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Il campo largo e il rischio del Prodi 2006 @DomaniGiornale

Siamo tutti (sic) capaci di scrivere un bel programma all’incirca come quello dell’Unione nel 2006: centosessanta pagine circa. No, per carità di campo largo, non voglio svelare come è finita, ma quanti laboriosi intellettuali furono allora messi alla Fabbrica del Programma e tacitati. E poi? Sappiamo anche fare molti eleganti selfie dei magnifici quattro dirigenti di quel campo. Però, com’è vero che, à la Nanni Moretti, si notano di più quelli che non ci sono anche perché numericamente e forse persino politicamente potrebbero essere decisivi. Per vincere. Però, poi, vincendo in ordine sparso con gli ego gonfi, bisognerebbe/bisognerà governare e, allora, sarà tutta un’altra storia.

Verissimo è, come sottolineato da Ernesto Maria Ruffini intervistato da Daniela Preziosi, che gli italiani vogliono essere rappresentati in maniera decente, e né la Legge Rosato né il disegno di legge Bignami sono pensati per rappresentare, ma chi andrà al governo dovrà fare scelte complicate su tematiche cruciali sulle quali gli “accampati” sono alquanto, talvolta si direbbe opportunisticamente, distanti. Addirittura marcano sistematicamente le loro distanze, a partire dalla politica estera e di difesa. Non è casuale, ma bizzarro sì che il nome della coalizione sia diventato Alleanza per la Costituzione. Troppo e troppo poco.

Troppo perché sappiamo quanto c’è ancora da fare per tradurre in leggi e in pratiche quegli articoli della Costituzione che Piero Calamandrei definì appunto programmatici. Troppo poco perché la scelta delle priorità e delle modalità con le quali rispondervi rimane inevitabilmente nel vago. Dipenderà anche dai ministri della Difesa, degli Esteri e dell’Economia, dalle loro capacità, dal loro prestigio, dalla loro personalità. Sento sullo sfondo inevitabile, non particolarmente originale, la richiesta di fare quei nomi prima del voto, ad usum degli elettori o dei commentatori?

Dovrebbero essere i parlamentari a portare all’attenzione dei dirigenti che si occupano del programma le istanze, le preferenze, le richieste degli elettori. Altrove nelle democrazie parlamentari occidentali spesso funziona proprio così. Con liste bloccate, senza possibilità di esprimere una preferenza, e candidature paracadutate, i rappresentanti eletti serviranno chi li ha voluti e offre qualche garanzia di ricandidarli, anche questo è un programma, ambizioso, ma non proprio ammirevole. Fra gli astensionisti sono molti che motivano il loro non voto con la rappresentanza tradita. 

Sui temi socio-economici, l’elenco delle politiche da attuare è relativamente semplice: salario minimo, che non sminuisce affatto la contrattazione collettiva, investimenti in sanità, anche per il lungo periodo, formazione professionale con attenzione grande e inquieta alla Intelligenza Artificiale. Non demonizzare non esaltare. Sulla politica estera e della difesa, mi aspetterei, comunque suggerirò che un governo italiano progressista dovrebbe fare sapere all’elettorato che la difesa e il prestigio della Nazione non sono conseguibili se non nell’ambito dell’Unione Europea. Il più recente Eurobarometro appena reso pubblico segnala che le percentuali di italiani che valutano positivamente l’Unione Europea sono cresciute e risultano particolarmente elevate nelle generazioni dei giovani.

   Come stare in Europa, che significa anche proporre cambiamenti istituzionali e politici, come collaborare e come utilizzare tutte le numerose opportunità che l’Unione offre agli stati-membri e ai loro cittadini è il migliore dei programmi. A mio parere, è anche il modo più efficace per formulare un credibile programma di governo. Dunque, meno foto, meno ridanciane tavolate, più confronti e specificazioni di quel che si deve e si può fare in e con l’Unione Europea. Sappiamo quanto l’Unione ha già fatto per noi, non soltanto PNRR. Grazie al federalismo pragmatico di Mario Draghi e alla completa realizzazione del mercato unico seguendo le proposte di Enrico Letta, fiduciosamente saremo in condizione di scrivere più che un programma di governo.

Pubblicato il 8 luglio 2026 su Domani

Video abstract delle lezioni “La Costituzione. Per capire l’Italia, l’Europa, il Mondo”

QUI i video integrali del Ciclo di lezioni “La Costituzione. Per capire l’Italia, l’Europa, il Mondo”, tenuto dal prof. Gianfranco Pasquino, organizzato dall’Istituto Gramsci di Ferrara, in collaborazione con la Fondazione l’Approdo, Isco Ferrara, CGIL e Legacoop.

VIDEO ABSTRACT

VIDEO “La Costituzione. Per capire l’Italia, l’Europa, il Mondo” 8 lezioni #IstitutoGramsci #Ferrara

Ciclo di lezioni “La Costituzione. Per capire l’Italia, l’Europa, il Mondo”, tenuto dal prof. Gianfranco Pasquino, organizzato dall’Istituto Gramsci di Ferrara, in collaborazione con la Fondazione l’Approdo, Isco Ferrara, CGIL e Legacoop.

Screenshot

È uscito il fascicolo “L’etica pubblica ma non solo” a cura di Gianfranco Pasquino #Paradoxa Anno XIX– Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2025

Non finisce qui. Le considerazioni con le quali concludo vanno intese come una sorta di prontuario democratico. La prima considerazione riguarda la competizione democratica che, ampia, aperta, allargata, approfondita, trova sempre limiti nell’etica. Ci sono comportamenti vecchi e nuovi, ad esempio attacchi, più o meno infamanti, alle persone in politica, che una pluralità di cittadini ritiene inaccettabili, deplorevoli e riprovevoli. Secondo, truccare la competizione politica dando vantaggi, ad esempio, di finanziamenti e di visibilità, ad alcuni concorrenti che portano in politica risorse suscettibili di produrre poi conflitti di interessi, tocca un punto nevralgico dell’etica in politica. Terzo, è plausibile ipotizzare che il grado di presenza e di effettività dell’etica in politica dipenda dalla sua presenza e effettività nella rispettiva società con potenziamenti e indebolimenti reciproci. Pertanto, uno studio che intenda essere esauriente dovrebbe partire da una ricognizione sull’etica nelle famiglie, nelle scuole, nelle confessioni religiose, nelle associazioni, in particolare nei sindacati e nei partiti, nella cultura politica complessiva. Oserei affermare che esiste un circolo virtuoso di etiche che si rincorrono e si rafforzano.
Così sia.

Contributi:
Lo spazio dell’etica in politica
Gianfranco Pasquino

Etica e politica: rapporti tesi
Giovanni Giorgini

L’etica del servizio
Maurizio Viroli

Etica costituzionale
Francesca Rescigno

«La Repubblica delle pere indivise»: etica, politica e non solo nell’Italia contemporanea
Antonio Maria Orecchia

Un giornalismo etico è ancora possibile
Roberto Vicaretti

Paradoxa, Anno XIX– Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2025

Gianfranco Pasquino: “Brutto testo quello sul premierato” @LaPortadiVetro Domani sera #27novembre ad Alessandria dibattito con Mario Deaglio

Intervista di Alberto Ballerino

Gianfranco Pasquino e Mario Deaglio si confronteranno domani, 27 novembre, sui problemi del nostro paese, tra economia e politica, nella sede dell’associazione Cultura e Sviluppo in piazza De André ad Alessandria. Un’occasione importante per riflettere su una fase storica complessa con due tra i più originali intellettuali italiani.

Una transizione infinita? Politica ed economia dalla fine del Novecento a un futuro da riprogettare è il titolo dell’appuntamento, in occasione del quale si parlerà anche dell’ultimo libro di Pasquino, In nome del popolo sovrano. Potere e ambiguità delle riforme in democrazia  (Egea). Un volume in cui vengono dati giudizi molto severi, a partire dalle riforme fino ad oggi fatte o proposte.  “Mediocri – ci dice l’autore -, alcune sbagliate e respinte dai referendum”.  Tra le più importanti finora attuate c’è sicuramente quella dell’articolo V sulle autonomie e il decentramento amministrativo. “Gli italiani non hanno mai capito bene cosa significa avere il decentramento. In realtà tutto va ripensato, tenendo presente che siamo in Europa: il decentramento deve creare delle entità autonome in grado di rapportarsi direttamente ad essa. Non vedo nessuno in grado di farlo. Probabilmente l’unico con idee valide in materia era Gianfranco Miglio, che però esagerava perché era interessato soprattutto alle regioni del nord. Oggi non c’è un vero federalista e abbiamo una cattiva distribuzione del potere tra le varie regioni”.

Sulle riforme al centro del dibattuto politico attuale è molto duro. Per quanto riguarda quella sulla giustizia, ritiene che sia sbagliata e diretta a consentire al potere politico di controllare quello giudiziario: “Nordio ha avuto una battuta infelice ma rivelatrice, dicendo che bisogna riequilibrare i poteri con la politica, dando più poteri a quest’ultima. Non è così che si fanno le riforme della giustizia: credo che sia giusto andare al referendum, il quale peraltro deve essere chiesto dagli oppositori e non dal governo perché altrimenti è un plebiscito. E ai plebisciti si risponde con un No”.

Altrettanto negativo il giudizio sul premierato: “Il testo è pessimo perché spacca uno dei principi cardine del costituzionalismo democratico come  la separazione dei poteri e cambia la forma di governo, da parlamentare a non parlamentare, direi extra parlamentare e forse anti parlamentare. Una riforma brutta che mira a togliere i poteri al presidente della Repubblica di nominare il capo del governo (scelto dagli elettori) e di sciogliere il Parlamento (sciolto dal capo del governo o dalla sua maggioranza). Il governo avrebbe più poteri del presidente della Repubblica, mentre, invece, il dualismo è indispensabile nel funzionamento del parlamentarismo italiano”.

Tra l’altro, per quanto riguarda le attività degli organi costituzionali, è proprio sulla presidenza della Repubblica che vanno i giudizi migliori: “Recentemente è quello che ha funzionato meglio. Il governo ha avuto alti e bassi mentre il Parlamento non è riuscito ad acquisire una sua autonomia. Funziona positivamente quando ci sono parlamentari capaci altrimenti non va particolarmente bene, va riformato. Per avere un Parlamento potenziato bisogna utilizzare una legge elettorale decente mentre l’attuale non lo è”.

Oggi, Pasquino sarebbe favorevole a una sola riforma: “Quella del voto di sfiducia costruttivo. Il capo del governo viene eletto direttamente dal Parlamento, in seduta congiunta eventualmente, e può essere sostituito soltanto da una maggioranza assoluta che abbia la capacità di eleggerne un altro. Questo responsabilizzerebbe il capo del governo, le maggioranze parlamentari e farebbe fare un salto di qualità all’intero sistema. Tutto il resto va bene così com’è. Nessuno di noi, né oggi né ieri, è in grado di fare meglio dei costituenti. Quella italiana è un’ottima Costituzione”.

 

 

Revisione punitiva in salsa populista @MicroMega

La riforma sulla separazione delle carriere apre alla concentrazione di potere nelle mani dell’esecutivo

Lo scorso 30 ottobre è stato approvato il testo di riforma dell’ordinamento giudiziario. Il provvedimento – già pubblicato in Gazzetta ufficiale – entrerà in vigore solo dopo eventuale referendum confermativo, che con ogni probabilità si terrà nella primavera del 2026. MicroMega ha dedicato e continuerà a dedicare al tema – cruciale per la tenuta della nostra architettura democratica – diversi approfondimenti, che troverete mano a mano raccolti qui.

De minimis non curat praetor. Questa frase latina mi pare quanto mai appropriata per dare inizio a una sintetica riflessione sul significato politico e istituzionale della separazione delle carriere (che non è la riforma della giustizia) e su alcune importanti implicazioni. Sia chiaro che fanno opera meritoria tutti quei commentatori che analizzano punto per punto la riforma, criticano il criticabile, propongono soluzioni alternative. Un lavoro del genere in parte era stato proposto nell’iter della legge, ma la maggioranza parlamentare, va sottolineato, ha contrapposto una chiusura netta. La separazione delle carriere di pubblici ministeri e magistrati giudicanti è una legge di revisione costituzionale voluta dal governo Meloni, elaborata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, approvata dalla maggioranza parlamentare Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati. Senza accettare nessun apporto di origine esterna.

La revisione è significativa e avrebbe meritato una preparazione basata su dati e confronti che dovevano servire a rispondere al quesito principe: “in Italia il funzionamento della giustizia non è soddisfacente, rispetto a quali criteri e parametri? Perché i magistrati godono della possibilità di passare da Pubblici Ministeri a giudici e viceversa? Quanti di loro approfittano di questa possibilità?”

Valentina Maglione scrive su il “Sole 24 ore” il 14 ottobre 2025: “In base ai dati del Csm, in dieci anni, tra il 2015 e il 2024, sono stati in totale 362 i passaggi di funzione. Di questi, 147 sono stati mutamenti da funzione giudicante a requirente, mentre sono stati 215 i transiti dalle procure agli uffici giudicanti. In particolare, nel 2024, su 8.817 magistrati in servizio al 31 dicembre, sono stati 42 i passaggi di funzione, vale a dire lo 0,48% dell’organico”. Perché e in che modo questo davvero esiguo numero di passaggi comporta o ha comportato conseguenze negative, in particolare per i cittadini, nell’amministrazione della giustizia? Alcuni casi esemplari riconosciuti come gravissimi errori (drammatica la vicenda di Enzo Tortora) sarebbero stati evitati o resi impossibili con carriere separate?

Non volendo entrare nei dettagli – a mio modo di vedere, non è affatto lì che si trova il diavolo revisionatore – sono due gli ambiti che più o meno direttamente suggeriscono che, lungi dall’essere positiva per i cittadini, la separazione delle carriere produce rischi e crea ansie.

Il primo ambito è costitutivo dei regimi democratici: la separazione dei poteri. In democrazia, esecutivo, legislativo e giudiziario debbono godere di una loro autonomia funzionale e operativa. Però, da qualche decennio a questa parte alcuni autorevoli studiosi hanno rilevato che i confini delle reciproche autonomie sono flessibili e variabili e che l’autonomia si accompagna alla competizione. Governi instabili saranno facili prede dei Parlamenti che li hanno fatti nascere e morire, sostituendoli ad libitum. Parlamenti espressione di leggi elettorali balorde che danno poco potere agli elettori e molto ai dirigenti di partito saranno popolati da eletti non in grado di esercitare l’autonomia di cui pure disporrebbe la loro istituzione. Un potere giudiziario frammentato, di bassa produttività e con scarso prestigio avrà poche chance di fare valere il controllo di legalità sugli atti e sui comportamenti tanto dell’esecutivo quanto del legislativo.

Ristabilire i confini e ripristinare sfere di operatività e discrezionalità sono obiettivi condivisibili. Però, l’affermazione del Ministro Nordio che la separazione delle carriere è un, forse il, modo particolarmente importante “per fare recuperare alla politica il suo primato costituzionale”, è discutibilissima, anche pericolosa. Anzitutto, il primato costituzionale appartiene al popolo “che lo esercita nelle forme nei limiti della Costituzione” (art.1). In secondo luogo, subordinare l’autonomia di una istituzione, il giudiziario, a un’altra istituzione, l’esecutivo, squilibra il sistema in direzione potenzialmente autoritaria.

Questo rischio risulta moderatamente più elevato in un sistema politico come quello italiano, secondo ambito di cui tenere conto, che non ha mai brillato per il riconoscimento del primato della rule of law e la sua applicazione. Da Mani Pulite in poi il conflitto “politici contro magistrati” è stato una costante. Ricordiamo, a titolo di esempio, due affermazioni particolarmente gravi e rivelatrici di concezioni politiche profondamente errate. La prima è l’invito sferzante ai giudici che si intromettono nella vita politica a farsi eleggere come se l’elezione in Parlamento debba essere l’unico modo per contare in una società. La seconda è la convinzione manifestata da Berlusconi che conquistare il potere di governo implica la legittima possibilità di dettare i comportamenti a tutte le altre istituzioni. Il popolo avrebbe “unto” un leader che ha, dunque, acquisito il potere/dovere di guidare e decidere senza lacci e lacciuoli. Il cosiddetto premierato nasce anche da questa concezione istituzionale.

Non bisogna cercare coerenza in comportamenti perlopiù dettati da opportunismo, ma la decisione del governo Meloni di sottoporre a referendum costituzionale il disegno di legge approvato dal Parlamento si giustifica proprio per il desiderio di dimostrare la sua rispondenza alle preferenze del popolo.

Giunti al termine dell’elaborazione di un testo complesso, articolato, in più punti originale, i Costituenti non ebbero dubbi. Bisognava consentire la correzione, l’adattamento, l’aggiornamento del testo costituzionale da effettuarsi attraverso leggi approvate dal Parlamento, senza specificare chi ne potessero essere i proponenti. Delinearono una procedura “garantista”, che consiste in una doppia lettura in ciascuna camera a distanza minima di tre mesi per consentire un esame approfondito e non nervoso con approvazione definitiva a maggioranza assoluta. Stabilirono anche che la revisione potesse, non dovesse (il referendum costituzionale è, pertanto, facoltativo) essere sottoposta a referendum su richiesta di “un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”. Due punti meritano di essere evidenziati. Fra i soggetti autorizzati a chiedere il referendum non c’è nessuna menzione del governo, sebbene, naturalmente, la richiesta non sia preclusa ai parlamentari della maggioranza governativa. Secondo punto, poiché la revisione entra senz’altro in vigore dopo tre mesi dalla sua approvazione, è logico ritenere che siano gli oppositori a chiedere il referendum con l’obiettivo di bocciarla, farla cadere. Dunque, non è affatto corretto usare l’aggettivo confermativo per il referendum costituzionale. L’esito può sì essere di conferma, ma il referendum chiesto contro la revisione merita semmai l’aggettivo oppositivo.

Nessun referendum è possibile se nella seconda lettura ad approvare la revisione sono stati i due terzi dei componenti di entrambe le Camere. In un sistema politico ad alto tasso di antiparlamentarismo i Costituenti vollero evitare una deleteria contrapposizione tra elettorato e parlamentari, di cui sarebbe apparsa evidente la non rappresentatività. Infine, senza necessità di un quorum di affluenza alle urne, la maggioranza dei votanti determina l’esito. I Costituenti vollero così premiare i cittadini interessati, informati partecipanti. Chi vota conta. Chi non vota ha, in qualche modo non apprezzabile, delegato la decisione a chi ha dedicato parte del suo tempo e delle sue energie a esprimere la sua preferenza.

Pur avendo fortemente sostenuto tutto l’iter parlamentare della separazione delle carriere, giustamente rivendicando l’esito e meno opportunamente proceduto alla richiesta del referendum, il Presidente del Consiglio ha ripetutamente dichiarato che non si dimetterà in caso di sconfitta. In effetti, dal punto di vista costituzionale le sue dimissioni non sono affatto obbligate. Dal punto di vista politico, però, avendo fatto della separazione delle carriere un preminente obiettivo politico, avendo impegnato il suo governo a sostegno della revisione fino a praticamente trasformare il referendum in una sorta di plebiscito sulla sua persona, Giorgia Meloni dovrebbe considerare il rigetto della revisione da lei voluta e imposta come equivalente a un voto di sfiducia. Esiste un precedente molto eloquente: le dimissioni nel dicembre 2016 di Matteo Renzi, duramente sconfitto nel referendum da lui voluto sulle “sue” revisioni costituzionali e da lui personalizzato facendone sostanzialmente un plebiscito sulla sua persona.

Resta da chiedersi quanto questo referendum influenzerà la più ancora ambiziosa proposta di revisione costituzionale della forma di governo. Infatti, l’eventuale elezione diretta del Presidente del Consiglio significa la fuoruscita dal parlamentarismo, modello istituzionale nel quale il governo è espresso, non dal popolo, ma dal Parlamento e a lui responsabile. Sarebbe un passo in più verso la concentrazione di potere nelle mani del capo dell’esecutivo.

Pubblicato il 17 novembre 2025 su Micromega

INVITO I principi della Costituzione e le politiche della destra #30agosto Festa dell’Unità #ReggioEmilia @PdReggioEmilia

30 AGOSTO ore 20
Tenda Dibattiti Raffaele Leoni
I principi della Costituzione e le politiche della destra
Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna
Dialoga con: Ermete Fiaccadori, Presidente ANPI Reggio Emilia.

Meloni ferita nell’orgoglio dal caso Almasri si (ri)legga Montesquieu @DomaniGiornale

Molta acqua è passata sotto i ponti di Parigi, di Londra, di New York e Washington, certamente anche di Roma, da quando nel 1748 il barone di Montesquieu formulò e argomentò uno dei principi fondamentali delle democrazie: la separazione dei poteri. Per evitare il despotismo, allora, monarchico, è indispensabile che il potere esecutivo ceda il potere legislativo e il potere giudiziario ad organismi appositi che eserciteranno quei poteri con grande, rispettata autonomia. Passarono pochi anni e sull’altra sponda dell’Atlantico nelle originali e preziose riflessioni de Il Federalista (1787-1788) Hamilton e Madison si espressero a favore di “istituzioni separate che condividono i poteri” con nessuna istituzione posta in condizione di prevalere sulle altre, se non temporaneamente e, comunque, in maniera, entro certi limiti, controversa e controvertibile.

Abitualmente nelle democrazie i contrasti più frequenti si svolgono fra i detentori del potere esecutivo e gli operatori del potere giudiziario. I primi che, pure dovrebbero essere consapevoli che i loro atti sono sempre suscettibili del controllo di legalità, di conformità alla Costituzione e alle leggi vigenti, si fanno sempre forti del consenso elettorale. Hanno vinto le elezioni. Traducono e eseguono un mandato politico. Il popolo è con loro, non con i magistrati che di voti non ne hanno e, probabilmente, non ne otterrebbero. Questa giustificazione di chiara impronta populista è molto frequentemente utilizzata, ma non per questo più convincente e accettabile. Né è possibile sostenere che le decisioni assunte in sede giudiziaria contraddicendo quanto fatto dai detentori del potere esecutivo configurino una situazione di governo dei giudici i quali, non eletti, usurperebbero il potere degli elettori, del popolo, quindi sovvertendo la democrazia.

Pulsioni populiste e scivolate in direzione autoritaria sono apparse anche nell’ambito del mondo “progressista” italiano, espresse e alimentate, ad esempio, dai variegati sostenitori della democrazia “decidente”. Ridurre i lacci e i lacciuoli a chi avendo vinto le elezioni ha (avrebbe) non soltanto il potere, ma anche il dovere di decidere secondo le sue preferenze e il programma sottoposto all’elettorato e, in qualche modo e misura, approvato fu l’obiettivo sbagliato di quei terribili semplificatori.

Una concezione, alquanto schematica, di questo tipo porta inevitabilmente, da un lato, a criticare pesantemente tutti coloro che chiedono il rispetto rigoroso delle regole e ritengono corrette le sanzioni contro chi le viola. Dall’altro, implica che esista una gerarchia di decisori in base al potere politico di cui dispongono. Dunque, le decisioni, appunto, più importanti debbono essere prese dai detentori delle cariche di governo più elevate. Da qui, fermo restando che lasciare libero il generale libico Almasri è stata, sostengono, una decisione politica con la quale i magistrati europei e italiani non dovrebbero interferire, proviene la rivendicazione della Presidente del Consiglio Meloni della sua responsabilità politica. Mandare al giudizio del Tribunale dei Ministri soltanto i Ministri dell’Interno e della Giustizia e un sottosegretario significa riconoscere che tutt’e tre hanno uno spazio decisionale autonomo e una specifica responsabilità politica. Questo riconoscimento turba profondamente Giorgia Meloni che lo sente e lo interpreta come una grave diminutio della sua autorità e autorevolezza. Non è lei che controlla tutto e decide tutto.

Il suo dispiacere e la sua irritazione, immediatamente condivisi dai suoi sostenitori, rivelano una brutta e sgradevole concezione della democrazia. Potere politico concentrato nel vertice, potere dell’esecutivo che non deve essere sottoposto al controllo della legge sono entrambe posizioni che si scontrano, lo scrivo con un po’ di retorica democratica, con i principi formulati da Montesquieu e da Hamilton e Madison. Quella strada porta in una direzione sbagliata, pericolosa.

Pubblicato il 6 agosto 2025 su Domani

Il 25 aprile non è la festa di tutti. Nessun fascista la può festeggiare @DomaniGiornale

Il 25 aprile non è, non è mai stato, neppure deve essere un giorno di festa per tutti.  Ognuno decide per sé se quanto come vuole festeggiare la liberazione dell’Italia dalla presenza dei nazisti sul territorio della Nazione e la sconfitta del tentativo fascista della Repubblica di Salò di riconquistare il potere politico. La Liberazione fu conquistata dai partigiani per tutti gli italiani, ma i fascisti che erano gli oppressori sconfitti, anche se egualmente “liberati”, non avevano proprio nulla da festeggiare. Non pochi fascisti si sarebbero, poi, considerati “esuli in patria”, in quella nuova patria che, pure, garantiva loro libertà, anche quella di non festeggiare, partecipazione, opposizione.

Una festa civile è per definizione aperta e inclusiva tanto più quando non ha bisogno di dichiararsi tale. La sua ricorrenza serve a ricordare a tutti le ragioni che stanno a fondamento della sua celebrazione tanto più quando, com’è il caso del 25 aprile, quella festa di liberazione sta a fondamento sia della Repubblica parlamentare democratica sia della Costituzione. Ne è la imprescindibile premessa. Non è, logicamente, affatto casuale che i fascisti abbiano sempre sostenuto il presidenzialismo contro il regime dei partiti, siano stati a lungo esclusi dall’arco costituzionale e fino al 1994 tenuti giustamente fuori dalle coalizioni di governo. Erano avversari del sistema politico democratico. Alcuni lo sono tuttora, in forme e modi più sottili e più subdoli.

Considerare e celebrare il 25 aprile come festa di tutti è stato un errore grave, non da tutti commesso in buona fede. Sappiamo che quell’ecumenismo non ha in nessun modo contribuito alla “pacificazione” nazionale. Peggio, ha impedito che la necessaria discussione sulla storia del fascismo, delle basi del consenso che, più o meno coatto, ci fu, delle radici del mussolinismo e del regime autoritario, delle connivenze giungesse ad acquisizioni culturali e politiche definitive (o quasi, ferma restando la possibilità di revisioni che, pur senza intaccare la sostanza, si rendessero indispensabili).

Non c’è nessuna ragione per la quale gli italiani debbano avere memorie condivise del fascismo, della Resistenza, della traiettoria della storia della Repubblica e dei suoi momenti più gravi nei quali i fascisti svolsero ruoli devastanti. Ciascuno ha la sua propria memoria, nutrita di conoscenze e di pregiudizi, di insegnamenti e di esperienze, di apprendimenti e di preferenze. Quello che le memorie dei singoli contengono è sempre suscettibile di controllo e revisione a confronto con i fatti. Le memorie non vanno obbligatoriamente condivise. Farlo è illusorio quando non è manipolatoria. Le memorie possono essere sfidate e debbono essere messe in competizione anche al fine di trasmetterle, di ridefinirle, di farne fondamento della convivenza civile e politica. Quelle memorie vanno prese sul serio anche perché attraverso di loro si sono costruiti e si reggono alcuni valori portanti: l’amor di patria, la giustizia sociale, la libertà, la partecipazione, forse l’eguaglianza. Deliberatamente non mi dilungo, ma chiaramente non considero l’elenco né esaustivo né stilato in ordine di importanza.

Ribadisco: il 25 aprile è senza ombra di dubbio festa di libertà. Su quella libertà e grazie a lei l’Italia e gli italiani/e hanno goduto per ottanta lunghi dell’opportunità di perseguire altri valori desiderati, opportunità negata dal fascismo a gran parte dei cittadini. Coloro che non ritengono di dover festeggiare il 25 aprile, anzi, si rifiutano graniticamente di farlo, si esprimono indirettamente, spesso con sprezzante cognizione di causa in un contesto divenuto loro molto favorevole, contro la libertà degli altri e i valori che ne conseguono. L’Italia delineata nella Costituzione era e continua a essere, come scrisse

Pubblicato il 24 aprile 2025 su Domani

INVITO Attacco alla Costituzione? #Gorizia #14aprile @PDGorizia

Lunedì 14 aprile 2025
Ore 18
Trgovski Dom
Corso Verdi 52, Gorizia

Attacco alla Costituzione?

dialogo con il prof. Gianfranco Pasquino