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Forza Nuova va sciolta qui e ora. E se rinasce la sciogliamo ancora @DomaniGiornale

Quando si tratta di leggere e interpretare la Costituzione, non possono e non debbono mai essere invocate valutazioni di opportunità politica. Le disposizioni della Costituzione vanno applicate con riferimento assoluto e coerente alla loro lettera e al loro spirito. Questa coerenza si estende anche alla lettera della XII disposizione: “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Scritta da Costituenti che avevano sperimentato in una pluralità di forme il regime fascista, la sua nascita, le sue modalità di governo, lo spirito è lampante. Bisogna bloccare sul nascere tutte le manifestazioni, massime la violenza, che si richiamino al fascismo e che configurino tentativi di ricomparsa. Qui e adesso, in particolare dopo l’assalto alla sede della CGIL e al pronto soccorso del Policlinico Umberto I, nonché il progettato attacco a Palazzo Chigi, è corretto ritenere che Forza Nuova miri alla ricostituzione di un’organizzazione fascista? Dunque, se ricade nella fattispecie delineata dalla XII disposizione va sciolta. All’eventuale scioglimento non si possono contrapporre argomentazioni di errori e inadeguatezze del passato e neppure più o meno fondati timori di ripercussioni future.

   Il Movimento politico “Ordine Nuovo” fondato e guidato da Pino Rauti fu sciolto con sentenza della magistratura nel novembre 1973 e i suoi beni furono confiscati. Lo scioglimento avvenne nella fase già iniziata degli anni di piombo. Non ricordo opposizioni alla sentenza che applicava la legge Scelba (Ministro degli Interni) del 1952 di attuazione della XII disposizione che sollevassero il problema dell’eventuale esacerbarsi del terrorismo di destra, al quale Ordine Nuovo contribuiva significativamente. Non ricordo neppure che venisse posto il problema delle prospettive occupazionali di dirigenti e dei militanti, dove sarebbero andati, che cosa avrebbero fatto. Nessuno si chiese se quei terroristi che operavano in nome del fascismo sarebbero diventati ancora più violenti e pericolosi una volta disciolta e bandita la loro organizzazione. Le democrazie si difendono applicando la Costituzione e le leggi (d’obbligo è il rimando alla bella ricerca di Giovanni Capoccia, “cervello” fuggito e meritatamente e felicemente approdato a Oxford: Defending Democracy: Reactions to Extremism in Interwar Europe, Johns Hopkins University Press, 2005) , non misurando con bilancini opportunistici i pro e i contro delle decisioni che trovano il loro fondamento nella Costituzione e nelle leggi che ne traducono concretamente i dispositivi.

   Atteggiamenti di mal posta comprensione di un presunto “disagio” che non può comunque mai sfociare in violenza politica mirata, comportamenti incoerenti e al di sotto della sfida rivelano la debolezza di uno Stato e dei suoi apparati, delusi e umiliati. Aprono ulteriori spazi psicologici, sociali e politici a chi intende fare uso della simbologia e della strumentazione verbale e fisica del fascismo, e sa come farlo. Una volta sciolta Forza Nuova i suoi dirigenti non finiti in carcere oppure uscitine si adopereranno per costituire un’altra organizzazione il più simile possibile? Non è da escludersi nella consapevolezza, da un lato, che nessun fascismo si batte soltanto con l’istruzione e la cultura (non una buona ragione per tralasciare una intensa opera di educazione civica e storica), dall’altro, che il fascismo è parte della nostra storia e può ripresentarsi con una pluralità di volti. Bisognerà, allora, ricorrere nuovamente alla Costituzione, alla sua applicazione e alle conseguenze che ne derivano. Però, nessuno potrà più sollevare la obiezione/giustificazione della colpevole sottovalutazione e degli errori gravi commessi nel passato più o meno recente.

Pubblicato il 16 ottobre 2021 su Domani

I no Green Pass non sono una nuova marcia su Roma, ma … @formichenews

Che gli italiani non abbiano davvero mai fatto i conti non solo con il fascismo, ma con i fascisti, è lapalissiano. Non concluderò affermando solennemente che bisogna insegnare la storia. Dirò, invece, che bisogna prevenire, reprimere e punire in maniera selettiva, puntuale, senza attenuanti. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza politica

Se siamo oppressi e schiacciati da una dittatura sanitaria voluta congiuntamente da Draghi e da Speranza (nonché da qualche oscuro potere straniero: il Forum di Davos?) e non casualmente imposta dai mezzi affidati al Generale Figliuolo, allora non resta che solidarizzare con gli eroici combattenti (No Vax) No Green Pass. Dalle loro torri d’avorio ( o forse sono trasmettitori televisivi) intellettuali, filosofi, critici d’arte e giornalisti affermano che a essere violata dalle decisioni del Führer Draghi (faccio più fatica a vedere Speranza nel phisique du rôle del dittatore) è la nostra libertà personale che loro, con grande sprezzo del pericolo, si dannano per difendere, anzi, per non sacrificare neppure minimamente. Poi, magari, citano a sproposito e sbagliando la Costituzione, ricorrono a concezioni della libertà più simili a quelle di un anarchismo mal interpretato, si arrampicano in fantasiose analisi comparate.

   Credo che, sempre, le parole abbiano/hanno conseguenze, ma dubito che i facinorosi di Forza Nuova, i loro sostenitori e i dimostranti di ieri a Roma, dell’altro ieri e di domani, si facciano influenzare dai professoroni. Semmai, usano quelle parole come giustificazioni di comportamenti che stanno tutti nelle loro corde. Disordini e distruzioni vanno, comunque, sempre condannati e puniti. Il rispetto delle idee altrui, qualche volta, peraltro, espressione ipocrita che equivale a lavarsi le mani, non ha nulla a che vedere con l’accettazione supina di aggressioni selvagge. Certo, non tutta la violenza politica è automaticamente fascismo. Però, quando è accompagnata da slogan, simboli, gestualità che si richiamano deliberatamente e inequivocabilmente alle modalità praticate dallo squadrismo merita di essere definita quantomeno di stampo fascista.

   Saranno i magistrati, quando, finalmente, investiti della questione, a decidere se Forza Nuova si configura come tentativo di riorganizzazione del disciolto partito fascista. La apposita Dodicesima Disposizione transitoria e finale è già stata applicata nel novembre 1973 a Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti, con chiusura delle sedi e confisca di beni. Che il fascismo sia eterno oppure no non è un tema che, lo dirò con il verbo spesso usato dai politici, mi appassiona. Vedo che esistono diverse generazioni che si alimentano di fascismo. Che il fascismo in questo paese mantenga propaggini numerose, delle quali è, però, sbagliato esagerare la pericolosità, è evidente. Che si riproduca anche grazie alla connivenza e benevolenza di ambienti politici e economici (che ne finanziano le attività), è un segreto di Arlecchino. Che gli italiani non abbiano davvero mai fatto i conti non solo con il fascismo, ma con i fascisti, è lapalissiano. Non concluderò affermando solennemente che bisogna insegnare la storia. Dirò, invece, che bisogna prevenire, reprimere e punire in maniera selettiva, puntuale, senza attenuanti. Scriverò un commento simile fra una decina di mesi?

Pubblicato il 10 ottobre 2021 su formiche.net

Il #25aprile che non passa #FestadellaLiberazione

25 aprile. Punto d’arrivo e punto di inizio di una nuova vicenda. Non dimenticare non basta. Bisogna pensare e sapere ripensare. Senza fastidiosi appelli retorici e spesso ipocriti. Senza deprecabili richiami al superamento del passato. Senza impraticabili e contraddittorie richieste di impossibili memorie condivise.

Resistenza. Nata da subito contro il fascismo. Dipanatasi con alti e bassi in tutta l’Italia. Presente nelle grandi città e nei piccoli villaggi. Repressa, ma incomprimibile. Con le uccisioni periodiche dei suoi leader: Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Giacomo Matteotti, Carlo e Nello Rosselli, Antonio Gramsci. Con i molti assassinati a livello locale, non dimenticati, il cui sangue testimoniava la volontà di opporsi, l’esistenza anche di un’altra Italia. Da quei martiri celebri e dalle loro idee scaturirono le idee e ideologie di un’Italia futura, migliore: la libertà del liberalismo; una società rappacificata del cattolicesimo democratico; la giustizia sociale dell’azionismo; la trasformazione anche rivoluzionaria del socialismo e del comunismo. A distanza di quasi ottant’anni rimangono esemplari e commoventi i documenti e le testimonianze contenuti nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza in Italia e in Europa. Monumento e memento di come preservare liberi la mente e il cuore anche nei giorni più bui.

Liberazione. Divenuta lotta armata, la Resistenza ebbe due obiettivi: da un lato, liberare l’Italia dall’oppressore fascista rinserratosi nella Repubblichetta di Salò; dall’altro, cacciare l’invasore nazista in preda agli ultimi spasmi della sua ferocia. Quella lotta armata, per quanto militarmente non decisiva, fu anche un modo importante di riconquistare la dignità dell’essere italiani e, attraverso il sacrificio delle vite, di sensibilizzare alla solidarietà numerosi settori sociali. Tuttavia, più o meno riconoscente per il ritorno alla libertà, nel paese continuò a esistere una vasta area grigia di non-impegno, di prevalenza del privato, di ripiegamenti sugli interessi personali e familiari.

Costituzione. Il quadro di riferimento della democrazia repubblicana è comprensibile attingendo, da un lato, agli obiettivi già delineati nelle Carte costituzionali formulate in zone liberate dalla Resistenza. Dall’altro, trova le sue indicazioni più elevate nelle culture politiche liberale, cattolico-democratica, azionista, socialista e comunista che si confrontarono e si espressero in Assemblea Costituente. Fu Piero Calamandrei, grande giurista del Partito d’Azione, a dare un giudizio in parte severo in parte positivo della Costituzione: “una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”. La promessa è nel corso del tempo molto impallidita. Tuttavia, può essere opportunamente rivivificata dai molti che ritengano che il loro impegno civile e politico consiste proprio nel mantenimento di una promessa fatta anche a coloro che con il consapevole sacrificio della loro vita contribuirono, in Italia e in Europa, a (ri)conquistare la libertà.

Caro Mario, se l’offerta arriva, it’s your choice ma… Firmato Pasquino @formichenews

Draghi dovrebbe essere alla guida di un governo di quale tipo? Tecnico, di unità nazionale, di solidarietà, di grandissima coalizione, “inciucio”, di sospensione della politica, del presidente? Comunque vada sarebbe  subito esposto a due critiche, entrambe sbagliate, ma orientate a metterne in questione la legittimità. Il commento di Gianfranco Pasquino

Nell’autunno del 1974 una decina o poco più di italiani si trovava qualche volta di sabato qualche volta di domenica a Belmont, un elegante sobborgo di Cambridge, Massachusetts, dove abita(va) Sergio Brosio. Nipote di Manlio, famoso ambasciatore e segretario generale della NATO, Sergio era stato più volte campione nazionale di pattinaggio, con ottimi risultati anche a livello europeo. Era un anno avanti a me, sezione A, al Liceo Classico Cavour di Torino, dove avevamo avuto come compagni sia Livio Berruti sia Adelaide Aglietta. Era Sergio che ci ospitava e che ci forniva bevande, thé, pasticcini italiani. Prima e dopo giocavamo al pallone.

Fra noi c’era anche, più giovane di qualche anno, Mario Draghi, già sposato con Serena e, curiosamente, Serena era anche il nome della moglie di Franco Modigliani, futuro Premio Nobel, autorevole Professore di Economia al Massachusetts Institute of Technology, con il quale Mario studiava per prendere il dottorato. Però, come giocatore di calcio Mario non era un granché: lento, poco scattante, troppo riflessivo, riluttante a ostacolare gli avversari e a spingerli. Di politica parlava molto raramente. Sentivamo che non aveva forti passioni. Non era certo un uomo di sinistra quanto piuttosto un moderato. Non gli sentii mai fare riferimento ai partiti, ma ricordo la sua ferma preferenza per il keynesismo temperato. Sergio Brosio era liberale come suo zio. Altri fra noi si collocavano variamente a sinistra (non comunista, se no, non avremmo avuto il visto!), ma nelle discussioni “politiche” Mario brillava per la sua riservatezza.

Da allora ci siamo rivisti brevemente una sola volta, ma abbiamo corrisposto per posta elettronica. La sua competenza economica e il suo coraggio in questo campo sono evidenti e commendevoli. La sua conoscenza della politica, meno che mai quella politicata all’italiana, mi pare embrionale. Da uomo intelligente imparerebbe presto e molto. Credo che, nel frattempo, sia al tempo stesso gratificato e incuriosito, con un sorriso scettico sulle labbra, a sentire che molti lo ritengono il Presidente del Consiglio ideale per eventualmente sostituire (un esausto) Conte.

Chi lo propone sottovaluta, se non addirittura trascura, la moltitudine di inconvenienti sulla strada di Palazzo Chigi. Draghi dovrebbe essere alla guida di un governo di quale tipo, qui le formule si sprecano: tecnico, di unità nazionale, di solidarietà, di grandissima coalizione, “inciucio”, di sospensione della politica, del Presidente? Sarebbe subito esposto a due critiche, entrambe sbagliate, ma orientate a metterne in questione la legittimità: non avere personalmente superato il vaglio elettorale, essere a capo di un governo non scelto dal popolo/non uscito dalle urne.

E poco importa che dal punto di vista della Costituzione italiana le obiezioni siano risibili e fuori luogo. Al momento, molto dipende da chi gli sarà offerta l’opportunità. Molto dalla sua valutazione personale. Non credo che gli piacerebbe il ruolo di “uomo della Provvidenza”. Ciampi nel 1993-1994 conosceva molto più da vicino i politici e il sistema dei partiti era più stabile dell’attuale con la consapevolezza diffusa della gravità della crisi.

Draghi mi sembra sia molto più un outsider. Avrebbe bisogno di notevole aiuto, di una rete di collaboratori non esibizionisti, disposti a grandi sacrifici. Alla fine della ballata, caro Mario, in larga misura, se l’offerta arriva, it’s your choice.

Pubblicato il 19 dicembre 2020 su formiche.net

Il dopo referendum – E ora il potere torni agli elettori

Quali sono le conseguenze del referendum costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari? Abbiamo chiesto a Gianfranco Pasquino*, docente di Scienza politica, una riflessione intorno alle decisioni politico-istituzionali necessarie per riconsegnare ai cittadini il potere di scelta dei rappresentanti.

da LiberEtà novembre 2020 (pp. 24-27)

Il risultato del referendum del 20 e 21 settembre segna una tappa, a mio parere, non gloriosa, dell’antiparlamentarismo strisciante italiano la cui bandiera è stata sventolata dal Movimento 5 Stelle. Al tempo stesso, potrebbe diventare l’inizio di un processo riformatore indefinito nella quantità di riforme elettorali e istituzionali e nella sua qualità. Tuttavia, non è affatto scontato che quello che si prospetta di fare sia preferibile a quello che già sta scritto nella Costituzione e che condurrà a migliorare il funzionamento del sistema politico italiano e della qualità della democrazia. Significativamente ridimensionati, i parlamentari italiani avranno certamente delle difficoltà sui due versanti nei quali esplicano i loro compiti essenziali che, in una democrazia parlamentare, sono due: dare rappresentanza politica ai cittadini e controllare l’operato del governo.

Sul primo versante, il Movimento 5 Stelle e, soprattutto, il Partito Democratico hanno annunciato il loro impegno alla formulazione di una nuova legge elettorale di tipo proporzionale. Poiché di leggi proporzionali ne esistono numerose varianti, sarebbe opportuno porre, come direbbero i poco fantasiosi politici, dei paletti. Al di là della formula prescelta, la nuova legge dovrebbe consentire l’espressione di un voto di preferenza e non dovrebbe contenere la possibilità di candidature multiple. Il criterio ispiratore deve essere quello del potere degli elettori. La vigente legge elettorale tedesca, se presa nella sua integrità, risponde a questi requisiti. Quanto al controllo che i parlamentari ridotti di un terzo riusciranno ad esercitare sul governo, non per paralizzarlo, ma per evitarne eccessi e errori, sembra che i revisionisti costituzionale si siano messi sulla strada, anch’essa tedesca, del voto di sfiducia costruttivo. Bene, ma bisognerebbe evitare la eccessiva emanazione di decreti legge sui quali il governo pone la fiducia rendendo impossibile in questo modo non soltanto all’opposizione, ma alla sua stessa maggioranza, qualsiasi miglioramento dei contenuti del decreto.

L’inevitabile tecnicismo delle revisioni costituzionali (e dei regolamenti parlamentari) non deve fare passare in secondo piano i problemi politici contemporanei che inevitabilmente incideranno sulle soluzioni di cui si discute e sull’evoluzione a breve e a lungo termine della vita politica italiana. Insieme alla vittoria referendaria, il Movimento Cinque Stelle ha dovuto registrare un suo serio declino elettorale in tutte le regioni nelle quali si è votato. Continuo a pensare che il voto “politico” delle Cinque Stelle potrà comunque essere superiore al 10 per cento, ma la caduta attuale è preoccupante per il loro futuro e, in una (in)certa misura, per il futuro del governo e del sistema politico. Infatti, anche se il Partito Democratico ha ottenuto buoni risultati in tre importanti regioni, le sue percentuali, poco sopra il 20 percento, continuano ad essere insufficienti a garantire qualsiasi vittoria nazionale prossima ventura. Il PD avrà sempre bisogno di alleati anche qualora riuscisse a delineare un suo “campo largo”. Di qui la proposta di un’alleanza organica con le Cinque Stelle che, però, primo, potrebbe non essere affatto numericamente sufficiente; secondo, al momento non sembra politicamente accettabile ad una parte consistente, peraltro non maggioritaria, degli aderenti pentastellati.

   In verità, il governo Conte trae la sua forza dalla popolarità del Presidente del Consiglio il cui operato è apprezzato giustamente da più del 60 per cento degli elettori, per quanto criticato, a mio parere con incomprensibile faziosità e pochezza di argomenti, da “Repubblica” e dal “Corriere della Sera” nonché, ovviamente, dalla stampa di destra. È soprattutto grazie alla intransigenza e alla credibilità di Conte e, in misura leggermente inferiore, del Ministro Gualtieri e del Commissario Gentiloni che l’Italia ha ottenuto dalla Commissione Europea un pacchetto di prestiti e di sussidi di gran lunga superiore a quello di tutti gli altri paesi. Adesso, come giustamente dichiarato da Conte stesso, bisognerà riuscire e spenderli presto e bene su progetti nel solco delle direttive europee per digitalizzare l’Italia, farne un’economia verde, con trasformazioni strutturali nella sanità, nella scuola e nella amministrazione della giustizia. I rapporti con l’Unione Europea sono e possono rimanere il punto di forza di Conte e del suo governo al tempo stesso che sono il vero tallone d’Achille dell’opposizione di centro-destra.

Nessuno può immaginare neppure per un momento che un governo sovranista Salvini-Meloni, o viceversa, sarebbe stato e sarà in grado di negoziare efficacemente con gli europeisti. Al contrario. Naturalmente, se il governo Conte riuscirà a trasformare l’Italia è possibile che il futuro politico-elettorale del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle riservi sorprese positive. Al momento, però, anche se è possibile vedere non pochi scricchiolii in quella che sembrava la potente macchina da guerra di Salvini e della Lega, è indubbio che il centro-destra continua ad essere numericamente e percentualmente più forte del centro-sinistra nelle sue varie articolazioni.

   Né le revisioni costituzionali né le alleanze fra partiti possono fare dimenticare quello che, a mio parere, è il vero problema italiano a partire dal crollo del muro di Berlino: la debolezza dei partiti e la disgregazione del sistema dei partiti. Partiti nascono, si trasformano, s’indeboliscono, illudono gli elettori, diventano irrilevanti. Non consentono progetti e azioni di governo di un qualche respiro. Inevitabilmente, gli elettori cambiano i loro comportamenti di voto contribuendo a vittorie improvvis/ate e a declini bruschi. C’è un senso di precarietà nella politica italiana alla quale, per fortuna, anche per la dura della loro carica, si sono contrapposti i Presidenti della Repubblica: Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella. Ecco perché l’elezione del successore di Mattarella all’inizio del 2022 sarà particolarmente importante. Ecco perché i Cinque Stelle e il PD non debbono bruciare la grande opportunità che si offre loro.

*Gianfranco Pasquino è Professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna. Il suo volume più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020).

Democrazia Futura. Il corto circuito fra governo, politica e istituzioni @Key4biz ETICA DELLA POLITICA

“Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali”.

I rapporti fra gli esecutivi e le assemblee rappresentative sono in qualsiasi forma di governo: parlamentari, presidenziale, semipresidenziale, direttoriale, sempre complessi e conflittuali. Naturalmente, a seconda della forma di governo, tanto la complessità quanto la conflittualità variano quantitativamente e qualitativamente.

Alla problematicità di questi rapporti bisogna aggiungere anche quelli che intercorrono fra le autorità centrali e quelle locali in special modo nei sistemi politici federali. Infine, è sempre opportuno e utile ricordare ai molti giuristi che si esercitano in raffinate disquisizioni sulla “norma” che chi non è in grado di inserire nella sua analisi i partiti e i sistemi di partiti è destinato a cogliere soltanto una parte del problema, raramente la più importante, e a offrire visioni inevitabilmente incomplete e inadeguate, al limite fuorvianti.

Inoltre, ma considero quel che segue di decisiva importanza, chi studia e ritiene di conoscere un solo caso è in errore. Come scrisse più volte Sartori, neppure quel caso è conoscibile in maniera adeguata e soddisfacente se lo studioso non conosce altri casi ed è in grado di trarre il necessario giovamento dall’analisi comparata.

Naturalmente, questa considerazione si attaglia perfettamente a tutti coloro, italiani e stranieri, che nel corso del tempo hanno regolarmente considerato, in maniera più o meno positiva, il sistema politico italiano un’anomalia (che per troppi comunisti e qualche democristiano era “positiva”), ovvero, detto in maniera più tecnica, un caso deviante.

Per essere “provate” sia l’anomalia sia la devianza debbono essere messe a confronto con quanto riteniamo essere la normalità, la regola. Allora, per l’appunto, diventano essenziali tutte le conoscenze comparate acquisibili, a partire da quelle relative alle democrazie parlamentari accompagnate da quelle sui sistemi di partiti.

Il mio punto di partenza, ieri come oggi e presumibilmente domani, consiste nell’individuare con il massimo di precisione possibile quali sono i compiti delle assemblee elettive che sono variamente chiamate nazionali e legislative oppure, nelle forme di governo presidenziali, Congressi.

Procedere in maniera fruttuosa alla definizione dei compiti richiede una doppia operazione: primo, esplorare come quei compiti sono definiti nelle rispettive costituzioni; secondo, come sono stati svolti nella pratica e quali cambiamenti sono sopravvenuti nel corso della storia di quelle forme di governo.

Comprensibilmente, non posso qui e ora ripercorrere la storia dei cambiamenti nei compiti delle assemblee e neppure quella delle trasformazioni del ruolo e dei poteri degli esecutivi.

Per quanto non sempre soddisfacente, la letteratura esistente in materia è fin troppo ampia, con alcune punte di eccellenza, e consente di trarre una molteplicità di generalizzazioni che hanno talvolta condotte a quelle teorie probabilistiche che, secondo Sartori, caratterizzano l’impresa scientifica della scienza politica.

Compiti essenziali delle assemblee elettive

Entro subito in medias res. Tutte le assemblee elettive debbono svolgere due compiti essenziali (fra i quali non rientra quello, detto sommariamente, di “fare” le leggi): dare rappresentanza politica agli elettori, alla società, e controllare l’operato del governo, del potere esecutivo.

Sottolineo che la rappresentanza deve essere definita politica sia perché è frutto di una competizione elettorale free and fair sia perché candidati/e eletti/e cercheranno di rappresentare le preferenze e le esigenze, gli interessi e gli ideali degli elettori, loro, ma anche di coloro che non li hanno votati che, però, potrebbero essere ricettivi alle modalità con le quali i/le rappresentanti svolgeranno i loro compiti.

Quanto al controllo sul governo, nei casi delle democrazie parlamentari i governi nascono nell’assemblea elettiva; operano e vivono se e fino a quando sono sostenuti dalla fiducia, variamente espressa e manifestata dalla maggioranza dei rappresentanti di quell’assemblea; si trasformano quando cambiano le maggioranze; muoiono quando perdono la fiducia.

Dunque, buone assemblee hanno potere di vita e di morte sui governi da loro scaturiti. Al contrario delle democrazie presidenziali nelle quali l’esecutivo può essere rimosso solo da un impeachment che abbia successo (o dal decesso dell’occupante, l’incumbent), cosicché, mentre le democrazie parlamentari sono per lo più notevolmente flessibili e adattabili, le democrazie presidenziali sono rigide e rischiano l’immobilismo.

Declino e destrutturazione

Attrezzati con queste essenziali considerazioni preliminari, senza le quali non è possibile compiere nessun percorso analitico di un qualche interesse e di rilevanza, quali cambiamenti significativi sono intercorsi e sono tuttora in corso?

Sicuramente, il cambiamento più importante di tutti e più diffuso, anche se non uniformemente, è costituito dal declino dei partiti e dalla destrutturazione dei sistemi di partiti. Nel caso degli Stati Uniti, i problemi derivano anche dalla polarizzazione fra i Repubblicani, diventati faziosi e radicalizzati, persino conquistabili, come è avvenuto con Trump, e i Democratici, che si sono leggermente più spostati a sinistra.

Il cambiamento è stato più significativo in Italia dove dai grandi partiti di massa si è passati a partiti personali, a movimenti più o meno occasionali, a strutture deboli, penetrabili e esposte a scissioni. Da queste strutture non ci si può aspettare la capacità di imporre disciplina ai propri parlamentari e di coordinare i comportamenti di rappresentanti e governanti, neppure quella di formulare linee politiche coerenti e, meno che mai, una cultura politica come tessuto connettivo. Ne consegue che i rapporti Parlamento/Governo sono ondeggianti e fluttuanti.

Il governo sa di non potere contare sull’essere il punto di riferimento dei rappresentanti della maggioranza e sulla loro coesione. I tempi di discussione e approvazione dei provvedimenti governativi che, spesso, costituiscono il più che legittimo e meritevole tentativo di tradurre le promesse programmatiche elettorali in politiche pubbliche, sono indefiniti, incerti, aleatori.

Inevitabilmente, il governo ricorrerà alla decretazione d’urgenza e su quei decreti porrà il voto di fiducia per coagulare le sue maggioranze parlamentari. Quanto più è debole, inesperto, incapace tanto più il Presidente USA (Trump lo esemplifica al massimo grado) produrrà executive orders saltando il Congresso. Nancy Pelosi, l’abile speaker democratica della Camera dei Rappresentanti ha formulato un piccolo pacchetto di riforme per riuscire a porre sotto controllo o addirittura impedire le strabordanti azioni presidenziali. 

Deboli saranno sia il sostegno sia l’opposizione provenienti dalle società che si sono largamente liquefatte, naturalmente, con molte differenze. Ad alcune, come a quella italiana, qualche leader, esasperato perché inadeguato cercherà di imporre la disintermediazione.

Altre, mai davvero “intermediate”, come quella francese, produrranno esplosioni di rabbia stile gilet gialli. Negli USA Black Lives Matter segnala che l’intermediazione è del tutto squilibrata e segnata a ferro e fuoco dal mai scomparso razzismo. Laddove la società mantiene elementi di coesione dalla società possono emergere partiti sovranisti e populisti, persino nella civilissima Scandinavia.

Tutto questo caos potenziale o attuale, ancora una volta con molte differenze fra sistemi politici e sociali, si abbatte sui rapporti fra parlamenti e governi con richieste di governi forti, rapidi, severi e con critiche a parlamenti e parlamentari alcuni dei quali accusati non solo di essere fannulloni e incapaci, ma persino “nemici del popolo” che non sanno né rappresentare né proteggere.

Si aprono spazi per azioni di governo non controllate, non temperate, incoerenti, ad hoc. Resuscitando un’espressione del Sessantotto, vedremo azioni che sono improntate dalla “pratica dell’obiettivo”, revocabili dal governo successivo.

Infine, da un lato, nel vuoto o nella debolezza del circuito istituzionale si aprono enormi spazi per la personalizzazione della politica che premia i detentori di risorse monetarie (i magnati), di visibilità (i divi, i giornalisti, gli sportivi), talvolta di expertise, ancorché non politica (gli scienziati, i professori), dall’altro, a dare visibilità e fama provvedono i mass media, più quelli “vecchi” di quelli nuovi (la Rete, il Web), ma nulla di quello che consegue riesce a rendere i rapporti Parlamento/Governo migliori se con questo aggettivo ci si riferisce al rispetto reciproco fra le due istituzioni e i loro occupanti, alla funzionalità in termini di tempi relativamente certi per la discussione e la decisione (che potrebbe anche essere negativa), alla trasparenza per gli elettori, le associazioni, i mass media dei quali, però, è sempre più opportuno sapere e volere criticare l’incompetenza e la partigianeria.

Nessuna soluzione facile

Non c’è nessuna soluzione facile e veloce disponibile a chi voglia migliorare i rapporti Parlamento/Governo. Appare indispensabile partire, soprattutto per il caso italiano, dalla Costituzione e da quanto è colà precisamente sancito. Poi, certo, bisogna porre mano alla legge elettorale seguendo una stella polare: il potere degli elettori, quindi, mai più pluricandidature né liste bloccate. Inoltre, è utile ritoccare i regolamenti parlamentari per disciplinare compiti e poteri della maggioranza e per offrire opportunità di interventi significativi all’opposizione, ma regolamentando ferreamente l’eventuale ostruzionismo.

Infine, Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale hanno il dovere politico e costituzionale di ergersi ad arcigni difensori della Costituzione senza se senza ma. Siamo lontani da tutto questo. L’esito del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari ha prodotto un allontanamento ulteriore. Solo l’Unione Europea con i suoi vincoli e con le sue richieste obbliga Governo e Parlamento a rientrare nei loro rispettivi ruoli e a (ri)stabilire rapporti e equilibri decenti.

Comunque, è la stessa, per quanto farraginosa, complessità delle democrazie contemporanee a costituire un argine a scivolamenti e derive potenzialmente autoritarie. Oserei dichiarare che c’è di peggio: lo spettacolo e la realtà dello spreco di risorse e di tempo (time is money) che inquina il futuro. Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali. Niente di più niente di meno. Pensare e fare politica.

Another time another place.

Pubblicato il 26 ottobre 2020 su Key4biz

Referendum, dal meno al niente @HuffPostItalia

La Costituzione italiana, come tutte le buone Costituzioni democratiche, è una costruzione complessa. Toccando una componente diventa immediatamente necessario intervenire su altre componenti ridefinendole e ristabilendo l’equilibro complessivo. È evidente che in una democrazia parlamentare, il Parlamento costituisce l’elemento fondamentale. Da un lato, è luogo di rappresentanza dei cittadini, delle loro preferenze, esigenze, speranze, aspirazioni. Dall’altro, è l’organismo che dà vita al governo, lo sostiene e, se necessario, lo sostituisce. Qualsiasi intervento sul Parlamento ha, quindi, effetti sia sui cittadini (la rappresentanza) sia sul governo (la sua funzionalità). Ridurre in maniera considerevole, di un terzo, il numero dei parlamentari, è soltanto in apparenza qualcosa di “lineare”, cioè semplice, facile, chiaro, poiché implica l’obbligo di valutarne le conseguenze che sono, invece, molto complesse, non tutte facilmente valutabili. Meno non è (affatto) meglio.

Tagliando “linearmente” non esiste nessuna garanzia che da un Parlamento ristretto saranno automaticamente esclusi, come sostengono i pentastellati, gli assenteisti e i fannulloni, ai quali personalmente aggiungo gli incompetenti, che i pentastellati, chi sa perché?, neppure prendono in considerazione. Le probabilità che assenteisti, fannulloni, incompetenti rimangano anche in un Parlamento linearmente snellito sono ovviamente, statisticamente altissime. Oltre a rimandare ad una nuova legge elettorale, la cui necessità è comunque già oggi imprescindibile, i pentastellati sostengono che se i parlamentari sono ridotti di un terzo ne conseguirà una “migliore selezione”. Però, proprio non si capisce come verrebbe assicurata dagli stessi partiti che oggi selezionano male e perché mai i capipartito e i capicorrente dovrebbero procedere ad una selezione virtuosa visto che il loro potere risiede esattamente nello scegliere chi, cooptato/a, si sentirà in obbligo di rispondere a loro e non agli elettori.

In un dibattito breve e non intenso, tutto meno che brillante, è mancato quasi del tutto il riferimento ad un aspetto cruciale, fondamentale. I compiti e le attività del Parlamento, che sono molte e molto importanti, non vengono in nessun modo toccati dalle riforme. Seicento parlamentari saranno inevitabilmente chiamati a svolgere tutto quello che facevano, stanno facendo novecentoquarantacinque parlamentari. Non è che accorpando qualche commissione il lavoro diminuirà. La nuova commissione avrà la somma del lavoro delle commissioni accorpate.

Infine, i soldi eventualmente risparmiati sul versante delle indennità e altro attinenti a ciascun parlamentare avranno come contropartita i soldi aggiuntivi che ciascun candidato e il suo partito saranno obbligati a spendere per le campagne elettorali in circoscrizioni più ampie per raggiungere un numero di elettori un terzo più grande degli attuali. L’esito dell’eventuale riduzione sarà, almeno in parte, quello voluto, ma solo raramente detto dai pentastellati: un parlamento ridimensionato meno in grado di funzionare che attirerà ancora più critiche e del quale qualcuno richiederà il superamento, s’intende, lineare.

Pubblicato il 17 settembre 2020 su huffingtonpost.it

La neolingua che inganna gli elettori sul referendum @domanigiornale

  • Il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari non è confermativo, ma al massimo oppositivo.

  • Il rapporto tra Camera e Senato non è “perfetto”, ma “paritario”, la riduzione del numero dei componenti non migliorerebbe la situazione.

  • Non è affatto vero che un parlamento più piccolo renderebbe inevitabile un sistema elettorale proporzionale puro (anche sulla purezza ci sono idee confuse).

 

Gli aggettivi servono a chiarire e precisare significati e contenuti dei termini utilizzati. Vanno usati con cautela, appropriatamente, senza esagerazioni e distorsioni.

Le definizioni di un fenomeno debbono soddisfare esigenze di specificazione e di comprensione, ma possono anche mirare a influenzare le preferenze e le valutazioni.

La politica si configura anche, molto spesso, come una modalità di comunicazione orientata a persuadere. Tuttavia, non da oggi, sosterrebbe George Orwell molti politici e operatori dei mass media fanno della comunicazione politica una modalità di manipolazione. Non di rado, Orwell sarebbe stupito dai brandelli di neo-lingua che circolano in Italia non sfidati da nessuno.

Mi limiterò ad alcuni, credo importanti, esempi, ma la casistica è molto più ampia e richiede costantemente attenzione e contrasto.

Non sta scritto da nessuna parte nella Costituzione italiana che il referendum costituzionale è confermativo. Comunque, l’aggettivo non può riferirsi a quel tipo di referendum in quanto tale, ma al suo esito. Qualora la maggioranza dei votanti (non esiste quorum) si esprima per il “sì”, la revisione costituzionale approvata dai parlamentari sarà confermata. Se prevalgono i contrari con il loro no, la revisione sarà bocciata. L’esito, suggerirei, deve essere definito oppositivo (oppure, in subordine, avversativo). Continuare ossessivamente a definire “confermativo” il referendum costituzionale è, una più o meno consapevole, manipolazione convogliando agli elettori che, insomma, si tratta di confermare una revisione non di valutarla e, eventualmente, respingerla.

Ridurre il numero dei parlamentari (espressione che ha pudicamente sostituito “tagliare le poltrone”) è essenziale, si dice, non soltanto per risparmiare, ma per dare un spinta a migliorare il funzionamento del bicameralismo perfetto. Anche questo aggettivo è errato, molto. Se guardiamo alla struttura del bicameralismo italiano l’aggettivo corretto è paritario. Le due Camere hanno gli stessi poteri, a cominciare dal dare e togliere la fiducia al governo, e svolgono gli stessi compiti: rappresentanza politica, controllo sull’operato del governo, conciliazione di interessi, compartecipazione ai procedimenti legislativi. Poi, è quantomeno paradossale che l’aggettivo perfetto venga utilizzato da chi vuole riformare il bicameralismo italiano. Per renderlo imperfetto? Nel frattempo, i ritocchi aggiuntivi che si preannunciano sono marginali, ma renderebbero il bicameralismo italiano ancora meno differenziato e più paritario.

Ridotti di numero i parlamentari, un po’ tutti i sedicenti riformatori annunciano l’imprescindibile necessità di una legge elettorale proporzionale pura. Poi i dirigenti di partito, i parlamentari e troppi commentatori subito aggiungono che dovranno essere introdotti una soglia percentuale di accesso al parlamento e un diritto di tribuna (che non esiste da nessuna parte al mondo: genio italico). È lampante che entrambe le disposizioni rendono il proporzionale piuttosto impuro. D’altronde, un po’ in tutti i paesi che utilizzano leggi elettorali proporzionali (ad eccezione dell’Olanda e di Israele) si fa ricorso a una soglia d’accesso (o esclusione) per quantomeno contenere la frammentazione del sistema dei partiti e della rappresentanza parlamentare. Comunque, approvata la riduzione dei parlamentari non è affatto detto che il “proporzionale” sia una soluzione obbligata. Gran Bretagna e Francia utilizzano leggi elettorali maggioritarie, fra loro diverse, in collegi uninominali. Lo stesso fanno l’Australia: 25 milioni di abitanti, Camera bassa 150 rappresentanti; e il Canada: 37 milioni di abitanti, Camera bassa 308 rappresentanti. Quello che conta, però, è l’ampiezza con riferimento agli elettori dei collegi uninominali.

Lineare è bello (?). Chi può opporsi a un intervento definito e giustificato come lineare ovvero semplice, uniforme, limpido, essenziale? Tagliare le poltrone con una grossa accetta risolve qualche problema di funzionamento oppure sarebbe più opportuno e più efficace utilizzare il bisturi per intervenire in maniera delicata sulle criticità di una struttura tanto complessa come il/un Parlamento? Dove mai e quando mai i Parlamenti e le Costituzioni sono state riformate con tagli “lineari”? In verità, nel passato Gianfranco Miglio, autorevole professore di Storia delle istituzioni politiche e di Scienza politica propose più drasticamente di lanciare una sostanziosa revisione costituzionale facendo uno sbrego alla Costituzione. Il resto avrebbe fatto seguito. Il “sì” servirebbe anche a rompere l’immobilismo, fare una breccia nella Costituzione alla quale, ovviamente, ma anche no, seguirà una nuova costruzione. Lineare!

Pubblicato il 17 settembre 2020 su Domani

INVITO Tagliare la rappresentanza? Incontro su Referendum, Parlamento, Costituzione #10settembre #Roma @Anpinazionale

10 settembre ore 16:30
Sala della Promoteca
Piazza del Campidoglio
Roma

Gaetano Azzariti
Gianfranco Pasquino
Carlo Smuraglia

coordina Daniela Preziosi

Conte fa bene a tacere. Invece, che dice Draghi? @fattoquotidiano

La riduzione del numero dei parlamentari è stata approvata da maggioranze molto ampie sia per convinzione sia per opportunismo. Se verrà confermata dal referendum, dovrà essere giustamente interpretata come una vittoria dei Cinque Stelle (meglio senza balli da balconi). Se gli elettori la casseranno non sarà una sconfitta del governo giallo-rosso e neppure una delegittimazione del Parlamento in quanto tale, ma un segno di sfiducia nei parlamentari che quella riforma votarono senza torcersi il collo. Che il Presidente del Consiglio Conte non si esprima né in un modo né nell’altro è un segno di rispetto della decisione del Parlamento. La riduzione non è una riforma del governo. Anzi, in generale, le riforme costituzionali dovrebbero sempre essere ascritte al Parlamento. Quando le fa e le impone un governo ne seguono distorsioni partigiane, come per la riforma a opera della maggioranza di centro destra nel 2005 e come per il quasi plebiscitarismo di Matteo Renzi nel 2016. Conte ha, non il diritto, ma la facoltà di non impegnare nel voto referendario né se stesso né la sua maggioranza. La controprova è che se si esprimesse ne conseguirebbero critiche immediate e copiose sulla sua, ovviamente definita grave, ingerenza. Qualsiasi riforma della Costituzione riguarda tanto i legittimi rappresentanti del “popolo” quanto gli elettori i quali, grazie alla saggezza dei Costituenti che, non reputando infallibili e impeccabili i parlamentari, formularono l’articolo 138 che disciplina il referendum costituzionale. Avete un bel chiamarlo “confermativo”, aggettivo che non si trova nella Costituzione. L’esito potrà anche essere tale, ma più correttamente questo tipo di referendum meriterebbe l’aggettivo “oppositivo”. La riforma c’è. Si mobiliti e vada a votare, non c’è quorum, chi a quella riforma si oppone.

Tuttavia, Conte non può stare tranquillo. Anzi, sostengono tutti coloro che lo hanno accusato di iperpresidenzialismo e di volere inaugurare una deriva autoritaria, neppure doveva andare in vacanza. Certo, dovrebbe esprimersi un po’ su tutto, a cominciare dalla scuola e dai trasporti. Noi sappiamo che con qualche sua dichiarazione tempestiva avrebbe potuto impedire il Covid-19 nelle discoteche, a cominciare da quella che ci sta più a cuore: il Billionaire. Adesso, Conte è giustamente in declino di popolarità. Secondo Diamanti, che dovrebbe essere un po’ più raffinato nell’interpretazione, Conte è in picchiata, sceso da 65 (quota inusitata per i Presidenti del Consiglio italiani) a 60 punti di approvazione. Se non sente sul collo il fiato di Mario Draghi, giunto addirittura a 53 punti, glielo dicono i giornalisti. Quelli bravi, fra i giornalisti, aggiungono subito che oramai è quasi fatta: Conte sarà presto sostituito proprio dal Draghi. Qualcuno, specie fra gli studiosi di comunicazione, potrebbe fare notare che la popolarità di Draghi è rimbalzata, non tanto dopo il suo discorso al Meeting di Rimini (dove di discorsi di alto livello se ne sono ascoltati davvero pochi) quanto dalla eco che, in mancanza di meglio o semplicemente di altro, gli hanno dato i mass media.

All‘insegna del “farò soltanto debito buono” oppure citando un famoso proverbio di Francoforte “il debito buono caccia il debito cattivo”, SuperissimoMario si scalda dietro le quinte pronto a formare un governo? Come? Innestato sull’attuale maggioranza che dà il benservito a Conte, il più efficace punto di equilibrio fra i gialli e i rossicci (e fra l’Italia e l’Unione Europea)? Oppure dando vita nell’attuale parlamento ad un governo di unità nazionale che cozza contro tutte le, pur sbagliate, critiche del centro-destra che stigmatizza i governi “non votati dal popolo”? Comprensibilmente, Meloni si chiamerebbe subito fuori per granitica coerenza, per lucrare sulla inevitabile e giusta rendita di opposizione e per (ri)lanciare in suo non meglio precisato presidenzialismo. Nel frattempo, però, poiché il gossip domenicale non si ferma qui, è chiaro che da Mario Draghi vorremmo sapere non soltanto come investire nel Mezzogiorno, promuovere le donne, preparare un futuro migliore per i giovani (praticamente i punti deboli del consenso elettorale che il PCI sottolineava regolarmente), ma, soprattutto, come voterà al referendum costituzionale. Insomma, sarà anche bravo Draghi, ma il test, la cartina di tornasole è che lui dice sì o no, mentre il Conte tace. O tempora o mores.

Pubblicato il 1° settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano