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La Resistenza e la Costituzione dalle radici alla globalizzazione – La democrazia alla prova dei populismi #23aprile #ReggioEmilia

Lunedì 23 aprile ore 18
Chiostri della Ghiara
via Guasco, 6 Reggio Emilia

La Resistenza e la Costituzione
dalle radici alla globalizzazione
La democrazia alla prova dei populismi

Ermete Fiaccadori, Presidente Provinciale ANPI Reggio Emilia in dialogo con Gianfranco Pasquino

Perseverando negli sbagli non s’impara. Breve promemoria in quattro punti a pochi giorni dalle #elezioniPolitiche2018

La campagna elettorale ha fatto ricomparire vecchi e gravi errori che non bisogna stancarsi di correggere.

1. Nessun governo nelle democrazie parlamentari è mai eletto dal popolo. Non esiste neppure nessun Primo ministro eletto dal popolo. I governi nascono in Parlamento, lì possono fisiologicamente morire e essere sostituiti secondo la Costituzione, i precedenti, le tradizioni. Scrivere, come ha fatto Antonio Polito “Il Corriere della Sera” (17 febbraio 2018, p.1): “dobbiamo infatti prepararci al quinto governo di fila non scelto dagli elettori nelle urne, ma costruito in Parlamento”, non solo induce a fare erroneamente credere che i governi siano per l’appunto scelti dagli elettori, ma delegittima previamente il prossimo governo che sarà proprio “costruito in Parlamento”.

2. Non siamo affatto “tornati” alla proporzionale (quale proporzionale visto che ne esistono molte varianti?). La legge Rosato non ha quasi nulla in comune con la legge elettorale proporzionale usata in Italia dal 1948 al 1992. Sia la legge Calderoli (Porcellum) sia la legge Renzi-Boschi (Italicum) erano leggi proporzionali con premio di maggioranza, nient’affatto leggi maggioritarie come quella inglese e come il doppio turno francese in collegi uninominali. Con il suo 33 percento di seggi assegnati in collegi uninominali sia alla Camera sia al Senato ai candidati che ottengono almeno un voto in più dei concorrenti, la legge Rosato è di gran lunga meno proporzionale delle leggi che l’hanno preceduta. Per molte ragioni rimane pessima, ma non configura nessun ritorno a nessuna imprecisata “proporzionale”.

Foto Fabio Cimaglia

3. Non esiste nessun trade-off, nessuno scambio fra rappresentanza e governabilità. Meno che mai si può credere che la mai chiaramente definita governabilità si acquisisca comprimendo e riducendo la rappresentanza. Al contrario, da una migliore rappresentanza scaturisce la governabilità. Naturalmente, governabilità non significa, non è, non discende dal governo di un solo partito dotato di una maggioranza parlamentare gonfiata da un premio elettorale. Quanto alla rappresentanza politica, essa non è mai “lo specchio del paese”. Non è rappresentanza sociologica, comunque impossibile da conseguire e neppure da perseguire, ma è rappresentanza elettiva con gli eletti che hanno piena consapevolezza di doversi fare portatori delle preferenze politiche e sociali degli elettori. Non sono uomini e donne scelti/ e nominati/e per essere obbedienti esecutori/trici delle decisioni dei capi partito e capi corrente (uno dei punti cardine della legge Rosato, non adeguatamente criticato) con la conseguenza probabile che quei parlamentari si sposteranno in corso d’opera verso quei capi partito in grado di garantire la loro rielezione. Déjà vu, déjà fait: trasformismo, il preminente e persistente contributo italiano alla storia dei vizi del parlamentarismo.

4. No, nelle riforme costituzionali bocciate da quasi il 60 per cento degli elettori il 4 dicembre 2016 non c’era nessun meccanismo di potenziamento del governo (che, incidentalmente, avrebbe comunque anche richiesto una ridefinizione dei checks and balances, dei freni e contrappesi che sono l’essenza delle democrazie liberali) , nulla che assomigliasse al voto di sfiducia costruttivo che, per l’appunto, dà potere al capo del governo al tempo stesso che ne dà al Parlamento. Piangere sul referendum perduto asserendo che avrebbe dato slancio ad una nuova fase della politica italiana non solo non serve a niente, ma non consente di capire quanto sbagliate fossero quelle riforme e quanto necessario sia riflettere sulla possibilità/praticabilità di riforme migliori.

Pubblicato il 26 febbraio 2018 su la rivista ilMulino

Siamo peggio di come ci descrive Mattarella #messaggiodiCapodanno #Mattarella

Caro Presidente,
è vero che l’Italia è un paese dalle molte qualità, ma anche dalle molte contraddizioni. Dunque, posso consentirmi di affermare che conosco un paese diverso da quello che lei ha persino troppo brevemente raccontato nel suo messaggio di Capodanno. Non è soltanto un paese “generoso e solidale”. È anche un paese dove c’è risentimento, dove ci sono lamentazioni, invidie, corporativismi. Perché non ricordarglielo, agli italiani, che non saranno mai i loro egoismi personali, delle loro associazioni, delle loro municipalità e regioni, a fare crescere economicamente il paese e socialmente un po’ tutti, a cominciare dai giovani. Certo ai giovani dobbiamo cercare di offrire almeno le opportunità che abbiamo avuto noi, ma smettiamo di caricarli di responsabilità e di blandirli alquanto ipocritamente. Mi chiedo, poi, e rispettosamente le chiedo, che cosa dovremo dire a quegli 800 mila giovani che hanno visto sfuggire sotto i loro occhi il conseguimento della cittadinanza italiana poiché troppi parlamentari irresponsabili hanno anteposto a un voto controverso le loro convenienze elettorali?

Spesso i nuovi ragazzi del Novantanove non hanno memoria e hanno studiato poco e male la storia perché poco e male gliela hanno insegnata. Che cosa potranno scrivere sulla pagina bianca della scheda elettorale di marzo è impossibile saperlo. Né può bastare loro il suo davvero vago invito, caro Presidente, a partecipare. Quella legge elettorale che lei loda perché è omogenea per entrambe le Camere (mi sfugge davvero quanto importante sia questo pregio, l’unico rivendicabile) concede a loro e noi, vecchi abituali esperti e sperimentati elettori, un potere minimo: con una crocetta diamo una delega in bianco a candidati, nominati e paracadutati, e ai partiti.
Lei ha detto e, personalmente, sono d’accordo e apprezzo, che la politica deve guidare, guiderà il cambiamento. Spero, anzi, sono convinto che nei molti, immagino, colloqui con gli esponenti del governo e dei partiti, lei vada oltre una soffice moral suasion che dai partiti e dai loro capi viene regolarmente interpretata come un buffetto e via. Ci vuole davvero un atto di immeritata fiducia per ritenere che quei partiti con la loro politica, che abbiamo visto, siano in grado di guidare il cambiamento. Sì, lo so che il Presidente della Repubblica deve stare al di sopra delle (litigiose) parti, però, entro certi limiti ha anche il dovere di intervenire pubblicamente tutte, ma proprio tutte, le volte che qualcuno vada non solo contro la Costituzione, ma anche, furbescamente, fuori dai binari costituzionali. Non sfugge certamente a Lei, già giudice costituzionale, che, oltre al rispetto della lettera, è indispensabile che vi sia rispetto anche dello spirito della Costituzione e non solo perché compie settant’anni di vita ben vissuta.

Sì, tuttora buona parte del futuro dell’Italia trova un percorso disegnata con grande preveggenza dai Costituenti. Seguendo quel percorso andremo nella direzione giusta: partecipazione, diritti, lavoro. Tuttavia, signor Presidente, mi sarei aspettato da lei che ricordasse con la sua autorevolezza e con vigore, facendo ricorso alle parole di un uomo politico che le deve essere stato caro, che il futuro non è più, già da qualche decennio, soltanto “nelle nostre mani”. Il futuro dell’Italia, nel bene, che è molto, e nel male, che pure c’è, si costruisce nell’Unione Europea osservando i suoi trattati e, eventualmente, tentando di cambiarli per andare avanti. E chi, se non i giovani, può avere maggiore interesse al futuro dell’Europa che c’è e di quella che potrebbe esserci? Sono fiducioso, caro Presidente, che lei leggerà queste considerazioni, “realistiche e concrete”, che il suo discorso mi ha suscitato. La ringrazio e le invio i miei auguri di buon anno. Temo che ne avrà bisogno e so che saprà farne ottimo uso.

Pubblicato AGL il 2 gennaio 2017

Settant’anni di lezioni dalla Carta

Uno dei più autorevoli Costituenti, Piero Calamandrei, professore di Diritto all’Università di Firenze e esponente del Partito d’Azione, subito dopo l’approvazione della Costituzione la dichiarò profeticamente “presbite”. La Costituzione italiana ha davvero saputo guardare lontano. Dieci anni fa, l’allora Presidente Giorgio Napolitano celebrò la Costituzione italiana affermando che era una splendida sessantenne con poche rughe. Oggi persino i cattivi riformatori, che hanno tentato pasticciate operazioni di chirurgia plastica invasiva e sono stati opportunamente sconfitti nel referendum del 4 dicembre 2016, rivolgono il loro, un po’ ipocrita, omaggio alla Costituzione italiana. Si è dimostrata al tempo stesso solida e flessibile. L’impianto della democrazia parlamentare, con il governo responsabile di fronte al Parlamento che ha il compito di dargli vita e di sostenerlo oppure di sostituirlo, ha dimostrato la sua mirabile solidità. Certo, molti desidererebbero maggiore stabilità dei governi, ma la critica va rivolta, non alle norme costituzionali, ma ai partiti, ai dirigenti dei partiti e ai sempre troppi parlamentari trasformisti. La Costituzione ha dimostrato la sua flessibilità in molte occasioni. Infatti, è stata variamente ritoccata con piccole riforme, ma anche con grandi interventi come quello del 2001 sui rapporti Stato/Regioni (malamente) effettuato dal centro-sinistra; quello del 2005, 56 articoli su 138, effettuato dal centro-destra di Berlusconi e sconfitto dal referendum costituzionale del 2006, come, parimenti sconfitte sono state le mal congegnate riforme del Partito Democratico di Renzi. La verità di fondo, che prima viene imparata dagli aspiranti riformatori meglio sarà, è che la Costituzione italiana è un’architettura complessa che può/potrà essere modificata efficacemente e con successo soltanto da chi è/sarà in grado di prospettare una visione d’insieme delle istituzioni e dei diritti migliore di quella attuale: operazione, forse, non impossibile; certamente, molto difficile.

Sappiamo che nessuna Costituzione è priva di inconvenienti, neppure quella italiana. Tutte le Costituzioni possono e, qualche volta, debbono essere ritoccate. Nei suoi più di duecento anni di vita, la Costituzione degli USA, da molti, giustamente, considerata un monumento alla cultura, non solo giuridica, ma politica, ha visto l’introduzione di ventisette emendamenti. Più che di cambiamenti, la Costituzione italiana continua ad avere bisogno di essere attuata in alcuni suoi articoli portanti e importanti. Ad esempio, l’art. 49 attende tuttora l’approvazione di una legge che regolamenti in maniera accurata il ruolo e l’attività, spesso degenerata, dei partiti i quali, invece, preferiscono la sregolatezza a spese delle istituzioni e dei cittadini. Soprattutto e giustamente, sono moltissimi coloro che continuano a pensare e a battersi affinché sia data piena attuazione all’ultimo comma dell’art. 3, ovvero a fare sì che la Repubblica proceda a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale , che […] impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.

Celebrando la Costituzione e ammirandone la capacità di avere orientato la politica italiana fino ad ora, non dobbiamo sottacere che “la Repubblica” alla quale si riferisce l’art. 3 sono i cittadini italiani, siamo noi, tutti. Tocca a noi agire consapevolmente e deliberatamente, non con il solo voto, ma con la partecipazione nelle associazioni, nei sindacati, sì, anche nei partiti, per migliorare la Repubblica nel solco della Costituzione repubblicana e democratica. Questo non è soltanto un omaggio e un augurio, ma un impegno che i Costituenti hanno preso per i loro successori e che ogni generazione politica italiana ha il dovere di sforzarsi di adempiere.

Pubblicato AGL 28 dicembre 2017

Una delle nostre migliori giornate #4dicembre I meriti di quel voto #No

Domenica 4 dicembre 2016 è stata una bella giornata, una delle migliori per il sistema politico italiano e per la Costituzione. Il NO nel referendum costituzionale che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva trasformato in un plebiscito sulla sua persona ha impedito lo slittamento del sistema politico italiano in direzione populista. Ha anche bloccato per alcuni anni i ripetuti tentativi di strattonare la Costituzione verso due esiti: terribili semplificazioni istituzionali e riduzione del potere degli elettori, che pochissimo hanno a che vedere con il suo impianto e con i suoi obiettivi tuttora solidi e validi. La Costituzione ha dimostrato di sapere accompagnare molti cambiamenti, ma anche di resistere a qualsiasi tentativo di sfigurarla.

A un anno di distanza non dobbiamo né sottovalutare né dimenticare quelle che erano allora e rimangono pervicacemente le patetiche argomentazioni dei fautori del “sì”, renziani della prima ora e renziani saliti sul carro quando sembrava andare verso la vittoria decisiva. L’algoritmo del Centro Studi della Confindustria aveva previsto gravissime conseguenze economiche, nessuna delle quali si è prodotta. Anzi, semmai, dopo il NO, anche se non necessariamente a causa del NO, è cominciata una leggera ripresa dell’andamento dell’economia. A grappolo, il quotidiano della Confindustria aveva concesso tutto lo spazio possibile ai sostenitori del sì. Con mia non troppo grande sorpresa, politologi e storici della LUISS, l’Università della Confindustria, si erano schierati come un sol uomo (infatti, fra loro non c’era neanche una donna) a vantare le lodi delle riforme renzian-boschiane. Non riesco neppure a parlare di “tradimento dei chierici” perché sarebbe per loro troppo onore. D’altronde, le pagine di alcuni quotidiani nazionali erano ricolme di articoli di chierici e di aspiranti tali che argomentavano sottilmente che, come scrisse Michele Salvati, votare contro le riforme era votare contro l’interesse nazionale. Già allora notai che una frase del genere era pericolosamente vicina ad accusare i No di essere “nemici del popolo”. Altri chierici, per esempio, la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, decisero di non ospitare dibattiti. Tutti schierati per il sì, quei giuristi si trincerarono dietro una frase che contiene qualcosa di strabiliante e di inquietante: “all’università non si fa politica”. Comunque, difendere la Costituzione da riforme che la squilibrerebbero, che produrrebbero esiti peggiorativi, che aprirebbero la strada a confusioni nei rapporti fra cittadini e istituzioni e fra governo, Parlamento e Presidente della Repubblica, non è fare politica, ma è agire democratico. Per fortuna, a organizzare un dibattito pubblico (fra l’ex-Presidente della Camera, Luciano Violante, e il sottoscritto) ci pensò un’associazione di studenti, in larga misura di giurisprudenza, di sinistra per il “sì”. Quanto all’ex- Presidente della Camera, seguendo la strada aperta da alcuni cattivi maestri, s’impadronì e ripetutamente utilizzò l’espressione, inusitata in scienza politica e fra gli studiosi delle democrazie, “democrazia decidente”. A questo agognato esito avrebbero dovuto condurre, anzi, saremmo sicuramente pervenuti grazie a quelle modifiche costituzionali, anche se nessuna di loro riguardava, come pure sarebbe stato possibile, il luogo per eccellenza della decisione: il governo.

La sconfitta del “sì” non ha consentito il dibattito indispensabile, magari dopo qualche buona lettura (ad esempio, almeno un libro di Giovanni Sartori, Democrazia. Cosa è), riguardante quale democrazia parlamentare, oppure anche semi-presidenziale, è possibile e auspicabile costruire. I sostenitori del “sì” hanno preferito esibirsi su un altro versante, quello, inizialmente delineato da Paolo Mieli, del “ritorno alla proporzionale” e del conseguente “rischio Weimar” reso plausibile, quasi imminente dai “no”. È stato molto difficile convincere coloro che avevano dato il loro sostegno all’Italicum che quella legge elettorale così come la precedente legge Calderoli giustamente nota come Porcellum, era già una legge proporzionale, accompagnata o distorta da un premio di maggioranza. Due terzi proporzionale è anche la legge Rosato, che rappresenta quindi un ritorno addolcito, ma anche manipolato, alla proporzionale. “Decidente” sarebbe, dunque, una democrazia che si basa su un premio in seggi? Le vedove politologiche del premio e del ballottaggio, à la D’Alimonte, si sono esibite in spericolate comparazioni fra l’elezione del Presidente della Repubblica francese e il voto per eleggere un Parlamento oppure, à la Renzi, paragonando le percentuali del sì referendario, sicuramente non tutti voti suoi, con le percentuali di Macron, composte da voti praticamente tutti indirizzati a lui.

A un anno da quella bella giornata di dicembre, mentre il mio account twitter continua a registrare i lamenti dei sostenitori del sì per cui tutto quello che loro vorrebbero e non avviene (anche l’eliminazione della nazionale di calcio ad opera degli svedesi) è da attribuirsi alla vittoria del no, resta da constatare come la cultura politico-istituzionale dei chierici abbia imparato poco o nulla. Per fortuna non sono loro a fare funzionare un parlamento che sarebbe stato bislaccamente squilibrato.

Pubblicato il 4 dicembre 2017

 

INVITO L’inattuazione dei principi e dei valori fondamentali della Costituzione #22giugno #Bologna

ore 15.30

Sala del Consiglio sede della Città Metropolitana

Via Zamboni, 13

Nell’ambito del ciclo di seminari

“La Costituzione meno amata del mondo”:

L’inattuazione dei principi e dei valori fondamentali della Costituzione

Introduce e conclude:
Prof. Carlo Smuraglia – Presidente Nazionale ANPI

Discussants:
Prof.ssa Olivia Bonardi
Prof. Andrea Lassandari
Prof. Gianfranco Pasquino
Prof. Umberto Romagnoli

 

Il sistema tedesco è l’unica soluzione. Però le urne anticipate sono un pericolo

Intervista raccolta da Luca De Carolis per Il Fatto Quotidiano

Se lo lasciano così, il sistema tedesco è la soluzione migliore nelle condizioni date. Ma guai se lo snaturassero

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, spiega pregi e caratteristiche dell’ipotesi di legge elettorale in discussione alla Camera. Con una premessa: “Quella per il voto anticipato è una campagna balorda”.

Diversi partiti sembrano essersi convertiti dal maggioritario al proporzionale.

Lo hanno fatto per convenienza, non certo per convinzione. Questa legge servirebbe sia a Matteo Renzi che a Silvio Berlusconi, perché entrambi temono che vincano i Cinque Stelle, e con il proporzionale anche la sconfitta sarebbe addolcita. E poi c’è la soglia del 5 per cento, con cui il capo di Forza Italia potrebbe punire Angelino Alfano. Mentre per Renzi potrebbe essere la tagliola contro gli scissionisti di Articolo Uno.

Questa legge però sta bene anche al M5s.

E lo credo. I 5Stelle avranno più o meno il 30 per cento dei seggi, e potranno comunque pesare. Senza dimenticare che è possibile anche un governo di minoranza, a patto che facciano un grande risultato: qualcosa tra il 35 e il 40 per cento.

Ma a chi chiederebbero l’appoggio in aula? Alla Lega?

Non credo. Magari al Pd, che potrebbe dare i suoi voti in cambio di concessioni sul programma e sul governo.

Lo crede davvero possibile?

Sì, anche a parti invertite. Il M5s potrebbe votare un governo dem in cambio del reddito di cittadinanza.

La certezza è che i 5Stelle hanno chiesto di inserire nella legge un premio di maggioranza, o comunque di governabilità. Condivide?

No, sbagliano. Il grande pregio del modello tedesco è che garantisce la rappresentanza. Correttivi come il premio di governabilità o il diritto di tribuna lo farebbero diventare un’altra cosa, snaturandolo.

Va lasciato così com’è?

Va preservato il suo carattere di proporzionale puro. Mantenendo anche caratteristiche come la possibilità del voto disgiunto, prevista in Germania, che rappresenta un potere per i cittadini. Due voti contano più di uno.

A lei il modello tedesco piace?

Lo ripeto, nella situazione in cui siamo non si potrebbe fare di meglio. Dopodiché mi sembra una buona legge.

Ma chi potrebbe favorire di più?

Non è un tema che si può porre. I cittadini giudicano le persone e i programmi, a prescindere dalla legge elettorale. Piuttosto, il problema è il voto anticipato.

Non la convince?

Per nulla, è pericoloso. Piuttosto che correre verso le urne, immaginando una campagna elettorale in pieno agosto, bisognerebbe preoccuparsi di lavorare a una buona legge di stabilità, e aspettare la naturale scadenza del prossimo anno. Altrimenti si rischia di esporre il Paese alla speculazione.

Il Quirinale proverà a fermare tutto? Dicono che Sergio Mattarella abbia sempre ostacolato l’ipotesi del voto anticipato.

Innanzitutto, va ricordato che il presidente della Repubblica si esprime sulla costituzionalità delle leggi. E che Mattarella è un ex giudice costituzionale.

Il sistema tedesco potrebbe vacillare sul piano costituzionale?

No. Però in Germania il numero dei seggi in Parlamento è variabile. Mentre in Italia è fissato in Costituzione.

Quindi?

Va trovata una soluzione. E non sarà semplice.

Mettiamo che la trovino. Mattarella farebbe comunque resistenza?

Penso che stia già contattando le varie parti. Detto questo, di fronte all’ipotesi di urne prima della scadenza, farà presente di aver raccolto grande preoccupazione fuori del Paese per il voto anticipato. Interverrà. Dirà determinate cose, anche se noi non lo sapremo. Però ne vedremo gli effetti.

Pubblicato il 30 maggio 2017

 

“Non assolvo il popolo” Dialogo tra la Società Giusta e il Popolo apatico

Un Popolo apatico che vagava in qua e in là arrabbiato e senza meta, vide da lontano un busto piccolissimo che da principio immaginò dovere essere di plastica a somiglianza dei manichini degli Ipermercati. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una donna esilissima seduta in terra, col busto ritto e fiero, il dorso e il gomito appoggiati a una pila di libri, il volto bello e terribile, che lo guardava fissamente.

Popolo: Chi sei? Perché mi scruti? Cosa cerchi?

Società Giusta: Il mio nome è Società Giusta, sono la madre della politica e di tutte le decisioni collettive sovrane.

Popolo: Non m’interesso di politica. La politica mi disgusta.

Società Giusta: Anche a me sempre disgustano le brutte decisioni che la politica produce. Ma la politica è pur sempre (quasi) tutto quanto avviene in città. Se non te ne interessi, fai male a te stesso e ai tuoi concittadini.

Popolo: La politica è troppo complicata per me.

Società Giusta: Complicata? I tuoi genitori ti parlano di politica? Parli di politica con i tuoi figli e con i tuoi amici?

Popolo: I miei genitori non sanno nulla di politica e non ne vogliono sapere. Con i figli parlo poco, solo del lavoro che non trovano, con gli amici parliamo di calcio, di immigrati, di criminalità.

Società Giusta: Qualcuno ha fatto carriera politica sfruttando le squadre di calcio. Chi pensi che debba affrontare e risolvere il problema del lavoro che non c’è, della criminalità che c’è fin troppo e dell’immigrazione che cresce?

Popolo: Tocca a loro, ai politici. Li paghiamo già fin troppo e non fanno niente. Fannulloni, sono tutti eguali, vadano a lavorare.

Società Giusta: Quei politici li hai eletti tu, popolo. Anche se non sei andato a votare personalmente, saranno stati i tuoi amici a farlo. Sostanzialmente, popolo, hai il governo che ti meriti.

Popolo: Non è il “mio” governo. Non l’ho mai votato. Sono tutti eguali. Tutti promettono. Nessuno mantiene. Ho deciso di votare nessuno.

Società Giusta: se non ti piace nessuno, se li vuoi sostituire tutti, dovresti impegnarti in qualche attività politica, magari a livello locale.

Popolo: Non me l’ha mai chiesto nessuno di impegnarmi. Non saprei come quando con chi associarmi.

Società Giusta: ma non sei tu e i tuoi amici che, qualche volta canticchiate Gaber: “la libertà e partecipazione”? e allora?

Popolo: È un motivetto orecchiabile, ma se facessimo atti di partecipazione finisce che loro credono di godere del nostro sostegno. Astenendoci mandiamo un messaggio forte. Li delegittimiamo.

Società Giusta: ma quando mai l’astensione ha delegittimato chi ottiene voti! Non ti ricordi che nelle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna nel novembre 2014 votò soltanto il 37,70% (contro il 68% delle precedenti), ma il Governatore si è insediato, ha nominato la sua giunta, agisce e nessuno si ricorda più di quell’espressione di enorme e diffusa insoddisfazione. No, troppo spesso l’astensionismo è la soluzione dei pigri, dei pavidi, dei menefreghisti. Non sai, popolo, che l’art. 48 della Costituzione afferma che il voto è un “dovere civico”?

Popolo: ma se non ho abbastanza informazioni sulla politica, sui partiti, sui candidati e non trovo il tempo per partecipare come potrei influenzare l’esito delle elezioni e le decisioni politiche?

Società Giusta: Proprio per questo ti condanno. Non ti sei interessato alla politica, anche se qualcuno fra i tuoi amici te lo chiedeva; non ti sei informato sulla politica, anche se qualcuno fra i tuoi amici e conoscenti voleva informarti; non hai voluto partecipare ad attività politiche, anche se hai parenti, amici, relazioni, persino sul tuo luogo di lavoro, che un po’ di politica la fanno. Ti sei condannato a non avere nessuna influenza sulle “cose della tua città”. I cattivi cittadini come te sono responsabili della vita descritta dal grande filosofo politico Thomas Hobbes: “solitaria, povera, cattiva, brutale e breve”. Ti condanno, popolo apatico e antipolitico, perché da cattivo cittadino hai reso più difficile la vita dei buoni cittadini che cerca(va)no di migliorarla anche per te. Ti condanno a continuare a vivere la tua vita egoista e autoreferenziale, grigia e triste e a lamentartene.

Pubblicato il 5 aprile 2017 su TerzaRepubblica.it

INVITO L’oscuro oggetto del desiderio: una legge elettorale per rappresentare e governare #Mantova

Giovedì 23 marzo 2017 ore 21.00

Mantova
Sala delle Capriate
Piazza Leon Battista Alberti

Incontro pubblico

L’oscuro oggetto del desiderio: una legge elettorale
per rappresentare e governare

Conduce Paolo Boldrini, Direttore della “Gazzetta di Mantova”

Interviene Gianfranco Pasquino

Professore Emerito di Scienza Politica – Bologna

 

Le visioni aperte necessarie

Corriere di Bologna

Nella commemorazione di Dossetti, il Presidente Mattarella avrebbe potuto ricordare che neanche il consigliere comunale Giuseppe Dossetti fu soddisfatto dalla sua esperienza a Palazzo d’Accursio dove, pure, era il capo di un’opposizione “anti-sistema” al governo del PCI. Nella campagna elettorale e nelle proposte programmatiche, Dossetti e la sua squadra lasciarono un segno profondo in parte attuato dall’intelligenza politica del sindaco Dozza e da quello che, allora, era un vero partito politico. Certo, Dossetti merita di essere ricordato soprattutto per il suo percorso vita complessivo, per la sua testimonianza religiosa e per la sua visione ecumenica. Il Dossetti costituente, rallegratosi dal sonoro NO nel referendum di dicembre, che ha evitato modifiche peggiorative alla Costituzione, alla cui scrittura lui aveva contribuito, era un giurista di grandi qualità. Avrebbe apprezzato il richiamo elogiativo che Mattarella ha fatto di Irnerio e della sua importante scuola. L’ascesi dossettiana non impedì mai al monaco Dossetti di seguire in maniera vigilante, come la sentinella biblica da lui spesso richiamata, gli avvenimenti politici, non giorno dopo giorno, ma nella loro trama profonda. A Dossetti sarebbe specialmente piaciuto interloquire con Mattarella su due aspetti molto inquietanti della politica contemporanea.

Il Presidente ha opportunamente sottolineato, con chiaro riferimento a Dossetti, che le esperienze passate arricchiscono la storia presente e futura quando sono state lungimiranti, quando hanno avuto visione, quando hanno guardato, non il contingente, ma le prospettive della comunità di vita. Oggi, la comunità di vita riguarda, da un lato, l’accoglimento dei migranti, dall’altro, le modalità con le quali gli italiani sentano di rapportarsi all’Europa. L’art. 11 della Costituzione italiana è limpidissimo nel garantire asilo politico a tutti coloro costretti a lasciare paesi schiacciati da autoritarismi e guerre civili, ma come non interpretarlo estensivamente anche a favore di coloro che non hanno più possibilità di garantire una vita decente alle loro famiglie? Quanto ai risorgenti, in verità, mai scomparsi nazionalismi, il problema non consiste nel superarli, meno che mai cancellarli. Consiste nel combinare insieme la cittadinanza, le identità, i valori nazionali, degni di essere preservati, con la cittadinanza europea e i valori del progetto di unità politica che ha garantito decenni di pace e di prosperità. Tutto questo stava nel pensiero lungimirante di Dossetti e accompagna la visione che Mattarella espone con coerenza e affida fiducioso ai giovani che, nelle loro scelte di stare o di emigrare, meritano rispetto e sostegno. Parole di Presidente.

Pubblicato il 13 gennaio 2017