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Condividere non la memoria, ma il futuro #NovecentoAddio @edizioni_medusa

Da Novecento addio. La Risoluzione europea sui totalitarismi: un dibattito, Milano, Edizioni Medusa, 2020

Condividere non la memoria, ma il futuro, pp.51-57

No, i parlamenti non sono i luoghi migliori (ma neanche i peggiori) per scrivere la storia e dare valutazioni, e neppure per formulare memorie condivise. I parlamenti, compreso quello europeo, sono luoghi, anzitutto, di rappresentanza politica e poi di conciliazione di preferenze e interessi. La rappresentanza politica emergerà inevitabilmente dalla discussione e dalla combinazione di posizioni inizialmente diverse, anche molto diverse, persino conflittuali, talvolta con un voto di maggioranza, talaltra con un compromesso. Comprensibilmente, non si potranno cercare e tantomeno trovare giudizi storici definitivi condivisibili dagli storici i quali, al di là delle loro posizioni e preferenze, sono acutamente consapevoli che la storia è costante revisione e che nessuna valutazione può essere messa ai voti. Inoltre, sono convinto che, a prescindere da come in seguito tratterò della “memoria condivisa”, la sua costruzione richiede una pluralità di riflessioni e di apporti che non possono essere contenuti ed espressi in nessuna risoluzione parlamentare.

Dopo questa per me essenziale premessa, non ho nessun dubbio sul fatto che qualsiasi totalitarismo debba essere condannato, ma, al tempo stesso, non vedo perché non si possa procedere alle indispensabili distinzioni fra i regimi totalitari. Nella sostanza, sostengo, con riferimento ad una notevole quantità di studi storici, che è semplicemente sbagliato mettere sullo stesso piano il totalitarismo nazista e quello comunista (?), stalinista (?). Fermo restando che sono entrambi sicuramente condannabili, non è possibile non ritenere rilevanti alcune differenze fondamentali. Senza sottovalutare la macabra contabilità numerica delle vittime, credo che la differenza verticale incancellabile fra nazismo e comunismo (stalinista) consista, come è stato notato da una molteplicità di storici, nell’ideologia. Progettualmente, il nazismo mirò al genocidio del popolo ebraico, alla “soluzione finale”, nonché allo sterminio dei diversi a cominciare dagli Untermenschen. Per quanto variamente distorta nella sua applicazione l’ideologia comunista, almeno nella versione originaria marxista, è un’ideologia di emancipazione e liberazione che mira non alla distruzione, ma alla “creazione” dell’uomo nuovo e di una società senza conflitti, senza sfruttamento, senza oppressione. L’ideologia di morte è connaturata al pensiero nazista. È di Hitler e di tutti i nazisti, mentre la repressione, l’oppressione, le uccisioni non sono conseguenza del marxismo e del comunismo, ma dello stalinismo e, più precisamente, delle azioni di Stalin stesso. Mi guardo bene dal considerare lo stalinismo come una fase necessaria nella costruzione del comunismo e dal giustificarne i crimini con riferimento all’accerchiamento delle potenze capitalistiche. Non credo, però, che debba essere dimenticato che il comunismo non è una ideologia di morte e che non esistette mai una strategia di annientamento di uomini e donne perché considerati esseri inferiori. Poi, nel dibattito storico si trovano molti altri temi nient’affatto irrilevanti, ma anche da precisare. Senza la strenua resistenza sovietica all’invasione nazista, è probabile che la Second Guerra mondiale sarebbe terminata con l’estensione del nazismo su tutta l’Europa (e forse altro). Non vorrei, però, che il merito fosse attribuito all’antinazismo di Stalin piuttosto che, come mi pare storicamente accertato, alla legittima difesa della patria e quindi al, peraltro lodevole e apprezzabile, nazionalismo dei russi elemento che, naturalmente, in nessun modo alleggerisce le responsabilità delle politiche interne di Stalin e di quelle verso i paesi satelliti. Innegabile è anche che nei paesi satelliti moltissimi cittadini, non oso dire e non penso che fosse la maggioranza, furono sostenitori dei regimi comunisti che, per quanto, certamente, repressivi e oppressivi, non possono essere in nessun modo considerati totalitari (ma fortemente autoritari sì). Intravedo che troppi degli attuali governanti di quei regimi ex-comunisti intendono liberarsi delle proprie responsabilità politiche dei tempi passati addebitando tutto al totalitarismo comunista. Non è così. Magari qualche riflessione sul vasto consenso ottenuto dal nazionalsocialismo nei paesi dell’Europa centro-orientale e, comunque, dalla loro sostanziale indifferenza nei confronti del genocidio degli ebrei sarebbe utile per coloro che ritengono importante, forse decisiva, l’esistenza (la formazione) di una memoria condivisa fra gli europei stessi.

A proposito della memoria condivisa si possono assumere diversi atteggiamenti: ritenerla essenziale e possibile, ma anche ritenerla impossibile e non necessariamente utile. Preliminarmente, è decisivo specificare che cosa si intende per memoria condivisa e in subordine chiedersi se l’equiparazione dei due totalitarismi sia cruciale per la costruzione di questa memoria. Dato e non concesso (da parte mia e di molti altri) che la risoluzione di condanna senza sfumature di entrambi i totalitarismi serva alla costruzione di una memoria condivisa in che modo ottiene questo esito? Scarica allo stesso modo e con lo stesso peso su due ideologie e sui loro adepti la responsabilità di crimini, anche contro l’umanità (quelli nazisti), obbligando i cittadini europei a riflettere su quel passato e creando le premesse culturali per una Unione Europea mondata dalle tragedie del passato? Sarei quantomeno scettico su questa possibilità. Anzi, sappiamo che un po’ in tutti i paesi dell’Unione Europea, dalla Germania alla Spagna, dall’Italia alla Grecia, dalla Polonia all’Ungheria, non esiste nessuna memoria condivisa del recente passato, delle rispettive esperienze non democratiche, di quelli che molti ritengono, giustamente, crimini e che altri, talvolta, considerano tragiche, ma ineludibili, necessità. Nessuna risoluzione di nessun parlamento, neppure quando condanna in maniera apparentemente equanime entrambi i totalitarismi offre un contributo apprezzabile alla costruzione di una memoria condivisa. Paradossalmente, rischia di rafforzare le convinzioni degli uni che il totalitarismo fu cosa degli altri e viceversa. Questa strada deve essere abbandonata quanto prima, ma, sì, lo so che è già tardi. E allora? Non resta che lasciare che tutti argomentino le loro (op)posizioni, ma che le proiettino nella costruzione di quella che chiamerò audacemente la memoria del futuro.

Ad ognuno la sua memoria, meglio magari se nutrita di conoscenza storica acquisita nelle scuole e nei dibattiti, anche sui quotidiani, ma nessuna imposizione di una versione concordata e unificata di quegli avvenimenti che per accontentare tutti finirebbe per essere edulcorata, nebulosa e quasi sicuramente insoddisfacente. Questa considerazione non significa affatto che si debba scrivere la parola fine alle ricerche degli storici e si debba mettere la sordina alle polemiche. Significa, invece, che la ricerca di una memoria condivisa non avrà successo e potrebbe essere addirittura controproducente rispetto al fine di costruire un paese decente e una democrazia migliore.

Infatti, non importa sapere che cosa pensiamo del fascismo e della Resistenza ovvero non è decisivo che la pensiamo allo stesso modo. Quello che conta nella prospettiva di un paese decente che voglia dotarsi di una democrazia migliore è che qualsiasi memoria ciascuno di noi si sia costruito e sia in grado di difendere in maniera argomentata conduca alla consapevolezza che la vita collettiva degli italiani deve essere improntata da alcuni valori e da alcuni obiettivi democratici. Sono quelli che si trovano nella Costituzione, che stabiliscono diritti e doveri dei cittadini e che disciplinano e regolamentano il conflitto fra gli attori politici e le istituzioni. Sono anche quelli che, con marginali differenze, accomunano tutti gli Stati membri dell’Unione Europea nessuno dei quali, incidentalmente, ha mai pensato di suggerire che l’Europa che è e l’Europa che sarà debbano darsi una memoria condivisa delle tragedie del suo XX secolo. Allora, ad ognuno, in special modo degli europei, venga concesso di avere la sua memoria, ma a tutti si richieda di acquisire ovvero, in ogni caso, di rispettare i principi e i valori democratici, che sono, comunque, espressione della memoria della migliore storia d’Europa. In quel grande spazio di libertà e di diritti che l’Unione Europea è da tempo diventata e che deve rimanere, l’obiettivo nobile e solenne consiste proprio nel costruire attraverso il conflitto, la collaborazione, la combinazione di idee e di proposte un futuro condivisibile. Non è necessario che questo futuro sia immediatamente codificato in una Costituzione dell’Europa. È importante che venga edificato anche attraverso le sentenze della Corte Europea di Giustizia. I principi e i valori del futuro europeo sono protetti e promossi dalle istituzioni dell’Unione e, nella misura in cui i cittadini, i rappresentanti, i governanti dell’Unione li rispetteranno nei loro comportamenti, diventeranno la trama della Costituzione europea, un futuro tradotto in realtà.

 

 

Marsala, oggi. Gianfranco Pasquino: “Ricuciamo insieme i pezzi d’Europa, partendo da…”

Intervista raccolta da Marco Marino

Il nostro è un tempo di slogan, punti esclamativi e affermazioni che lasciano poco spazio al pensiero, al dubbio o anche solo al semplice dialogo. Sembrano davvero lontani i tempi in cui il filosofo Norberto Bobbio diceva che “il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non di raccogliere delle certezze”. La verità è che è molto più facile accomodarsi nelle formule più ricorrenti come “Prima gli italiani/ i siciliani/ i marsalesi/ i marsalesi di via…!” e vedere come va a finire il film. Tanto, a farla vinta, sono sempre loro. Gli uomini dei Palazzi della Politica. Quelle figure indefinite che muovono le nostre vite come se fossero delle pedine.

Ma la politica non può, non deve essere rappresentata in questo modo e chi s’è adagiato a pensarla così sbaglia di grosso. Forse, però, non risuonano più nemmeno le parole di uno dei nostri padri della nostra Repubblica, Piero Calamandrei: «La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai…».

Di questi argomenti e di molti altri parlerà oggi Gianfranco Pasquino, alle 18.30, alle Cantine Florio per il secondo appuntamento del festival 38° Parallelo – Tra libri e cantine, la rassegna di incontri che fino a domenica 19 animerà la città di Marsala con importanti dibattiti legati dal tema del “rammendi, tra visioni e paesaggi”.

Con Gianfranco Pasquino, politologo di fama internazionale, da poco ritornato in libreria con il saggio Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi, 2019) anticipiamo alcuni dei temi di questo pomeriggio.

Lunedì s’è chiuso il Salone del Libro di Torino. Entrato nel dibattito fascismo-antifascismo, è sembrato che si riproponesse “il paradosso della tolleranza” di Popper: se la tolleranza prevede anche l’inclusione delle frange più intolleranti è fisiologico che queste cercheranno di farsi spazio ristabilendo i valori dell’intolleranza…

Popper avrebbe, anzitutto, chiesto a chi aveva accettato la domanda di partecipazione al Salone del libro di Torino dell’editore di Casa Pound in base a quali criteri lo aveva fatto. Principio fondamentale è l’assunzione di responsabilità personale e di giustificazione razionale dei propri comportamenti. Poi, avrebbe chiesto di potere (ri)presentare in pubblico il suo libro La società aperta e i suoi nemici nel quale si trovano i principi da osservare e attuare affinché gli uomini e le donne si scelgano le modalità con le quali vivere la loro vita e farsi governare. Popper avrebbe sicuramente suggerito e gradito che si facesse un vero e proprio bando relativo alla costruzione di una società aperta al quale partecipassero tutti coloro disposti a discuterne con lui, magari scrivendo una o due paginette di introduzione al suo testo, oggi, nelle condizioni date. La libertà di espressione del proprio pensiero è un valore irrinunciabile, ma non può mai essere puntellata dal ricorso alla violenza, facilmente constatabile. “È pensiero l’incitamento all’odio?, alla violenza? alla repressione autoritaria?” si sarebbe interrogato Popper. Mai impedire a chiunque l’espressione del pensiero, a voce o per iscritto. Sempre chiedere a tutti di rinunciare alla violenza e di rispettare le leggi vigenti. Sarei stato con Popper continuando a sollecitarlo ad approfondire le sue posizioni, a indicare le sue preferenze, a giudicare caso per caso, argomentando i suoi giudizi.

In un’Italia infettata da populismi, nazionalismi e sovranismi, è sempre più crescente la sfiducia nella possibilità che l’Europa possa ritornare a essere una vera comunità aggregante. Come ritornare a credere in un futuro possibile della nostra Unione? O forse bisogna rassegnarsi all’avanzata del Gruppo di Visegrad?

Nessuno può credere che i problemi, immigrazione e economia, riduzione delle diseguaglianze e offerta di lavoro, che l’UE non riesce a risolvere possano essere risolti da Stati che si riappropriano della sovranità, consapevolmente ceduta, persa solo se incapaci, inadeguati e inaffidabili. I sovranisti, che sono più banalmente e pericolosamente nazionalisti di ritorno, entreranno inevitabilmente in conflitto fra di loro. Si faranno la guerra, proprio come nel passato. Gli europeisti/federalisti metteranno insieme ancora più risorse che avranno un effetto moltiplicatore. Una di questa insostituibili risorse è la democrazia, il potere del popolo esercitato nelle forme e nei limiti della Costituzione, nel caso dell’UE con riferimento al Trattato di Lisbona. Il populismo è una tremenda illusione, la credenza ingenua o furbesca che esista un leader svincolato dalle leggi, non responsabile attraverso regole e procedure, che trae legittimazione da un popolo che lui stesso definisce, contemporaneamente definendo nemici del popolo coloro che al suo potere sregolato si oppongono e che questo leader produca cambiamenti positivi, progresso. Nei paesi del gruppo di Visegrad, forse accolti prematuramente nell’UE, la cultura democratica non è robusta e vibrante, ma esiste un dissenso democratico che può legittimamente fare appello ai cittadini e rovesciare grazie a elezioni libere e non manipolate chi viola le regole. Le autorità europee ricorderanno a quei paesi che la loro prosperità dipende anche dall’osservanza dei principi democratici. Non sarà facile capovolgere alcune tendenze, ma è certamente possibile.

Idea fondativa dell’Unione è che l’Europa, più che un continente, sia un movimento di libertà dello spirito che spinge tutti noi europei alla ricerca della ragione e ci convince della predominanza del ruolo delle leggi su quello del potere. A poche settimane dalle elezioni, cosa resta di quell’idea?

L’Europa è un progetto politico che avanza, nonostante tutto, avendo conseguito la pace fra gli aderenti e la prosperità, nonostante la crisi esogena venuta dagli USA. Da più di settant’anni la guerra è sparita dai rapporti fra gli Stati dell’UE ed è diventata inimmaginabile. Tutti gli Stati-membri e i loro cittadini stanno meglio oggi, in qualche caso molto meglio, di quando hanno aderito all’UE. Altri Stati vogliono aderire (Albania, Kosovo, Montenegro, Serbia) per consolidare le loro traballanti democrazie e fare crescere le loro economie (e società). L’UE è il più grande spazio di libertà e di diritti civili e politici, anche sociali, mai esistito al mondo. L’UE ha abolito la pena di morte. L’UE garantisce la libertà di circolazione di persone e idee, capitali e merci. L’UE è pluralismo politico, sociale, economico, religioso, culturale come nessun altro luogo al mondo. Nell’UE si può ragionare e dissentire, lottare per le proprie idee e proposte, perdere, mai tutto, vincere mai tutto, continuare a perorare la propria causa, persuadere e essere persuasi. Siamo cittadini europei che possono vantarsi di potere chiedere e ottenere giustizia direttamente dalla Corte Europea di Giustizia. Abbiamo ancora molta strada da fare, molta ne abbiamo fatta, sappiamo come avanzare. Siamo anche consapevoli che esistono più indicazioni sui ritmi e sui tempi del futuro che disegneremo d’accordo con i cittadini e con i capi dei governi degli altri paesi. La Gran Bretagna con la sua pasticciata e sbagliata Brexit insegna a tutti quanto costoso sia andarsene, senza sapere dove e per fare che cosa.

Una parola da cui ripartire per ricostruire i valori, le speranze della nostra Europa.

La mia parola chiave dell’UE è opportunità. In una comunità grande, non solo per i numeri, ma per la cultura, la parola opportunità va declinata in diversi modi. È, anzitutto, la possibilità di trovare luoghi e sedi nelle quali esplicare al meglio le proprie capacità. La varietà delle situazioni in Europa è garanzia della molteplicità possibile di scelte. È la certezza che in molti luoghi dell’UE si sarà giudicati in base ai meriti, alle capacità di lavoro, ai contributi personali. Opportunità è quanto gli studenti del programma di enorme successo Erasmus, di scambio fra le migliori università dell’Europa (che sono tante), hanno conosciuto e apprezzato. Continueranno a farlo, a sfruttare questa straordinaria opportunità. Uomini e donne istruiti e professionalmente preparati hanno l’opportunità di migliorare ancora la qualità della loro vita liberamente circolando sul territorio europeo. Non saremo mai tutti eguali su tutto – né, immagino, vorremmo esserlo -, ma l’UE offre eguaglianze di opportunità come nessun singolo Stato-membro (tranne, forse, le avanzatissime Danimarca, Finlandia e Svezia), hanno offerto e stanno tuttora offrendo ai loro cittadini (e agli immigrati che desiderano, con lo studio e con il lavoro, integrarsi davvero). Infine, opportunità di opporsi a leggi ingiuste e a sentenze “sbagliate” grazie alla possibilità per ciascun singolo cittadino europeo di rivolgersi alla Corte Europea di Giustizia per tutelare i suoi interessi, i suoi valori, le sue idee ogniqualvolta si sentano e siano schiacciati da uno Stato nazionale e/o dalle stesse autorità europee.

Pubblicato il 17 maggio 2019 su tp24.it