Home » Posts tagged 'Costituzione'

Tag Archives: Costituzione

Temo la rielezione anche quando (com) porta un buon Presidente @formichenews

Il professore emerito di Scienza Politica scrive al neo eletto Capo dello Stato: nella rielezione c’è una torsione non tanto personalistica, ma di deresponsabilizzazione dei dirigenti dei partiti e dei parlamentari, e la convinzione da parte dei cittadini che in effetti ci può essere, c’è, ci sarà un uomo solo (al massimo due) al comando

Caro Presidente Mattarella,

congratulazioni. La ri-elezione è un meritato premio al tuo settennato che, però, sarà opportuno rivisitarlo anche per imparare non tanto dagli errori, ma dalle soluzioni date, non solo da te, ai problemi. Il problema, non esclusivamente personale, che mi sono subito posto è: ti ho frainteso quando, sembra quattordici volte, hai dichiarato la tua indisponibilità ad accettare la rielezione per ragioni personali, ma anche per, forse più importanti, valutazioni istituzionali? Sette anni, e quali anni!, sono lunghi, faticosi, anche dolorosi, estenuanti. Quattordici anni non violano la lettera della Costituzione, ma lo spirito con tutta probabilità sì. Quindi, apprezzo la tua assunzione di responsabilità/doveri in quella che i partiti in Parlamento hanno finalmente dimostrato essere in maniera lampante una crisi di sistema, ma una domanda mi preoccupa fortemente. La tua rielezione è una soluzione, o almeno un inizio, alla crisi di sistema oppure rischia di approfondirla, di farla esplodere con esiti imprevedibili e incontrollabili? Davvero il sistema politico italiano non ha alternative alla Presidenza Mattarella (e al capo del governo Draghi)? Siamo appesi a due sole personalità sia pure di grande prestigio di enorme autorevolezza, stimabilissimi e stimatissimi? In Italia non esistono altre personalità in grado di svolgere quei compiti istituzionali a cominciare dalla presidenza della Repubblica? Fra i nomi che sono circolati almeno cinque, a mio parere, hanno diversamente qualità che li rendono presidenziabili.

   Il futuro mi preoccupa, e sapendone molto meno di te, addirittura penso che tu sia ancora più preoccupato di me. La mal posta euforia dei dirigenti dei partiti, ad eccezione di Giorgia Meloni, giustamente critica, nasconde la loro provata e flagrante inadeguatezza. Hai risolto per loro un problema sistemico o la tua rielezione è soltanto un modo di posticipare, rimandare, prorogare? Quel problema, forse aggravato, non si ripresenterà fra sette anni –se non anche prima, ma tutto ti suggerirei meno considerare il tuo mandato rinnovato soltanto per il tempo che vorrai tu.

   Per usare il politichese, non mi appassiono al semipresidenzialismo, meno che mai a quello de facto, né al presidenzialismo, meno che mai quando viene tirato fuori dal cappello da chi ha avuto la grande occasione delle riforme costituzionali e l’ha clamorosamente sprecata. Però, mi chiedo nelle ore convulse che hanno preceduto la tua rielezione hai potuto riflettere quale torsione personalistica ne derivi? Non tanto, ma anche in termini di aspettative, “tocca al Presidente affrontare le sfide”, ma in termini di deresponsabilizzazione dei dirigenti dei partiti e dei parlamentari, nonché soprattutto di crescita fra gli elettori dell’opinione, sbagliata e densa di pericolose implicazioni, che in effetti ci può essere, c’è, ci sarà un uomo solo (al massimo due) al comando. So che dovrei concludere non soltanto formulando i migliori auguri per il settennato 2022-2029, che non sia seguito da un’altra rielezione …, ma dicendo più o meno ipocritamente, “spero di sbagliarmi”. Tuttavia, la mia speranza è poca cosa, molto piccolina rispetto ai miei timori.  

Pubblicato il 30 gennaio 2022 su formiche.net

La disfida continua #Elezione #Quirinale2022

L’ostacolo più alto all’elezione del Presidente della Repubblica sembra essere costituito da Salvini che fa di tutto per intestarsi il merito di avere trovato il nome più autorevole e attribuibile al centro-destra. Nella terza votazione, quietamente, ma duramente, Giorgia Meloni lo ha quasi frontalmente sfidato candidando l’ex-deputato Guido Crosetto che ha ottenuto, anche, evidentemente grazie a una diffusa stima personale, più del doppio dei voti dei parlamentari di Fratelli d’Italia. Tra schede inutilmente bianche e la novità del non ritiro della scheda, due operazioni che segnalano le tristissime difficoltà di negoziati cominciati male e tardi, da un lato, crescono i voti per Mattarella, dall’altro, circolano veti, sembra, in particolare, sul nome di Casini. Interpretabili come un meritato attestato di stima nei suoi confronti, i voti per il Presidente che ha saggiamente annunciato di non volere un secondo mandato, sono anche un messaggio a alcuni dirigenti di partito, non solo del Movimento 5 Stelle, di indisponibilità a seguire indicazioni non adeguatamente motivate e convincenti.

   Adesso, dovrebbero tutti smettere di proporre nomi per farseli bocciare e poi chiedere in cambio un qualche diritto di prelazione. Invece, dovrebbero tutti tornare a riflettere sui criteri di una buona scelta: autorevolezza politica e prestigio personale, conoscenza della Costituzione e volontà di difendere le prerogative della Presidenza, presenza e apprezzamento sulla scena europea. “Patriota” è colui/colei che rappresenta credibilmente l’Italia nell’Unione Europea e collabora per il bene del paese e della stessa Unione, il cui futuro è ineluttabilmente il nostro.

   Da tempo si sapeva che la più che apprezzabile candidatura alla Presidenza della Repubblica di Mario Draghi, autodefinitosi “un nonno al servizio delle istituzioni”, , conteneva/contiene notevoli contro-indicazioni. Chi ha le qualità per tenere insieme l’attuale maggioranza? Chi può succedergli, non perché da lui nominato (il governo Draghi è un esempio flagrante di governo del Presidente, voluto e costruito da Mattarella), ma perché espressione dei partiti che giustamente in una democrazia parlamentare rivendicano le cariche di governo?

   Di fronte a questi importanti interrogativi è proprio il ruolo di Draghi che si presenta problematico. Chi vuole Draghi al Colle più alto ha l’obbligo politico di indicarne un successore a Palazzo Chigi che non implichi una crisi di governo. Chi vuole che Draghi continui la sua opera impegnativa di governante ha l’obbligo di individuare un Presidente che voglia e sappia sostenere Draghi e sia a lui gradito. La difficoltà di individuare la candidatura presidenziale più appropriata si incrocia e si scontra con le preferenze politiche di chi desidera la continuazione della legislatura fino al suo compimento naturale e chi preferisce elezioni anticipate. La critica rivolta ai capipartito, a partire da Salvini, Conte, Letta e Renzi,.è legittima, ma non deve sottovalutare le difficilissime condizioni attualmente esistenti

Pubblicato AGL il 28 gennaio 2022

Quirinale, quali sono davvero le conseguenze del possibile passaggio di Draghi dal governo al Colle? @DomaniGiornale

Dai commenti, di retroscenisti e folkloristi, deduco che per l’elezione al Quirinale è già stata superata la fase dei requisiti richiesti. Male. Per molti commentatori, comunque, il problema s’era posto solo con riferimento all’aggettivo ripetuto ad nauseam “divisivo”. Quasi sparita la necessità che il candidato/a dia garanzie di sapere proteggere ruolo, prerogative, potere della Presidenza. Addirittura, Più Europa e Azione, per voce di Emma Bonino, hanno dichiarato di votare la signora (sic) Cartabia per fare la (quale?) riforma della giustizia arrivando così, inopinatamente, alla Presidenza governante. A questo evitabile proposito, è forse utile ricordare che il semipresidenzialismo de jure prevede che il Presidente nomini comunque un Primo Ministro. Non so se il ministro Giorgetti temesse/tema (o auspicasse) che Draghi presidente della Repubblica significhi semipresidenzialismo di fatto con la scelta di un Presidente del Consiglio di suo gradimento, ma il tema è posto nettamente in queste ore.

   Premesso che desidererei che chi critica Draghi e il suo operato in quanto capo del governo dovrebbe coerentemente estendere la sua critica anche al più alto sponsor di Draghi, ovvero al Presidente Sergio Mattarella, molti hanno capito che elezione del Presidente e futuro del governo si intrecciano. Chi vuole che Draghi rimanga al governo dovrebbe avere capito che l’attuale Presidente del Consiglio vuole giustamente la garanzia che la maggioranza che lo sostiene sia quella che elegge il Presidente della Repubblica e che, di conseguenza, s’impegni a coadiuvarne l’opera. Dunque, il nuovo Presidente deve più o meno esplicitamente prendere un impegno di continuità. Ci sono almeno due presidenziabili che quell’impegno sono disponibili a prenderlo, che non pretenderebbero di governare e che sono credibili. Non stanno, però, tra i tre nomi proposti dal centro-destra.

Quanto all’eventuale transizione, inusitata, da capo del governo a Presidente della Repubblica, che sarebbe effettuata da un capo di governo inusitatamente non politico e non parlamentare, non serve a nulla limitarsi a notarne l’eccezionalità. Necessario è chiedersi quali ne sarebbero le implicazioni istituzionali e politiche con riferimento al caso concreto del viaggio di Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale. Se quel viaggio è benedetto dalla maggioranza che sostiene Draghi, allora sarebbe opportuno che i leader dei partiti di maggioranza comunicassero (quasi certamente ne hanno già, per quanto separatamente, discusso con lui) al Presidente che, se è vero che il Presidente della Repubblica “nomina il Presidente del Consiglio”, la Costituzione materiale si basa sul suggerimento, talvolta anche di più, di uno o più nomi ad opera dei capi dei partiti i cui parlamentari daranno o no la fiducia all’incaricato dal Presidente della Repubblica. Insomma, Draghi eletto Presidente della Repubblica deve sapere che potrà esercitare la moral suasion, ma che la politica di una democrazia parlamentare riconosce a partiti e parlamentari molti poteri e notevole flessibilità. Talvolta mi illudo (non riesco a non farlo) che mettere in luce alcuni meccanismi, indicarne le modalità di attuazione e lo spazio di discrezionalità sia utile anche agli operatori ciascuno dei quali dispone di un quid di potere politico. C’è un rischio per Draghi che sale al Colle, ma c’è anche un rischio per Draghi se al Colle salirà un politico troppo sensibile alle richieste dei partiti che lo hanno prescelto. Non è facile stabilire qual è il rischio minore e per chi (temo per il sistema politico italiano).  

Pubblicato il 25 gennaio 2022 su Domani

Un Presidente di tutti? No, solo di chi rispetta la Costituzione #Elezione @Quirinale @DomaniGiornale

Primo: dare i numeri. Curiosamente, però, coloro che affermano che il centro-destra ha la maggioranza relativa possono farlo soltanto definendo lo schieramento a loro avverso non centro-sinistra, ma giallorossi (PD più 5 Stelle). Non tengono conto di coloro che, vengano, più meno correttamente collocati nel centro e nei suoi pressi, dovendolo fare, si definirebbero di centro-sinistra. Comunque, nessuno ha il “diritto” di fare un nome per primo. Quello non è un diritto, ma una facoltà. L’iniziativa se la conquista chi è per l’appunto in grado di indicare/proporre un nome lasciando perdere le stupidissime superstizioni sul bruciare candidature. Fra l’altro, a questo punto della troppo lunga storia di questa elezione presidenziale, sono praticamente stati bruciati tutti. Qualcuno potrebbe anche ricordarsi che proporre un nome secco appare un po’ come una imposizione, pertanto, a molti sgradita in partenza e che esiste una sanissima alternativa: offrire una rosa che consenta libertà di scelta.

Secondo: elaborare gli aggettivi. Per tutti coloro che criticano il lessico di quella che chiamano la Prima Repubblica (incidentalmente, l’unica Repubblica che abbiamo), il test è: trovereste un aggettivo peggiore di divisivo con il quale troppi si riempiono la bocca, ma non saprebbero declinarlo? Divisivo è il candidato che non piace? Divisivo è chi ha fatto politica in posizioni di vertice, prendendo decisioni che, inevitabilmente, “dividevano” l’opinione pubblica? Divisivo è chi è sempre stato solidamente e fermamente su posizioni rappresentative del centro-destra oppure del centro-sinistra? I centristi non sono, dunque, mai divisivi? Di questo passo si arriverà facilmente, ma senza, per quel poco che conta, la mia approvazione, a definire non divisivi/e tutti/e coloro che hanno vagato tra uno schieramento e l’altro, transumanti trasformisti voltagabbana e così via (non pochi di quei casi meriterebbero una analisi dettagliata e approfondita). Il contrario di divisivo non è condiviso con il rischio che si vada alla ricerca del minimo comun denominatore (i minimi comuni sarebbero abbastanza numerosi). L’alternativa a candidature divisive consiste in candidature di personalità che abbiano fatto politica con stile, coerenza, senza cedimenti e senza aggressioni. Non c’è bisogno di andare molto indietro nel tempo. Sergio Mattarella ha fatto politica stando sempre coerentemente e fermamente da una parte, assumendosi responsabilità, senza cercare di piacere o dispiacere a nessuno. Chiara fu per lui la distinzione (divisione?) destra/sinistra, ma non agitò mai le sue preferenze, i suoi valori come un’arma. Cestinati gli aggettivi divisivo e condiviso (il secondo potrà riemergere al momento del voto, addirittura ex post facto), gli aggettivi appropriati sono autorevole e indipendente. Sì, lo so che è consuetudine che il Presidente eletto (soprattutto dopo un’elezione popolare) dichiari che sarà il Presidente di tutti. Di persona personalmente vorrei che l’eletto dicesse che sarà soprattutto il Presidente di coloro che rispettano la Costituzione e le leggi (comprese quelle che riguardano le tasse). Un Presidente che sa che deve stare da una parte, dalla parte, come disse il Presidente Napolitano, della Costituzione.

Terzo: definire le qualità. È un compito che potrebbe essere svolto anche dai parlamentari, la grande maggioranza dei quali, sbagliando e in parte non adempiendo alla loro funzione che, in questa circostanza, non è di rappresentare i partiti, ma gli elettori interpretandone le preferenze, tacciano o, al massimo, rispondono a telefonate, più o meno improprie. Il Presidente Fico vorrebbe una personalità di “alta moralità”, “aderente alla Costituzione”. No, non voglio scrivere che questi due elementi sono “il minimo sindacale” poiché alcuni dei nomi che circolano non hanno né l’una né l’altra qualità. Scrivo, invece, che è essenziale che il/la Presidente sia persona che conosce la politica e le istituzioni per esperienza pratica, che ha prestigio personale, che garantisce di offrire sulla scena europea un profilo riconosciuto e apprezzato. Il patriottismo è intessuto di una storia personale e di comportamenti politici che servono alla patria nel contesto in cui l’Italia, collaborando, ottiene riconoscimenti e risorse. Allora, tenendo conto di questi criteri, non divisivi e che non pretendono di essere da tutti condivisi, faîtes vos jeux. Ma l’elezione di un Presidente non è mai un gioco, meno che mai deve essere affrontata come un risiko.

Pubblicato il 19 gennaio 2022 su Domani

Per una Presidenza di qualità #Quirinale #Elezione

Toto nomi? No, grazie. Enough is enough. Cambiamo il paradigma e facciamo il toto qualità. Non debbono essere qualità a caso che riflettano le preferenze e i pregiudizi di chi le formula. Propongo che si individuino le qualità presidenziali facendo riferimento a due fonti diverse, ma entrambe autorevoli. La prima è la Costituzione. Art. 87: . Il Presidente “rappresenta l’unità nazionale”. Art. 54: “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. La seconda fonte è un Presidente stesso. Nel suo discorso di fine anno (e fine mandato), Mattarella ha detto che il Presidente deve “spogliarsi della sua appartenenza”; perseguire l’interesse nazionale; tutelare ruolo, prerogative, poteri della Presidenza. Se la Costituzione fosse un documento adeguatamente noto ai politici e ai commentatori, potrei limitarmi ad affermare “a buon intenditore poche parole”. Invece, mi sento costretto a fare qualche essenziale chiosa. Per rappresentare l’unità nazionale è decisivo che il Presidente abbia dato prova di non perseguire pervicacemente i proprio interessi politici e personali.

   Soltanto se riesce a combinare la sua visione con quella di altri in una sintesi virtuosa la sua “rappresentanza” diventerà effettivamente nazionale. Assurgerà allo stadio di patriota e sarà tanto più efficace se consapevole che il patriottismo non è autarchia, non è nazionalismo, non è sovranismo, ma è volontà e capacità di collaborare con i patrioti di altri paese per assicurare “la pace la giustizia fra le Nazioni” (art. 11). Sicuramente, una volta eletto il Presidente non dovrà più avere nessuna appartenenza partitica e politica. Però, Mattarella non ha, credo deliberatamente, aggiunto l’aggettivo “politica” nel suo riferimento all’appartenenza. Il Presidente non dovrà essere condizionato dalla sua appartenenza religiosa, ma neanche da sue appartenenze economiche, dalle attività che svolgeva prima dell’elezione e che debbono cessare immediatamente. Solo così potremo ragionevolmente pensare che le dichiarazioni e le azioni presidenziali saranno sempre, sistematicamente e esclusivamente, improntate al perseguimento di interessi politici nel senso di attinenza alla polis, al sistema politico.

   La Presidenza della Repubblica italiana non è un premio alla carriera. Non è un risarcimento. Non è una carica cerimoniale. Il Quirinale è il vertice di un triangolo composto con il Governo e con il Parlamento. In una democrazia parlamentare come quella italiana le istituzioni interagiscono, si controllano a vicenda, entrano in competizione per l’esercizio dei poteri di rappresentanza e di governo (qualcuno, oggi, aggiungerebbe di comunicazione). Chi pensa che è giusto che gli equilibri siano dinamici e che nessuna istituzione, e neanche i partiti, possa prendere il sopravvento, deve desiderare che alla Presidenza venga eletta una persona capace per cultura, autorevolezza, prestigio, di usare al meglio tutti i poteri della carica. Deve, dunque, essere qualcuno che ha competenza e esperienza politica. Non aggiungo altro se non la raccomandazione ovvero, per richiamare il titolo del libro pubblicato dal Presidente Luigi Einaudi al termine del suo mandato (Prediche inutili 1955), la predica, che spero utile, di valutare le oramai molte candidature con riferimento, non agli “equilibri” di potere, ma alle indispensabili qualità presidenziali.

Pubblicato il 10 gennaio 2022 su PARADOXAforum     

L’ossessione per la scelta diretta dei presidenti @DomaniGiornale

Ancora una volta dalle pagine del “Corriere” giunge una lezione di politica e di democrazia che non ha nessun fondamento nella teoria e nella pratica proprio delle democrazie. Paolo Mieli ci aveva già raccontato, senza nessun riscontro empirico, che l’alternanza è la norma nelle democrazie occidentali e che, in assenza di alternanza, l’Italia è destinata a restare nel caos.

Per lo più, invece, nelle democrazie europee assistiamo, con l’eccezione della Gran Bretagna, non alla sostituzione in toto di un governo ad opera di una opposizione, ma alla ridefinizione, uno o due partiti escono, uno entra, della coalizione di governo. Così sta avvenendo in Germania.

Adesso Mieli sostiene, forse addirittura invoca, ispirato, ma non so quanto sostenuto, dal vescovo Ambrogio, l’elezione popolare diretta dei capi di governo e dei capi di Stato.

Nelle democrazie parlamentari, tali sono tutti i sistemi politici dell’Europa occidentale, nessun Primo ministro/Cancelliere è mai stato eletto dal “popolo”, per molte buone ragioni a cominciare dal consentire cambi di persone e cariche in caso di necessità senza tornare alle urne. Quanto ai capi di Stato, mi limito a ricordare che in Europa occidentale esistono otto monarchie (Belgio, Danimarca, Gran Bretagna, Lussemburgo, Olanda , Norvegia, Spagna e Svezia) nelle quali, naturalmente, non c’è nessun bisogno di nessuna elezione.

Nulla osta a proporre il cambiamento della forma di governo italiana da parlamentare a presidenziale o semipresidenziale, sapendo che esistono differenze profonde fra questi due modelli. Sapendo anche che l’elezione popolare diretta apre la strada a outsider che, da Trump a, ipoteticamente, Zemmour, non sembrano costruttori di buona politica.

Secondo Mieli, dare la parola al popolo nel silenzio dei “presidenziabili” italiani ri-avvicinerebbe gli italiani alla politica. Dalle pagine del Corriere qualsiasi lettore può notare che da qualche mese i “presidenziabili” parlano, eccome. Alcuni di loro sono frequenti ospiti di programmi televisivi nei quali presentano libri e raccontano storie. Insomma, le informazioni circolano e, comunque, nessuno di coloro che ha raggiunto la più alta carica della Repubblica italiana era uno sconosciuto, privo di carriera politica e biografia professionali.

Il “direttismo”, come lo definì Giovanni Sartori, a lungo editorialista del Corriere, non migliora necessariamente la politica. A riportare gli italiani alle urne e a riavvicinarli alla politica, dalla quale espressioni come “casta” e “razza poltrona” contribuiscono a demotivarli e a confermarli nei loro pregiudizi, debbono essere i partiti, magari con una legge elettorale, ne esistono diverse, che garantisca competizione e elimini la cooptazione. Nel frattempo, sono molto fiducioso che per riavvicinare i cattolici alla politica e per fuoruscire dalle “vie tortuose e imperscrutabili” dei Conclavi, ma anche dalla tutt’altro che democratica acclamazione, Papa Francesco stia formulando le regole affinché il suo successore sia eletto direttamente dal popolo cattolico.

Pubblicato il 21 novembre 2021 su Domani

“Libertà va cercando, ch’é si cara…” @Testimonianze

Da Testimonianze N. 539 settembre-ottobre 2021, pp. 18-22

“Libertà va cercando, ch’é si cara…”

Gli incipit sono sempre difficili. Soprattutto se il tema è complicato, come quello della/delle libertà. Giustamente gli incipit efficaci si stampano nella nostra memoria. Pensando alla libertà, uno dei più memorabili lo ha scritto Jean-Jacques Rousseau: “L’uomo è nato libero, ma ovunque si trova in catene” (Il contratto sociale 1762). Sbagliava. Prima di lui John Locke aveva indicato tre diritti naturali: life, liberty, and property (1689). Nella Dichiarazione d’Indipendenza (1776), attribuita a Thomas Jefferson, dopo la premessa, programmatica, ma alquanto ipocrita (e anche fattualmente falsa), che “tutti gli uomini sono creati uguali”, gli americani affermarono l’esistenza di “alcuni diritti inalienabili: Vita, Libertà e perseguimento della Felicità”. Questa sintetica rassegna deve assolutamente concludersi con la triade Liberté, Égalité, Fraternité, gli obiettivi della Rivoluzione francese (1789). Non posso entrare nei contenuti che secondo Rousseau, Locke e i Costituenti USA dovevano caratterizzare la libertà, ma credo che sia corretto sostenere che la loro libertà era concepita quasi essenzialmente come autonomia di comportamenti rispetto allo Stato. Tralasciando altri importanti contributi, l’autore che in tempi recenti meglio ha precisato come può essere concettualizzata la “libertà” è stato il filosofo politico Isaiah Berlin. Nella sua prolusione a Oxford Two concepts of liberty (1958), Berlin individuò e elaborò due libertà: la libertà da (dalle interferenze degli altri, a cominciare dal potere politico, dallo Stato) e la libertà di (facoltà e possibilità di agire, di esercitare influenza, di partecipare con maggiore o minore efficacia).

   Sulla scia dei grandi del passato, qui colloco finalmente la mia definizione operativa, cioè utilizzabile nella pratica come criterio essenziale: “libertà è possibilità di scegliere”. Siamo effettivamente liberi quando in qualsiasi situazione godiamo della facoltà di esercitare una scelta fra (almeno due) alternative. Dunque, libertà non è soltanto obbedire alle leggi che ci siamo dati. È anche disobbedire a quelle leggi nella consapevolezza che la disobbedienza civile comporta, anzi, deve sempre comportare un prezzo, una sanzione. Sappiamo anche, grazie a Erich Fromm, che gli uomini e le donne possono preferire non doversi trovare a scegliere e essere costretti a accettare la responsabilità delle loro scelte/decisioni. Soprattutto nei regimi non-democratici sono sempre (stati) molti coloro che preferiscono e praticano la Fuga dalla libertà (1941). Fu cercando di comprendere la nascita e l’affermazione di regimi autoritari e totalitari negli anni Venti e Trenta del secolo scorso che Erich Fromm scrisse quel libro importantissimo, denso di significati e implicazioni. Libertà significa anche possibilità di scegliere, ma le scelte importanti sono difficili, richiedono conoscenze e competenze, implicano accettazione di responsabilità.

  Chi non sa scegliere, o non vuole farlo, perché non se la sente di accettare la responsabilità di quello che sceglie e di quello che rifiuta, sta fuggendo dalla responsabilità. Per viltà e conformismo, per quieto vivere e servilismo lascerà che altri scelgano per lui e ne subirà le scelte. Fuggendo dalla libertà chi non decide e si adegua riuscirà a evadere anche dalle responsabilità. Spesso i fuggitivi dalla libertà vengono collocati in una zona grigia fra i sostenitori delle autorità che si sono imposte e gli oppositori, ma la zona grigia è il cuscinetto sul quale poggiano tutti gli autoritarismi. L’evidenza storica consente di affermare che durante il fascismo la maggioranza degli italiani si collocò per convenienza e per codardia proprio nella zona grigia.

Naturalmente, gli uomini e le donne sono diseguali di fronte alla libertà di scegliere. Troppo spesso, la diseguaglianza viene misurata con riferimento esclusivo o quasi alle condizioni economiche, che, naturalmente, sono molto importanti, ma cruciali, a mio parere, sono le disuguaglianze di conoscenze. Coloro che, per una varietà di motivi, hanno bassi livelli di conoscenze sono meno liberi. Dunque, gli investimenti in istruzione e in cultura trovano una giustificazione molto forte per ridurre le diseguaglianze di conoscenze e ampliare la libertà di scelta delle persone. È giusto preoccuparsi anche delle diseguaglianze economiche, ma non tanto per “ridimensionare” e fare piangere i ricchi (a meno che usino le loro ricchezze per influenzare e “comprare” il potere politico) quanto per ottenere che la maggior parte delle persone viva in condizioni economiche che non incidano negativamente sulla loro libertà di scelta.

Credo che queste considerazioni costituiscano la premessa per analizzare, meglio capire e valutare quanto in tema di libertà è successo con il Covid-19, quanto potrà succedere e quali cambiamenti dovrebbero/dovranno essere effettuati. Non c’è alcun dubbio che il lockdown, il confinamento unitamente al coprifuoco abbia costituito una limitazione della libertà personale di circolazione. Era giustificabile in nome di qualche esigenza superiore e dal punto di vista costituzionale? L’esigenza superiore era (e continuerà ad essere) rappresentata dalla necessità di limitare e contenere la pandemia. Soltanto tutelando la salute è possibile offrire e garantire la libertà come facoltà di scegliere Tutti dovremmo avere capito che la nostra personale libertà si deve arrestare prima di incidere negativamente sulla libertà degli altri. Almeno questa dovrebbe essere un’acquisizione definitiva. La libertà di circolare non deve essere esercitata se può implicare come effetto il contagio portato ad altri. La Costituzione stabilisce eccezioni e limitazioni agli art. 16 sulla libertà di circolazione e 17 sulla libertà di riunioni proprio, rispettivamente, “per motivi di sanità o di sicurezza” e “per comprovati motivi di sicurezza e di incolumità pubblica”. In tutte le democrazie, non importa quale modello di governo: parlamentare, presidenziale, semipresidenziale, abbiano, spetta al Parlamento accertare l’esistenza dei motivi a fondamento della limitazione delle libertà e, in caso di loro insussistenza, imporre al governo la cessazione di quelle misure.

   Il confinamento e il divieto di assembramenti hanno fatto emergere un altro importante aspetto della libertà. Questa volta faccio ricorso, da un lato, ad un versetto del poeta inglese John Donne (1624); dall’altro, al collegamento esplicito stabilito fra la Liberté e la Fraternité. Reso famoso dall’essere stato collocato da Ernst Hemingway in epigrafe al suo bel libro Per chi suona la campana (1943) sulla Guerra civile spagnola, “no man is an island entire of itself; every man is a piece of the continent” significa che gli uomini (e le donne) stanno in relazione fra loro e debbono tenere conto delle vite degli altri. Sono influenzati da quelle vite; hanno doveri reciproci. Per I rivoluzionari francesi, la libertà doveva coniugarsi, oltre che con l’eguaglianza, anche con la presa d’atto che siamo fratelli (e sorelle). Oggi, probabilmente, tradurremmo fraternité con solidarietà. In una situazione di pandemia non esiste migliore forma di solidarietà di quella che si manifesta attraverso tutti quei comportamenti che mirano ad evitare in massimo grado i rischi e pericoli del contagio, non solo nostro, ma soprattutto altrui. Quanto alla citazione che ho messo come titolo al mio articolo, sono le parole di Virgilio che presenta Dante, “cercatore di libertà”, a Catone Uticense il quale, essendosi suicidato per non perdere la libertà, è testimone che la libertà può essere più importante della vita. Ma il suo perseguimento è una scelta personale che non deve produrre effetti negativi su nessun altro.

Nella prospettiva fin qui delineata, non possono sussistere dubbi sul fatto che il Green Pass non configura in nessun modo la comparsa di una “dittatura sanitaria”. L’attestazione attraverso un certificato che la vaccinazione anti-Covid è stata eseguita non è un obbligo assoluto per tutti. Si configura esattamente nell’ambito della libertà di scelta per ciascuno di noi. Ad esempio, chi sceglie di viaggiare in treno o in aereo necessita del certificato. Se non vuole ottemperare alla richiesta ha una alternativa: viaggiare con altri mezzi (oppure rinunciare al viaggio). Chi esercita professioni, come docente e operatore sanitario, che lo pongono in contatto con moltissime persone, deve avere esercitare la scelta fra ottenere il Green Pass o fare un’altra attività che non lo ponga in contatto con il “pubblico”. Il Green Pass non è una imposizione, ma implica la necessità di una scelta, che, incidentalmente, non è mai una scelta irrevocabile.  

Nel secondo dopoguerra la libertà ha fatto passi da gigante un po’ dappertutto nel mondo. Saranno anche in crisi, diagnosi che respingo, oppure no, ma esiste oggi il più grande numero di democrazie di tutti tempi. A sua volta, l’Unione Europea costituisce il più ampio spazio di libertà e diritti mai visto al mondo. La pandemia ha ricordato a tutti che le sfide alle libertà sono come gli esami di Eduardo De Filippo, “non finiscono mai”. La pandemia ha anche messo in evidenza che nelle democrazie i cittadini sanno rinunciare consapevolmente, più o meno temporaneamente a elementi di libertà e che i loro rappresentanti hanno il potere di valutare se le restrizioni sono motivate, in che modo si traducono nella vita quotidiana, quanto è lecito e opportuno che durino. Come ha scritto Giovanni Sartori (Società libera, in Elementi di teoria politica, Bologna, il Mulino, 1995, pp. 365-366): “una società libera è capace di autoregolazione in quanto è una società strutturata su forze controbilancianti e su meccanismi riequilibranti. … una società libera prevede lo Stato, rapporti di forza e di potere, strutture gerarchiche e comandi, diseguaglianze e conflitti. Quel che la rende, o mantiene, libera è una struttura di potere atta a neutralizzare ogni potere soverchiante”. Il potere “sanitario”, degli scienziati, dei virologi, epidemiologi e affini, non è diventato neppure lontanamente soverchiante in nessuna democrazia contemporanea. Le sfide alla democrazia non nascono negli ospedali e in altri luoghi di cura e di ricerca. Non vengono dai medici, ma dalle elite politiche, economiche, religiose.  

In generale, ma anche questa è un’affermazione forse fin troppo facile, il Covid è stato e rimane una specie di cartina di tornasole per tutti i sistemi politici. Ha messo in evidenza gli atteggiamenti preesistenti e dominanti rispetto alla libertà, all’autorità, alla responsabilità. Nelle democrazie nordiche la libertà è sempre stata interpretata come qualcosa che attiene ai comportamenti personali che mai debbono interferire con i comportamenti altrui. Ma, e qui probabilmente, è giusto riprendere il discorso di Sartori sulle società libere, la libertà è anche il prodotto di relazioni complesse con l’autorità che implicano naturalmente la emanazione di direttive e regolamentazioni erga omnes. Il fatto è che il principio di autorità è venuto meno su tutti i fronti, a cominciare da quello politico. Ne ha fatto inesorabile seguito l’insofferenza per le regole e l’esaltazione e la difesa di una molto malintesa libertà sotto forma di egoismo e arbitrio.

    Quello che distingue le società libere da altre che meno libere sono sempre state è, da un lato, il grado e la frequenza di contestazione delle decisioni che coinvolgono la collettività; dall’altro, il numero di persone che hanno le risorse culturali e economiche che consentono loro di esercitare la libertà di scelta. Una società giusta si caratterizza come tale garantendo, nell’ambito di regole chiare e condivise, entrambi i sempre mutevoli esiti.

*Gianfranco Pasquino, è professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Il suo libro più recente è Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021).

Sulla Presidenza della Repubblica Italiana. Dialoghetto tra una Apprendista e un Professore #CasadellaCultura @C_dellaCultura

A: Che non si debba parlare dei nomi dei candidati alla Presidenza della Repubblica in anticipo rispetto alla data dell’elezione sta scritto nella Costituzione italiana? O dove?

P: Da nessuna parte, neanche nel dibattito alla Costituente qualcuno si chiese se ci fosse un tempo per tacere e un tempo per parlare di nomi. Nomi se ne sono sempre fatti in anticipo, talvolta per bruciarli talvolta come ballons d’essai, per testarne le probabilità di (in)successo. In qualche caso, per esempio, nel 1992, Andreotti non nascose la sua intenzione, mentre Craxi si interrogava se per la sua strategia non sarebbe stato preferibile eleggere Arnaldo Forlani al Quirinale. Poi andò molto diversamente con l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro e il pentapartito venne sepolto sotto il muro di Berlino anche grazie a Mani Pulite e ai referendum del 1993, soprattutto quello elettorale.

A: Nelle altre democrazie parlamentari la discussione sui nomi dei possibili Presidenti è frequente, diffusa, intensa, paragonabile a quella italiana?

P: La risposta è sorprendente. Un buon numero di democrazie parlamentari europee non hanno nessun problema. Infatti, sono –a partire dalla Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda, Belgio, Spagna, Lussemburgo- monarchie. In alcune, Austria, Finlandia, Portogallo, il Presidente della Repubblica viene eletto dagli elettori. Rimangono, la Germania e la Grecia nelle quali è il Parlamento che elegge il Presidente. In Germania senza tensioni, ma con un accordo, sempre rispettato, fra i due grandi partiti. Eletto nel 2017, il socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier è stato voluto dalla democristiana Angela Merkel. In Grecia è richiesta una maggioranza qualificata a scalare fino alla quinta votazione nella quale è sufficiente la maggioranza relativa. Naturalmente, i nomi circolano un po’ dappertutto, ma senza i recenti eccessi italiani quando ci si è finalmente resi conto che il Presidente della Repubblica gode di notevoli poteri istituzionali e politici. Può essere, nel bene e nel male, un protagonista. Sarebbe, dunque, un contributo utile al dibattito pubblico se i nomi dei candidabili fossero fatti circolare e discussi senza ipocrisie e manipolazioni.

A: Non sono al corrente di autocandidature, ma esistono o sono esistiti criteri utili per scremare il campo dei “pretendenti”?

P: A lungo, grazie al democristiano De Gasperi che nel 1948 fermamente volle il liberale Luigi Einaudi alla Presidenza, il criterio, non formalizzato, ma operativo fu quello dell’alternanza. Ad un Presidente non democristiano seguiva un Presidente democristiano (il candidato che riusciva a sopravvivere alle lotte fra le correnti DC). Il non-democristiano era espresso da uno dei partiti alleati al governo con la DC, prima i liberali: Einaudi (1948-1955); poi i socialdemocratici: Saragat (1964-1971); poi i socialisti: Pertini (1978-1985). Dopo l’89 questo criterio risulta inapplicabile per la scomparsa dei protagonisti. Permane, o almeno così può sembrare, il criterio di un certo distacco del candidato dalla politica attiva di partito. Così è stato per Scalfaro, per Ciampi, per Napolitano e anche per Mattarella. Per tutti ha contato positivamente anche una esperienza istituzionale più o meno lunga e non controversa.

A: Sbaglio se rilevo che nessuno dei menzionati aveva cariche di governo o di partito al momento della sua elezione?

P: Tutt’altro, questa “fuoruscita” dalla politica attiva è stata considerata positivamente, garanzia di non partigianeria, di disponibilità a mettersi super partes ovvero, come disse brutalmente e memorabilmente Napolitano, di essere sì, di parte, ma dalla parte della Costituzione. Contro Aldo Moro nel 1971 fu La Malfa soprattutto a fare valere l’argomento del suo visibile impegno politico ancora evidentemente operante. Se Draghi fosse eletto al Quirinale risulterebbe il primo a passare senza soluzione di continuità da una carica di governo al vertice dello Stato. Certo, questa transizione sarebbe pur sempre mitigata dal suo non avere avuto una carriera politica e non essere il dirigente di un partito.

A: Dovremmo, però, temere che questa (ir)resistibile ascesa di Mario Draghi comporti, come ha segnalato il Ministro Giancarlo Giorgetti, l’irruzione nella Repubblica italiana di un semipresidenzialismo de facto?

P: Anche in questo caso la stupirò, cara Apprendista. Semipresidenzialismo c’è quando il Presidente della Repubblica (eletto direttamente dagli elettori, che non sarebbe comunque il caso italiano) nomina il Capo del governo che deve, comunque, godere di una maggioranza parlamentare che, come minimo, non gli si oppone, non lo contrasta. Una situazione simile esiste già anche nella Repubblica italiana attuale con una differenza rilevante: il Presidente nomina la personalità che gli è stata suggerita dai segretari dei partiti che la sosterranno nell’azione di governo. Nel caso di Draghi è lecito chiedersi se il suo nome sia emerso dai partiti oppure sia stato proposto dal Presidente Mattarella a quei partiti. Non approfondisco tranne una sottolineatura: i Presidenti della Repubblica italiana godono, se li sanno esercitare, di notevoli poteri istituzionali (e politici). Colgo, da parte di alcuni candidati che già corrono, la volontà di procedere alla rassicurante (per i capi dei partiti) disponibilità ad accettare, comunque a tenere in grandissimo conto, le preferenze che quei capi vorranno esprimere. Insomma, non è alle viste uno Scalfaro che seppe dire no no tanto a Berlusconi quanto a Prodi né un Napolitano che non sciolse il Parlamento nel novembre 2011 e nominò Monti Presidente del Consiglio.

A: Eppure, se ricordo correttamente, lo spazio affinché i Presidenti sviluppino un’azione autonoma nei limiti abbastanza ampi e flessibili, del dettato costituzionale, ci sono eccome. Lei, Professore, li ha addirittura variamente teorizzati.

P: Sì. Con riferimento ai poteri del Presidente e alla loro possibile utilizzazione ho formulato e variamente applicato la “teoria della fisarmonica” la cui fonte iniziale è stata l’immaginazione costituzionale di Giuliano Amato, che non ricorda più dove, ma in un conferenza, e quando. In estrema sintesi, tutta mia, ma discussa con Amato, la gamma dei poteri presidenziali contenuti nella Costituzione è molto ampia. La sua utilizzazione concreta dipende dalla personalità del Presidente, dalla sua competenza istituzionale e dalla sua biografia politica (e professionale). Dipende soprattutto dalla forza dei partiti, quelli che lo hanno eletto, e del sistema dei partiti. Quella gamma di poteri è assimilabile a una fisarmonica. Se i partiti sono deboli e il Presidente sa come suonarla, la fisarmonica giunge alla sua massima estensione. Quando i partiti sono forti non consentiranno al Presidente di aprire la fisarmonica e di suonare quello che vuole, anche se lo spartito rimane comunque quello inscritto nella Costituzione. Non so quanto nei suoi dieci mesi di governo Draghi abbia imparato che gli sia di aiuto nello suonare la fisarmonica dell’ampia gamma di poteri presidenziali. Peraltro, lo vedremmo fin dall’impegnativo debutto quando dovrà nominare il Presidente del Consiglio in sua sostituzione.

A: Siamo allo snodo definitivo. Al di là delle ambizioni personali e delle preferenze particolaristiche, quali dovrebbero essere i criteri per scegliere la candidatura migliore, magari con il concorso dell’opinione pubblica?

P: la Presidenza della Repubblica non può essere il premio alla carriera politica di nessuno. Non deve neanche essere il risarcimento per carriere politiche passate. Non è la carica da attribuire per qualche considerazione di gender parity. Non è qualcosa da scambiare: elezione in cambio di scioglimento del Parlamento, uno scambio indecente che immediatamente scalfirebbe autorevolezza e prestigio del Presidente appena eletto. Al Quirinale deve andare chi rappresenta al meglio “l’unità nazionale”, chi offre la garanzia di tenere la Costituzione come stella polare del suo mandato, chi ha dato prova di europeismo de facto, in pratica. Su questi elementi è giusto aprire la conversazione democratica-istituzionale. Farà bene alla politica.

Bologna 5 novembre 2021

Pubblicato il 5 novembre 2021 su casadellacultura.it

Premio, risarcimento, roulette: la presidenza della Repubblica #Quirinale @DomaniGiornale

La Presidenza della Repubblica italiana non è un premio da attribuire ad una più o meno prestigiosa carriera politica (né tecnocratica) fermo restando che bisognerebbe esplicitarne i criteri di valutazione. Non può essere intesa neppure come un risarcimento per torti (quali?) subiti che verrebbero raddrizzati con l’ascesa al Quirinale. Non deve essere proposta sulla base di aspettative contingenti, ad esempio, eleggere chi scioglierà più o meno immediatamente il Parlamento oppure chi vuole che la legislatura continui fino alla sua scadenza naturale. Nessuno/a dei Costituenti accetterebbe mai una qualsiasi di queste motivazioni. Tutti si riconoscerebbero nei principi messi a fondamento della Presidenza, del suo ruolo, dei suoi poteri. Nessuno prescinderebbe dalla richiesta che chi ha funzioni pubbliche deve “adempierle con disciplina e onore” (art. 54) che vale tanto per il futuro quanto per il passato.

   Fuori dai retroscena che troppo spesso inquinano il dibattito politico e vengono usati per manipolare l’opinione pubblica, la domanda giusta è chi, nella classe politica, ma eventualmente anche fuori, possa essere ritenuto capace di svolgere gli impegnativi compiti che la Costituzione attribuisce al Presidente. Alla carica politica e istituzionale più elevata la Costituzione chiede, anzitutto, di rappresentare “l’unità nazionale” (art. 87). Questa unità deve ispirare e informare l’esercizio di tutti gli importanti poteri istituzionali e politici a sua disposizione. Il Presidente non scioglierà il Parlamento a richiesta di nessun gruppo nel perseguimento di qualche opportunità politica. Tuttavia, non rifiuterà lo scioglimento se la maggioranza in quel Parlamento traballa, traccheggia e visibilmente ha perso qualsiasi operatività. Il Presidente non nominerà capo del governo colui/colei il cui partito ha ottenuto il maggior numero di voti a meno che la richiesta gli sia sottoposta dai leader dei partiti che assicurano la formazione di una coalizione di governo in grado di durare combinando stabilità politica e efficacia decisionale.

   Il Presidente, va ricordato ai grandi elettori e ai più o meno grandi commentatori, è colui che opera complessivamente avendo di mira, vera stella polare, l’equilibrio del sistema politico e la sua trasformazione secondo i desiderata della maggioranza parlamentare, dei rappresentanti che sono gli unici ad avere ricevuto un mandato popolare. Non da oggi, a questi compiti abbiamo imparato che se ne deve aggiungere un altro particolarmente significativo: mantenere un legame con l’Unione Europea trasmettendo il messaggio essenziale e potente che l’Italia è uno stato-membro che adempie ai suoi compiti e agisce per rafforzare e democratizzare le istituzioni dell’Unione e i suoi spesso complessi e confusi processi decisionali. Non credo di essere troppo esigente se suggerisco e chiedo che la discussione su chi abbia i titoli per aspirare alla Presidenza della Repubblica tenga in massimo conto la Costituzione italiana e i rapporti con l’Europa. Nessuna roulette produrrà una scelta soddisfacente.

Pubblicato il 27 ottobre 2021 su Domani

Forza Nuova va sciolta qui e ora. E se rinasce la sciogliamo ancora @DomaniGiornale

Quando si tratta di leggere e interpretare la Costituzione, non possono e non debbono mai essere invocate valutazioni di opportunità politica. Le disposizioni della Costituzione vanno applicate con riferimento assoluto e coerente alla loro lettera e al loro spirito. Questa coerenza si estende anche alla lettera della XII disposizione: “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Scritta da Costituenti che avevano sperimentato in una pluralità di forme il regime fascista, la sua nascita, le sue modalità di governo, lo spirito è lampante. Bisogna bloccare sul nascere tutte le manifestazioni, massime la violenza, che si richiamino al fascismo e che configurino tentativi di ricomparsa. Qui e adesso, in particolare dopo l’assalto alla sede della CGIL e al pronto soccorso del Policlinico Umberto I, nonché il progettato attacco a Palazzo Chigi, è corretto ritenere che Forza Nuova miri alla ricostituzione di un’organizzazione fascista? Dunque, se ricade nella fattispecie delineata dalla XII disposizione va sciolta. All’eventuale scioglimento non si possono contrapporre argomentazioni di errori e inadeguatezze del passato e neppure più o meno fondati timori di ripercussioni future.

   Il Movimento politico “Ordine Nuovo” fondato e guidato da Pino Rauti fu sciolto con sentenza della magistratura nel novembre 1973 e i suoi beni furono confiscati. Lo scioglimento avvenne nella fase già iniziata degli anni di piombo. Non ricordo opposizioni alla sentenza che applicava la legge Scelba (Ministro degli Interni) del 1952 di attuazione della XII disposizione che sollevassero il problema dell’eventuale esacerbarsi del terrorismo di destra, al quale Ordine Nuovo contribuiva significativamente. Non ricordo neppure che venisse posto il problema delle prospettive occupazionali di dirigenti e dei militanti, dove sarebbero andati, che cosa avrebbero fatto. Nessuno si chiese se quei terroristi che operavano in nome del fascismo sarebbero diventati ancora più violenti e pericolosi una volta disciolta e bandita la loro organizzazione. Le democrazie si difendono applicando la Costituzione e le leggi (d’obbligo è il rimando alla bella ricerca di Giovanni Capoccia, “cervello” fuggito e meritatamente e felicemente approdato a Oxford: Defending Democracy: Reactions to Extremism in Interwar Europe, Johns Hopkins University Press, 2005) , non misurando con bilancini opportunistici i pro e i contro delle decisioni che trovano il loro fondamento nella Costituzione e nelle leggi che ne traducono concretamente i dispositivi.

   Atteggiamenti di mal posta comprensione di un presunto “disagio” che non può comunque mai sfociare in violenza politica mirata, comportamenti incoerenti e al di sotto della sfida rivelano la debolezza di uno Stato e dei suoi apparati, delusi e umiliati. Aprono ulteriori spazi psicologici, sociali e politici a chi intende fare uso della simbologia e della strumentazione verbale e fisica del fascismo, e sa come farlo. Una volta sciolta Forza Nuova i suoi dirigenti non finiti in carcere oppure uscitine si adopereranno per costituire un’altra organizzazione il più simile possibile? Non è da escludersi nella consapevolezza, da un lato, che nessun fascismo si batte soltanto con l’istruzione e la cultura (non una buona ragione per tralasciare una intensa opera di educazione civica e storica), dall’altro, che il fascismo è parte della nostra storia e può ripresentarsi con una pluralità di volti. Bisognerà, allora, ricorrere nuovamente alla Costituzione, alla sua applicazione e alle conseguenze che ne derivano. Però, nessuno potrà più sollevare la obiezione/giustificazione della colpevole sottovalutazione e degli errori gravi commessi nel passato più o meno recente.

Pubblicato il 16 ottobre 2021 su Domani