senatori e i consigli regionali che li hanno nominati, fra i sindaci e i loro consigli comunali?
Mi pare gratuito il drammatizzare che tu fai in entrambe queste domande dei rischi di tensioni e di scontri dinanzi alla Corte Costituzionale, e di ogni sorta di conflitti tra poteri e tra soggetti istituzionali. Di fronte a ogni innovazione, la “paura dei pericoli” è puro fattore di paralisi. Quel che della riforma risulterà da correggere alla luce dell’esperienza potrà essere corretto. L’importante è ora non restare bloccati in antiche contraddizioni.
Ritieni opportuno che un Senato di nominati partecipi all’elaborazione e all’approvazione delle revisioni costituzionali? E perché?
Trovo demagogicamente polemico parlare di “un Senato di nominati”. I nuovi senatori, tranne quelli nominati dal Presidente della Repubblica, saranno “eletti” (art.2 della legge di riforma) da Assemblee rappresentative pienamente legittimate dal punto di vista democratico.
Pensi che sia corretto dare al Senato delle autonomie fatto di cento nominati il potere di eleggere due giudici costituzionali? Ti risulta qualcosa di simile per altre seconde Camere non elette dai cittadini?
Puoi su questo punto esprimere dissenso, ma non credo abbia senso il confronto con “altre seconde Camere non elette dai cittadini” in Europa.
E’ opportuno che a rappresentare le autonomie ci siano anche cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (per meriti sociali, artistici, scientifici e letterari). Dovrebbero avere meriti regionalisti e federalisti oppure competenze europee visto che di Europa dovranno occuparsi?
Il nuovo Senato ha un complesso di funzioni per cui può risultare assai utile il contributo di personalità di molteplici esperienze e competenze, pienamente comprese nella definizione di cui all’art. 3 della legge di riforma.
Non vedo nulla nel pacchetto Renzi-Boschi che riguardi concretamente e direttamente il rafforzamento del potere decisionale del governo? Qual è la tua opinione?
Il ruolo del governo è destinato certamente a rafforzarsi rendendo più spedito, lineare e sicuro nei suoi tempi di svolgimento e conclusione, il processo legislativo. Per non parlare del fatto che si rafforza la stessa possibilità di dar vita ad un governo attribuendo alla sola Camera dei deputati l’investitura, con la fiducia, dell’esecutivo.
Pensi che questo rafforzamento conseguirà dall’Italicum rispetto al quale hai peraltro detto che bisogna attendere “opportune verifiche di costituzionalità”?
Non aggiungo nulla in questo momento a ciò che ho dichiarato in Senato circa l’esigenza di prestare attenzione a preoccupazioni espresse da varie parti sulla legge elettorale “Italicum”.
Ti sei ripetutamente “speso”, a mio parere anche troppo, in difesa e a sostegno di queste riforme. Sono davvero le riforme che avresti fatto tu, capo del governo?
In qualunque mia posizione istituzionale avrei sostenuto una riforma che conduca – per usare una sapiente espressione di Leopoldo Elia – a una nuova forma di governo parlamentare. Ed è questa la direzione in cui va la riforma approvata dal Parlamento.
Infine, una curiosità personale-istituzionale alla quale puoi anche decidere di soprassedere. Fin dalla Commissione Bozzi (1983-85) ho molto detto e scritto e qualcosa ho anche fatto, promuovendo i referendum elettorali, in materia di istituzioni e di leggi elettorali. E’ troppo chiederti come mai non ho ricevuto nessun apprezzamento da te, ad esempio, per la mia battaglia a favore di una legge elettorale davvero maggioritaria come il doppio turno francese in collegi uninominali?
Non ho mai ignorato ma sempre seguito con apprezzamento, come ben sai, le tue iniziative e battaglie. Ma tu ti sei sempre mosso – in quanto studioso temporaneamente (per oltre dieci anni) prestato alla politica e al Parlamento – da libero battitore; mentre io ho sempre operato fino al 1992 da dirigente del PCI, cercando di influenzarne le posizioni e riconoscendomi nelle sue scelte, comprese quelle sostenute nella Commissione Bozzi. Da Presidente della Camera mi adoperai per favorire una riforma elettorale in senso maggioritario e fondata sui collegi uninominali: l’intesa risultò possibile però sul sistema costruito con la legge Mattarella, mentre l’ipotesi del doppio turno alla francese naufragò sullo scoglio della indicazione della soglia (in Francia molto elevata) per l’accesso al secondo turno. E da Presidente della Repubblica ho guardato positivamente al tentativo portato avanti fino all’estate 2012 nella Commissione Affari Costituzionali del Senato per un sistema analogo a quello spagnolo, ma allora tanto il centrosinistra quanto il centrodestra rimasero attaccati all’istituto del premio di maggioranza sia pure – dopo la sentenza della Consulta – ancorato ad una soglia adeguata di consensi ricevuti dagli elettori. Poi questa storia l’ho raccontata al Parlamento nel mio discorso dell’aprile 2013.
Pubblicato il 20 luglio 2016
Italicum salvare o cestinare
Sembra che, almeno temporaneamente, la discussione sullo spacchettamento delle revisioni costituzionali. sia andata in stallo. Da un lato, avendo spesso sostenuto l’organicità del loro pacchetto di revisioni, Renzi e Boschi non potevano accettare lo spezzettamento. Dall’altro, comunque, il voto che conta sarebbe quello sul Senato, che si vincerà o si perderà a prescindere da qualsiasi spacchettamento. Crescono, invece, le richieste di modifica della legge elettorale tanto che Renzi, come Boschi, convinto della bontà del prodotto, ha deciso di sfidare il Parlamento. Se vi si trova una maggioranza per fare un’altra legge elettorale si manifesti e proceda. A parole, molti, sostanzialmente mossi dalla preoccupazione che con l’Italicum così com’è, non soltanto al ballottaggio con il PD arriverebbero le Cinque Stelle, ma i sondaggi dicono che vincerebbero, trafficano con ritocchi auspicabili. I più preoccupati sono gli esponenti del PD che compongono la Ditta, il gruppo di parlamentari di prevalente provenienza ex-comunista i quali, in caso di vittoria delle Cinque Stelle, sarebbero le più probabili vittime della mancata conquista del premio di maggioranza. I seggi a loro disposizione diventerebbero davvero pochi. Certo, nessuno di loro può argomentare la proposta di riforma dell’Italicum in maniera così platealmente personalizzata. Quindi, quel che vorrebbero cambiare viene giustificato soprattutto con riferimento a quanto la Corte Costituzionale scrisse nella sua sentenza che fece a pezzettini il Porcellum. D’altronde, che di quelle motivazioni si debba tenere conto, è reso ancora più ovvio e attuale dal fatto che la Corte valuterà l’Italicum e le sue clausole, si dice, il 4 ottobre.
È un po’ curioso che chi ha votato l’Italicum si faccia, con molto sprezzo per la sua personale coerenza politica, sostenitore di una revisione anche profonda della legge. Qualche democratico potrebbe sostenere che nei deliberata del suo partito si trova ancora l’approvazione data a un sistema elettorale di tipo francese: doppio turno in collegi uninominali con una clausola percentuale per il passaggio dei candidati al secondo turno. Ma, poi, dicono tristemente che mancano i numeri, copiando l’affermazione espressa in maniera più roboante dai renziani. Pochi pensano, con nostalgia, giustificata, e con apprezzamento, pur non pieno, alla legge di cui fu relatore l’allora deputato Mattarella, ma nessuno s’impegna davvero a farla, come forse si potrebbe, rivivere. Da ultimo, un gruppo di parlamentari di osservanza bersaniana hanno presentato un loro progetto centrato sul ridimensionamento del premio di maggioranza, considerato, come stanno attualmente le distribuzioni dei voti fra gli schieramenti, eccessivo. Lo è certamente, ma, come sostengono i renziani, deve esserlo per dare un senso alla legge e abbastanza seggi a un partito affinché sia messo in grado di governare da solo. Inoltre, i tardoriformatori bersaniani desiderano abolire il ballottaggio. Evidente è l’obiettivo di impedire alle Cinque Stelle di vincere conquistando i voti di tutti coloro che non vogliono il PD e che, a Roma e persino a Torino hanno dimostrato di essere davvero tanti. Invece, il ballottaggio ha effettivamente un grande pregio: dà, come si è visto nel caso dell’elezione dei sindaci, un’ottima riforma fatta nei trent’anni che i renzianboschiani definiscono, sbagliando, di ozio istituzionale, agli elettori un grande potere: quello di decidere chi vince.
Né l’uno né l’altro dei cambiamenti, come sono stati presentati, appaiono accettabili a Renzi e Boschi. Svirilizzano l’Italicum e non disegnano un sistema migliore. La verità è che all’Italicum si dovrebbe comunque fare un po’ di maquillage: via i capilista bloccati, via le candidature in più collegi, via il divieto di coalizioni al primo turno e di apparentamento nel passaggio dal primo al secondo turno. Altrimenti, una buona legge elettorale esige che l’Italicum sia cestinato e che i riformatori guardino alla Francia della Quinta Repubblica oppure alla Germania, en attendant non Godot, ma la Corte Costituzionale.
Pubblicato AGL 20 luglio 2016
I numeri della Repubblica oppure una Repubblica con i numeri?
Se davvero dobbiamo metterci a contare le Repubbliche, operazione sconsigliabile nel caso italiano, ma che soprattutto gli editorialisti del “Corriere della Sera” compiono in maniera scriteriata, allora è utile guardare al caso francese. Nel corso del tempo, hanno disfatto e costruito fino ad ora cinque Repubbliche, con la sesta che, secondo alcune interpretazioni che non condivido, starebbe già strisciando. Una nuova Repubblica, vale a dire un nuovo regime, si afferma quando il vecchio è morto e sepolto e le regole, le procedure, le istituzioni del nuovo regime sono compiutamente definite e affermate. Quando, cioè, in città, vale a dire nel sistema politico, c’è un gioco davvero nuovo. Non quando, gramsciamente, ci si trova in un interregno nel quale proliferano i germi della degenerazione. La Repubblica italiana senza numero ha mostrato in questi settant’anni una straordinaria capacità di adattamento a partiti, a coalizioni, a modalità di alternanza, a sfide anche contro, non soltanto il suo ordinamento, ma i suoi stessi principi. Anche come conseguenza della saggezza, non tutta “compromesso catto-comunista”, dei Costituenti, la Repubblica è stata, se posso ancora continuare ad usare la lingua inglese, notevolmente resilient.
Dire che dal 1994 ad oggi c’è stata una Seconda Repubblica soltanto perché sono cambiate due volte le leggi elettorali e i rapporti centro-periferia, e i partiti hanno fatto harakiri è sbagliato. Sostenere che stiamo entrando nella Terza Repubblica soltanto perché viene trasformato (per di più pasticciatamente e confusamente), ma nient’affatto abolito, il bicameralismo indifferenziato, tutt’altro che perfetto, è ovviamente, ma non meno colpevolmente, una esagerazione e una manipolazione propagandistica. Quello che conta, vale a dire, la forma di governo che, concretamente e precisamente, è una democrazia parlamentare classica, viene appena sfiorata dalle riforme costituzionali, mentre molto si sarebbe potuto fare, non episodicamente, ma “sistemicamente”. Aggiungere che siamo ai primi passi di riforme che ci porteranno lontano (ma il Presidente Napolitano, do you remember?, non aveva detto che la nostra splendida sessantenne, nel 2008, necessitava soltanto di ritocchi alle inevitabili rughe?). non ha nessun fondamento.
Per andare lontano è indispensabile avere un progetto complessivo con il quale ricominciare tutto un iter che riguardi effettivamente il governo, ovvero, meglio, il triangolo elettori-parlamento-governo e, dato che gli stanno amputando il potere di nomina del Presidente del Consiglio e il potere di decidere se e quando sciogliere il Parlamento, qualora il Presidente Mattarella si desse un’auspicabile mossa, ci sarà un quadrangolo (virtuoso/vizioso?). Aspettarsi che il problema del governo venga risolto dal discusso e scalcagnato Italicum è una empia illusione, se non una insopportabile forzatura. In attesa della nuova sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale all’italiana è sufficiente ricordare che, da un lato, se le leggi elettorali non sono largamente accettate e accettabili costituiscono il più facile e frequente terreno di interventi particolaristici; dall’altro, che le forme di governo non si cambiano attraverso i meccanismi elettorali. Se ne può migliorare il funzionamento, non cambiarne la natura. Invece di dare improbabili numeri alla Repubblica italiana, meglio sarebbe studiare il funzionamento di altre democrazie, parlamentari e no, per costruire una Repubblica della quale si possa dire con convinzione che ha molti numeri.
Pubblicato il 30 giugno 2016
Buttare l’Italicum e gli opportunismi
Domenica 19 giugno le candidate e i candidati del Movimento 5 Stelle sono arrivati al ballottaggio in 20 comuni e ne hanno vinti 19. Subito dopo sono ricominciate le richieste da più parti di ritoccare la legge elettorale nazionale detta Italicum per impedire l’eventualità che il ballottaggio prossimo venturo per la conquista del governo nazionale avvenga fra il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico. Renzi si è affrettato a rispondere che non sono previste modifiche. Si vedrà. Comunque, il principale problema dell’Italicum è che è una legge elettorale fatta su misura del PD di maggio (2014, quando nelle elezioni europee il partito superò il 40 per cento dei voti) con il consenso di Berlusconi, allora convinto che sarebbe stato il suo centro-destra ad arrivare al ballottaggio, e di Alfano, che chiese ed ottenne una clausola di accesso al Parlamento non più alta del 3 per cento (come in Spagna, circa 15 milioni di elettori meno dell’Italia, e non 4 per cento come in Svezia: meno di 10 milioni di elettori). Tanto Berlusconi quanto Alfano vollero la possibilità di candidature multiple (non più in tutte le circoscrizioni, ma “solo” in dieci) e parlamentari nominati (adesso capilista bloccati in tutte le circoscrizioni) cosicché l’Italicum che, persino secondo Napolitano, dovrà essere sottoposto alle “opportune verifiche di costituzionalità”, assomiglia molto al Porcellum, smantellato dalla Corte Costituzionale. In buona sostanza, l’Italicum è un porcellinum, con le preferenze e con il ballottaggio che deve avvenire, a causa dell’ossessione anti-coalizioni di un capo di governo che vuole essere l’uomo unico al comando, fra i due partiti o le due liste più votate, a meno che un partito o una lista ottenga al primo turno il 40 per cento dei voti più uno. Già alcuni renziani si affrettano a sostenere che la lista può anche essere composta da più partiti, ma questo sarebbe uno stravolgimento dello spirito della loro legge (e delle intenzioni personalistiche di Renzi) nonché una molto dubbia, forse improponibile, interpretazione della lettera.
Queste sembrano e, sostanzialmente, sono quisquilie e pinzillacchere. Né le leggi elettorali né i ritocchi cosmetici alle leggi esistenti debbono essere fatti con riferimento ai desideri e alle preferenze dei partiti e dei loro dirigenti. L’Italicum è una legge di parte che non può essere modificata per convenienze di parte, ma che deve essere cestinata. Punto e a capo.
Nel frattempo, pendono anche alcuni ricorsi alla Corte Costituzionale su diverse clausole della legge. Il criterio con il quale valutare una legge, qualsiasi legge elettorale non è mai il tornaconto dei partiti esistenti, ma il potere degli elettori. L’Italicum migliora il Porcellum grazie sia al ballottaggio sia alla possibilità di esprimere uno o due voti di preferenza, ma, a causa dei capilista bloccati e come conseguenza dell’ingente premio in seggi consegnato ad un partito/lista che ottenga anche soltanto poco meno o poco più del 30 per cento dei voti al primo turno (quindi, quasi raddoppiandone la rappresentanza parlamentare), rimane molto al di sotto quanto a potere degli elettori tanto del sistema maggioritario francese quanto del sistema proporzionale personalizzato tedesco. Nel maggioritario francese a doppio turno (non ballottaggio poiché al secondo turno possono esserci tre, se non quattro candidati) in collegi uninominali, gli elettori hanno il potere di eleggere il candidato preferito oppure, quanto meno, di sconfiggere il candidato più sgradito. E i partiti ottengono importanti indicazioni anche per la formazione delle coalizioni di governo. Nella rappresentanza proporzionale personalizzata tedesca, gli elettori hanno due voti sulla stessa scheda: uno per il candidato nel collegio uninominale, uno per il partito. Con il primo voto eleggono il loro rappresentante, con il secondo voto contribuiscono a determinare il bottino complessivo dei parlamentari del partito preferito purché abbia superato la soglia del 5 per cento (la Germania ha circa 60 milioni di elettori).
Cestinato il sostanzialmente irriformabile Italicum è fra questi due ottimi sistemi elettorali che bisognerebbe scegliere, eventualmente introducendo correttivi che non li snaturino e che siano giustificabili non come contentino ai dirigenti di partito, ma come variazioni che migliorano la rappresentanza politica senza frammentare il sistema dei partiti. Se queste scelte alternative non fossero praticabili nell’attuale Parlamento non resterebbe che un ritorno al Mattarellum, un sistema sostanzialmente conquistato nel 1993 attraverso un referendum popolare, “probabilmente” già sufficientemente noto all’inquilino del Colle il quale potrebbe anche cominciare a fare sentire la sua voce, utilizzato con risultati soddisfacenti in tre elezioni generali: 1994, 1996, 2001. Con l’eliminazione delle liste civetta e una migliore definizione del recupero proporzionale, il Mattarellum consente agli elettori eleggere i rappresentanti che preferiscono e dà loro un doppio voto che conta e pesa. Il resto (della discussione fra opportunisti elettorali) è fuffa oppure truffa.
Pubblicato il 29 giugno 2016
Riforme: un’altra narrazione
Naturalmente, i tempi nuovi richiedono, sostengono molti, nuove narrazioni. Richiedono anche nuovi narratori. Forse li abbiamo già trovati. Qualcuno ritiene che é sufficiente che la narrazione sia nuova e che i narratori siano giovani affinché si ottenga un salto di qualità. Altri, invece, pensano che nessun salto di qualità potrà essere effettuato se non si produce una analisi seria e approfondita delle nuove narrazioni, se non si va ad un contraddittorio franco e duro. Qui mi scapperebbe di aggiungere, ma sarebbe un appunto da “vecchia” narrazione, al fine di pervenire ad “una piú elevata sintesi”. Come non scritto. Naturalmente, “contraddittorio” significa confronto sulle idee e sulle proposte contenute nelle nuove narrazioni. Non consiste in nessun modo nella derisione personale con la quale si travolgono gli eventuali interlocutori, magari approfittando delle proprie posizioni di potere politico. Ciò detto, in questo breve articolo, mi eserciterò soltanto nell’analisi della narrazione istituzionale variamente e succintamente pronunciata dal presidente del Consiglio alla quale hanno finora fatto da eco tutti i suoi collaboratori senza eccezione alcuna.
Naturalmente non è vero che negli ultimi trent’anni di riforme non ne siano state fatte. Anche tralasciando la legge sulla Presidenza del Consiglio nel 1988, nello stesso anno giunse a compimento la sostanziale abolizione del voto segreto voluta da Bettino Craxi. Tre anni dopo, anche contro il famoso invito di Craxi ad andare al mare, il 62,5 per cento degli elettori italiani preferì andare a votare nel referendum sulla preferenza unica. Nel 1990 era già stata approvata una legge innovativa, per quanto priva di interventi sul sistema elettorale, sul riordino delle autonomie locali. Nel 1993, superata l’incerta giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia elettorale, gli italiani furono in grado di dare una spallata consapevole e decisiva alla legge elettorale proporzionale e, nella stessa tornata, abolirono il finanziamento statale dei partiti e tre ministeri: Agricoltura, Partecipazioni Statali, Turismo e Spettacolo. Per evitare un referendum che avrebbe cambiato in senso fortemente maggioritario la legge per l’elezione dei comuni e delle province, nello stesso anno il parlamento approvò la tuttora vigente legge in materia che ha dato ottima prova di sé. Nel 2001 il centro-sinistra formulò cambiamenti significativi, nei rapporti Stato/enti locali, Titolo V, giungendo fino, così si vantarono quei legislatori, “ai limiti del federalismo” (quello allora alla moda). Poi, per consolarsi delle elezioni perdute, ma stabilendo un brutto precedente, il centro-sinistra sottopose la sua riforma costituzionale a referendum, vincendolo, nell’ottobre 2001. Nel 2005, il centro-destra fece approvare dai suoi parlamentari sia la legge elettorale nota come Porcellum sia un’ambiziosa riforma della Costituzione: 56 articoli su 138. Anche se smantellato dalla Corte costituzionale, il Porcellum è ancora con noi, mentre in un referendum tenutosi su sua richiesta nel giugno 2006, il centro-sinistra fece bocciare dall’elettorato l’intera, pasticciata, riforma costituzionale del centro-destra. Nessun rimprovero, nessun rimpianto, nessuna autocritica.
Dunque, seppure controverse e scoordinate, molte riforme sono state fatte e approvate dal 1988 ad oggi. É stupefacente come i mass media non siano stati in grado oppure non abbiano voluto controbattere con dati durissimi le affermazioni propagandistiche del presidente del Consiglio, del suo ministro per le Riforme Istituzionali, dei suoi costituzionalisti (ma anche di qualche improvvisato politologo) di riferimento che si presentano come i riformatori venuti dal nulla.
Oltre alle riforme costituzionali e istituzionali, da circa quindici anni a questa parte, seppur faticosamente, nel centro-sinistra, nella pratica ante litteram prima, poi, quello che più conta, nello Statuto del Partito democratico, è stata introdotta una riforma molto importante, fra l’altro, decisiva per la stessa carriera politica di Matteo Renzi: le elezioni primarie. Non è il caso di andare alla ricerca dei diritti di primogenitura (ma poiché carta canta, anche la carta della rivista “il Mulino”), l’esercizio è facilmente fattibile. É sufficiente sfogliare l’indice degli articoli pubblicati negli anni novanta. Certamente, fra i fautori delle primarie non troveremo i costituzionalisti dell’attuale presidente del Consiglio. Non troveremo i professoroni. Non troveremo neppure i “gufi”. Troveremo, invece, coloro, pochissimi, che hanno sempre creduto e scritto che nessuna riforma, neanche la più tranchante, delle istituzioni, è in grado di produrre, da sola, un miglior funzionamento del sistema politico se non riesce a trasformare i partiti politici che, per quanto indeboliti, ma meno di quel che si crede, rimangono centrali. Chi sottovaluta l’importanza delle primarie e dei rapporti “istituzioni-partiti” è destinato a fare riforme brutte che avranno cattive conseguenze.
Naturalmente, non è vero che, se andasse in porto, la riforma del Senato porrebbe fine al bicameralismo perfetto. Infatti, il bicameralismo italiano, se le parole hanno un senso, e in politica sarebbe sempre opportuno che lo avessero, non è mai stato perfetto (aggettivo che si riferisce al funzionamento). É sempre stato indifferenziato e paritario, aggettivi che si riferiscono alle strutture e ai poteri. Non è neppure vero che la lentezza del processo legislativo in Italia sia attribuibile all’esistenza di due Camere. Infatti, come ripetutamente evidenziano i presidenti di Camera e Senato, sbagliando ripetutamente, poiché considerano il numero delle leggi approvate il segnale che il parlamento fa le leggi, mentre le leggi le fa il governo spesso saltando il parlamento con la decretazione e umiliandolo con i voti di fiducia, entrambe le Camere sono sempre state molto operose. Anno dopo anno, un po’ meno di recente, fanno (meglio approvano) molte leggi, all’incirca quattro volte di più di Westminster, la madre di tutti i Parlamenti, abbondantemente due volte di più di Bundestag e Bundesrat tedeschi e dell’Assemblea Nazionale e del Senato della Quinta Repubblica francese, tutti parlamenti bicamerali “imperfetti”, ovvero differenziati. Pertanto, né la quantità né la velocità della produzione legislativa costituiscono criteri convincenti a giustificazione della riforma del Senato per porre fine ad un bicameralismo che perfetto non è mai stato, ma che non ha in quasi nessun caso e modo costituito l’intralcio principale o predominante all’azione del governo. Gli stessi commentatori che hanno, non proprio sobriamente, applaudito la riduzione del Senato a Camera delle regioni, hanno sempre pappagallescamente argomentato che il problema del modello di governo parlamentare all’italiana consiste nei pochi poteri a disposizione del presidente del Consiglio. Pare alquanto difficile sostenere che ridimensionando i poteri del Senato, fin quasi all’azzeramento sulle leggi del governo e sulla possibilità di chiamare il governo e i suoi ministri a rendere conto del fatto, del non fatto e del malfatto, automaticamente il presidente del Consiglio italiano ne uscirà con potere istituzionale e politico rafforzato.
Naturalmente, nelle democrazie parlamentari, “forti” risultano essere i capi di governo, uomini e donne che sono espressione di un partito grande, coeso, rappresentativo di più ceti sociali, che hanno esperienze di governo e che guidano una coalizione programmatica. Curiosamente, negli stessi giorni dell’epica battaglia di Palazzo Madama, battuto alla Camera dei deputati, il governo Renzi annunciava che avrebbe recuperato al Senato. No comment. Al momento, è soltanto possibile affermare che la riforma del Senato squilibra la democrazia parlamentare italiana. Non è una deriva autoritaria. Più italianamente, è la deriva di chi procede perseguendo tornaconti di immagine e di pubblicità di breve periodo poiché la sua incultura istituzionale non gli consente neppure di intravedere il lungo periodo.
Naturalmente, “non esiste proprio” che la disciplina di partito possa essere imposta sulle riforme costituzionali. Il solo pensiero è aberrante. Sentirlo dire e ripetere dai collaboratori di Renzi senza che nessuno dei commentatori e dei giornalisti rilevi l’aberrazione è più che sconfortante. Primo, la disciplina di partito può essere richiesta ai parlamentari esclusivamente sulle materie inserite nel programma che il loro partito ha sottoposto agli elettori, sul quale ha ottenuto voti grazie ai quali quei parlamentari sono stati eletti, soprattutto quando esistono le liste bloccate. Il discorso potrebbe essere leggermente diverso se i parlamentari fossero stati eletti in collegi uninominali. In questo caso, alcuni approfondimenti e altre precisazioni sarebbero necessarie. Toccherebbe a quei parlamentari formularli anche come informazione da mettere a disposizione degli elettori, sicuramente interessati ed esigenti, dei loro collegi. La disciplina di partito può anche essere richiesta sul programma di governo concordato con gli indispensabili alleati, in particolare se i gruppi parlamentari sono stati coinvolti, come dovrebbero, nella definizione del programma di governo. Su altre, imprevedibili materie, ad esempio, le emergenze, ovvero problemi che sorgono improvvisamente e che necessitano una soluzione rapida, quella disciplina di partito non può essere richiesta, ma deve essere conquistata con consultazioni e anche con votazioni chiare e trasparenti.
Sulle modifiche costituzionali e sulle votazioni che riguardano persone, i parlamentari hanno la facoltà, se lo desiderano, di richiamarsi all’assenza di vincolo di mandato (art. 67). Tuttavia, il loro voto difforme da quello dei parlamentari del loro partito non può essere giustificato soltanto con il richiamo alla “coscienza”. Troppo facile e, qualche volta, persino assolutamente ipocrita. Soprattutto un voto di coscienza non argomentato non comunica le indispensabili informazioni del parlamentare dissenziente agli altri parlamentari, al suo partito, agli elettori, all’opinione pubblica. Il voto di coscienza deve essere argomentato con riferimento alla “scienza”. In base alle conoscenze loro disponibili, ad esempio, relative al possesso da parte di un leader autoritario di armi di distruzione di massa, tutti i parlamentari sono sicuramente legittimati a negare il loro voto al governo di cui fa parte il loro partito. Quanto alle votazioni che riguardano persone -dall’autorizzazione all’arresto dei colleghi inquisiti all’elezione del presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali -, nessun parlamentare deve mai essere messo né trovarsi nella condizione di “scambiare” apertamente il suo voto con l’arrestando o con l’eligendo e neppure di temere che il suo voto possa essere ritorto contro di lui, i candidati ad alcune cariche di rilievo essendo notoriamente uomini già abbastanza potenti e, spesso, provatamente vendicativi.
Naturalmente, non è vero che non conosciamo la sera delle elezioni chi ha vinto, Peraltro, dovrebbe interessarci sapere anche chi ha perso, quanto e perché. Lo abbiamo sempre saputo giá con la legge elettorale proporzionale utilizzata nella prima lunga fase della Repubblica italiana. Abbiamo continuato a saperlo con il Mattarellum (1994, 1996, 2001). Non abbiamo avuto dubbi, tranne il maldestro tentativo berlusconiano di riconteggio dei voti nel 2006, con il Porcellum. Con qualsiasi legge elettorale si sa chi ha vinto appena finito di contare i voti. Però, in nessuna democrazia parlamentare è sufficiente sapere chi ha vinto, numeri (di voti e di seggi) alla mano. In tutti i sistemi multipartitici delle democrazie parlamentari è giusto attendere che siano i dirigenti di partito a decidere, magari con riferimento a quanto detto durante la campagna elettorale e agli eventuali precedenti, chi farà parte della coalizione di governo e a chi andranno le cariche ministeriali, compresa anche la più elevata. Per fare un solo esempio, non c’è stata neppure una elezione in Germania (la Gran Bretagna é un caso fin troppo facile) nella quale non si sia saputo la sera della chiusura delle urne chi aveva vinto. Senza nessuno scandalo, per due volte la vincitrice, Angela Merkel, ha saggiamente costruito governi di Grande Coalizione (2005-2009; 2013–). Supponendo che esista un sistema elettorale dal quale esca sempre un velocissimo vincitore, questo non proprio miracoloso fatto cambierebbe la qualità della politica, dei partiti, del governo? Condurrebbe alla tanto agognata, ma mai precisamente specificata, governabilità?
Naturalmente, tutti vogliono la governabilità. Pochi sanno definirla. Pochi conoscono le condizioni alle quali acquisirla, mantenerla, esercitarla. Dal Presidente del Consiglio in carica, Matteo Renzi, non abbiamo finora avuto indicazioni precise, ma, forse, sì. Sarà la legge elettorale chiamata Italicum che, grazie al suo premio di maggioranza, assicurerà la governabilità. Quindi, la governabilità è la conseguenza oppure il prodotto di una maggioranza assoluta creata artificialmente dalla legge elettorale che, nelle parole del presidente della Repubblica, riportate senza rilievo da alcuni quotidiani, ma mai discusse, contiene clausole che debbono sicuramente essere sottoposte a “verifiche di costituzionalità”. Facendo un opportuno passo indietro, poiché né la voglia di riforme né quella di governabilità sono nate poche mesi fa, tra la metà degli anni settanta e la fine degli anni ottanta vi fu un intenso, importante, persino appassionato dibattito politologico e sociologico sulla governabilità e, soprattutto, sulla sua crisi. Il cuore del problema era: “come debbono comportarsi i governi democratici e le loro istituzioni per fare fronte alle domande, molte e nuove, espresse dalle loro società mobilitate, esigenti, post-materialiste?” Alla crisi di “sovraccarico” si prospettarono due risposte: scoraggiare le domande oppure accrescere la capacità delle istituzioni. Esistono molte modalità di scoraggiamento, a cominciare dall’indifferenza a continuare con il palleggiamento di responsabilità fra le autorità e le istituzioni a finire con lo scarico di responsabilità, ad esempio, sull’Unione europea e sulla Troika. Esistono soluzioni anche al più delicato compito e complesso compito di accrescere la capacità delle istituzioni. A quei tempi, qualcuno rilevò anche che, nei sistemi politici non soltanto europei nei quali un partito di sinistra al governo riusciva a convincere sindacati e organizzazioni imprenditoriali a entrare in rapporti di collaborazione e a concordare le politiche, la crisi di governabilità era di limitato impatto e trovava (trovò) soluzioni praticabili.
Accordi di non breve periodo fra governi, partiti, associazioni sindacali e organizzazioni imprenditoriali, che tecnicamente si chiamano “neo-corporativismo”, vanno contro tutte le indicazioni e i suggerimenti che certi “autorevoli” editorialisti danno da anni a tutti i governanti italiani di turno (un po’ meno a Berlusconi) intesi a porre fine a qualsiasi forma di concertazione e a “spezzare le reni” ai gruppi di interesse dei più vari tipi, senza nessuna distinzione. In seguito, si sostenne che la governabilità dipende dalla stabilità degli esecutivi e che, di conseguenza, le leggi elettorali che insediano maggioranze assolute sono la (semplicistica, illusoria, é sufficiente leggere la storia inglese degli anni sessanta e settanta) soluzione: stabilità governativa eguale governabilità. Qualcuno aggiunse che la stabilità governativa è soltanto una premessa per l’esercizio dell’efficacia decisionale, magari in maniera molto veloce. In attesa di qualche criterio per valutare l’impatto e la qualità delle decisioni, anche in materia costituzionale, ci si può fermare, piuttosto perplessi, qui.
Naturalmente, i referendum costituzionali non li chiedono i governi. Eppure questo è l’annuncio ripetuto, prima e dopo la riformetta del Senato, dal ministro Maria Elena Boschi e dal presidente del Consiglio. Entrambi, davvero generosamente, hanno aggiunto la paradossale concessione che il governo farà deliberatamente mancare nella seconda lettura la maggioranza dei due terzi (maggioranza che, comunque, al Senato, se la sognano) per consentire ovvero, addirittura, per chiedere lui stesso un referendum popolare sulle riforme costituzionali. I referendum chiesti dai governi hanno un nome chiarissimo. Sono plebisciti. Restano tali anche quando i referendum costituzionali li chiese de Gaulle che, da leader carismatico quale sicuramente fu, voleva proprio un plebiscito sulla sua persona. Quando gli fu negato, guarda caso proprio sulla riforma del Senato nel 1969, sdegnosamente, ma in maniera impeccabilmente responsabile, se ne andò a Colombey-les deux églises a completare quell’eccezionale documento letterario che sono le sue memorie. Secondo l’art. 138, i referendum costituzionali possono essere chiesti da un quinto dei parlamentari di una o dell’altra Camera oppure da cinque consigli regionali o da 500 mila elettori.
Naturalmente, non Renzi, capo del governo, ma Renzi segretario del Partito democratico ha la facoltà di invitare (obbligare, magari, no) i suoi parlamentari, le maggioranze consiliari in cinque regioni, gli iscritti e i simpatizzanti del Partito democratico a chiedere il referendum. Tuttavia, la striscia plebiscitaria si vedrebbe comunque. Purtroppo, il centro-sinistra, popolato da “quelli che… la Costituzione più bella del mondo”, fecero, come ho rilevato sopra, questa superflua e brutta torsione referendaria nel 2001, creando un precedente. Non è, però, il caso di insistere nella proposta di un’operazione che spetta, se lo vorranno, alle minoranze, e che sarebbe costosa in termini di denaro, di tempo e di energie. Anzi, il governo deve essere fortemente scoraggiato a esercitarsi in inutili prove di forza. Impieghi piuttosto le sue e le nostre risorse in modi più produttivi.
Naturalmente, chi conosce le Costituzioni sa che sono state costruite in maniera sistemica, vale a dire che, soprattutto le migliori, hanno tenuto conto dei rapporti e delle interazioni che si stabiliscono fra le istituzioni e che conducono a una varietà di esiti. In un certo senso, i limiti al potere di una istituzione sono posti dal potere di un’altra istituzione. Tecnicamente, spesso se ne parla come di checks and balances, freni e contrappesi. Se ad un’istituzione si danno poteri significativi strappandoli ad un’altra istituzione allora bisognerà trovare contrappesi altrove. Talvolta ci si trova anche in situazioni di inter-institutional accountability, vale a dire che ciascuna istituzione ha responsabilità che deve osservare nei confronti delle altre, e viceversa. La prendo alla larga per farla facile. Se il rapporto “governo-parlamento” viene squilibrato togliendo molto, quasi tutto il potere che il Senato ha nei confronti del governo e abolendo la responsabilizzazione del governo nei confronti del Senato, allora nella rimanente Camera dei deputati sarà opportuno che l’opposizione parlamentare acquisisca maggiori poteri di ispezione e di controllo sul governo. Tuttavia, non si tratta soltanto di questo come rivela una valutazione congiunta, seria e comprensiva del progetto di riforma elettorale. Tralascio le giravolte compiute dal premier a partire dalla presentazione in gennaio di addirittura tre progetti diversi di legge elettorale per approdare ad un testo che non rifletteva nessuno dei tre (e che, in seguito, è variamente cambiato). Tralascio anche il frequente e ripetuto riferimento alla formula sindaco d’Italia, ma almeno un commento deve essere fatto. In qualsiasi salsa, “sindaco d’Italia” significa mutamento della forma di governo dell’Italia: da democrazia parlamentare a democrazia presidenziale, per di piú priva dei freni e contrappesi dei presidenzialismi migliori e irrigidita nei rapporti fra il sindaco/capo di governo e il Consiglio-Camera dei deputati. A prescindere che non esiste nulla di simile altrove, non c’é nessuna garanzia che quanto funziona a livello locale riesca automaticamente funzionare a livello nazionale. Al contrario.
Per quel che riguarda l’Italicum nella sua versione approvata alla Camera dei deputati, mi limito, per il momento, alle osservazioni che, proprio perché sono le piú semplici, dovrebbero fare ripensare tutta la legge. Primo, se la Corte costituzionale “condanna” le liste bloccate perché impediscono all’elettore di esercitare il suo diritto di scelta fra i candidati al parlamento perché mai liste corte, ma ugualmente bloccate, sarebbero accettabili? Criticamente, rilevo che la Corte si fa davvero delle illusioni se ritiene accettabili liste “nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l’effettività della scelta e la libertà del voto”. Attendiamo, comunque, di sapere quanto esiguo debba essere quel numero. Non dobbiamo attendere per sapere che sicuramente ci saranno in quelle liste “corte” numerosi imboscati.
Nel giugno 1991, gli elettori approvarono contro l’esplicita opposizione di quasi tutti i dirigenti di partito il quesito sulla preferenza unica. Naturalmente, è possibile sostenere che quegli elettori volevano molto di più. Il minimo comun denominatore era allora e rimane oggi non nessuna preferenza, ma una sola. Un solo voto di preferenza non può essere scambiato (e moltiplicato) da cordate di candidati che si strutturano in correnti o che trattano con gruppi esterni. Una sola preferenza significa che gli elettori hanno un po’ di potere che, per quanto poco, è meglio di niente. Chi risponde a queste obiezioni che personalmente preferisce i collegi uninominali al voto di preferenza può, naturalmente, attivarsi per cambiare tutto l’impianto della legge. Altrimenti, voti per la “concessione” di una preferenza che toglie dalle mani dei dirigenti la nomina dei parlamentari. Con quella preferenza l’Italia entrerà nel club delle democrazie parlamentari europee, ventitré delle quali (su ventotto) hanno qualche modalità di voto di preferenza. Seconda osservazione, se la Corte dice che il premio di maggioranza va attribuito stabilendo in anticipo una soglia minima, quella soglia va determinata percentualmente e la sua entità argomentata in maniera convincente affinché, torno al cuore dei sistemi elettorali, conferisca effettivo potere al voto degli elettori. Esiste un solo modo per accrescere il potere degli elettori: stabilire che, a prescindere dalle percentuali ottenute, si procederà comunque al ballottaggio fra i due partiti e le due coalizioni più votate consentendo, come già si fa nel caso di ballottaggio fra candidati sindaco, l’apparentamento fra liste. Rimarrebbe, lo so benissimo, il rischio che il premio (se fisso) attribuito a un partito da solo non sia sufficiente affinché quel partito o coalizione riesca a raggiungere la maggioranza assoluta alla Camera. Tant pis o tanto meglio se questo è deciso dall’elettorato. Fra le clausole, si potrebbe anche aggiungere che, in caso di suo dissolvimento, la coalizione premiata perderà i seggi aggiuntivi che saranno redistribuiti proporzionalmente.
Mi rendo conto che sto entrando in dettagli tecnici, quelli dove si annida, soddisfatto, compiaciuto e competente il diavolo e, temporaneamente, mi fermo. Il punto vero, comparso improvvisamente alle non sistemiche menti dei riformatori elettorali, é che il premio in seggi avrà effetti anche sull’elezione ad opera del parlamento di molte cariche, a partire dai giudici costituzionali (con il rischio di dare vita ad una Corte palesemente di parte), ma soprattutto sull’elezione del presidente della Repubblica. Non mi arrampicherò sugli specchi dove i riformatori stanno cercando di trovare altri Grandi Elettori che evitino alla “premiata” maggioranza elettorale di diventare allegramente maggioranza presidenziale (spero, con la salvaguardia del voto segreto…). Credo che la soluzione possibile sia quella ventilata da coloro che pongono il quorum dei due terzi per le prime tre votazioni, andate a vuoto le quali si passerebbe ad un ballottaggio fra i due candidati piú votati affidato a tutto l’elettorato italiano. Poiché credo nella capacità degli uomini e delle donne di apprendere e di tenere conto dei requisiti della carica che occupano, con questa modalità ci sarebbero molte buone probabilità che l’eletto/a si comporterebbe da rappresentante “dell’unità nazionale”. A prescindere dalla soluzione,quello che appare chiaramente é come sia imperativo tenere conto degli effetti sistemici di qualsiasi riforma, mentre nella loro sregolatezza senza genio i riformatori non hanno inizialmente avuto neppure la minima consapevolezza del problema complessivo.
Al supermercato delle istituzioni, delle regole, dei meccanismi è disponibile un po’ di tutto, ma chi vuole riformare una Costituzione, deve sapere che non è dal supermercato che otterrà quello di cui ha bisogno, ma dalla elaborazione di un progetto sistemico. Oserei dire dai progetti sistemici formulati da architetti o ingegneri costituzionali e non solo. Opportunamente consultato, qualche politologo (purtroppo, non tutti) consiglierebbe di guardare in chiave comparata appunto ai sistemi politici, che non sono soltanto Costituzioni, che hanno dimostrato di funzionare in maniera (più che) soddisfacente. Guardare al mondo animale: ai porcelli, ai canguri, ai gufi, pur tenendo conto delle differenze, non conduce all’altezza della sfida.
Alla fine di questa, pur sintetica, panoramica in quanto ognuno dei punti che ho sollevato ha dietro di sé un’ampia letteratura scientifica nonché numerosi casi di pratiche concrete, mi permetto di concludere con due considerazioni generali. La prima é che la cultura costituzionale del paese, in special modo dei politici, degli operatori dei media e dell’opinione pubblica appare tuttora tristemente non aggiornata. Sconta anche un incredibilmente elevato livello di servilismo e di conformismo che la rendono palesemente inadeguata a contrastare sia le sparate sia gli invasivi tweet della propaganda del governo e dei suoi quartieri. Seconda considerazione, senza procedere a opportune analisi comparate, che sono lo strumento per controllare ipotesi, generalizzazioni e aspettative, qualsiasi riforma rischia di non conseguire gli esiti promessi e sperati. Rimane molto spazio per miglioramenti, ma, naturalmente, anche per peggioramenti.
Pubblicato in il Mulino, 5/2014, pp. 738/748, ora in Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea-Unibocconi, 2015 pp. 137/151
Come NON eravamo. Un commento all’appello di “Mondoperaio”
Purtroppo, no. Le deforme costituzionali renzianboschiane non hanno nulla, proprio nulla a che vedere con quanto i socialisti di “Mondoperaio” negli anni Settanta e poi, più vagamente, Bettino Craxi, proposero e desideravano conseguire.
Non esiste nessuna continuità fra i renzianboschiani e il pensiero riformatore socialista che, naturalmente, né Renzi né Boschi conoscono e si sono mai curati di apprendere.
Il testo approvato non semplifica affatto il procedimento legislativo. Anzi, lo aggrava rendendo ancora più probabile il solito dispositivo: “emendamenti distrutti in modo ‘bestiale’ (canguri, giaguari e altri animali) con l’accompagnamento ricattatorio del voto di fiducia”.
Come si possa pensare che il Parlamento conquisterebbe così un ruolo significativo sfugge a chiunque sappia come funzionano i parlamenti nelle democrazie contemporanee.
Sfugge anche ai firmatari che, se la funzione di rappresentanza politica è il cuore delle democrazie parlamentari, l’Italicum con i suoi nominati (spero che la Corte Costituzionale, bocciando la legge, non ci consentirà mai di sapere con esattezza quanti, ma allo stato almeno il 60 per cento) e con le pluricandidature (un vero obbrobrio) distrugge qualsiasi rapporto fra eletti ed elettori.
Candidamente, il Ministro Boschi ha dichiarato che i capilista bloccati saranno i “rappresentanti del collegio”. La rappresentanza politica si fonda sulle elezioni non sui paracadutati garantiti.
Quanto al potenziamento del governo, altri meccanismi erano possibili, come, ad esempio, il voto di sfiducia costruttivo, recentemente scoperto da commentatori ignari di qualsiasi dibattito istituzionale. Naturalmente, il voto di sfiducia costruttivo è totalmente incompatibile con qualsiasi premio di maggioranza.
Infine, ma né last nè least, pessima è l’attribuzione ad un Senato di elezione comunque indiretta del potere di nominare due giudici costituzionali. Questi 100 senatori “indiretti” acquisiscono un potere squilibrato, un giudice ogni 50 di loro, rispetto ai 630 deputati che eleggeranno tre giudici, uno ogni 210 di loro.
Non sono al corrente di pulsioni plebiscitarie dei socialisti, ma almeno sul tentativo plateale del capo del governo di cercare e di pretendere un voto su di sé, mi sarei aspettato dai firmatari qualche riserva.
Gianfranco Pasquino
già componente, naturalmente, nullafacente, ma autore, con il Sen. Eliseo Milani, della Relazione di Minoranza della Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali nota come Commissione Bozzi.
La “riforma” che moltiplica gli inciuci
Le capacità di elaborazione politica del Presidente del Consiglio sono costantemente sorprendenti, in negativo. Anche se cerca di personalizzare al massimo non si trova mai solo. Il corteo dei corifei è affollatissimo. Hai visto mai che ci scappa qualche posto in Parlamento, alla Corte Costituzionale, in qualche Comitato, persino alla direzione di qualche quotidiano o come editorialisti dell’Unità e altro, e così via. Il più recente e, per il momento, più elevato picco di elaborazione concettual-politica è stato raggiunto, da un lato, con l’accusa ai sostenitori del NO al plebiscito costituzionale di essere degli “inciucisti”, dall’altro, al suo fiero rivendicare un convinto bipolarismo. Inciucista, forse, dovrebbe essere più appropriatamente definito chi le revisioni costituzionali e la legge elettorale le ha confezionate con Berlusconi sulla falsariga di quelle fatte da Berlusconi stesso nel 2005 (e bocciate da un referendum costituzionale). Comunque, le revisioni costituzionali renzianboschiane non hanno nulla a che vedere con il bipolarismo. L’abolizione del CNEL condurrebbe ad una competizione bipolare serrata, intensa, decisiva? Meno senatori, per di più non eletti, ma designati dai consigli regionali, darebbero una spinta possente al bipolarismo all’italiana? La maggiore facilità con la quale una maggioranza parlamentare premiata dal bonus previsto nell’Italicum si eleggerebbe il suo Presidente della Repubblica sarebbe l’epitome del bipolarismo? Per dirla con un’espressione che Renzi, Boschi e Verdini capiscono benissimo, sono tutte bischerate.
La verità è che l’inciucista di fatto è stato Renzi e che il bipolarismo non abita affatto nelle sue revisioni costituzionali, approssimative e sconclusionate. Nella pratica, Renzi ha già seppellito il bipolarismo favorendo aggregazioni al centro di cui Verdini è diventato, grazie alle sue capacità manovriere, l’emblema assoluto. Il Partito della Nazione, a seconda dei casi e dei contesti, agognato e sconfessato, andrà a collocarsi al centro, assorbendo tutto il possibile che, nel paese che ha dato vita al trasformismo, è sempre moltissimo, e impedirà qualsiasi competizione bipolare e qualsiasi alternanza di governo. Se le revisioni costituzionali sono più o meno neutre quanto al bipolarismo, semmai più prone a consentire inciucismo, la legge elettorale è il vero cavallo di Troia degli inciucisti. Infatti, impedendo la competizione fra coalizioni al primo turno e proibendo qualsiasi apparentamento al ballottaggio, potrà avere due effetti prevedibili. Da un lato, al primo turno vi sarà un notevole spappolamento di liste che, grazie alla soglia del 3 per cento, mireranno semplicemente a conquistare qualche seggio. Dall’altro, al ballottaggio i due partiti/liste rimasti in campo saranno inevitabilmente costretti a cercarsi alleati che troveranno con promesse che, pudicamente, definirò elettorali.
Allo stato della distribuzione delle preferenze politiche, la competizione elettorale non ha nessuna possibilità di essere bipolare. Sarà inesorabilmente tripolare. In Parlamento, chiedo scusa, nella Camera dei deputati, il partito vittorioso non soltanto dovrà fare i conti con due opposizioni, ma sarà anche costretto a pagare il conto degli aiutini ricevuti nel ballottaggio. Se mai al ballottaggio vincesse il Movimento 5 Stelle, le opposizioni PD e variegati rappresentanti del centro-destra opererebbero in maniera autonoma e separata oppure si coordinerebbero in un comunque deplorevole inciucino? Con la vittoria del PD ci sarebbero un’opposizione di destra e un’opposizione pentastellata. In che modo tutto questo possa essere definito e riesca a costituire bipolarismo è un mistero nient’affatto glorioso. Al di là dell’Arno, in Europa altre leggi elettorali hanno consentito efficaci bipolarismi e li mantengono, robusti e vibranti. L’Italicum è la legge molto parrocchiale (coerentemente con il nome) a favore del Partito della Nazione, versione molto deteriore di quello che fu la Democrazia Cristiana (semmai, interclassista perché “partito di popolo”). Pubblicato il 21 maggio 2016
Fa il “forzato” del governo e minaccia la minoranza
“Ci dicono ‘governano coi voti
del centrodestra’. Già, è così
perché noi abbiamo perso le elezioni”
(Matteo Renzi al congresso dei GD)
Renzi afferma di essere costretto a governare con Alfano e Verdini, ma la prossima volta non avrà questo problema, perché li avrà già inseriti nelle sue liste. Dopodiché, il vero nodo è che la Corte costituzionale da un lato e l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dall’altro stanno legittimando le riforme renziane. Addirittura, stanno vidimando la qualità di testi confusi e mediocri, come quello della riforma costituzionale. E allora l’unica via è resistere con il no nel referendum di ottobre, insistendo anche su un principio: la consultazione di ottobre sarà un referendum oppositivo, non confermativo. In caso contrario, si accetterebbe la sua riduzione a un plebiscito da parte del presidente del Consiglio. Le sue parole sul Pd e sulla maggioranza di governo, d’altronde, mi richiamano alla mente un’altra considerazione di Renzi, ossia che “la prossima classe dirigente uscirà dai comitati referendari per il sì”. Non l’ha notato nessuno, ma con questa frase ha lanciato un chiaro avvertimento alla sua minoranza: che non fa i comitati per il sì non verrà ricandidato. Fossi in Gianni Cuperlo e negli altri della minoranza dem, sarei decisamente preoccupato.
Pubblicato il 22 marzo 2016
Dietro i partiti niente
Le pungenti interviste del vignaiolo D’Alema, le “ruspanti” dichiarazioni dell’europarlamentare (sic) Salvini, gli accorati richiami dello statista in disarmo Berlusconi, le introspezioni elettroniche del guru Casaleggio, le promesse roboanti del fiorentino Renzi che sfida l’Europa fanno tutte, giustamente, discutere. Invitano anche a cercare di capire che cosa succede nel sistema dei partiti italiani. In verità di partiti definibili come tali in Italia ne esiste soltanto uno, il Partito Democratico, fatto da una maggioranza, in Parlamento artificialmente creata da un abnorme premo di seggi e nelle realtà locali gonfiata da più che una modica dose di conversioni. Le minoranze democratiche criticano, concionano, qualche rara volta strepitano, ma, in definitiva, non sanno che cosa fare né dove andare. Tutti gli altri non-partiti, tranne il Movimento 5 Stelle e, in parte, la Lega, sono alla costante ricerca di posizionamenti che consentano loro di sopravvivere fino a quando dovranno presumibilmente trattare con il PD per avere una manciata di seggi nel prossimo Parlamento. Nessuno di loro sta cercando di ricostruire una presenza, non nel cuore degli italiani, ma, quantomeno, nella loro considerazione per le politiche proposte e le candidature selezionate. Al contrario, nella grande maggioranza delle esperienze locali, con poche eccezioni, i candidati prescelti vengono, si dice e si vanta, dalla società civile. Poi, spesso si scopre che quella società civile è alquanto permeabile ai fenomeni della corruzione e dell’illegalità. Di tanto in tanto ci s’accorge anche che venire dalla società civile, lo hanno imparato persino gli esponenti delle Cinque Stelle, non è un titolo di merito né una qualifica utile a svolgere efficacemente i compiti parlamentari né, tantomeno, a governare le città, piccole, medie e, chi sa, prossimamente anche grandi.
In maniera difensiva, troppi politici e, ahiloro, molti commentatori pensano di cavarsela sostenendo che i partiti sono in crisi un po’ dappertutto. E’ un’affermazione sostanzialmente scorretta che dovrebbe essere “spacchettata”. Ci sono sistemi politici, come la Spagna, nei quali è in atto una dolorosa ridefinizione dello schieramento e della natura dei partiti. Però, quasi dappertutto nelle democrazie europee i partiti hanno finora retto alla sfida dei populismi, di destra, di sinistra e di centro; hanno governato, persino con qualche successo; si sono alternati alla guida del paese. Nessun governo non partitico, guidato e composto da “tecnici”, ha fatto la sua comparsa. Non circola nessuna apoteosi della società civile. Non compare nessuno sfrangiamento del sistema dei partiti. Invece, in Italia, dietro tutte le diatribe, spesso di cortile, dietro un chiacchiericcio per lo più inconcludente, come quello sull’Europa, che dovrebbe essere sul “come stare in Europa”, e sulla Libia che, a sua volta, dovrebbe essere, sul “come costruire un governo rappresentativo e stabile” in quel paese, sta un fatto durissimo: il sistema dei partiti italiani è fondamentalmente destrutturato.
La destra, il cui elettorato è reale e diffuso, anche potenzialmente molto ampio, non è capace di costruire organizzazioni stabili né, curiosamente, ricorda la sua parola d’ordine: presidenzialismo. La sinistra appare più fedele alle sue peggiori tradizioni: sottili critiche e graduali processi di frammentazione. Per quanto vero, conta poco che il segretario del Partito Democratico- Presidente del Consiglio non abbia manifestato nessuna intenzione né di tenere unito il partito né di riaggregare la sinistra preferendo il sostegno facilmente acquisibile di Alfano e le manovre più o meno concordate con Verdini. E’ l’esito che conta. Le maggioranze variabili non sono che palliativi, tamponi, sotterfugi temporanei. La realtà è che se il PD si sfalda. Il sistema dei partiti italiani si mostrerà in tutta la sua nudità e bruttezza. E non verrà decentemente rivestito da un Italicum che deve ancora passare al vaglio della Corte Costituzionale e da riforme costituzionali parecchio confuse.
Pubblicato AGL 14 marzo 2014





