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Conte e DUE #GovernoContebis

La crisi di governo si è sviluppata proprio secondo i consolidati canoni delle democrazie parlamentari. Commentatori faziosi e impreparati pensavano/speravano in rotture in corso d’opera fra grullini e pidioti (non ammirevole titolo di un commento di Michele Serra) e auspicavano (il costituzionalista Michele Ainis) un fantomatico governo di decantazione –di cosa mai? Invece, proprio come succede nelle democrazie parlamentari, il partito più grande, Movimento 5 Stelle, ha cercato una convergenza con il secondo partito per seggi in Parlamento, il Partito Democratico. Superati rancori e malumori, offese e anatemi del passato, i due protagonisti hanno trovato un accordo sul nome del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, garanzia per le Cinque Stelle e agli occhi di chi nel PD e fuori sa vedere, anche colui che ha liquidato il protervo alleato Salvini. Rapidamente incaricato dal Presidente della Repubblica, che ha evidentemente ricevuto le necessarie rassicurazioni su operatività e durata del governo, Conte ha subito offerto al PD e al paese un governo all’insegna della novità che andrà verificata anche su alcune pessime politiche del passato. Toccherà a Conte “proporre”, è il verbo usato nella Costituzione italiana, i nomi dei ministri, e a Mattarella “nominarli” non senza averne valutato le capacità e la congruenza con il ministero loro affidato. L’operazione è delicata. Per comprenderla, dimenticando l’inutile totonomi al quale si dedicano testardamente i quotidiani italiani, bisogna partire proprio dalla necessità di premiare i competenti (e, per il passato, coloro che hanno operato efficacemente, ad esempio, Di Maio no, Gentiloni sì) nei limiti delle preferenze dei dirigenti dei due partiti e del loro peso specifico. Questo sarà sicuramente voluto da Conte e si svilupperà sotto la sua, adesso esperta, supervisione. Il governo non ha quasi nulla da temere dall’opposizione scellerata della Lega sovranista e da quella senza peso e senza fantasia di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il problema dei pentastellati e dei piddini consiste nel fare le riforme necessarie seguendo un ordine di priorità e al tempo stesso mantenendo il sostegno delle rispettive basi nelle quali c’è, ma non “regna”, qualche comprensibile inquietudine. Il paese, che si è improvvisamente scoperto grande fruitore di tutti i talkshow televisivi, si attende forse anche uno stile politico meno aggressivo e livoroso. Quel che conta sarà il rilancio della crescita economica senza la quale non si potranno avere né nuovi posti di lavoro né riduzione delle diseguaglianze. Scelte le persone giuste, anche il Commissario di peso nell’Unione Europea che vorrebbe un’Italia stabile, attiva, propositiva, non quella salviniana, aggressiva e assenteista, il governo si concentrerà su alcune priorità, proprio come avviene nelle altre democrazie parlamentari. Non si darà nessun orizzonte. Durerà, uso le parole di Aldo Moro, anche se i commentatori vorranno tutto e subito, fin che avrà filo da tessere.

Pubblicato AGL il 30 agosto 2019

Abbasso il sovranismo. Teniamoci stretta l’UE @La_Lettura #387 #vivalaLettura

 

Il sovranismo, come molti degli “ismi” che circolano, contiene qualcosa di esagerato e inquietante. Cerca di darsi una patina democratica richiamandosi alla sovranità che, secondo l’art. 1 della Costituzione italiana “appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Anche se i sovranisti non si fanno mancare qualche scivolone populista, più che di popolo (“prima gli Italiani”, “Veri Finlandesi”, “Svedesi Democratici”) il loro sovranismo è fatto, soprattutto, di esaltazione della nazione, con frequenti e, per l’appunto, inquietanti cedimenti al nazionalismo. La nazione sovranista si definisce con riferimento al sangue e al territorio; è primitiva, fondata su tradizioni, reali o costruite ad arte, che servono per segnare differenze e per escludere, ma che, non poche volte, si traducono in gravi episodi di xenofobia e persino di razzismo. È una nazione che finisce per essere governata secondo modalità da democrazia illiberale che nega diritti agli oppositori. Infine, è una nazione da proteggere e promuovere senza nessuna commistione, alla quale spetta la sovranità integrale che non può essere mai ceduta a qualsivoglia organismo sovranazionale. Nemico sicuro dei sovranisti è l’art. 11 della Costituzione italiana laddove detta limpidamente che l’Italia “consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Nel loro esplicito tentativo di (ri)affermare la sovranità nazionale, i sovranisti accusano l’Unione Europea di avere espropriato quella sovranità. Dimenticano e nascondono che, invece, sono ripetutamente stati i loro governi e i rispettivi Parlamenti a cedere all’UE consapevolmente e deliberatamente parti della sovranità, italiana e degli altri Stati-membri, nell’intento, largamente conseguito, di creare pace e di produrre prosperità. Sono stati e rimangono questi gli obiettivi principali che, operando da solo, nessuno Stato nazionale è in grado di conseguire. Nessun isolamento di singoli stati europei potrebbe nel mondo contemporaneo essere splendido, ma risulterebbe del tutto sterile. Che, poi, la sovranità italiana non rifulga nei contesti internazionali, tanto meno nell’Unione Europea e non produca esiti apprezzabili non dipende da cospirazioni anti-italiane né da mai chiaramente identificati poteri forti, ma dalla mancanza di credibilità e dall’inadeguatezza di troppi dei nostri rappresentanti.

Recuperare la sovranità nazionale, sia quella volontariamente ceduta sia quella colpevolmente perduta, significa, secondo i sovranisti, riconquistare anche il potere del popolo, per il popolo, vale a dire la democrazia. Se le decisioni più rilevanti per una nazione sono effettivamente prese a Bruxelles, se i rappresentanti liberamente e democraticamente eletti in Italia e altrove non hanno il potere di decidere le politiche economiche e sociali che preferiscono e che hanno proposto ai loro elettori ottenendone il voto, allora sarebbero la stessa sovranità popolare e, di conseguenza, la democrazia a essere negate. Il popolo elegge rappresentanti costretti a sottostare a decisioni prese altrove (sulle quali, però, se fossero capaci, credibili, e competenti potrebbero incidere sostanzialmente), diventando tecnicamente e politicamente non-responsabili, irresponsabili.

I sovranisti sostengono che soltanto loro sono in grado di recuperare la sovranità, riportandola nelle mani dei politici eletti dal popolo e, al tempo stesso, riacquistando il consenso e la fiducia della cittadinanza, che, venuti meno, hanno colpito al cuore non poche fra le democrazie realmente esistenti. Il sovranismo afferma che non sarà la, comunque molto complicata e altrettanto lenta e densa di contraddizioni, unificazione federale dell’Europa a dare una risposta capace di rimediare ai problemi delle democrazie europee. Il sovranismo sostiene che nel trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali al livello sovranazionale non si è affatto affermata una nuova più elevata sovranità democratica e popolare. Al contrario, la sovranità nella sua espressione sovranazionale è diventata preda di burocrati e tecnocrati, senza volto, “senza patria” e, come disse memorabilmente, con una punta di suo personale sovranismo, il Gen. de Gaulle, (politicamente e democraticamente), “irresponsabili” .

Poiché ciascuno dei sovranisti si dedica al perseguimento degli interessi nazionali e ha una visione che raramente va oltre i confini della sua nazione è destinato a entrare in conflitto con tutti gli altri sovranisti. Il sovranismo in un solo paese si rivelerebbe altrettanto inadeguato e controproducente quanto fu il socialismo in un solo paese. È sorprendente come, in alcuni paesi, fra i quali l’Italia, si trovino spezzoni di sovranismo, in particolare in versione anti-europeista, nei ranghi della sinistra che si distingue dal sovranismo di destra solo per qualche critica più puntuale alle politiche neo-liberiste e al capitalismo finanziario che l’UE non sarebbe in grado di contrastare. Se è stato, e continua ad essere, il più o meno impetuoso vento della globalizzazione a investire in maniera tracotante le strutture e le pratiche nazionali e democratiche di ciascun paese, se ai problemi più gravi –rilancio dell’economia, accoglienza dei migranti, contenimento delle diseguaglianze sociali, non riesce a rispondere in maniera apprezzabile un’organizzazione sovranazionale, ricca e sostanzialmente solida, come l’Unione Europea, chi può illudersi che avranno successo politiche nazionali elaborate e attuate da Stati “sovrani” inevitabilmente in concorrenza fra di loro? Quasi sicuramente il sovranismo sarà inefficace e probabilmente diventerà pericoloso. In un mondo dove si confrontano grandi potenze, USA, Russia, Cina, forse India, in competizione fra loro, il sovranismo è un’illusione fondata su un’erronea analisi dei processi economico-sociali e degli imperativi politici, destinato a sfociare in una delusione che gronda rischi di guerre commerciali e, addirittura, di rivendicazioni territoriali.

Pubblicato su La Lettura n 387 – 28 aprile 2019

INVITO La Costituzione della Repubblica italiana oggi e domani #15gennaio #Modena

Il Comitato Provinciale dell’ANPI invita la cittadinanza all’incontro-lezione sul tema:

La Costituzione della Repubblica italiana
oggi e domani

Relatore Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna

Martedì 15 gennaio 2019 ore 20.30
Sala G. Ulivi
via Ciro Menotti, 137 Modena

Quorum e democrazia diretta ai tempi della propaganda

Le democrazie parlamentari rappresentative funzionano in maniera soddisfacente laddove ne sono rispettate le regole e le procedure. Ad esempio, quando i decreti del governo sono emanati solo “in casi straordinari di necessità e urgenza” (art. 77 della Costituzione italiana); quando entrambe le Camere dispongono di tempo adeguato per esaminare, eventualmente emendare, infine, approvare i disegni di legge (art. 72) senza, tranne eccezionalmente, essere coartate dal voto di fiducia. I rapporti fra governo e parlamento richiedono uomini e donne rispettosi di modalità e limiti per non cadere, da un lato, nella dittatura del governo, dall’altro, nell’assemblearismo aggravato dal trasformismo. Sempre critici del Parlamento, i dirigenti del Movimento 5 Stelle vogliono arrivare alla democrazia diretta, ma dal dire al fare, com’è noto, c’è di mezzo il mare. Peraltro, sulla democrazia dentro il Movimento e sulle modalità di operazione della piattaforma Rousseau che dovrebbe garantirla, le critiche sono già state molte e argomentate. Per dare più potere ai cittadini, il ministro 5 Stelle Fraccaro ha presentato un disegno di legge sul referendum propositivo. L’intenzione è di consegnare parte del potere legislativo ai cittadini. Raccolte 500 mila firme a sostegno di un disegno di legge, se il Parlamento non lo approva oppure approva un testo molto diverso si dovrà tenere un referendum con i cittadini chiamati a scegliere fra le due opzioni. Questo tipo di referendum richiede una riforma della Costituzione che potrebbe a sua volta essere sottoposta a referendum se approvata da meno di due terzi dei parlamentari. Al momento, il punto controverso è il quorum di partecipazione al referendum affinché una proposta sia approvata dagli elettori. Le 5 Stelle dicono: “nessun quorum” per premiare i cittadini partecipanti. Sembra, invece, che la Lega desideri un quorum, il 33 per cento. Potrebbero esservi anche altri problemi. Il primo sarebbe l’intasamento del Parlamento obbligato a occuparsi in tempi predefiniti di una pluralità di proposte venute dal “popolo”. Il secondo sarebbe quello di una legislazione occasionale e casuale, priva di qualsiasi coerenza programmatica, con un probabilmente molto basso tasso di partecipazione dei cittadini e, quindi, con la legittimità dell’esito sempre molto criticabile. Qualcuno ha adombrato che l’introduzione del referendum propositivo sia una mossa delle Cinque Stelle per dimostrare che, come profetizzato da Davide Casaleggio, il Parlamento sta perdendo la sua utilità. A me pare che si tratti di una fuga propagandistica in avanti e che sarebbe di gran lunga preferibile che governo e parlamento si preoccupassero di migliorare i loro rapporti, di applicare davvero i dettati della Costituzione e di trovare forme di consultazione, di informazione e di “educazione” dei cittadini (ad esempio, facendo ricorso a esperimenti di “democrazia deliberativa” già attuati a livello locale)tali da migliorare la qualità della democrazia italiana.

Pubblicato AGL il 10 gennaio 2019

Giovani in dialogo sui contenuti della Costituzione italiana a settanta anni dalla sua promulgazione #7maggio #Bologna #conCittadini

Sala XX Maggio
Regione Emilia-Romagna
Viale della Fiera, 8 – Bologna

Lunedì 7 maggio 2018
Giornata conclusiva conCittadini

Giovani in dialogo sui contenuti della Costituzione italiana
a settanta anni dalla sua promulgazione

 

Rappresentanza politica? Another time, another place, another law

L’anno 2017 si è chiuso con una buona notizia. Molti parlamentari del Partito Democratico, ma persino il sottosegretario, già ministro, Maria Elena Boschi hanno (ri)scoperto la rappresentanza politica. La cattiva notizia è che fanno una grande confusione. La loro concezione della rappresentanza si traduce nell’occuparsi del “territorio”, dei piccoli imprenditori e, naturalmente, delle banche purché si trovino nel loro collegio elettorale. È un peccato che l’ex-ministro delle Riforme Istituzionali non abbia letto con la necessaria attenzione l’art. 67 della Costituzione italiana dove è scritto chiaramente che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”, non un collegio elettorale, neanche il suo. Non posso, me ne sono già convinto, supporre e meno che mai pretendere che Maria Elena Boschi e troppi parlamentari del PD, che le hanno dato sostegno e che ne auspicano la ricandidatura, abbiano letto gli importanti scritti di Sartori sulla rappresentanza politica che è tale sempre e soltanto se è elettiva. Altrimenti si chiama delega o mandato. Che è un rapporto fra gli elettori e gli eletti i quali, non soltanto hanno fatto campagna elettorale per ottenere voti, ma per capire esigenze e preferenze degli elettori. Si sforzeranno poi di mantenersi responsabili rendendo conto a quegli elettori, non trafficando in influenze, ma spiegando che cosa hanno fatto, non fatto, fatto male e perché. Né la legge Calderoli né l’Italicum miravano a consentire che si stabilisse un rapporto di questo genere fra gli eletti, nominati dai capipartito e dai capicorrenti, e gli elettori che non avevano avuto modo di scegliere, ma erano stati costretti a ratificare. La legge Rosato ha pervicacemente riprodotto lo stesso meccanismo.

Alla domanda di Sartori, “quale sanzione temono di più i parlamentari, quella del partito, di gruppi esterni, degli elettori?”, la risposta Rosato-vigente è chiarissima: in testa di quella del partito, poi dei gruppi, da ultimo, molto distaccati, degli elettori. No, la Boschi non stava interloquendo su Banca Etruria perché si preoccupava degli interessi degli elettori del suo territorio. Avendo il dovere costituzionale di “rappresentare la nazione” non le era comunque concesso dalla Costituzione italiana, non dico di trovare, ma neppure di cercare una soluzione per la banca del suo giardino di casa a scapito, inevitabilmente, dei risparmiatori truffati in altri territori.
Oltre ad una riflessione sulla rappresentanza politica, quello che è avvenuto spinge a due altre considerazioni. La prima riguarda il conflitto d’interessi e l’inadeguatezza, già denunciata a suo tempo, ma non con abbastanza vigore, e scivolata nell’oblio, della legge Frattini che ne offre una regolamentazione fiacca e moscia, del tutto inadeguata, che non ha riguardato nessuno da quando è stata approvata. Che un governante sia in grado di favorire, grazie al suo status, prima ancora che al suo potere politico, i suoi interessi privati e quelli dei suoi familiari, è evidente. In qualche caso, però, non dovremmo neppure riferirci a una legge. Ci sono cose: incontri, telefonate, e-mail, richieste di informazioni in corso d’opera che, per quanto non sanzionabili in via giuridica, sono comunque inaccettabili e riprovevoli. C’è un’etica in politica: cose che, semplicemente, non si debbono fare.

La seconda considerazione attiene alla legge elettorale Rosato. Mentre il PD cerca il collegio nel quale la ricandidatura di Maria Elena Boschi farà meno danni al partito, è doveroso mettere in grande rilievo che grazie alla clausola che consente più candidature la Boschi non correrà nessun rischio di non (ri)elezione. Turlupinati saranno, anzitutto, gli elettori di Arezzo se la loro parlamentare non fosse ricandidata nel suo collegio naturale poiché non potranno esprimere la loro valutazione sul suo operato di rappresentante. Turlupinati saranno anche gli altri potenziali elettori del PD che dando il voto alla lista del loro partito automaticamente lo vedranno trasferito su una candidata che non gradiscono.

Siamo di fronte ad un caso eccezionale oppure è un caso da manuale? Certamente, eccezionale è stata la difesa spasmodica, persino ad opera del Presidente del Consiglio Gentiloni, il quale poteva scegliere un tranquillo silenzio, di un ex-ministro, già responsabile di una riforma costituzionale bocciata dal 60 per cento degli elettori. Da manuale, vale a dire tutte prevedibili e previste, sono, invece, le conseguenze della legge elettorale Rosato: quasi nullo il potere degli elettori, elezione assicurata per i dirigenti dei partiti. Questa legge elettorale, lamentano accorate tutte le vedove giornalistiche e politologiche del premio di maggioranza, non assicurerà la non meglio definita governabilità. Il problema vero è che soffoca anche la rappresentanza politica.

Pubblicato 8 gennaio 2018 su PARADOXAforum

INVITO Lo stato dei lavori sulla legge elettorale. Proposte e critiche #Bologna 13/03/2017

Lunedì 13 marzo ore 21
via San Felice, 103 (Fortitudo SG)

MARILENA FABBRI
componente Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati
GIANFRANCO PASQUINO
Professore Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna

Cosa è cambiato dopo il Referendum del 4 dicembre scorso e la sentenza della Corte Costituzionale che ha invalidato il cuore del cd. Italicum?

Il Parlamento sta lavorando seriamente ad una nuova legge elettorale? Quali sono le proposte giacenti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera? Come lavorano i Commissari?

E’ prevedibile un testo base a breve da sottoporre all’Assemblea plenaria?

La legge elettorale incoraggia e talora addirittura struttura il sistema politico-partitico desiderato. Cosa serve alla nostra Repubblica?

Una democrazia ascendente, che attribuisca finalmente un incisivo potere di formazione del Parlamento agli elettorati locali e ai partiti sui territori?

Una democrazia dell’alternanza, limpidamente competitiva per la maggioranza parlamentare e il Governo, salva l’adesione di tutti ai principi fondamentali della Costituzione italiana?

Documentazione
Gianfranco Pasquino, Per una buona legge elettorale. I feticci da sconfiggere

 

ISTITUTO DE GASPERI BOLOGNA

I talentuosi delle democrazie azzardate

La terza Repubblica

Scintillando scintillando, Antonio Polito conduce i lettori del suo La roulette russa nelle democrazie (“Corriere della Sera”, 5 luglio 2016) su un terreno molto scosceso, e ruzzola. O come ruzzola! Le democrazie veramente competitive creano rischi e incertezze per le elite politiche, che, proprio come voleva Vilfredo Pareto, sono costrette a circolare, e creano opportunità e potere decisionale per il popolo (demos che ha kratos). Il resto, al di là e al di qua della Manica, lo fanno quelli che, compagni oppure no, sbagliano, magari perché non ne sanno abbastanza, magari perché giocano d’azzardo, magari perché sono entrati in un talent che non sanno dirigere e nel quale lavorano con attori e attrici esordienti. Il grandissimo, incolmabile vantaggio delle democrazie su tutti gli altri, e sono tanti, regimi a noi noti, è quello, non soltanto di sostituire il taglio delle teste con la fine delle carriere spericolate, ma soprattutto di correggere gli errori. Quindi, se, come ipotizza il Polito, le prossime elezioni a Londra, immagino per Westminster, poiché a Londra c’è già un sindaco musulmano chiaramente europeista, le vince uno schieramento europeista, farà quello che ha promesso al popolo sovrano che, nel frattempo, avrebbe, com’è sua facoltà, cambiato idea anche sulla Brexit.

I referendum sono uno degli strumenti democratici a disposizione del popolo. Nelle elezioni legislative si manifesta il potere dal popolo verso i suoi rappresentanti; nei referendum è il potere del popolo direttamente sulle decisioni e sulle politiche. Nelle democrazie anglosassoni, il Parlamento è sovrano, ma, per l’appunto, se il Parlamento indice un referendum, il popolo risponde sulla base delle informazioni che ha, che sono quelle che i politici hanno saputo trasmettere in maniera più o meno convincente. Il Remain inglese paga il meritato prezzo di decenni di cattiva, incerta, contraddittoria comunicazione/conversazione su quello che l’Unione Europea effettivamente è, anche per la Gran Bretagna.

Quanto al referendum costituzionale nella Costituzione italiana, le cose non stanno affatto come, molto disinvoltamente, lambendo affettuosamente il renzismo, le pone Polito. Per fare le riforme costituzionali non c’è nessun permesso da chiedere al popolo. Bisogna avere come minimo una maggioranza assoluta in Parlamento. Ed è fatta. Se, poi, gli oppositori credono di sapere convincere il popolo, quello attento e partecipante, allora saranno loro (non il governo e la sua maggioranza parlamentare che le riforme le hanno fatte) a chiedere il referendum. Invece, è proprio Renzi che l’ha voluto il referendum. Continua a spronare i renziani delle varie ore a costituire Comitati del SI’. Promette che da quei comitati uscirà la nuova classe dirigente grazie ai meriti acquisiti a mettere banchetti, raccogliere firme, portare faldoni, tutte faticosissime e impegnative corvées che preparano a rappresentare e a governare. Minaccia sfracelli, quello dello scioglimento immediato del Parlamento dovrebbe costargli subito un rimprovero costituzionale dal Presidente Mattarella, ripetendo che, come ha memorabilmente (nel senso che me lo ricordo perfettamente) scandito, se lui perdesse il referendum se ne andrebbe e, come avrebbe commentato Togliatti, ci lascerebbe soli.

Altro che, come scrive Polito, “spruzzare un po’ di democrazia diretta sulla democrazia parlamentare”! La minaccia o ricatto plebiscitario (è venuto di moda parlare pudicamente di “eccesso di personalizzazione”) inquina il referendum e fuoriesce dalla democrazia parlamentare. Sarà giocoforza votare, come non avviene in nessuna democrazia parlamentare, sul governo, poiché il capo del governo ha stravolto una delle procedure più delicate e importanti, quella della valutazione popolare delle modifiche costituzionali, a suoi fini personali. Purché non finisca per travolgere il paese. La risposta, comunque, è NO.

Pubblicato il 7 luglio 2016

La scomparsa delle culture politiche in Italia: note non troppo a margine

Ho pensato e ripensato a quel che, forse, avrei dovuto dire a commento degli interventi alla Tavola Rotonda (9 marzo, Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” Sala degli Atti parlamentari. Ne hanno discusso con il curatore Nicola Antonetti, Rosy Bindi, Mario Morcellini e Antonio Polito. ndr) e degli articoli pubblicati nel fascicolo di «Paradoxa» ottobre/dicembre 2015 sulla scomparsa delle culture politiche in Italia.

Mi ci provo in queste note a margine.

Come già perspicacemente rilevato da Laura Paoletti nella sua introduzione al fascicolo, è vero che, in modi e con intensità diverse, tutti i collaboratori “pur nell’unanime riconoscimento di una profonda crisi” si sono opposti a “controfirmare la scomparsa effettiva e definitiva del patrimonio culturale di cui sono rispettivamente chiamati a farsi interpreti”. In un modo o nell’altro, tutti hanno cercato di negare che la cultura loro affidata è scomparsa. Gli aggettivi si sprecano: offuscata, ridefinita, rispolverata, riorientata, magari aggiornata e quant’altro. Premetto che nessuno degli autori aveva letto il mio articolo. Quindi, non ne erano stati influenzati in nessun senso. A ciascuno degli autori, ad eccezione di Dino Cofrancesco (“formatosi” nella critica ad una versione dell’azionismo), era stato consegnato il compito di discutere della loro specifica cultura politica, nella quale si erano formati e della quale sono stati e tuttora si considerano esponenti di rilievo.

Non entro nei particolari di un discorso comunque molto complesso che, in un paese nel quale esistessero luoghi e spazi di dibattiti pubblici su tematiche che attengono alla vita organizzata, sarebbe destinato a attirare l’attenzione, a continuare intensamente e accanitamente e a diventare molto approfondito. Sottolineo, però, almeno una assenza che mi pare rivelatrice. Pur difendendo quello che resta della “loro” cultura fino a suggerire la possibilità, persino la necessità, di una sua riaffermazione, nessuno dei nostri collaboratori ha indicato nomi di riferimento, di uomini di cultura né, tantomeno, di politici, in grado di produrre e di guidare un rinascimento politico-culturale. Nessuno. Qualche nostalgia per il passato si è accompagnata a due critiche fondamentali. Sono scomparsi i luoghi di formazione delle élites. Non esiste un processo di selezione delle élites, in particolare, di quelle politiche. Credo di potere dedurne che i luoghi di formazione delle élites politiche che non esistono più sono quelli che per decenni erano stati approntati e fatti funzionare dai partiti, dalle loro sezioni e organizzazioni, dalle loro comunità (Francesco Alberoni inventò il fortunato termine “chiese” per le più solide di quelle comunità; per altre, la parola “sette” funziona più che soddisfacentemente).

Stendo un velo tutt’altro che pietoso sulla riemersione di cosiddette scuole di politica che, a cominciare da quelle del Partito Democratico, non hanno nessun intendimento pedagogico, ma sono passerelle per ministri e per politici che raramente hanno qualcosa da insegnare. In altri casi riunioncine di due o tre giorni, in un fine settimana servono quasi esclusivamente a rendere visibile l’esistenza di correnti e nulla più. D’altronde, e questo prova la mia argomentata tesi che le culture politiche in Italia sono scomparse, che cosa potrebbero insegnare in quei luoghi se loro stessi, improvvisati docenti, di cultura politica non ne hanno, se di personalità di valore non se ne trovano, se di autori di riferimento, italiani, europei, americani, “globali”, non ne sentono neppure il bisogno (ma, soprattutto, non ne conoscono), se il massimo della loro apertura culturale consiste nel lodare il Papa venuto da molto lontano? Dunque, quelle sedicenti scuole di politica sono, nel migliore dei casi, luoghi di incontro e di socializzazione per apprendere i voleri delle leadership politiche e promuovere e propagandare le azioni di una parte politica. Nulla di comparabile ai dotti convegni di San Pellegrino, a scuole come le giustamente mitiche Frattocchie, ai dinamici seminari di Mondoperaio, ma neppure ai campi Hobbitt. Questo per la formazione.

Quanto alla selezione, nella consapevolezza che i partiti di un tempo usavano una molteplicità di criteri, diversi da partito a partito e che contemplavano anche la fedeltà alla linea politica, i criteri attuali non sono certamente basati in maniera prioritaria su meriti in senso lato politici e culturali, ma su appartenenze di corrente, talvolta sull’anzianità nella struttura e quindi sul riconoscimento di progressione nella carriera, sulla capacità di sgomitamento per la quale qualche citazione colta, di libri letti, di acquisizioni culturali, di riferimenti a ideologie e idee potrebbero addirittura risultare controproducenti. In politica la migliore selezione avviene, da un lato, nella sperimentazione delle capacità amministrative e gestionali, dall’altro, attraverso la competizione che sistemi elettorali come il Porcellum e, in misura appena minore, l’Italicum non consentono affatto, essendo stati disegnati apposta per non consentire la competizione che, hai visto mai, farebbe persino emergere qualche personalità. I parlamentari nominati non debbono dare prova di avere una solida cultura politica, ma di essere graniticamente obbedienti e pappagallescamente ossequienti. Dunque, non ci saranno più scontri istruttivi fondati su visioni del mondo diverse, su strategie culturalmente attrezzate, sull’Italia che vorremmo nell’Europa dei nostri desideri.

A mio modo di vedere, la scomparsa delle culture politiche in Italia è dovuta anche alla povertà dell’insegnamento della storia e della Costituzione e all’impossibilità di discutere di politica, delle ‘cose che avvengono nella polis’, nelle scuole di ogni ordine e grado della Repubblica. Molto ambiziosa, ma assolutamente importante, sarebbe una ricerca a tutto campo su quello che è avvenuto nelle scuole italiane negli ultimi due o tre decenni. Non possiamo aspettarci che “La buona scuola” recuperi il tempo perduto né che riesca a formare cittadini politicamente consapevoli, ma, almeno, salviamoci quel che resta dell’anima, evidenziando la carenza di base: l’inesistenza di senso civico, con tutte le conseguenze relative, uso un termine per tutto, alla corruzione della Repubblica.

Ognuno ha le sue nostalgie. Ne analizzo due non perché sono mie, ma perché mi paiono in misura maggiore di altre particolarmente significative e, più o meno consapevolmente, abbastanza diffuse. La prima è la debolissima nostalgia della (cultura di) destra per la Nazione. Inabissatasi Alleanza Nazionale, alcuni dei successori hanno dato vita a Fratelli d’Italia. Meglio che niente, ma l’idea di nazione non sembra proprio il fulcro della loro azione politica. Come controprova si pensi a quanto è importante il riferimento alla Nazione per il Front National francese che, incidentalmente, non dovrebbe mai essere assimilato ad un qualsiasi movimento o partito populista. Il FN ha anche componenti populiste, ma la sua forza e la sua presa si spiegano sopratutto con il riferimento alla Nazione e allo Stato che, grande errore il dimenticarlo, figuravano prepotentemente nella ideologia del Movimento Sociale Italiano. Azzardo che chi avesse una forte idea di nazione e dei suoi valori potrebbe anche trovarsi attrezzato per esigere che a coloro che in questa nazione vogliono venire a vivere e a fare crescere i propri figli, venga richiesto di accettare, imparare e rispettare i valori della nazione. Poi, discuteremo anche se qualsiasi cultura politica non debba avere a fondamento i valori della nazione come formulati ed espressi nella Costituzione. Nel mio saggio, la risposta è inequivocabilmente affermativa.

La seconda nostalgia, quella per l’Ulivo, è tanto plateale quanto surreale. L’Ulivo non ebbe il tempo di creare una nuova cultura politica. La sua fu un’aspirazione non accompagnata da nessuna realizzazione. Non ricordo cantori della cultura politica dell’Ulivo né interpreti efficaci. Ricordo il rappresentante politico di vertice dell’Ulivo, Romano Prodi, che mai si curò della sua cultura politica. Ricordo che coloro (Piero Fassino e Francesco Rutelli, certamente non noti operatori culturali) che affrettarono la fusione fredda fra due culture politiche evanescenti, quella comunista e quella cattolico-popolare, se non già sfuggite, ponevano l’accento sulla necessaria contaminazione fra le migliori culture politiche del paese, aggiungendovi quella, già in disarmo, ecologista, e mai menzionando quella socialista (che, infatti, rimase totalmente esclusa). Debolissima, se non inesistente, fu la parte propriamente di “cultura”, mentre visibile e concreta fu la parte effettivamente “politica”, quella cioè interessata al problema che, sinteticamente, in omaggio a Roberto Ruffilli e a Pietro Scoppola, definirò con le parole che entrambi attribuivano ad Aldo Moro, il politico da loro più ammirato: una democrazia compiuta.

I principi cardine della democrazia compiuta, ciascuno con solide radici nella teoria democratica europea, sono tre: costruzione di coalizioni rappresentative (non a caso nella Commissione Bicamerale Bozzi e nei suoi numerosi scritti Ruffilli argomentò la necessità di una “cultura della coalizione”), competizione bipolare, pratica dell’alternanza al governo ovvero predisposizione dei meccanismi che la consentano e la rendano sempre possibile. Questo è quello che di istituzionalmente rilevante rimane dell’Ulivo, ed è molto importante. È davvero azzardato sostenere che qualcosa della visione e della cultura istituzionale dell’Ulivo sia tracimato e si ritrovi, non a parole, ma nei fatti e nelle riformette (che ho discusso e criticato da capo a fondo nel libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Milano, Egea-Bocconi 2015) del governo Renzi. Le troppe conversioni renziane di ex-ulivisti sono una prova non di fedeltà alle idee del passato, ma della scomparsa di qualsiasi intenzione di ricostruire, in meglio, l’Ulivo che non fu mai realizzato. In pratica, la classe dirigente del renzismo ha due punti di partenza: la Leopolda e la critica, spesso la cancellazione, del passato. Difficile sostenere che le riunioni della Leopolda fossero e siano luoghi e modalità di formazione di una cultura politica condivisa. Furono passerelle per aspiranti politici, con non pochi di loro che hanno avuto successo, ma certo non per l’originalità della loro elaborazione culturale. La critica del passato ha avuto effetti dirompenti. La rottamazione di coloro che avevano costruito l’Ulivo e partecipato ai governi di centro-sinistra ha riscosso grande successo e ha certamente aperto la strada a volti nuovi. Quanto alla ripulsa delle culture politiche del passato ha mirato a colpire quelle che molto spesso venivano definite “ideologie ottocentesche”, accomunandovi liberalismo e socialismo, in parte anche il cattolicesimo democratico. L’interrogativo più che legittimo che rivolgono a coloro che negano la scomparsa delle culture politiche in Italia pertanto è il seguente. Buttate nella pattumiera della storia le ideologie ottocentesche, con quali modalità potrebbero essere recuperate, rilucidate, riformulate? Se ciò non fosse possibile, quali sono le fondamenta della cultura politica del Partito Democratico di Renzi?

Testo ancora attuale. Va usata con prudenza

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Intervista raccolta da Valentina Bombardieri per L’Articolo 1 Anno II, numero I-II, 2016

Come dice nel suo libro “La costituzione in 30 lezioni”: “Nessuna Costituzione può essere capita se non se ne conoscono le origini, storiche e politiche. Nessuna Costituzione può essere analizzata e interpretata in maniera illuminante e convincente se non la si colloca nel suo contesto politico. Infine, nessuna modifica di qualche valore e durata può essere introdotta con successo da chi non conosce e non comprende la dinamica delle forze e delle (debolezze) politiche”. Quali sono stati secondo Lei i sentimenti, le spinte e le motivazioni che hanno portato alla nascita della Costituzione Italiana?
In primo luogo una costituzione, nel momento in cui veniva ricostruita la democrazia italiana, era assolutamente necessaria. Non si poteva mantenere in vita lo Statuto Albertino, promulgato nel 1848 e rimasto in vigore anche durante il fascismo. C’era un obbligo politico, prima ancora che costituzionale e forse anche morale. Bisognava garantire alla Repubblica che stava nascendo un nuovo un patto fra cittadini e fra cittadini e istituzioni. In secondo luogo c’era la necessità di ristabilire i rapporti fra i partiti che si erano dipanati in maniera molto diversa prima del fascismo, fino al 1921-1922. I Costituenti dovevano fare i conti inoltre con una società che non conoscevano in quanto “atomizzata” da vent’anni di fascismo: il regime, infatti, aveva consentito solo alla Chiesa Cattolica di svolgere attività sociale e, sotterraneamente, politica. Bisognava quindi che la Costituzione incoraggiasse la partecipazione dei cittadini; cittadini che non si conoscevano poiché il fascismo aveva impedito qualsiasi forma di comunicazione. Questi tre “imperativi” hanno spinto alla stesura piuttosto rapida: i costituenti impiegarono solo un anno e mezzo per elaborare un documento che rimane di grande rilievo.

Quale modello di democrazia puntavano a costruire i Costituenti del 1946 e quale modello di democrazia emerge dalle riforme approvate ora in Parlamento?
Nel 1946, quando i Costituenti vennero chiamati a individuare un modello di democrazia da dare all’Italia Repubblicana e Democratica esisteva fondamentalmente un unico punto di riferimento a cui rivolgersi, cioè il modello francese della IV Repubblica: non conoscevano le democrazie scandinave, che hanno la particolarità di avere a capo dello Stato un monarca né potevano imitare l’inimitabile modello inglese, una monarchia e una democrazia parlamentare direi quasi eccezionale nel panorama mondiale. Avrebbero potuto ispirarsi agli Stati Uniti, una repubblica presidenziale e, infatti uno di loro, Piero Calamandrei, grande giurista del Partito d’Azione, suggerì di guardare al di là dell’Atlantico ma alla fine i Costituenti volsero lo sguardo verso la Francia, che era il paese più vicino, più simile all’Italia anche dal punto di vista della struttura del sistema dei partiti. Costruirono quindi una forma e un modello parlamentare tradizionale o se vogliamo classico. Da qui conseguirono una serie di nodi e problemi che i costituenti sapevano sarebbero giunti al pettine, motivo per cui scrissero l’articolo 138 che consente le modifiche del testo costituzionale. Non mi è chiaro, invece, qual è il modello di democrazia parlamentare, se davvero la si può ancora definire così, che le riforme del governo Renzi vogliono creare. Vedo un rafforzamento notevole della figura del Presidente del Consiglio e un rafforzamento del partito che vince le elezioni, perché potrà contare su un premio cospicuo a livello di seggi. Vedo il de-potenziamento di alcune strutture a cominciare dal Senato ma non va molto meglio al Referendum; vedo un ridimensionamento del ruolo del Presidente della Repubblica. Qualcuno dice che oggi ci troviamo davanti a una forma neo-parlamentare: sinceramente non credo proprio. Ciò che si intravvede è soprattutto confusione e la mancanza di una visione sistemica. Al momento non sappiamo che tipo di democrazia si realizzerà nel nostro Paese nel momento in cui queste riforme passeranno con successo al vaglio referendario.

Lei ha parlato di Piero Calamandrei, che di quella Costituzione fu uno dei padri più attivi, secondo lui le leggi fondamentali devono essere presbiti e non miopi. Il rischio dell’attuale processo riformatore non è proprio quello di essere miope, cioè di inseguire pulsioni che caratterizzano l’attuale momento storico senza, però, fare i conti con quello che potrà avvenire tra venti o trent’anni?
Da un lato sono miopi perché guardano all’interesse di brevissimo periodo, sostanzialmente direi alle prossime elezioni politiche 2018 o a quelle successive del 2023, sempre che ci si riesca ad arrivare. Dall’altro lato queste riforme sono cieche, perché non hanno saputo e non hanno voluto guardare o forse non sono in grado di farlo, alle esperienze europee che funzionano. Non hanno importato nulla dai paesi europei che sono governati bene. Per esempio il Senato poteva benissimo essere riformato semplicemente adottando il modello tedesco del Bundesrat, invece si è fatto un “pasticcio”. Quello che viene dalle riforme di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi non è il senato francese e non è il Bundesrat tedesco, è solo un errore di cecità istituzionale. Bastava guardare alle leggi elettorali che funzionano, invece si è preferito prendere a riferimento la legge spagnola che sicuramente funziona ma non è una delle leggi migliori in circolazione; al contrario, si sarebbe potuto guardare al sistema tedesco o francese. Perché per funzionare una legge elettorale non è che debba far vincere per forza chi piace a noi. Si è creato così l’Italicum che è “unicum”, non un modello europeo ma solo provinciale. Anche questo è un evidente segno di cecità, non riuscire a guardare al di fuori dei confini italiani evitando così di riproporre quanto di buono si possa trovare altrove. Personalmente penso che qualche volta le imitazioni sociali sono molto utili. Per esempio, per quanto possa sembrare controverso, le primarie importate dagli Stati Uniti secondo me hanno dato dei buoni esiti nel contesto italiano e hanno in qualche modo rinvigorito la democrazia e la partecipazione in questo paese.

Sempre Calamandrei era convinto che le Costituzioni si costruivano pensando più alle minoranze che alle maggioranze. Da questo punto di vista, a partire da Berlusconi, non si è affermata nel nostro Paese quell’idea di “dittatura della maggioranza” che sembra aver contaminato anche la riforma attualmente approvata?
Sì, è un brutto precedente quello di Berlusconi il quale però nonostante le sue “pulsioni” da imprenditore che decide cosa si fa e cosa non si fa, alla fine non è riuscito a dominare il sistema politico italiano. Renzi ha “pulsioni” molto simili a quelle di Berlusconi, cioè vuole comandare. Il problema nasce perché la democrazia non è il luogo del comando ma della formazione del consenso da un lato e dall’altro il luogo della tutela del dissenso; è il luogo dei diritti delle minoranze, che non possono mai essere schiacciati a colpi di voto di maggioranza. Serpeggia anche questo nelle riforme che sono state fatte da Renzi e Boschi e questo produce, non come sostiene qualcuno, una deriva autoritaria ma una deriva confusionaria. Ci troveremo così a dover fare i conti frequentemente con conflitti tra il Senato e la Camera, tra i senatori e le Regioni che li hanno in qualche modo designati, probabilmente anche tra il Presidente della Repubblica e il Capo del Governo. Assisteremo a molti ricorsi alla Corte Costituzionale, non potendo al contempo sorvolare sul fatto che due giudici costituzionali saranno eletti da un Senato che non è stato eletto da nessuno. In questa maniera risulterà estremamente complicato riuscire a costruire un corretto equilibrio tra i diversi poteri.

La nostra Costituzione ha mostrato nel tempo grande spirito di adattamento. Sopravvivendo al crollo del sistema dei partiti, è riuscita a rimanere un punto di riferimento per i diritti civili, il conflitto di interessi, il ruolo del presidente della Repubblica e delle autonomie locali, la libertà di informazione e i principi di solidarietà, affidabile antidoto contro la degenerazione populista. Le ragioni di questo successo?
La Costituzione Italiana è fondamentalmente una costituzione flessibile, non è rigida e non è, come qualcuno dice, ambigua. È un testo che garantisce ampi spazi di elasticità, ad esempio nel funzionamento del Parlamento; il bicameralismo italiano ha consentito alla maggioranza di recuperare una Camera se perdevano nell’altra e al tempo stesso ha dato modo alle minoranze di riuscire a convincere le maggioranze talvolta nel passaggio da una Camera all’altra. È stata elastica perché ha consentito cambiamenti di governo per tutta la prima fase della Repubblica senza che ci fosse il continuo scioglimento del Parlamento: le crisi di governo si risolvevano all’interno della medesima coalizione attraverso la costituzione di “nuove” maggioranze anche solo leggermente diverse. La Costituzione ha dimostrato che un Presidente dotato di competenza politica può svolgere un ruolo molto importante ed è quello che hanno fatto sia Scalfaro che Napolitano nel suo primo mandato, riuscendo a preservare la vivacità del sistema democratico tenendolo sotto controllo anche nei momenti più aspri. Grazie alla sua elasticità, la Costituzione ha assorbito la presenza di due partiti anti-sistema, il Movimento Sociale e il Partito Comunista, obbligandoli prima a giocare le loro carte all’interno del quadro politico e, alla fine, a trasformarsi. Il Movimento Sociale ha dato vita ad Alleanza Nazionale; più difficile stabilire in cosa si sia trasformato il Partito Comunista, ma sicuramente ha “accettato” tutte le regole non solo della Costituzione ma anche quelle informali del sistema economico, del mercato, dei rapporti con l’Europa e, quindi, dell’Unione Europea.

Cosa consiglierebbe a chi intenda riformare la Costituzione?
La Costituzione è un documento sistemico. Di conseguenza occorre prudenza anche quando si interviene su un solo articolo o su una parte di esso, perché le modifiche che a prima vista possono apparire irrilevanti, obbligano a modificare altre parti della Costituzione, a creare e ricreare equilibri. Per esempio il Senato lo si può trasformare imitando il Bundesrat, come già detto prima o lo si può addirittura eliminare, ma nel momento in cui si crea il monocameralismo, che è operazione legittima, allora diventa necessario che la Camera venga strutturata ed eletta in maniera diversa e bisogna intervenire anche sui regolamenti parlamentari, sui poteri del Presidente della Repubblica e sulla possibilità di adire alla Corte Costituzionale. Quello che manca ai cosiddetti sedicenti riformatori contemporanei è una visione sistemica e una conoscenza della storia. La Costituzione non è solo un documento giuridico, è un documento eminentemente politico che rappresenta una società nel momento del suo sviluppo e cerca di interpretarne le linee lungo le quali quello sviluppo avverrà in futuro.

Se la Costituzione è un documento eminentemente politico, qual è l’immagine che il testo attuale ci regala dell’Italia di allora, dell’immediato dopoguerra? E cosa è cambiato? Esisteva in quegli anni un sentimento di appartenenza che ai giorni nostri è venuto a mancare?
Penso che il sentimento di appartenenza non ci fosse ieri così come manca oggi. Negli anni tra il 1945 e il 1960 l’Italia era ancora fondamentalmente un paese rurale, agricolo, con un alto tasso di analfabetismo e un dualismo decisamente accentuato tra Nord e Sud. Poi sono cominciate le migrazioni, dalla metà degli anni Cinquanta sino alla fine dei Sessanta. Quei flussi portano molti italiani del Sud al Nord, nel triangolo industriale, ma anche in alcuni paesi stranieri, come Belgio, Francia, Svizzera e Germania. Ci sono anche flussi migratori che molti hanno dimenticato, quelli dalle zone povere del Veneto verso le grandi città come Milano, Torino e in parte anche Genova. Il Paese, attraversato da questi massicci flussi migratori, diede modo agli italiani di conoscersi e riconoscersi. E’ proprio la conoscenza reciproca che li porta a sottolineare e, semmai, a valorizzare le differenze regionali. Il film migliore per comprendere questa evoluzione è “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti: molte volte i registi interpretano la storia italiana meglio di noi politologi, dei sociologi e forse anche degli economisti. L’Italia di oggi è un paese che di identità ne ha poca e che può trovarla solo attraverso un documento costituzionale che non sia solo ben scritto ma che sia anche analizzato seriamente, che sia insegnato perché l’insegnamento della Costituzione manca. Dobbiamo cercare non di essere più italiani di quel che siamo, ma è necessario che diventiamo europei e cominciamo a comportarci secondo le regole europee, regole che sono più serie e incisive e che sicuramente sono più efficaci delle nostre. L’appartenenza all’Italia andrebbe sottolineata dicendo che siamo europei nati in Italia. Credo che questa dovrebbe essere la nostra stella polare.

Un aspetto che rende il presente molto diverso dal passato è sicuramente dato dal fatto che la Costituzione entrata in vigore nel ’48 venne realizzata da una Assemblea Costituente che era stata eletta con quello specifico mandato; la riforma attuale è stata votata da un parlamento che non ha avuto quel mandato e che, soprattutto, è stato eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale. Tutto questo incide sulla legittimità se non giuridica, morale del nuovo testo?
Direi proprio di sì. L’elezione di una nuova assemblea costituente avrebbe delegittimato la Costituzione esistente perciò sono stato fortemente contrario a questa ipotesi. Ma questo Parlamento è stato in qualche modo stravolto dalle leggi elettorali, quindi ha una legittimità minore rispetto a un parlamento eletto con un decente sistema proporzionale. Ma ciò che mi preoccupa maggiormente è la trattativa, non condotta alla luce del sole, tra alcuni gruppi che alla fine hanno assegnato un potere eccessivo al Governo. Una costituzione non deve essere scritta dal Governo bensì dal Parlamento. Invece troppo spesso l’esecutivo ha imposto le proprie scelte ai parlamentari di maggioranza premiati da un cospicuo numero di seggi sicuri grazie alla legge elettorale e questo ha prodotto squilibri nel modo in cui la riforma costituzionale è stata costruita. Il Governo ha annunciato che intende chiedere un referendum costituzionale. Ma il referendum non può essere proposto dal Governo, visto che a promuoverlo possono essere solo un quinto dei Parlamentari o cinque Consigli regionali o cinquecentomila elettori. I referendum chiesti dall’esecutivo con il premier che minaccia le dimissioni in caso di esito a lui contrario si chiamano plebisciti. Renzi sta usando una minaccia o un ricatto plebiscitario che secondo me è anche peggiore della riforma che ha fatto.

Un altro bersaglio del Governo sembrano essere i sindacati…
Le organizzazioni dei lavoratori oggi appaiono le strutture burocratiche che meno si sono rinnovate nel corso del tempo. Hanno creato numerose zone di privilegio, forse non hanno capito la dinamica sociale economica complessiva del Paese, cosa è successo in Italia e cosa sta accadendo in Europa, come si sono modificate le aspettative degli Italiani relativamente al lavoro, al tipo e alla qualità dell’impiego, alla stabilità, alle prospettive. Le critiche ai sindacati e ai sindacalisti sono legittime e necessarie. Anzi a muoverle dovrebbero essere gli stessi sindacalisti chiedendo conto di certi comportamenti alle loro centrali organizzative. Però quello che un paese deve comunque tutelare è la possibilità dei lavoratori di organizzarsi e di contrattare. I lavoratori al tavolo del negoziato, sono nella stragrande maggioranza dei casi, la parte debole. Devono quindi essere protetti, agevolati e ben rappresentati da sindacati che oggi però non rispondono pienamente a queste necessità. Dovrebbero rinnovare i loro strumenti di azione perché lo sciopero ha perduto gran parte della sua originaria funzione. I sindacati, insomma, dovrebbero sforzarsi di essere più propositivi e meno oppositivi.

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