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Democrazia Futura. Mario Draghi fra Presidenza del Consiglio e Presidenza della Repubblica @Key4biz #DemocraziaFutura

Un bilancio della sua presenza a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale.

Un bilancio della presenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale richiedono alcune premesse. Per fin troppo tempo, in maniera affannata e ripetitiva, il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana e alcuni editorialisti di punta (Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, persino Ferruccio de Bortoli) hanno criticato i governi e i capi di governo non eletti (dal popolo), non usciti dalle urne (Antonio Polito) (1).

La nomina di Mario Draghi alla Presidenza del Consiglio li ha finora zittiti tutti nonostante la sua non elezione popolare e il suo non essere uscito da nessuna urna.

Forse, però, siamo già entrati, sans faire du bruit, in una nuova fase del pensiero costituzionale del Corriere. Draghi vive e opera in “una sorta di semipresidenzialismo sui generis”, sostiene Ernesto Galli della Loggia (2) non senza lamentarsi per l’ennesima volta della sconfitta delle riforme renziane che avrebbero aperto “magnifiche sorti e progressive” al sistema politico italiano senza bisogno di semipresidenzialismo e neppure del voto di sfiducia costruttivo German-style. Fermo restando che le forme di governo cambiano esclusivamente attraverso trasformazioni costituzionali mirate, esplicite, sistemiche, la mia tesi è che Draghi è il capo legittimo di un governo parlamentare che, a sua volta, è costituzionalmente legittimo: “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 94).Tutti i discorsi sull’operato, sulle prospettive, sui rischi del governo Draghi si basano su aspettative formulate dai commentatori politici  da loro variamente interpretate e criticate.

Sospensione della democrazia o soluzione costituzionale flessibile del parlamentarismo?

Lascio subito da parte coloro che hanno parlato di sospensione della democrazia poiché, al contrario, stiamo vedendo all’opera proprio la democrazia parlamentare come saggiamente delineata nella Costituzione italiana. Sono la flessibilità del parlamentarismo Italian-style e l’importantissima triangolazione fra Presidenza della Repubblica, Governo e Parlamento che per l’ennesima (o, se si preferisce, la terza volta dopo Dini 1995-1996; e Monti 2011-2013) volta ha prodotto una soluzione costituzionale a problemi politici e istituzionali.

Il discorso sulla sospensione della politica merita appena più di un cenno. Infatti, nessuno dei leader politici ha “sospeso” le sue attività e le elezioni amministrative si svolgono senza nessuna frenata né distorsione. Aggiungo che non soltanto Draghi è consapevole che quel che rimane dei partiti ha la necessità di ingaggiare battaglie politiche, ma anche che, da un lato, prende atto di questa “lotta” politica, dall’altro, la disinnesca se non viene portata nel Consiglio dei Ministri.

Sbagliano, comunque, coloro che attribuiscono a Draghi aspettative e preferenze del tipo “non disturbate il manovratore”. Al contrario, se volete disturbare è imperativo che le vostre posizioni siano motivate con riferimento a scelte e politiche che siano nella disponibilità del governo e dei suoi ministri. Chi ha, ma so che sono pochissimi/e, qualche conoscenza anche rudimentale del funzionamento del Cabinet Government inglese (certo, costituito quasi sempre da un solo partito), nel quale può manifestarsi la supremazia del Primo ministro, dovrebbe apprezzare positivamente la conduzione di Draghi.

I veri nodi da sciogliere: ristrutturazione del sistema dei partiti e accountability

A mio modo di vedere rimangono aperti due problemi: la ristrutturazione del sistema di partiti e la accountability. Il primo si presenta come un wishful thinking a ampio raggio, privo di qualsiasi conoscenza politologica. Il secondo è, invece, un problema effettivo di difficilissima soluzione.

Non conosco casi di ristrutturazione di un sistema di partiti elaborata e eseguita da un governo, dai governanti. Fermo restando che in nessuna delle sue dichiarazioni Draghi si è minimamente esposto e impegnato nella direzione di una qualsivoglia (necessità di) ristrutturazione, facendo affidamento sull’essenziale metodo della comparazione la scienza politica indica tre modalità attraverso le quali un sistema di partiti potrebbe ristrutturarsi: leggi elettorali; forma di governo; emergere di una nuova frattura politica.

Leggi elettorali, forma di governo, emergere di fratture politiche o sociali

Quanto alle leggi elettorali, pur tecnicamente molto perfezionabile, la legge Matttarella, grazie ai collegi uninominali nei quali venivano eletti tre quarti dei parlamentari, incoraggiò la competizione bipolare e la formazione di due coalizioni, che, più a sinistra che a destra, fossero coalizioni molto composite,  è responsabilità dei dirigenti dei partiti. Fu un buon inizio. Oggi ci vuole molto di più per ristrutturare il sistema dei partiti. Non può essere compito di Draghi e del suo governo, ma i dirigenti dei partiti e i capicorrenti tutto desiderano meno che una legge elettorale che offra più opportunità agli elettori e più incertezza e rischi per candidati e liste. 

La spinta forte alla ristrutturazione potrebbe sicuramente venire da un cambio nella forma di governo. Da questo punto di vista, il semipresidenzialismo di tipo francese è davvero promettente per chi volesse imprimere dinamismo al sistema politico italiano. Mentre mi pare di sentire da lontano le classiche irricevibili critiche alle potenzialità autoritarie della Quinta Repubblica, ricordo di averne fatto oggetto di riflessione e valutazione in più sedi (3) e respingo l’idea che all’uopo sia necessaria la trasformazione di Draghi in novello de Gaulle. Naturalmente, non sarà affatto facile per nessuno imporre una trasformazione tanto radicale se non in presenza di una non augurabile crisi di grande portata.

La terza modalità che potrebbe obbligare alla ristrutturazione del sistema dei partiti è la comparsa di una frattura sociale e politica di grande rilevanza che venga sfruttata sia da un partito esistente e dai suoi leader sia da un imprenditore politico (terminologia che viene da Max Weber e da Joseph Schumpeter).

La frattura potrebbe essere quella acutizzata e acutizzabile fra europeisti e sovranisti, sulla scia di quanto scrisse Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene. Potrebbe anche manifestarsi qualora si giungesse ad una crescita intollerabile di diseguaglianze, non solo economiche, cavalcabile da un imprenditore che offra soluzioni in grado di riaggregare uno schieramento. In entrambi i casi, la ristrutturazione andrebbe nella direzione di un bipolarismo che taglierebbe l’erba sotto ai piedi di qualsiasi centro che, lo scrivo per i nostalgici, non è mai soltanto luogo di moderazione, ma anche di compromissione ovvero, come scrisse l’autorevole studioso francese Maurice Duverger, vera e propria palude.

I compiti ambiziosi su cui potremo valutare l’operato del governo Draghi e il futuro del premier in politica e nelle istituzioni

Il governo Draghi in quanto tale non può incidere su nessuno di questi, peraltro molto eventuali e imprevedibili, sviluppi. La sua esistenza garantisce lo spazio e il tempo per chi volesse e sapesse agire per conseguire l’obiettivo più ambizioso. Nulla di più, giustamente. Draghi e il suo governo vanno valutati con riferimento alle loro capacità di perseguire e conseguire il rinnovamento di molti settori dell’economia italiana, la riforma della burocrazia, l’ammodernamento della scuola e l’introduzione di misure che producano maggiore e migliore coesione sociale. Sono tutti compiti necessariamente ambiziosissimi.

Per valutarne il grado di successo bisognerà attendere qualche anno, ma fin d’ora è possibile affermare che il governo ha impostato bene e fatto molto.

Qui si situa il discorso che non può essere sottovalutato sul futuro di Draghi in politica e nelle istituzioni. I precedenti di Lamberto Dini e di Mario Monti dovrebbero scoraggiare Draghi a fare un suo partito, operazione che, per quel che lo conosco, non sta nelle sue corde e non intrattiene. Ricordando a tutti che Draghi è stato reclutato per un incarico specifico: Presidente del Consiglio (dunque, sì, in democrazia le autorità possono essere tirate per la giacca!), procedere alla sua rimozione per una promozione al Colle più alto, richiede convincenti motivazioni, sistemiche prima ancora che personali.

È assolutamente probabile, addirittura inevitabile, che, senza farsene assorbire e sviare, Draghi stesso stia già valutando i pro e i contro di una sua ascesa al Quirinale.

Non credo che il grado di avanzamento nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà già a fine gennaio 2022 tale da potere ritenere che viaggerà sicuro senza uscire dai binari predisposti dal governo. Però, è innegabile che esista il rischio che il prossimo (o prossima) Presidente non sia totalmente sulla linea europeista e interventista del governo Draghi. Così come è reale la possibilità che il successore di Mattarella sia esposto a insistenti e possenti pressioni per lo scioglimento del Parlamento e elezioni anticipate con la vittoria annunciata dei partiti di destra e dunque governo nient’affatto europeista, se non addirittura programmaticamente sovranista.

L’ipotesi plausibile di Draghi al Quirinale alle prese con la formazione del governo dopo le elezioni del 2023: verso una coabitazione all’italiana?

Non è, dunque, impensabile che negli incontri che contano Draghi si dichiari disponibile ad essere eletto Presidente della Repubblica.

A partire dalla data della sua elezione Draghi avrebbe sette anni per, se non guidare, quantomeno orientare alcune scelte politiche e istituzionali decisive.:

  • Anzitutto, non procederà a sciogliere il Parlamento se vi si manifesterà una maggioranza operativa a sostegno del governo che gli succederà.
  • Avrà voce in capitolo nella nomina del Presidente del Consiglio e di non pochi ministri.
  • Rappresenterà credibilmente l’Italia nelle sedi internazionali.

Qualora dopo le elezioni del 2023 si formasse eventualmente un governo di centro-destra Draghi Presidente della Repubblica ne costituirà il contrappeso non soltanto istituzionale, ma anche politico per tutta la sua possibile durata.

In questa chiave, forse, si può, ma mi pare con non grandi guadagni analitici, parlare di semipresidenzialismo di fatto nella versione, nota ai francesi, della coabitazione: Presidente versione europeista contrapposto a Capo del governo di persuasione sovranista. Il capo del governo governa grazie alla sua maggioranza parlamentare, ma il Presidente della Repubblica può sciogliere quel Parlamento se ritiene che vi siano problemi per il buon funzionamento degli organismi costituzionali (ed è probabile che vi saranno).

L’irresponsabilità del capo di governo non politico. Uno stato di necessità e un vulnus non attribuibile a Draghi.

Concludo con un’osservazione che costituisce il mio apporto “originale” alla valutazione dei governi guidati da non-politici.

Ribadisco che non vedo pericoli di autoritarismo e neppure rischi di apatia nell’elettorato e di conformismo.

Nell’ottica della democrazia il vero inconveniente del capo di governo non-politico è la sua sostanziale irresponsabilità. Non dovrà rispondere a nessuno, tranne con un po’ di sana retorica a sé stesso e alla sua coscienza, di quello che ha fatto, non fatto, fatto male.

Poiché la democrazia si alimenta anche di dibattiti e di valutazioni sull’operato dei politici, l’irresponsabilità, cioè la non obbligatorietà e, persino, l’impossibilità di qualsiasi verifica elettorale a meno che Draghi intenda, commettendo, a mio modo di vedere, un errore, creare un partito politico oppure porsi alla testa di uno schieramento, esistente o da lui aggregato,   rappresenta un vulnus. Non è corretto attribuire il vulnus a Draghi, ma a chi ha creato le condizioni che hanno reso sostanzialmente inevitabile la sua chiamata. Ne ridurremo la portata grazie alla nostra consapevolezza dello stato di necessità, ma anche se i partiti e i loro dirigenti sapranno operare per impedire la futura ricomparsa di un altro stato di necessità. È lecito dubitarne.

Note al testo

  • Ho criticato le loro analisi e proposte in un breve articolo: Cfr. Gianfranco Pasquino,Ma di cosa parlate, cosa scrivete?”, Comunicazione Politica, XXII, (1), gennaio-aprile, pp.103-108.
  • Ernesto Galli della Loggia, “Il sistema politico che cambia”, Il Corriere della Sera, 8 settembre 2021.  
  • Si vedano i miei contributi in: Stefano Ceccanti, Oreste Massari, Gianfranco Pasquino,  Semipresidenzialismo. Analisi delle esperienze europee, Bologna, il Mulino, 1996, 148 p. e il capitolo conclusivo: “Una Repubblica da imitare?” del libro da me curato insieme a Sofia Ventura, Una splendida cinquantenne: la Quinta Repubblica francese, Bologna, il Mulino, 2010, 283 p. [pp. 249-281].   

Pubblicato il 14 settembre 2021 su Key4biz

Fratelli d’Italia sarebbe vittima delle riforme di Giorgia Meloni @DomaniGiornale

Forse lo sanno forse no forse preferiscono non pensarci, ma i dirigenti dei partiti e i parlamentari hanno molte gatte da pelare di qui alle elezioni politiche del marzo 2023, se arriveranno fino ad allora.

Tralasciando le elezioni amministrative i cui esiti non si preannunciano particolarmente dirompenti se non, in negativo, per il Movimento 5 Stelle, la vera svolta potrebbe/potrà essere l’elezione presidenziale. Anche se Stefano Feltri ha efficacemente argomentato le ragioni che consigliano l’elezione di Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica, magari in seguito ad una convincente designazione ad opera del segretario del PD, è possibile che si pervenga ad uno stallo parlamentare. Se, oltre che prolungato, lo stallo sarà caratterizzato da qualche mercanteggiamento improprio, la richiesta dell’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica italiana è destinata a tornare prepotentemente sulla scena politico-costituzionale.

Tradizionalmente, poiché, per lo più si dimentica o semplicemente non si sa che in Assemblea Costituente Piero Calamandrei propose una Repubblica presidenziale accompagnata da una solida rete di poteri locali, il presidenzialismo è associato con la destra. In questi anni, anche Berlusconi ha genericamente parlato di presidenzialismo, rivelando, fra l’altro, di non conoscere i guasti del governo diviso USA-style. Fra i politici e i giornalisti nostrani si è raramente manifestata una chiara distinzione concernente il presidenzialismo USA messo a confronto con il semipresidenzialismo francese. La stessa Meloni, intervenendo al Forum Ambrosetti a Cernobbio, dopo avere affermato che “il parlamentarismo all’italiana è diventato un pantano”, e che per questo “bisogna uscire dalla Repubblica parlamentare. Io sono per un sistema presidenziale”, ha sentito di dover precisare che “c’è una proposta di Fdi sul semipresidenzialismo alla francese”.

Non so a quale stadio si trovi la proposta di Fratelli d’Italia, ma certamente chi volesse uscire dal sistema parlamentare all’italiana, non sempre un pantano e migliorabile anche dall’interno, potrebbe opportunamente guardare alla Quinta Repubblica francese. Lo dovrebbe fare in modo particolare ricordando che la Quarta Repubblica fu il sistema politico-parlamentare più simile alla Repubblica italiana e l’allora unica Costituzione alla quale guardarono i Costituenti italiani. Nel contesto francese, fortemente voluta da de Gaulle, la Quinta Repubblica produsse un salto qualitativo notevolissimo. Fu e rimane accompagnata da un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali che ha ridimensionato il ruolo dei partiti, come desiderava de Gaulle, e messo al centro della rappresentanza politica i candidati, rarissimamente paracadutati, che diventano rappresentanti premurosi dei collegi nei quali vengono eletti.

Non so quanto Meloni vorrà puntare sulla sua proposta e sulla riforma elettorale adottando la legge francese. Se le circostanze le consentiranno o addirittura la incoraggeranno a procedere in tal senso, mi limito a sottolineare due elementi sistemici positivi che comportano un rischio per il partito di Giorgia Meloni. Il primo elemento positivo è che l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica implica la ristrutturazione bipolare di quel che resta del sistema partitico italiano. Dunque, dovrebbe essere sostenuta da tutti i bipolaristi del nostro stivale. Il secondo elemento, più visibilmente nei collegi uninominali, ma anche per l’elezione presidenziale, è che è necessario, quasi indispensabile costruire coalizioni prima del voto. Il rischio per Fratelli d’Italia è lo stesso che corre Marine Le Pen in Francia e che la ridimensiona costantemente. Al secondo turno i partiti estremi e le loro candidature vengono penalizzate dagli elettori. Lo scombussolamento successivo al mutamento del modello italiano di governo potrebbe, però, essere accompagnato dalla mitigazione di tutti gli estremisti. E sarebbe un bene.

Pubblicato il 8 settembre 2021 su Domani

La Repubblica siamo noi e dobbiamo averne cura @DomaniGiornale

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Letto nella sua efficace interezza, il secondo comma dell’art.3 della Costituzione italiana contiene molte lezioni che non debbono andare perse. C’è il limpido riconoscimento che è possibile che libertà e eguaglianza si accompagnino e vadano insieme, che contrapporle è un errore, che la libertà è la premessa indispensabile dell’uguaglianza. C’è l’indicazione più convincente che la Costituzione italiana è il prodotto della convergenza, non priva di qualche inevitabile differenza di opinioni e soluzioni, di tre grandi culture politiche. Nell’ordine, i “cittadini” stanno a fondamento della concezione liberale; la “persona” è l’apporto del pensiero cattolico-democratico; i “lavoratori” sono coloro ai quali si rivolge e dà voce l’ideologia socialista e comunista, in senso lato, marxista.

   Una buona (“bella” non è l’aggettivo giusto) Costituzione mira a consentire ai cittadini di perseguire i loro obiettivi, anche la felicità, attraverso la partecipazione alla vita della comunità. Concretamente, chi deve rimuovere i molti ostacoli che si frappongono al conseguimento di questi obiettivi? In estrema sintesi, la Repubblica sono tutti coloro che ne fanno parte, che lavorano e operano secondo la legge e le norme costituzionali. La Repubblica siamo noi e con noi i rappresentanti da noi eletti, i detentori di cariche pubbliche chiamati ad “adempierle con disciplina e onore” (art. 54). Dimenticare oppure anche soltanto sottovalutare questo impegno significa rendersi responsabili del cattivo funzionamento delle istituzioni e della (bassa) qualità della democrazia. La Costituzione italiana è, proprio come la vollero i Costituenti, esigente sia per quanto vuole dai cittadini sia per quanto richiede da coloro che per qualsiasi periodo di tempo abbiano il ruolo di autorità.

   Tutte le buone Costituzioni si configurano come un patto fra i cittadini e fra i cittadini e le istituzioni. Ė il grado di rispetto di quel patto e di adempimento delle aspettative che rende buona una Repubblica, migliore di altre, da un lato, quanto alla libertà goduta, dall’altro, quanto all’eguaglianza conseguita. Se la Repubblica siamo noi, cittadini e autorità pubbliche, allora la differenza, in senso positivo e negativo, sarà fatta proprio dalle capacità e dalle conoscenze di noi, cittadini. La Repubblica desidera cittadini interessati al suo rispetto e alla sua attuazione. Vuole che i cittadini siano informati delle sue norme, delle sue istituzioni e della loro evoluzione e eventuale trasformazione. Richiede che i cittadini partecipino esprimendo le loro preferenze, esplicitando i loro interessi, accettando responsabilità anche di rappresentanza e governo. Una Repubblica nella quale i cittadini siano consapevoli che il loro interesse per la politica, la loro informazione sulla politica, la loro partecipazione alla politica sono essenziali per “rimuovere gli ostacoli” che si frappongono al loro sviluppo complessivo pone le migliori premesse dei miglioramenti possibili. La Repubblica non è il capro espiatorio delle nostre inadeguatezze. La Repubblica non sono gli altri. Le promesse della Repubblica possono essere e saranno mantenute soltanto con l’impegno di chi riconosce che noi siamo la res publica.

Pubblicato il 2 giugno 2021 su Domani

Referendum del 2 giugno truccato? Una bufala #intervista @LaStampa

Intervista raccolta da Fabrizio Accatino

L’aspetto straordinario della Costituzione della Repubblica Italiana è che dopo 73 anni continua ad animare confronti e dibattiti, spesso aspri. Lungi dall’essere considerata (come dovrebbe) un testo consolidato e al di sopra delle parti, la troviamo spesso relativizzata, banalizzata, persino strattonata dai partiti nelle loro discussioni politiche. E dunque un’operazione meritevole che Utet abbia dato alle stampe una nuovaedizione del testo costituzionale, completa di una cronologia delle modifiche, curata da Gianfranco Pasquino.

Politologo torinese («e torinista, la prego lo scriva, è una discriminante etica»), professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna, senatore dall’83 al’96 con Sinistra Indipendente e Progressisti, Pasquino ha anche redatto un’introduzione, in cui riassume logiche politiche e vicende storiche che hanno portato al testo attuale. «Sento dire spesso che la nostra Costituzione è la più bella del mondo ma non esiste alcun concorso di bellezza tra costituzioni. Il criterio con cui la si deve valutare è la facilità di comprensione, la capacità di disegnare i diritti e doveri dei cittadini e i compiti delle istituzioni. Da questo punto di vista la nostra è ottima, tra le migliori d’Europa».

Oggi i padri costituenti che l’hanno scritta sono considerati figure mitiche. Chi erano in realtà? «Rappresentanti di partito e professori di diritto, eletti dal popolo. Molti di loro avevano fatto la Resistenza. Erano il meglio di quello che la società italiana poteva esprimere».

In quelle assemblee si litigava?
«Dirado, ma è capitato. Accadde per l’art. 7, che inseriva i Patti Lateranensi tra Stato e Chiesa all’interno della Costituzione. Molti non volevano, ma furono paradossalmente i comunisti a dare il via libera e questo venne vissuto come un tradimento dei valori. Ci furono scontri anche sull’art. 1. La Democrazia Cristiana voleva che la Repubblica fosse fondata sul lavoro, il PCI sui lavoratori. La spuntarono i primi».

Art. 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini». Chi è la Repubblica?
«Tutti noi. La Repubblica è quell’insieme che racchiude i cittadini e chi detiene il potere istituzionale».

Che ne pensa dei due recenti disegni di riforme costituzionali, quella di Renzi del 2016 (bocciata) e quella dei 5 Stelle del 2020 (approvata)?
«Quella di Renzi era brutta e confusa. Non aveva nemmeno colto qual era il problema, cioè la stabilità dei governi, che lui si preoccupava di garantire con una legge elettorale pasticciata, di cui alcune parti vennero persino bocciate dalla Corte Costituzionale. Quella dei 5 Stelle era molto più semplice, consisteva in un taglio lineare del numero dei parlamentari. La domanda però è: 600 parlamentari riusciranno a svolgere in maniera efficace quello che prima erano in 945 a fare? La vedo difficile».

Negli ultimi 73 anni in Italia si sono succeduti 67 governi. Che cosa non ha funzionato?
«Non funzionano i partiti, purtroppo. La prima fase della Repubblica italiana è stata segnata da alleanze al cui interno c’era sempre la Democrazia Cristiana, e lì erano le correnti interne alla DC a far cadere i governi. Oggi i grandi partiti sono scomparsi e quei pochi che ci sono stati si sono solo preoccupati di ottenere il consenso, non di come mantenerlo. E l’hanno perso».

 I decreti di Conte che limitavano la libertà di spostamento a causa del Covid erano anti-costituzionali, come alcuni lamentano?
«Certo che no. Al massimo extra-costituzionali, nel senso che non erano disciplinati dalla Costituzione, ma questo non significa in alcun modo che le andassero contro. Tra l’altro se le camere non li gradivano avrebbero avuto il potere di riunirsi e di modificarli, ma non mi pare sia mai successo».

Lei pensa che ci siano stati brogli nel referendum monarchia/repubblica del giugno del 1946?
 «E una favola, una fake news in anticipo sui tempi. La repubblica ha vinto, risicatamente ma ha vinto. Tutti gli storici che se ne sono occupati da vicino non hanno mai avuto dubbi al riguardo».

Indro Montanelli diceva che il bello dei politologi è che, quando rispondono, uno non capisce più cosa gli aveva domandato. Come ribatte?
«Che Montanelli era in grado di capire benissimo le risposte, anche quelle complicate. E che se davvero non le capiva, peggio per lui».

Pubblicato il 2 giugno 2021 su La Stampa

(ndr Gianfranco Pasquino e una sua collega dell’Università di Bologna furono i soli a votare contro l’assegnazione della laurea ad honorem che la Facoltà di Scienze Politiche volle conferire a Montanelli)

Eleggere o rieleggere, questo è il problema? #Mattarella @Quirinale

“Sono vecchio. Tra otto mesi potrò riposarmi”. Questa impegnativa dichiarazione è stata fatta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un discorso ai bambini di una scuola romana affinché intendano non soltanto i loro genitori, ma anche il variegato mondo politico a cominciare dai parlamentari. Dirò subito che Mattarella si è giustamente messo sulla scia di Napolitano che qualche tempo prima della fine del suo mandato aveva detto che, sia per ragioni d’età sia per non creare un precedente, non era disponibile alla rielezione. Poi, Napolitano fu costretto dagli eventi, vale a dire dalla palese incapacità dei parlamentari di convergere su un nome alternativo, ad accettare un secondo mandato da lui subito definito a termine, un termine che lui stesso avrebbe stabilito. Ė possibile che Mattarella abbia il timore che i parlamentari si stiano già “incartando” nelle loro ambizioni e operazioni di potere. Quindi, il suo è un avvertimento, ma è altrettanto possibile che accetterebbe un secondo mandato ugualmente limitato, qualora, per esempio, qualcuno lo convincesse che lui rimanendo al Quirinale per un anno e mezzo circa, Draghi porterebbe a termine la legislatura.

   Infatti, da un lato, ci sono coloro che desiderano eleggere Draghi al Quirinale, per il suo prestigio, per la sua statura europea e anche per meriti, quello che ha fatto come Presidente del Consiglio. Dall’altro, ci sono, però anche quelli che vorrebbero eleggere Draghi per avere elezioni subito poiché non sarà facile trovare un altro capo di governo in questo Parlamento. Per non interrompere l’azione di Draghi e trovarsi con una crisi al buio in una fase complicata, Mattarella potrebbe accettare una rielezione a termine. Tuttavia, preferisco interpretare la sua dichiarazione un avvertimento: “Cominciate subito a pensare al mio successore (anche donna) e preparatevi”. Mattarella ha anche sottolineato, punto che sembra trascurato nei primi commenti, che la Costituzione italiana delinea e sancisce il pluralismo degli organi decisionali. Non bisogna esagerare nell’attribuire alla Presidenza poteri che, invece, i Costituenti seppero assegnare a Parlamento e governo, alla Corte Costituzionale e alle autonomie locali.

   Il messaggio è indirizzato tanto ai difensori della democrazia parlamentare: “fatela funzionare come si deve con chiara ripartizione di compiti e poteri”, quanto ai presidenzialisti: “oggi non potete chiedere al Presidente della Repubblica italiana un ruolo dominante”. Al momento della sua elezione, Mattarella disse che il Presidente è un arbitro. Poi, forse inevitabilmente, si è trovato a giocare in prima persona entro un perimetro flessibile. Chi renderà eccessivamente travagliata e conflittuale l’elezione del prossimo Presidente in maniera più o meno consapevole opera a favore di coloro che sosterranno che, a fronte di oscure manovre in Parlamento, è giunta l’ora che il Presidente, già dotato di molti poteri consistenti, sia eletto dal popolo. Non è questa la preferenza di Mattarella.

Pubblicato AGL il 20 maggio 2021

Cooptati, raccomandati, votati o sorteggiati? @LIndiceOnline

Nadia Urbinati e Luciano Vandelli, La democrazia del sorteggio, Torino, Einaudi, pp. 180, € 12,00

Molte sono le motivazioni che stanno dietro la richiesta che alcune cariche pubbliche siano sorteggiate. Le più importanti riguardano la necessità di evitare che i potenti si riproducano e che offrano privilegi ai loro parenti, amici, sostenitori. Il sorteggio garantisce l’imparzialità e impedisce la corruzione. Hanno fatto molto bene Nadia Urbinati e Luciano Vandelli a esplorare, rispettivamente, come il sorteggio delle cariche sia stato considerato nel pensiero politico dall’antichità, in particolare, ma non solo, dai greci, ai giorni nostri e come, per l’appunto, sia visto, “teorizzato” e, da qualche tempo in qualche caso, praticato in Italia.

   Il sorteggio delle cariche pone almeno due problemi. Primo, per quali cariche debba/possa essere utilmente utilizzato. Secondo, quale sia la platea dei sorteggiabili, ovvero quali credenziali e titoli debbano possedere coloro che potranno essere sorteggiati (e chi ne decide l’ammissibilità o meno). Semplificando un po’, vi sono almeno quattro tipi di cariche e/o di attività per le quali si è parlato, e si continua a parlare, di sorteggio. In un caso, quello della costituzione delle commissioni di professori universitari chiamati a decidere delle promozioni dei colleghi, il sorteggio è in atto oramai da all’incirca una ventina d’anni. Da qualche tempo, a fronte di fenomeni scandalosi di attribuzione dei posti, il sorteggio è la soluzione ventilata/agitata per la formazione del Consiglio Superiore della Magistratura. Sappiamo che le giurie popolari sono selezionate attraverso il sorteggio. Al proposito, forse, gli autori avrebbero, però, dovuto ricordare che, come abbiamo visto in qualche bel film USA, dopo il sorteggio dei giudici popolari, interviene una lunga battaglia fra i consulenti appositi degli avvocati per escludere quei giurati che, per una pluralità di motivi, sembrino non dare garanzie di giudicare senza pregiudizi. Laddove, in contesti locali, alcune decisioni di interventi, attività, finanziamenti di opere pubbliche, siano affidate a assemblee di cittadini, quelle assemblee sono costituite attraverso procedure di sorteggio. Infine, last, ma, sicuramente, tutt’altro che least, si è già affacciata all’orizzonte la proposta di scegliere i parlamentari attraverso modalità che implichino il sorteggio.

    Entrambi gli autori sono, talvolta persino con qualche punta di esagerazione, contrari al sorteggio, contrarissimi soprattutto qualora riguardasse i parlamentari. Condivido la loro contrarietà quanto ai parlamentari. Ritengo, invece, che in altri casi il sorteggio possa essere giustificato e costituisca una procedura imparziale che offre opportunità a persone che altrimenti sarebbero costantemente escluse dalle cariche e dalle attività. Entrambi gli autori ritengono che il sorteggio non solo deresponsabilizza coloro che dovrebbero scegliere fra i candidati ad alcune cariche, deresponsabilizza anche i prescelti/ che, consapevoli dell’altissima improbabilità di un loro ri-sorteggio, cercheranno di trarre il massimo profitto dalla grande occasione che è loro offerta. Potrebbe essere il caso (sic) dei professori universitari e, aggiungo subito, dei magistrati.

   Urbinati e Vandelli argomentano la preferibilità rispetto al sorteggio di procedure con le quali i selettori possono valutare le qualità professionali (e, talvolta, anche personali) dei candidati, pervenendo ad un esito potenzialmente (lo sottolineo) migliore. Il fatto è che, però, da tempo i cittadini sono diventati molto sospettosi, non soltanto in Italia, ma qui più che altrove, della effettiva volontà dei selettori di usare criteri basati essenzialmente sul merito, esperienza e competenza, dei candidati/e. Nel caso del CSM al sorteggio viene opposto l’articolo della Costituzione italiana che parla chiaramente di elezione. Per aggirarlo qualcuno ha proposto che il sorteggio preceda l’elezione, vale a dire selezioni un certo numero di candidati che saranno poi sottoposti alla procedura elettiva. Per quel che riguarda i parlamentari, credo sia indispensabile spostare l’attenzione dalla loro prima candidatura/elezione alla ricandidatura per una eventuale rielezione. Qui si aprirebbe anche il tema spinosissimo del limite o no dei mandati. Affinché operino con responsabilità, i parlamentari dovrebbero essere rieleggibili e quindi obbligati a chiedere agli elettori un nuovo mandato. A loro volta gli elettori dovrebbero avere le capacità e le informazioni tali da valutare l’operato dei parlamentari. Chi ritiene che gli elettori non siano in grado di svolgere questo non facile compito è comprensibilmente tentato dall’affidarsi al sorteggio. Non resisto ad affermare che il sorteggio eviterebbe quantomeno lo scandalo, consentito dall’attuale legge elettorale italiana, che gli autori non discutono, delle cooptazioni. Sulla base dei voti ottenuti i partiti dovrebbero essere obbligati a individuare per sorteggio i loro eletti nella platea degli iscritti. Forse, la mia non è soltanto una provocazione. Il punto, comunque, è che, anche sulla scia delle molto critiche considerazioni di Urbinati e Vandelli, non lascerei cadere il tema del sorteggio per le cariche pubbliche.

Pubblicato su L’Indice N.9 – 2020 ANO XXXVII pag 29

Una democrazia parlamentare, se saprete conservarla

Una volta per tutte: questa è una democrazia parlamentare. Leggano quelli che … “il governo eletto direttamente dal popolo” e altre affermazioni approssimative e sbagliate. La mia predicazione continua.

Si racconta che un giorno del settembre 1787 quando i Padri Fondatori uscivano dalla Convenzione di Filadelfia che aveva appena approvato la Costituzione USA, una signora si rivolse in maniera aggressiva a Benjamin Franklin, il più anziano componente della Convenzione, chiedendogli: “Che cosa ci avete dato?” La risposta immediata e pacata di Franklin fu: “una Repubblica, signora, se saprete conservarla”. Allora, Repubblica, che ovviamente stava in netto contrasto con la monarchia inglese, era sinonimo di democrazia. Molti Padri Fondatori nutrivano preoccupazioni, espresse nella laconica risposta di Franklin, sul futuro di quella inusitata Repubblica presidenziale. Potremmo cercare molti test di sopravvivenza superati dalla Repubblica, ma, forse, il più complesso e pericoloso è dato dalla Presidenza Trump e da come finirà.

Nella Commissione dei 75 che si occupava della forma di governo italiano, nell’ampio dibattito che si tenne, fece la sua comparsa, ancorché minoritaria, la Repubblica presidenziale sostenuta dal molto autorevole giurista del Partito d’Azione, Piero Calamandrei. Fu respinta e una ampia e composita maggioranza della Commissione si espresse a favore del governo parlamentare, già operante in Gran Bretagna, madre di tutte le democrazie parlamentari e in tutte le altre, poche, democrazie dell’Europa Occidentale, tutte monarchie ad eccezione della Francia della Quarta Repubblica (1946-1958). Al momento del voto Tommaso Perassi, professore di Diritto Internazionale nell’Università di Roma, costituente eletto per il Partito Repubblicano, propose un ordine del giorno discusso nelle sedute del 4 e 5 settembre del 1946 e approvato.

«La Seconda Sottocommissione, udite le relazioni degli onorevoli Mortati e Conti, ritenuto che né il tipo del governo presidenziale, né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione del sistema parlamentare da disciplinarsi, tuttavia, con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo».

Immagino che se una signora italiana, che aveva esercitato per la prima volta il suo diritto di voto nel referendum Monarchia/Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea costituente, avesse chiesto all’on. Perassi “Che cosa ci avete dato?”, Perassi avrebbe sicuramente risposto “una democrazia parlamentare, se saprete conservarla”. Siamo riusciti a conservarla, fra forzature, strattonamenti, parole d’ordine pericolose, riforme elettorali balorde, proposte di modelli istituzionali controproducenti ma, purtroppo, senza avere davvero cercato e meno che mai trovato, come saggiamente suggerito da Perassi, dei “dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo”. Da tempo, però, avremmo dovuto imparare che un dispositivo costituzionale rispondente alle preoccupazioni di Perassi esiste e potrebbe essere molto facilmente “importato” nella Costituzione italiana con un minimo di adattamenti. Quel dispositivo, non magico, ma molto intelligente, è il voto di sfiducia costruttivo inserito nella Grundgesetz del 1949 della Repubblica Federale Tedesca e rimasto intatto nella Costituzione della Germania riunificata.

Con il voto di sfiducia costruttivo, nessuna crisi al buio, cioè senza esito precostituito, fa la sua comparsa e non si è avuta nessuna instabilità governativa. Eletto/a da una maggioranza assoluta del Bundestag (quindi, davvero primus/a super pares a soddisfare le accorate richieste di molti commentatori italiani) il cancelliere può essere sconfitto/a da un voto a maggioranza assoluta e sostituito/a purché una maggioranza assoluta si esprima a favore di un altro/a candidato/a entro 48 ore (tempo tecnico affinché tutti i parlamentari riescano a farsi trovare al Bundestag e, al tempo stesso, tempo troppo breve per trame e complotti improvvisati). Quando gli spagnoli scrissero la Costituzione della loro democrazia, 1977-78, memori della loro passata propensione all’instabilità governativa, consapevoli che il problema non era stato risolto né dai francesi della Quarta Repubblica né dalla democrazia parlamentare italiana, congegnarono una variante del voto di sfiducia costruttivo tedesco. Il loro Presidente del governo, titolo ufficiale, può essere sconfitto e sostituito da un voto a maggioranza assoluta della Camera dei deputati espresso su una mozione di sfiducia il cui primo firmatario diventa automaticamente capo del governo. È la procedura che ha consentito al socialista Pedro Sanchez di andare al Palazzo della Moncloa il 2 giugno 2018 al posto del popolare Mariano Rajoy.

Non ho dubbi che Tommaso Perassi considererebbe entrambi i “dispositivi”, tedesco e spagnolo, rispondenti alle sue preoccupazioni e provatamente in grado di “tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo”. I numeri lo conforterebbero ulteriormente. Nel periodo 1949-2020 ci sono stati molti meno capi di governo in Germania che in Gran Bretagna, tradizionalmente considerata il regno della stabilità dei Primi ministri. Nel periodo 1978-2020 ci sono stati meno capi di governo in Spagna che in Gran Bretagna nonostante la longue durée di Margaret Thatcher (1979-1990) e Tony Blair (1997-2007). I due capi di governo delle democrazie parlamentari europee che sono durati più a lungo in carica sono rispettivamente, l’attualmente detentore del record Helmut Kohl (1982-1998), che, però, sente il fiato sul collo di colei che fu un tempo la sua pupilla, Angela Merkel (2005- potenzialmente settembre 2021), e Felipe Gonzales (1982-1996).

Curiosamente, tanto in Germania quanto in Spagna, il dispositivo “sfiducia/nomina” è stato innescato soltanto due volte. La prima, Germania 1972, Spagna 1987, non ebbe successo. La seconda, Germania 1982, aprì l’era Kohl, Spagna 2018, ha riportato i socialisti al governo. Proprio il fatto che il dispositivo per la stabilità sia stato usato con enorme parsimonia è un elemento di pregio. Significa che ha operato da deterrente scoraggiando crisi di governo la cui conclusione non appariva né rapida né sicura.

La strada italiana per stabilizzare gli esecutivi e evitare le degenerazioni del parlamentarismo è stata pervicacemente un’altra, molto diversa e neppure adombrata nell’odg Perassi. È consistita nella manipolazione della legge elettorale al fine di confezionare artificialmente, di fabbricare una maggioranza parlamentare a sostegno di un potenziale capo del governo ma, inevitabilmente a scapito della rappresentanza in un presunto, mai provato trade-off con la presunta e indefinita governabilità. Questo fu il tentativo sconfitto della legge truffa nel 1953, legge che merita l’appellativo per le sue molte e gravi implicazioni anche sulla eventuale riforma della Costituzione. Nell’ambito di un’ampia riforma che toccava 56 articoli della Costituzione su 138, Berlusconi e i suoi alleati introdussero un premio in seggi, di entità variabile, potenzialmente cospicuo, nella legge elettorale di cui fu primo firmatario il sen. Roberto Calderoli. Con una formula diversa, ma non per questo migliore, un notevole premio in seggi fu previsto per il disegno di legge noto come Italicum, sponsorizzato dal governo Renzi e smantellato dalla Corte Costituzionale. Degno di nota è che nella ampia riscrittura della Costituzione, poi bocciata in un referendum costituzionale svoltosi il 4 dicembre 2016, il rafforzamento della figura e dei poteri del capo di governo non era limpidamente affidato a specifici dispositivi costituzionali (di voto di sfiducia costruttivo proprio non si discusse mai), ma esclusivamente agli effetti indiretti della legge elettorale e del depotenziamento del ruolo del Senato e della trasformazione dei suoi compiti. Ho trattato tutto questo in maniera molto più articolata e esauriente nel mio libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Milano, UniBocconi Editore, 2015).

Da nessuna parte nel mondo delle democrazie parlamentari esiste l’elezione popolare diretta del capo del governo (per una approfondita panoramica mi permetto di rimandare al volume da me curato Capi di governo (Bologna, il Mulino, 2005). È stata effettuata tre volte di seguito in Israele, 1996, 1999 e 2001, ma poi, proprio nel 2001 abbandonata poiché non portava nessun beneficio in termini di stabilità delle coalizioni al governo e di efficacia del capo del governo. Qualche cattivo maestro di diritto costituzionale ha sostenuto che in Gran Bretagna esiste l’elezione “quasi diretta” del Primo ministro. Non è vero. Nessun elettore/trice inglese ha la possibilità di votare per colui/colei che diventerà Primo Ministro tranne coloro che lo eleggono parlamentare nel suo collegio uninominale. Poiché il principio cardine di una democrazia parlamentare è che il Primo ministro deve godere della fiducia esplicita o implicita del Parlamento, ciascuno e tutti i Primi ministri possono essere sconfitti in e dal Parlamento e in e dal Parlamento, come è avvenuto frequentemente, quattro volte dal 1990 al 2019, a Westminster, un nuovo Primo ministro può essere individuato e “incoronato”.

Inserire il nome del candidato alla carica di capo del governo nel simbolo del partito utilizzato per la compagna elettorale è un deplorevole escamotage che può ingannare gli elettori, ma che, come argomentò severamente fin da subito Giovanni Sartori, non dovrebbe essere permesso, e del quale, ovviamente, mai nessun Presidente della Repubblica ha tenuto conto. Incidentalmente, non costituisce una prassi in nessun’altra democrazia parlamentare.

Periodicamente, da una ventina d’anni si affaccia la proposta, non argomentata con sufficiente precisione, di procedere ad una riforma delle modalità di formazione del governo italiano applicando la legge utilizzata per l’elezione del sindaco: il “sindaco d’Italia”. Lasciando da parte che un conto è il governo delle città un conto molto diverso è il governo di uno Stato sovrano, l’elezione popolare diretta del capo del governo, che è quanto succede nelle città, significa un vero e proprio cambiamento della forma di governo: da una democrazia parlamentare a una democrazia presidenziale sui generis. Obbligherebbe alla revisione di un notevole numero di articoli della Costituzione e alla predisposizione di accurati freni e contrappesi della cui assenza a livello locale molti consigli/eri comunali si lamentano da tempo. Soprattutto, significherebbe privare la democrazia parlamentare del suo pregio maggiore: la flessibilità che consente di cambiare il capo del governo, divenuto, per qualsiasi ragione, imbarazzante, e le coalizioni di governo in Parlamento senza ricorrere a nuove, frequenti elezioni (soluzione indispensabile nelle crisi comunali che coinvolgano il sindaco) che logorerebbero elettori e istituzioni.

L’eventuale introduzione del modello del “sindaco d’Italia” non corrisponderebbe affatto alle esigenze poste da Perassi di “disciplinare” il sistema parlamentare. Al contrario, ne comporterebbe una trasformazione/deformazione radicale, addirittura il suo abbandono, per andare in una direzione non sufficientemente nota. Sono convinto che, ammonendoci che ci aveva messi in guardia, l’on. Perassi, si sentirebbe pienamente giustificato nell’affermare che, con furbizie, errori, inganni, molti italiani continuano a dimostrare di non essere in grado di fare funzionare la democrazia parlamentare che i Costituenti diedero loro e rischiano di non riuscire a conservarla.

Accademia Nazionale dei Lincei, Nota presentata il 25 giugno 2020

Le eguaglianze nella democrazia #InCircolo

La democrazia promette due tipi di eguaglianze: di voto e di fronte alla legge. One person one vote. Isonomia. Uso appositamente l’inglese e il greco perché queste sono le due lingue della democrazia: quella dei moderni e quella degli antichi. L’eguaglianza economica non sta fra le promesse della democrazia individuate da Norberto Bobbio (Il futuro della democrazia, Einaudi, 1984) e viene deliberatamente e ragionatamente tenuta ai margini della democrazia da Giovanni Sartori (The Theory of Democracy Revisited, CHatham House, 1987). Potrei facilmente trovare molti altri autori a sostegno della mia tesi così come potrei criticare facilmente coloro che fanno un polpettone combinando la democrazia politica con l’eguaglianza economica. Another place another time.

Gli uomini e le donne, contrariamente a quello che fu scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America*, non nascono affatto uguali. Tuttavia, in una democrazia debbono godere degli stessi inalienabili diritti: alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. L’impegno della democrazia, per rimanere nella Dichiarazione d’Indipendenza, il compito del governo che ottiene i suoi poteri dal consenso dei governi, è di assicurare l’esistenza dei succitati diritti. Non v’è nessuna menzione dell’eguaglianza come un obiettivo che i governi democratici abbiano l’obbligo di perseguire. Nella famosa triade francese sicuramente rivoluzionaria “Liberté, égalité, fraternité” (oggi, probabilmente, solidarité) è molto dubbio, se non del tutto improbabile che égalité si riferisca alle condizioni economiche. Direi piuttosto che si riferisce allo status dei cittadini. Non più aristocrazia e plebe, ma, per l’appunto, tutti citoyens che fu, appunto, il modo con il quale i francesi dovevano rivolgersi l’un l’altro.

Non posso non segnalare che mentre negli USA uomini e donne di colore non nascevano affatto liberi, in Francia (come nel resto dell’Europa e altrove) i diritti delle donne erano molto meno che eguali a quelli degli uomini. Ultimo esempio: il giustamente famoso e molto spesso menzionato art. 3 della Costituzione italiana riguarda nel primo comma l’eguaglianza di fronte alla legge, nel secondo comma pone a carico della Repubblica, vale a dire dei cittadini, governanti e rappresentanti, il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. Vorrei effettuare una fine distinzione fra la democrazia in quanto tale e la Repubblica, una delle possibili forme di organizzazione democratica del sistema politico. Comunque, un “compito” non è una promessa. Il suo inadempimento non significa affatto che il sistema politico non è democratico, se mantiene le due caratteristiche che sopra ho indicato come costitutive e decisive. Significa che il sistema politico ha una rendimento inadeguato, è di bassa qualità, anche se, proprio perché democratico, mantiene aperte tutte le opzioni.

Da Norberto Bobbio (Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, 2004, 5a edizione) abbiamo imparato (o dovremmo avere imparato) che la differenza fondamentale fra destra e sinistra è che la prima considera le diseguaglianze, da un lato, naturali, dall’altro,la conseguenza delle preferenze dei cittadini, quindi del tutto accettabili. Invece, la seconda pensa che molte diseguaglianze dipendono da fattori prodotti dagli uomini stessi e ritiene compito della politica, della sinistra stessa, ridimensionarle nella più ampia misura possibile. Oggi, di fronte alla crescita enorme/abnorme delle diseguaglianze di ricchezza, di guadagno, di reddito nelle democrazie qualcuno afferma che è un problema democratico. Alcuni arrivano addirittura a sostenere che sono le democrazie occidentali le responsabili dell’aumento delle diseguaglianze. A smentire questa seconda tesi sono sufficienti i molti dati disponibili in materia di distribuzione/concentrazione della ricchezza in due regimi che, per quanto molto diversi fra loro, sono entrambi sicuramente non-democratici: la Russia e la Cina. Quanto alle democrazie contemporanee esistono comunque molte diversità all’interno dei diversi sistemi politici con gli Stati Uniti che esibiscono il più alto grado di diseguaglianze economiche.

Il punto, però, rimane. Lo espliciterò in forma interrogativa: la democrazia è compatibile con un alto livello di diseguaglianze economiche? Viceversa, un alto livello di diseguaglianze economiche incide negativamente sulla democrazia, al limite può provocarne la fine? Rispondo affermativamente senza esitazioni alla prima domanda, ma mi affretto a sottolineare che quella democrazia dei ricchi, per i quali già i greci avevano la definizione precisa: plutocrazia, è da giudicarsi sicuramente di qualità inferiore con riferimenti alle politiche pubbliche e alla accountability dei governanti e dei rappresentanti rispetto alle democrazie con distribuzione meno diseguale delle risorse e della ricchezza. Rispondo negativamente alla seconda domanda. Nessuna democrazia è crollata a causa dell’eccessiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi detentori. Vedo un rischio, ma al tempo stesso ritengo che i plutocrati non hanno nessun interesse a trasformare una democrazia che ne ha consentito/favorito l’arricchimento in un regime autoritario. Da temere, semmai, sarebbe la reazione di coloro che sentono la privazione e che potrebbero volere buttare a mare la bambina democrazia con l’acqua sporca di arricchimenti enormi che quasi sicuramente sono fatti pesare più o meno direttamente sulla sfera politica e sui processi decisionali.

Bisogna concluderne che la democrazia e i democratici non si debbono preoccupare delle diseguaglianze, massimamente di quelle economiche? Dal mio sintetico inquadramento di un discorso molto complesso, trarrei due conclusioni, due insegnamenti. Senza dubbio la democrazia si accompagna ad un tipo di eguaglianza, quello segnalato non tanto implicitamente nell’art. 3 della Costituzione italiana. La rimozione degli ostacoli significa la creazione di eguaglianza di opportunità che, poi, ciascuno utilizzerà secondo le sue preferenze: per fare il cacciatore di mattina, il pescatore o il pastore di pomeriggio, il critico d’arte la sera, oppure qualunque altra cosa desideri in alternativa. Aggiungo che l’eguaglianza di opportunità deve essere perseguita e data non soltanto all’inizio del percorso vitale delle persone, ma in ogni momento di svolta: dagli asili nido fino all’università. Questa è l’eguaglianza chele migliori fra le democrazie hanno saputo concedere con conseguenze socialmente, politicamente e economicamente molto apprezzabili. La seconda conclusione è che fissare l’attenzione unicamente sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, con l’eguaglianza economica che scivola, dubito comunque che questo sarebbe l’esito, in una sorta di livellamento, sarebbe deleterio per lo spirito d’iniziativa, per le aspettative, per le ambizioni delle persone. Per la grande maggioranza delle donne e degli uomini, il perseguimento della felicità ha molto poco a che fare con la redistribuzione delle ricchezze, con la riduzione delle diseguaglianze economiche, con il ridimensionamento del numero e delle risorse dei ricchi (qua, forse, ci starebbe bene il termine capitalisti, magari, però, differenziando fra gli imprenditori e i rentiers). C’è molto di più sotto il cielo della democrazia.

*“We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.–[81]That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed,

Pubblicato in In Circolo n.8 dicembre 2019 – L’attualità di Spinoza

 

 

 

 

 

 

 

 

*”We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.–[81]That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed,

Conte e DUE #GovernoContebis

La crisi di governo si è sviluppata proprio secondo i consolidati canoni delle democrazie parlamentari. Commentatori faziosi e impreparati pensavano/speravano in rotture in corso d’opera fra grullini e pidioti (non ammirevole titolo di un commento di Michele Serra) e auspicavano (il costituzionalista Michele Ainis) un fantomatico governo di decantazione –di cosa mai? Invece, proprio come succede nelle democrazie parlamentari, il partito più grande, Movimento 5 Stelle, ha cercato una convergenza con il secondo partito per seggi in Parlamento, il Partito Democratico. Superati rancori e malumori, offese e anatemi del passato, i due protagonisti hanno trovato un accordo sul nome del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, garanzia per le Cinque Stelle e agli occhi di chi nel PD e fuori sa vedere, anche colui che ha liquidato il protervo alleato Salvini. Rapidamente incaricato dal Presidente della Repubblica, che ha evidentemente ricevuto le necessarie rassicurazioni su operatività e durata del governo, Conte ha subito offerto al PD e al paese un governo all’insegna della novità che andrà verificata anche su alcune pessime politiche del passato. Toccherà a Conte “proporre”, è il verbo usato nella Costituzione italiana, i nomi dei ministri, e a Mattarella “nominarli” non senza averne valutato le capacità e la congruenza con il ministero loro affidato. L’operazione è delicata. Per comprenderla, dimenticando l’inutile totonomi al quale si dedicano testardamente i quotidiani italiani, bisogna partire proprio dalla necessità di premiare i competenti (e, per il passato, coloro che hanno operato efficacemente, ad esempio, Di Maio no, Gentiloni sì) nei limiti delle preferenze dei dirigenti dei due partiti e del loro peso specifico. Questo sarà sicuramente voluto da Conte e si svilupperà sotto la sua, adesso esperta, supervisione. Il governo non ha quasi nulla da temere dall’opposizione scellerata della Lega sovranista e da quella senza peso e senza fantasia di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il problema dei pentastellati e dei piddini consiste nel fare le riforme necessarie seguendo un ordine di priorità e al tempo stesso mantenendo il sostegno delle rispettive basi nelle quali c’è, ma non “regna”, qualche comprensibile inquietudine. Il paese, che si è improvvisamente scoperto grande fruitore di tutti i talkshow televisivi, si attende forse anche uno stile politico meno aggressivo e livoroso. Quel che conta sarà il rilancio della crescita economica senza la quale non si potranno avere né nuovi posti di lavoro né riduzione delle diseguaglianze. Scelte le persone giuste, anche il Commissario di peso nell’Unione Europea che vorrebbe un’Italia stabile, attiva, propositiva, non quella salviniana, aggressiva e assenteista, il governo si concentrerà su alcune priorità, proprio come avviene nelle altre democrazie parlamentari. Non si darà nessun orizzonte. Durerà, uso le parole di Aldo Moro, anche se i commentatori vorranno tutto e subito, fin che avrà filo da tessere.

Pubblicato AGL il 30 agosto 2019

Abbasso il sovranismo. Teniamoci stretta l’UE @La_Lettura #387 #vivalaLettura

 

Il sovranismo, come molti degli “ismi” che circolano, contiene qualcosa di esagerato e inquietante. Cerca di darsi una patina democratica richiamandosi alla sovranità che, secondo l’art. 1 della Costituzione italiana “appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Anche se i sovranisti non si fanno mancare qualche scivolone populista, più che di popolo (“prima gli Italiani”, “Veri Finlandesi”, “Svedesi Democratici”) il loro sovranismo è fatto, soprattutto, di esaltazione della nazione, con frequenti e, per l’appunto, inquietanti cedimenti al nazionalismo. La nazione sovranista si definisce con riferimento al sangue e al territorio; è primitiva, fondata su tradizioni, reali o costruite ad arte, che servono per segnare differenze e per escludere, ma che, non poche volte, si traducono in gravi episodi di xenofobia e persino di razzismo. È una nazione che finisce per essere governata secondo modalità da democrazia illiberale che nega diritti agli oppositori. Infine, è una nazione da proteggere e promuovere senza nessuna commistione, alla quale spetta la sovranità integrale che non può essere mai ceduta a qualsivoglia organismo sovranazionale. Nemico sicuro dei sovranisti è l’art. 11 della Costituzione italiana laddove detta limpidamente che l’Italia “consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Nel loro esplicito tentativo di (ri)affermare la sovranità nazionale, i sovranisti accusano l’Unione Europea di avere espropriato quella sovranità. Dimenticano e nascondono che, invece, sono ripetutamente stati i loro governi e i rispettivi Parlamenti a cedere all’UE consapevolmente e deliberatamente parti della sovranità, italiana e degli altri Stati-membri, nell’intento, largamente conseguito, di creare pace e di produrre prosperità. Sono stati e rimangono questi gli obiettivi principali che, operando da solo, nessuno Stato nazionale è in grado di conseguire. Nessun isolamento di singoli stati europei potrebbe nel mondo contemporaneo essere splendido, ma risulterebbe del tutto sterile. Che, poi, la sovranità italiana non rifulga nei contesti internazionali, tanto meno nell’Unione Europea e non produca esiti apprezzabili non dipende da cospirazioni anti-italiane né da mai chiaramente identificati poteri forti, ma dalla mancanza di credibilità e dall’inadeguatezza di troppi dei nostri rappresentanti.

Recuperare la sovranità nazionale, sia quella volontariamente ceduta sia quella colpevolmente perduta, significa, secondo i sovranisti, riconquistare anche il potere del popolo, per il popolo, vale a dire la democrazia. Se le decisioni più rilevanti per una nazione sono effettivamente prese a Bruxelles, se i rappresentanti liberamente e democraticamente eletti in Italia e altrove non hanno il potere di decidere le politiche economiche e sociali che preferiscono e che hanno proposto ai loro elettori ottenendone il voto, allora sarebbero la stessa sovranità popolare e, di conseguenza, la democrazia a essere negate. Il popolo elegge rappresentanti costretti a sottostare a decisioni prese altrove (sulle quali, però, se fossero capaci, credibili, e competenti potrebbero incidere sostanzialmente), diventando tecnicamente e politicamente non-responsabili, irresponsabili.

I sovranisti sostengono che soltanto loro sono in grado di recuperare la sovranità, riportandola nelle mani dei politici eletti dal popolo e, al tempo stesso, riacquistando il consenso e la fiducia della cittadinanza, che, venuti meno, hanno colpito al cuore non poche fra le democrazie realmente esistenti. Il sovranismo afferma che non sarà la, comunque molto complicata e altrettanto lenta e densa di contraddizioni, unificazione federale dell’Europa a dare una risposta capace di rimediare ai problemi delle democrazie europee. Il sovranismo sostiene che nel trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali al livello sovranazionale non si è affatto affermata una nuova più elevata sovranità democratica e popolare. Al contrario, la sovranità nella sua espressione sovranazionale è diventata preda di burocrati e tecnocrati, senza volto, “senza patria” e, come disse memorabilmente, con una punta di suo personale sovranismo, il Gen. de Gaulle, (politicamente e democraticamente), “irresponsabili” .

Poiché ciascuno dei sovranisti si dedica al perseguimento degli interessi nazionali e ha una visione che raramente va oltre i confini della sua nazione è destinato a entrare in conflitto con tutti gli altri sovranisti. Il sovranismo in un solo paese si rivelerebbe altrettanto inadeguato e controproducente quanto fu il socialismo in un solo paese. È sorprendente come, in alcuni paesi, fra i quali l’Italia, si trovino spezzoni di sovranismo, in particolare in versione anti-europeista, nei ranghi della sinistra che si distingue dal sovranismo di destra solo per qualche critica più puntuale alle politiche neo-liberiste e al capitalismo finanziario che l’UE non sarebbe in grado di contrastare. Se è stato, e continua ad essere, il più o meno impetuoso vento della globalizzazione a investire in maniera tracotante le strutture e le pratiche nazionali e democratiche di ciascun paese, se ai problemi più gravi –rilancio dell’economia, accoglienza dei migranti, contenimento delle diseguaglianze sociali, non riesce a rispondere in maniera apprezzabile un’organizzazione sovranazionale, ricca e sostanzialmente solida, come l’Unione Europea, chi può illudersi che avranno successo politiche nazionali elaborate e attuate da Stati “sovrani” inevitabilmente in concorrenza fra di loro? Quasi sicuramente il sovranismo sarà inefficace e probabilmente diventerà pericoloso. In un mondo dove si confrontano grandi potenze, USA, Russia, Cina, forse India, in competizione fra loro, il sovranismo è un’illusione fondata su un’erronea analisi dei processi economico-sociali e degli imperativi politici, destinato a sfociare in una delusione che gronda rischi di guerre commerciali e, addirittura, di rivendicazioni territoriali.

Pubblicato su La Lettura n 387 – 28 aprile 2019