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I garantisti dell’impunità #Diciotti

“Il termine garantismo indica una concezione politica che sostiene la tutela delle garanzie costituzionali del cittadino da possibili abusi da parte del potere pubblico”. Questa è la definizione che si trova su Wikipedia. È una definizione minima, vale a dire che costituisce la base di qualsiasi riflessione e al di sotto della quale non si può e non si deve proprio andare. Sostenere che garantismo equivale a sottrarre i parlamentari e i ministri dal giudizio dei tribunali della Repubblica significa affermare che i detentori del potere pubblico godono di privilegi rispetto ai “comuni” cittadini. Al contrario, dovrebbe essere chiaro che, proprio poiché dotati di poteri significativi, parlamentari e ministri dovrebbero essere come la moglie di Cesare, vale a dire al di sopra di ogni sospetto. È lecito, invece, sospettare che chi invoca il garantismo voglia sottrarre al processo, si badi bene non al giudizio, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, “senza se e senza ma”, i parlamentari e i ministri. Di conseguenza, questa versione di garantismo diventa semplicemente garanzia di impunità.

Naturalmente, i sedicenti garantisti sosterranno anche di essere rispettosi delle leggi e, soprattutto, buoni, molto buoni. Aggiungeranno che coloro che pensano che i parlamentari e i ministri siano tenuti a difendersi dalle accuse nel processo (e non dal processo), sono giustizialisti, cattivi, molto cattivi. Peggio, affermeranno con sussiego e arroganza che i presunti giustizialisti sono sostenitori e fautori di un fantomatico governo dei giudici (peraltro mai visto e mai esistito). I garantisti ne concluderanno che la loro versione del garantismo rappresenta l’unica concezione corretta del liberalismo. Tutt’al contrario.

Liberalismo c’è, è opportuno ricordarlo e ribadirlo, quando le tre istituzioni sulle quali nascono, si fondano e funzionano le democrazie liberal-costituzionali si controllano a vicenda, frappongono l’una all’altra freni e contrappesi, si confrontano in procedimenti iterativi, senza fine di accountability reciproca. Il governo e i governanti debbono rendere politicamente conto del loro operato al Parlamento e giuridicamente sono tenuti a rispettare le leggi e la Costituzione. Alla magistratura spetta di valutare i comportamenti dei parlamentari e dei ministri, quando, proprio nell’esercizio delle loro funzioni (ma, ovviamente, anche nella loro vita), violino le leggi e la Costituzione. Se quelle leggi sono sbagliate, se la Costituzione è inadeguata e superata, sarà il Parlamento a decidere di abolire quelle leggi e a approvarne altre, a modificare la Costituzione.

Nessuno dei parlamentari e dei governanti può trincerarsi dietro il programma sul quale è nato il governo, meno che mai ricorrendo con generosità a chiamate di correo (l’intero governo è responsabile) a tutto campo. È nell’attuazione di quel programma che sia il Parlamento sia il Presidente della Repubblica sia la magistratura possono riscontrare elementi di incostituzionalità e di violazione delle leggi. Prima dovranno essere cambiati i punti programmatici illegali e incostituzionali, poi, eventualmente, si procederà alla modifica delle leggi, alla revisione della Costituzione. La modalità migliore, più convincente per diradare il cosiddetto fumus persecutionis, che è la cortina dietro la quale è possibile per il Parlamento respingere la richiesta dei magistrati di autorizzazione a procedere nei confronti di parlamentari e ministri, è quella di motivarne l’esistenza assumendosi trasparentemente la responsabilità del voto espresso, non con riferimenti a prese di posizione pregiudiziali (sic) e sostanzialmente ideologiche, ma alla realtà effettuale. Questo è garantismo: il buon funzionamento delle istituzioni e il buon comportamento dei detentori del potere istituzionale.

Processo o farsa

Il conflitto fra magistratura e politica è insito nelle democrazie. Sta in uno dei principi fondamentali dei regimi democratici: la separazione dei poteri. Correttamente intesa la separazione dei poteri conferisce ai politici il diritto che, spesso, è anche il dovere, di prendere le decisioni di loro competenza e ai magistrati (fino alla Corte costituzionale) il diritto/dovere di controllare che le decisioni politiche non vadano contro le leggi esistenti (che i politici potrebbero, eventualmente, se le considerano inadeguate, cambiare) e non violino la Costituzione. In questo insieme di rapporti sono coinvolte tutt’e tre le istituzioni centrali delle democrazie: legislativo, giudiziario e, poiché le decisioni più importanti le prendono i governi e i loro ministri, anche l’esecutivo. Dunque,i conflitti fra le tre istituzioni sono fisiologici. La degenerazione, ovvero la patologia, fa la sua comparsa quando i detentori di uno qualsiasi dei tre poteri tentano di coartare gli altri. Nel caso dei politici, questo avviene prevalentemente quando qualcuno di loro si pone al di sopra della legge. Nel caso dei magistrati quando un giudice tenta di usare la legge a suoi fini personali di pubblicità e carriera.

Nella richiesta dei magistrati di Catania di procedere contro Salvini per il reato di sequestro di persona per il diniego di attracco alla nave Diciotti che portava migranti, è possibile che quei magistrati cerchino pubblicità. Potrebbe anche essere pubblicità negativa se le autorità competenti non riscontreranno l’esistenza di un reato. Prima di allora, però, in un procedimento che, di per sé, è garantista, debbono essere compiuti due passi. Il primo passo è nelle mani del potere legislativo, più precisamente della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato. Se la Giunta, collocata fra i magistrati di Catania e il Ministro degli Interni, concederà l’autorizzazione, il secondo passo toccherà al Tribunale dei Ministri.

Sembra che Salvini non veda l’ora di essere giudicato da questo Tribunale. Ha preso atto che senatori del M5S in Giunta voteranno per dare l’autorizzazione al suo processo e ha dichiarato di non avere nessuna preoccupazione e di volersi in effetti fare processare. Al proposito è già cominciata una non edificante manfrina. Berlusconi ha subito detto di essere garantista, il che, secondo lui, significa votare contro l’autorizzazione. I rappresentanti del PD voteranno per consentire a Salvini di essere processato. A questo punto, tutto diventa più chiaro, anzi, semplicissimo. Se Salvini è convinto della giustezza del suo operato e vuole non evitare il processo, ma andare a difendersi nel processo, rinunci apertamente all’immunità di cui gode. Lo faccia chiedendo ai suoi colleghi senatori della Lega di votare per concedere l’autorizzazione ai giudici. Sarà così evitata la farsa di un Ministro della Lega che vuole essere processato e dei senatori della Lega che votano contro la sua “esplicita” volontà, sottraendolo al processo

Pubblicato AGL il 29 gennaio 2019

Referendum propositivo? Una fuga in avanti propagandistica

Paradossalmente, se funzionerà, finirà per intasare il Parlamento con le richieste pilotate da Rousseau (piattaforma). Il referendum propositivo è una fuga in avanti propagandistica per chi non sa migliorare i rapporti Governo/Parlamento e vuole rendere inutile il Parlamento. Avanti un altro.

 

 

L’augurio è che sull’Italia il Presidente abbia ragione #Mattarella #discorsoallanazione #discorsodifineanno

Elegante, sereno, più disinvolto che nei suoi precedenti messaggi di fine d’anno, persino pungente, il Presidente Mattarella ha delineato l’immagine di un’altra Italia sociale e politica, possibile. E’ un’Italia nella quale le persone hanno fiducia in se stesse e negli altri, collaborando e usando al meglio le loro energie, anche morali, nella quale chi si sente solo/a trova aiuto immediato nelle Forze dell’ordine e la sicurezza non dipende dai soldati nelle strade, ma dal sentirsi parte di una comunità, dall’avere salute, lavoro, istruzione, opportunità, nella quale alle associazioni no profit non si fa pagare una “tassa sulla bontà” (il governo ha detto che rimedierà, ma meglio ricordarglielo esplicitamente).

All’Italia politica, nient’affatto separata da quella sociale, anzi, sua espressione, il Presidente ha fatto non pochi rimproveri. Ricordata l’importanza dell’Europa che si avvia al rinnovo del Parlamento dell’Unione, Mattarella ha rimarcato che la faticosa approvazione della Legge di Bilancio è stata ottenuta schiacciando il Parlamento, impedendo una discussione ampia e approfondita di tematiche e politiche complesse fra i rappresentanti del popolo ridotti a passacarte. Mattarella ha anche sottolineato di avere avuto poche ore di tempo per leggerla e valutarla e di averla firmata rapidamente soltanto per evitare un dannoso esercizio provvisorio. Ha preannunciato grande attenzione sui numerosi provvedimenti che il governo dovrà emanare per dare attuazione a quanto previsto nella Legge di Bilancio.

Si potrebbe leggere nelle parole del Presidente quasi una manovra alternativa ispirata a una visione differente da quella del governo, da approvare in maniera più rispettosa delle competenze specifiche delle istituzioni. Il Presidente, che ha il diritto di esprimere le sue preferenze e valutazioni, poiché, come stabilisce la Costituzione, “rappresenta l’unità nazionale”, avrebbe certamente preferito un iter e contenuti diversi da quelli imposti dal governo giallo-verde.  Nel discorso di insediamento, Mattarella si era ritagliato il ruolo di arbitro. Per restare in metafora, l’arbitro ha dovuto fischiare alcuni falli plateali della squadra di governo e ha comminato alcune doverose ammonizioni. La partita continua e, a sua volta, Mattarella si sentirà obbligato a svolgere il suo ruolo di arbitro anche, credo sia giusto aggiungere, cercando di supplire all’evanescenza delle opposizioni, in maniera soffice, ma sempre nel rispetto delle regole costituzionali.

Il Presidente ha espresso grande fiducia nel paese e nelle sue risorse. Forse poteva, ma non è nel suo stile, criticare con maggiore forza alcuni comportamenti degli italiani, non solo quelli, davvero deplorevoli, degli ultras, a loro volta rappresentativi della degenerazione del tifo calcistico. Non resta che sperare, insieme al Presidente, che i buoni sentimenti e le buone politiche prevalgano. Personalmente, sono molto meno ottimista di Mattarella, ma mi auguro abbia ragione lui.

Pubblicato AGL 2 gennaio 2019

“Preludio alla Costituente” VIDEO #Presentazione

L’intervento di Gianfranco Pasquino

Nell’ambito di un’iniziativa editoriale e formativa dedicata alle scuole, la Fondazione Giuseppe Di Vittorio, la Fondazione Giacomo Matteotti, il Circolo Fratelli Rosselli di Roma con il Patrocinio dell’AICI (Associazione delle Istituzioni di cultura italiane), hanno presentato il volume, “Preludio alla Costituente”, cura e introduzione di Alberto Aghemo, Giuseppe Amari, Blando Palmieri, prefazione di Valdo Spini, Postfazione di Giuliano Amato. La presentazione si è svolta mercoledì 5 dicembre 2018 presso la Camera dei Deputati, Sala della Lupa. Sono intervenuti insieme ai curatori, Flavia Nardelli, Gianfranco Pasquino, Cesare Pinelli, Alessandro Roncaglia, Valdo Spini, Livia Turco, Lucio Villari.

PRELUDIO ALLA COSTITUENTE #Roma #5dicembre #Montecitorio

Camera dei deputati  – Sala della Lupa
(ingresso da Piazza Montecitorio)
mercoledì 5 dicembre ore 10

Presentazione del volume
PRELUDIO ALLA COSTITUENTE
cura e introduzione di
Alberto Aghemo, Giuseppe Amari, Blando Palmieri
Prefazione di Valdo Spini, Postfazione di Giuliano Amato
Castelvecchi Editore

insieme ai curatori intervengono
Flavia Nardelli
Gianfranco Pasquino
Cesare Pinelli
Alessandro Roncaglia
Valdo Spini
Livia Turco
Lucio Villari

 

 

INVITO Il probema della democrazia nei partiti. Come applicare davvero l’art. 49 della Costituzione? #Milano #26novembre @RosselliCircolo

Nel ciclo di incontri Mythos

Lunedì 26 novembre 2018
ore 21
Centro Alik Cavaliere
via E. De Amicis, 17  Milano

In occasione del n 3/2018 dei “Quaderni del Circolo Rosselli”

Il problema della democrazia nei partiti.
Come applicare davvero l’art. 49 della Costituzione?

ne discutono
Samuele Bertinelli
Felice Besostri
Gianfranco Pasquino
Valdo Spini

presiede e introduce
Pierluigi Mantini

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” (Costituzione italiana, art. 49)