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Dialogo immaginario al Quirinale

Abbiamo fortunosamente potuto ascoltare quanto si sono detti il Presidente Mattarella e il Presidente Emerito nonché Senatore a vita, già Ministro degli Interni e Presidente della Camera dei deputati (1992-1994) Giorgio Napolitano.

Mattarella. Ti ho invitato alle consultazioni perché, caro Giorgio, te lo dico subito: tu sei parte del problema. Non ti pare di avere esagerato con l’appoggio a Renzi e alle sue riforme costituzionali che erano piuttosto brutte e malfatte?

Napolitano. Il Presidente del Consiglio si è fatto prendere la mano dalla sua irruenza. Ho dovuto richiamarlo usando il mio linguaggio, che tu sai essere soffice e felpato, rimproverandolo per “forse, un eccesso di personalizzazione politica”. Però, aveva ragione Pasquino (ma non farglielo sapere perché si monterebbe la testa), quando lo accusava di plebiscitarismo. Renzi ha poi addirittura sostenuto che queste erano le “mie” riforme. Davvero troppo. Non mi aspettavo una sconfitta così bruciante che, ahimé, ha intaccato anche il mio prestigio

Mattarella: Già, Pasquino. Lo conosco. Sostiene che sarebbe utile fare rivivere il mio sistema elettorale Mattarellum. Potrebbe persino avere ragione. Comunque, caro Giorgio, adesso ti tocca suggerirmi il modo di uscire da questa crisi di governo. Come te, neppure io vorrei procedere allo scioglimento del Parlamento. Elezioni immediate, come ne parlano troppi commentatori incompetenti e qualche politico la cui ambizione è molto al di sopra della sua conoscenza della Costituzione, non sono praticabili. Per di più, non posso ricorrere alla soluzione del governo tecnico che tu t’inventasti con quel colpo di genio di nominare Mario Monti senatore a vita per poi metterlo alla Presidenza del Consiglio. Una soluzione di questo tipo me l’hai bruciata.

Napolitano: Non la rifarei neppure io dopo che Monti contro le mie aspettative e i miei suggerimenti decise di “salire in politica” facendo saltare con il cattivo esito della sua lista Scelta Civica qualsiasi possibilità di succedermi alla Presidenza della Repubblica e, di fatto, complicando quelle elezioni e gli avvenimenti successivi.

Mattarella: Sono incline a cercare una soluzione non pasticciata che consenta di concludere la legislatura a febbraio-marzo 2018 come d’altronde, glielo ricorderò, eccome, ha più volte dichiarato lo stesso Renzi. Credi che sia possibile?

Napolitano: Possibile forse, doveroso senz’altro, ma, attenzione, il fiorentino è pieno di energie e ha un surplus di ambizione tale che non posso escludere che si metta di traverso a qualsiasi soluzione che non contempli un suo ruolo rilevante. Consultati in maniera ovattata anche con qualche sub leader del PD, Franceschini, Bersani (o chi per lui, non Cuperlo…), Delrio per sapere se sarebbero  in grado di tenere a bada Renzi e, ma io non te l’ho detto, di sfilargli il partito. Fai sì che sia Renzi in un sussulto da “statista” a indicare/designare il suo successore a Palazzo Chigi garantendogli il sostegno convinto del Partito Democratico.

Mattarella: Condivido, ma non sottovaluto i colpi di coda di un perdente che voglia mantenere, premuto da tutti i suoi collaboratori che, mediocri assai, non vogliono tornare nell’ombra, un ruolo visibile per risorgere nel 2018: una specie di “rieccolo” alla Fanfani, altra tempra altra statura (oops, non voglio scherzare) politica, e che quindi prepari non poche imboscate parlamentari. Rimane poi il problema di quale maggioranza sosterrà il nuovo Presidente del Consiglio.

Napolitano: Credo che Alfano e sicuramente Verdini sarebbero disponibili. Qualche aiutino verrebbe sicuramente dai parlamentari, non quelli che non sono ancora giunti al vitalizio (che brutta quest’accusa che puzza di antipolitica), ma quelli che sanno che non riusciranno a farsi ricandidare. Se cambiano tutti i ministri, condizione che devi porre a chiunque tu dia l’incarico, forse salvando, per ragioni di opportunità europee, il solo Padoan, una sferzata di energia e d’impegno a provare le loro competenze potrebbe spingere il nuovo governo almeno fino all’autunno 2017. Superare Natale dovrebbe essere del tutto possibile.

Mattarella: Quindi, mi suggerisci un politico? Vent’anni fa avrei dato l’incarico proprio a te. Adesso vorrei evitare candidature istituzionali. D’altronde, né Grasso né Boldrini hanno caratura politica e tecnica tale da essere ineccepibili. Al momento non intravvedo nessun uomo e nessuna donna, che sarebbe una grande novità, provenienti dalla società all’altezza della sfida. Neppure guardando all’Europa troveremmo politici di alto livello da reclutare: un obiettivo impossibile. I vincitori del referendum con il loro schieramento variegato e diffuso (nota che evito il termine “accozzaglia” che non sta nel mio lessico e nel mio stile) sono privi di personalità “presidenziabili”. Insomma, non mi resta che procedere a cercare con il lanternino nel litigioso convento del Partito Democratico un leader dalle buone maniere, non antagonizzante, consapevole dei suoi limiti, disposto a entrare nella storia politica di questo paese avendo guidato il governo anche solo per un anno o poco più.

Napolitano: Concordo, ma ribadisco: fattelo suggerire il nome, non dal “Corriere della Sera” e non da “Repubblica” (meno che mai da Eugenio Scalfari), ma da Renzi, chiedendogli di continuare a giocare alla playstation con i figli per consentire che i parlamentari del PD si comportino in maniera responsabile di fronte al paese.

Pubblicato AGL il 9 dicembre 2016

Non credo al voto di protesta. Ha vinto la passione politica

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Intervista raccolta da Francesco Grignetti per La Stampa

GP

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, a 74 anni s’è impegnato a fondo nella campagna referendaria per il No. Su questo risultato ci contava. Anche lui, però, è rimasto sorpreso dal record di affluenza. “Da Sciacca a Pordenone, ad ogni iniziativa trovavo sempre più gente. Che ci fosse molta voglia di capire, era evidente. Ma non mi aspettavo neppure io una partecipazione così straordinaria“.

Che cosa è accaduto, la gente ha riscoperto il valore della Costituzione?

No, il voto è stato essenzialmente politico dopo che il presidente del Consiglio ha gettato sul piatto la sua carica e anche il suo ruolo di ispiratore di questa riforma, che io ritenevo sbagliata. Gli italiani a quel punto hanno reagito alla doppia sfida: chi perché gli era contrario politicamente, chi perché non voleva che modificasse a quel modo la Costituzione.

Dietro l’alta partecipazione c’è dunque una somma di ragioni?

Su tutte, la chiave politica. Molti hanno votato per sostenere questo governo e molti altri per farlo cadere. Chi era contro, si sa. Ma c’è stato anche un elettorato del Pd, specie dell’ex Margherita, che si è mobilitato a difesa. Mi spiego così i numeri altissimi del voto in Trentino, Toscana, Emilia Romagna, come anche il record di Firenze.

E quanto ha inciso la difesa della Costituzione?

Ha giocato un ruolo. Io non ho condiviso certi allarmi sul rischio di una deriva autoritaria. È indubbio, però, che in parte dell’elettorato questo timore c’era. E comunque il segno generale di questa riforma, dall’abolizione delle Province al principio di supremazia dello Stato sulle Regioni (un principio che aveva irritato moltissimo in Veneto, per dire, dove sono gelosi della loro autonomia), a un Senato residuale e di consiglieri regionali, ecco questo segno generale era la compressione degli spazi elettivi. A quest’impostazione gli italiani hanno detto no. Nel voto, c’è chi legge soprattutto il disagio sociale. Ci credo poco. L’alta partecipazione ci dice altro, una fortissima voglia di partecipazione.

Altro che fuga dalla politica.

Assolutamente. Se prendiamo l’affluenza misera alle Regionali dell’Emilia-Romagna nel 2014, scesa al 37%, non possiamo certo tirare la conclusione che gii emiliani e i romagnoli siano diventati indifferenti alla politica. Quel voto era un astensionismo di protesta, tutto qui. E infatti, con il 75,9% di domenica, le percentuali tornano a livello delle Politiche del 2013, che in Emilia Romagna videro votare l’82% degli elettori.

Professore, detto di questa voglia di partecipazione, certo non fuga dalla politica, che cosa si aspetta dalle prossime elezioni politiche? Alti o bassi numeri di affluenza?

Se avremo una legge elettorale che permette all’elettore di esprimersi pienamente, se non ci saranno liste bloccate che mortificano le scelte, mi aspetto la solita Italia appassionata. E se avremo davanti un anno politico decente, prevedendo un testa a testa tra il Pd e il M5S, mi aspetto una fortissima mobilitazione dei rispettivi elettorati, che soprattutto non vorranno far vincere l’avversario.

Pubblicato il 6 dicembre 2016

Un esecutivo politico per le riforme

Un No molto ampio e sonoro ha bocciato le riforme, pasticciate, confuse e un tantino costituzionalmente pericolose del governo Renzi-Boschi. Tuttavia, coloro che, sia pronunciandosi a favore sia opponendovisi, hanno fatto campagna elettorale o l’hanno seguita da vicino sono pienamente consapevoli che alcune riforme possono e debbono essere fatte. In maniera condivisa e condivisibile, passata la buriana, il percorso riformatore può ripartire da un punto più avanzato e meglio attrezzato e procedere rapidamente.

Inevitabili, a causa dell’ingente personalizzazione delle “sue” riforme e della “sua” campagna elettorale, spinta sostanzialmente sulla soglia del plebiscitarismo e, talvolta, persino un po’ al di là, sono state le dimissioni di Renzi. Le aveva preannunciate, anche come strumento per raccogliere i voti di elettori che temessero l’instabilità governativa. Ha dovuto darle per stare alla parola data già violata quando, pur avendo assicurato che sarebbe andato a Palazzo Chigi solo dopo un passaggio elettorale, accettò (o sollecitò) l’incarico da Napolitano (il Presidente Emerito, troppo espostosi, è l’altro sconfitto eccellente del referendum). Adesso, è tornata l’ora di fare parlare la Costituzione per la bocca autorevole del Presidente Mattarella. E la Costituzione italiana, pur nella sua innegabile flessibilità, certamente voluta dai Costituenti, costituisce una guida preziosa per la costruzione di un futuro accettabile nel breve e nel medio termine.

Forse Mattarella chiederà a Renzi di dimettersi in Parlamento, com’è la prassi nelle democrazie parlamentari, spiegando che cosa è successo, che cosa ha imparato, che cosa pensa che il Parlamento in carica debba e sia in grado di fare. D’altronde, è stato lo stesso Renzi a ripetere più volte che la legislatura terminerà alla sua scadenza naturale, tra febbraio e marzo 2018. Non si potrà arrivare a quella data né con un “governicchio tecnichicchio” (alate parole di Renzi) né con un governo che non sia affidato a un esponente del Partito Democratico. Data la sua notevole, ancorché gonfiata dal premio in seggi, maggioranza alla Camera dei Deputati, il Partito Democratico ha il diritto politico, ma anche il dovere istituzionale di costruire un governo capace di svolgere i due compiti fondamentali che rimangono in questa legislatura: primo, emendare e approvare una solida Legge di Bilancio che risponda alle regole europee e che soddisfi la, giustamente esigente, Commissione europea; secondo, riscrivere l’Italicum, tenendo in grandissimo conto i rilievi che certamente saranno fatti dalla Corte Costituzionale oppure, meglio, a mio modo di vedere, scrivere ex-novo una legge elettorale per la Camera e per il Senato. Se, poi, Mattarella non fosse troppo timido potrebbe suggerire il ritorno, con qualche opportuna modifica, alla legge di cui fu relatore più di vent’anni fa e che diede risultati apprezzabili.

Se Renzi non si metterà di traverso e, comportandosi quasi da statista, consentirà per il bene del paese al suo partito di esprimere un nuovo capo di governo, saranno fatte cadere tutte le richieste di elezioni anticipate e immediate per le quali non esistono le condizioni minime necessarie e che rischierebbero di aprire una fase tormentata inevitabilmente accompagnata dall’acuirsi di problemi economici. Sarà anche vero che gli italiani danno il meglio di sé nell’emergenza. Tuttavia, credo che sarebbe di gran lunga preferibile se, da subito, imparassero a governare e a farsi governare nella quotidianità secondo le regole della Costituzione che non hanno voluto sovvertire, ma che hanno deciso di mantenere. Hic et nunc: qui e adesso.

Pubblicato AGL 6 dicembre 2016

Non perdiamoci di vista

Donne e uomini, cittadine e cittadini, partigiani “buoni” e sindacalisti vigorosi, professori/esse di istituti superiori e studenti/esse che mi avete invitato e ascoltato a

Vicenza (ANPI), Massa (Giovani universitari), Bologna (centro Sociale Costa), Reggio Emilia (Possibile), Galliera (BO), Castelfranco Emilia (ANPI), Bologna (ACLI-DeGasperi), Reggio EMILIA , Cremona, Casalmaggiore, Montecavolo (RE), Sciacca, Potenza, Napoli, Mestre, Viadana, Ficarolo, Guastalla, Filo d’Argenta, Pescantina (VR), Ozzano nell’Emilia (BO), Calci (PI), Lamporecchio, Larciano, Imola, Treviglio, Zola Predosa, San Lazzaro (BO), Cavriago, Pisa, Ferrara, Vigarano Mainarda, Forlì, Medolla, Vittorio Veneto, Vicenza, Bologna (Possibile), Cesena, San Giovanni in Persiceto,Modena (ANPI) e Modena (Confindustria), Parma, Padova, Milano (1, 2, 3), Maranello, Crevalcore, Bologna (Sinistra per il Sì), Ferrara (ANPI), Rimini, Rovereto, Vergato (BO), Senigallia, Ancona, San Giorgio a Liri (FR), Pordenone …

Grazie.

Un grande lungo affettuoso abbraccio collettivo. Non perdiamoci di vista.

 

NO positivo a riforme confuse e sbagliate

Le Costituzioni migliori, come l’italiana, danno regole, procedure, istituzioni che servono al funzionamento del sistema politico. Qualsiasi riforma costituzionale ha senso se mira a migliorare il sistema politico e si giustifica se riesce a farlo. E’ molto improbabile che le riforme Renzi-Boschi conseguano questo obiettivo. Il pacchetto di riforme sul quale gli italiani sono chiamati a votare il 4 dicembre è disorganico, contingente, senza visione. E’ criticabile quello che c’è. E’ preoccupante quello che non c’è. La parola d’ordine utilizzata da Renzi è governabilità, ma sono pochi gli italiani insoddisfatti perché non si sentono “governati”. La maggioranza di noi si sente poco e male rappresentato. Togliere il voto di fiducia al Senato, farlo eleggere dai consiglieri regionali, in conformità con “le scelte espresse dagli elettori”, fra i consiglieri in carica e i sindaci della Regione, attribuirgli poche competenze legislative e qualche potere di richiamo delle leggi approvate dalla Camera dei Deputati significa togliere rappresentanza ai cittadini. Il bicameralismo paritario può essere differenziato, preferibilmente non con motivazioni antipolitiche: “tagliare i politici” e “ridurre i costi”, ma il sistema non funzionerà automaticamente meglio. I nuovi Senatori dovranno svolgere compiti gravosi – l’elaborazione delle importantissime politiche europee e la valutazione delle politiche pubbliche- per i quali non sono preparati e che richiederanno moltissimo del loro tempo in una difficile combinazione con la loro attività nelle regioni e nei comuni. Saggiamente, già alcuni sindaci di città importanti hanno dichiarato di non essere interessati a diventare Senatori. Curiosamente, mentre si crea un Senato delle Regioni apparentemente per dare rappresentanza e influenza alle regioni, la riforma del Titolo V della Costituzione, non soltanto sottrae molti poteri legislativi alle regioni stesse, ma codifica la clausola di supremazia statale: lo Stato potrà intervenire praticamente ogni volta che non gradisce le politiche di qualche regione. Tutto questo aprirà la strada a frequenti conflitti che la Corte Costituzionale dovrà dirimere.

Si poteva fare diversamente e meglio imitando il molto ben funzionante Bundesrat tedesco che non soltanto ha un minor numero di componenti, 69 (costi più contenuti), ma che rappresenta davvero ciascun Land, essendo espressione della maggioranza che ha vinto le elezioni, e che, all’occorrenza, costituisce un contrappeso al potere del governo. Congiuntamente, la riforma del Senato e la nuova ripartizione delle competenze fra Stato e regioni dimostrano che, da un lato, Renzi e Boschi non hanno un’idea chiara di quale modello di Stato è migliore per l’Italia, dall’altro, che hanno deciso di comprimere il ruolo del Parlamento. E’ una compressione necessaria per produrre più leggi più rapidamente? Tutti i dati disponibili rivelano che il parlamento bicamerale italiano mediamente produce più leggi in tempi inferiori a quelli di altri parlamenti bicamerali differenziati (Francia, Germania, Gran Bretagna). Acconsente alle leggi volute dal governo: più dell’80 per cento delle leggi approvate sono di origine governativa. Nella riforma non c’è nessuna indicazione sulla delegificazione. Si ampliano gli spazi legislativi del governo: corsie preferenziali e tempi certi per il voto sui decreti (che significherà, data la maggioranza artificialmente costruita dal premio in seggi dell’Italicum, sicura approvazione), si concede uno “statuto dell’opposizione” che, incredibilmente, sarà sostanzialmente definito dalla maggioranza.

E’ molto dubbio che saranno i cittadini ad acquisire qualche potere nei confronti del Parlamento e del governo con la nuova regolamentazione dei referendum e dell’iniziativa legislativa popolare. Il referendum abrogativo avrà abbassato il quorum di validità con riferimento alla percentuale di votanti nelle precedenti elezioni politiche, ma soltanto se richiesto da 800 mila elettori, cifra difficilissima da raggiungere per i cittadini, conseguibile quasi esclusivamente dalle grandi organizzazioni, sindacati e, forse, partiti. Se accompagnato da 150 mila firme, il testo di una proposta legislativa popolare dovrà essere discusso e votato dal Parlamento, ma non esiste nessuna “sanzione” per un voto di rigetto. Si doveva prevedere che quegli stessi cittadini, magari raccogliendo più firme, ottenessero di sottoporre il loro testo a referendum popolare. Che il potenziamento della voce dei cittadini non è affatto centrale nelle riforme Renzi-Boschi lo si nota dal suo non apparire nel testo del quesito referendario. Infine, quello che non c’è, ma surrettiziamente potrebbe sbucare. Poiché governabilità significa anche capacità di governo favorita dalla stabilità di quel governo, sarebbe stato utile individuare meccanismi di stabilizzazione di cui, peraltro, il governo Renzi non ha bisogno essendo già giunto oltre i mille giorni di durata. Era possibile semplicemente importare il voto di sfiducia costruttivo tedesco, già acquisito con successo dagli spagnoli. Per sostituire un governo bisogna sconfiggerlo in Parlamento a maggioranza assoluta la quale entro quarantotto ore dovrà dare la fiducia a un nuovo governo: potente deterrente di qualsiasi crisi al buio. Non se n’è neppure parlato poiché Renzi affida durata e forza del suo governo alla legge elettorale e al cospicuo premio in seggi.

I sostenitori del NO credono che le riforme fatte, confuse e episodiche, non siano “meglio che niente”. Al contrario, creando incertezza, tensioni e conflitti, peggioreranno l’esistente. La vittoria del NO non significa affatto “ritorno al passato”, ma mantenimento della Costituzione esistente e, se tutti abbiamo imparato qualcosa (esistono non pochi punti di convergenza, anche la possibilità di fare rapidamente alcune riforme necessarie e condivise.

Pubblicato AGL il 2 dicembre 2016

La Riforma riduce la democrazia elettorale e non tiene conto del rispetto delle minoranze

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Intervista raccolta da Francesco Mazzocca

La lunghissima campagna referendaria si avvia alla conclusione. A una settimana dalla consultazione, ho avuto il piacere ma soprattutto l’onore di fare qualche domanda al Professore Gianfranco Pasquino, uno dei massimi esperti di scienza politica internazionale, e punto di riferimento nel panorama del costituzionalismo comparato attraverso innumerevoli opere e pubblicazioni. Dal 2014 Professore Emerito all’Università di Bologna, Gianfranco Pasquino ha insegnato a Firenze, Harvard, Los Angeles. Per diverso tempo è stato editorialista de La Repubblica, Il Sole 24 Ore, L’Unità. In questa intervista ci illustra, ancora una volta, le ragioni a sostegno del No per il referendum del 4 dicembre.

Egregio Professore, innanzitutto la ringrazio per la sua enorme disponibilità. Ormai siamo agli sgoccioli, manca una settimana al referendum per la conferma della riforma della costituzione. Quali sono le sue sensazioni?

Lei mi chiede una previsione, ma io le rispondo che sono lieto di avere riscoperto anche molte “sensazioni romantiche”. Credo di avere colto in alcune migliaia di cittadini interlocutori effettiva voglia di capire e un grande desiderio di fare la cosa giusta. Non parlavo alla loro pancia, ma ho cercato di sollecitare la loro testa senza mai dimenticare che per molti la Costituzione riguarda anche il cuore: la loro “passione” civile e politica.

Questa campagna referendaria è stata condotta con grande dispendio di energie, in entrambi gli schieramenti. Molto probabilmente i sostenitori del Sì ne hanno fatto quasi un atto di parte, una sorta di atto di indirizzo politico che mal si concilia con l’idea e la sostanza della Costituzione, ovvero la condivisione dei valori. Una contrapposizione inaccettabile per un paese come l’Italia. Perché secondo lei tutto questo astio?

Molti, troppi sostenitori del sì, a cominciare dal Presidente del Consiglio (e dalla più riluttante, ma altrettanto responsabile Ministra Boschi) si giocano la carriera politica. Se vincono, molti saranno ricompensati con cariche dal Parlamento alla Corte Costituzionale, da qualche cattedra a qualche ruolo nei moltissimi enti di nomina governativa. Spero di non vedere nulla di questo. Suggerisco di seguire i percorsi dei più insolenti fra i sostenitori del sì.

Entriamo nel merito del testo: il rinnovato Senato sarà composto, oltre che da rappresentati dalle Regioni, anche da Sindaci e da personalità nominate dal Presidente della Repubblica. La prima contraddizione: come fanno ad essere rappresentanti delle Regioni?

Nessuna contraddizione: essendo stati lottizzati (scelti “in conformità alle scelte degli elettori”) rappresenteranno docilmente, ah, dovrei scrivere “disciplinatamente”, i partiti che li hanno eletti/nominati/designati. Le regioni sono solo un trampolino per un po’ di prestigio e alcuni vantaggi.

In termini di democrazia la riforma ha fatto un enorme passo indietro. Fino ad ora la spaccatura tra elettori ed eletti era rappresentata dalla lista bloccata: zero possibilità di scelta, ma avevamo almeno la conoscenza di una lista, di una graduatoria. La stretta connessione tra legge elettorale e riforma costituzionale ci porterà i senatori nominati dai Consigli regionali: la spaccatura tra politica e società civile mi sembra sia ormai insanabile.

E chi ha mai detto che bisogna sanare “la spaccatura tra politica e società civile”? L’obiettivo dei sedicenti riformatori è duplice: 1. ridurre la democrazia elettorale, 2. ampliare la governabilità, vale a dire i poteri di un governo che riesca ad essere sempre meno controllabile.

Alzare il numero minimo di firme per la presentazione dei progetti di legge di iniziativa popolare; abbassare il quorum per la validità del referendum abrogativo quando a richiederlo siano almeno 800000 persone. Insomma, un vero e proprio pasticcio di numeri che riduce fortemente il senso della regola della maggioranza, caposaldo di ogni democrazia costituzionale.

No, la regola della maggioranza non è il caposaldo di ogni democrazia costituzionale. In democrazia ci sono decisioni prese con maggioranze relative e non contestate e decisioni da prendersi con maggioranze qualificate. Il caposaldo è il rispetto delle minoranze, non impedirne la rappresentanza, non schiacciarle, dare loro sempre voce. Avere freni e contrappesi. Operare in trasparenza con piena assunzione di responsabilità, non con meccanismi opachi. Nulla di questo si trova nelle riforme. Neppure nel quesito referendario, a riprova della scarsissima importanza attribuita alla partecipazione dei cittadini, si fa cenno alcuno a referendum e iniziativa legislativa popolare.

La riduzione dei tempi per l’approvazione di una legge è stato lo sponsor più forte per far sì che a legiferare sia una sola camera. In realtà, da profondo conoscitore delle dinamiche parlamentari, possiamo dire che i ritardi nell’approvazione di una legge dipendono dalla cattiva calendarizzazione dei lavori parlamentari, e che la doppia lettura di Camera e Senato c’entra poco?

Un governo che poggia su una maggioranza politica, anche solo relativamente coesa, ottiene dal bicameralismo italiano quello che vuole, a condizione che sappia che cosa vuole, magari perché attua il programma suo o quello concordato con gli alleati, e sia capace di perseguirlo. Tutto il resto, lentezza, farraginosità, andirivieni, sono favole che Renzi e Boschi possono raccontare poiché non hanno nessuna cognizione sul funzionamento dei parlamenti, ma che altri, a cominciare dal parlamentare di lunghissimo corso, Giorgio Napolitano, e dagli ex-Presidenti di Camera, Violante e Casini, e Senato, Pera, dovrebbero per decenza evitare e smentire.

Ultima domanda: la riduzione dei costi col taglio del numero dei Senatori è stata una motivazione che ha strumentalizzato molto il senso della riforma. In realtà, numeri alla mano si può tranquillamente affermare che i costi saranno ridotti di una percentuale minima. Ma quand’anche fosse vero il gran risparmio, è fuori luogo ragionare della Costituzione in termini economici, perché si rischia una fortissima riduzione di partecipazione della società civile alla vita politica. Insomma, si sacrifica la democrazia in nome dell’economia.

Tagliare i politici e ridurre costi sono misure che, anche a causa del tono con cui vengono annunciate, sollecitano l’antiparlamentarismo di troppi italiani e vanno nella direzione di un populismo soft. I risparmi saranno molto limitati. Quello che ci vuole è una spending review costante. Per esempio, i referendum, compreso quello sulla trivellazione, vanno tenuti, ogni volta che è possibile, insieme ad altre consultazioni elettorali. Per esempio, avremmo risparmiato moltissimo se questa campagna referendaria Renzi non l’avesse iniziata a fine aprile e se avesse fissato la data della consultazione, non nell’ultimo giorno possibile, ma nel primo. La democrazia costa e i cittadini consapevoli sanno che è giusto pagare per il suo buon funzionamento. Ma i costi della politica dei politici non debbono gravare sulle tasche dei cittadini contribuenti, ma di quei politici. Sappiamo chi sono.

Pubblicato il 27 novembre 2016 su SCISCIANONOTIZIE.IT

Perché serve abbassare i toni

Corriere della sera

E’ legittimo che gli operatori economici internazionali, fra i quali includo sia le banche sia le agenzie di rating sia i due grandi quotidiani economici anglosassoni: “Financial Times” e “Wall Street Journal”, mostrino grande interesse per l’esito del referendum costituzionale italiano. E’ anche comprensibile che siano preoccupati da eventuali conseguenze destabilizzanti derivanti da quell’esito. Persino accettabile è la loro convinzione, pur non sempre sostenuta da argomenti forti e conoscenze approfondite, che il voto favorevole alle riforme costituzionali costituisca un passo avanti importante per la stabilizzazione del governo in carica e per un miglior funzionamento del sistema politico.

Gli operatori economici internazionali sono, non necessariamente perché lo vogliono essere, parte del problema. Infatti, le loro valutazioni, influenzate anche dalle prese di posizione dei detentori di alcune cariche importanti come, ad esempio, l’Ambasciatore USA e, direi, di conseguenza, l’ormai ex-Presidente Obama, contribuiscono sia ad accrescere le tensioni fra il sì e il no sia a fare salire la posta. In gioco non sono più soltanto quelle specifiche riforme e la loro eventuale modernizzazione della Costituzione, ma la credibilità dell’Italia e l’efficacia anche del suo sistema economico. Com’è facile notare dalle riserve che la Commissione europea ha manifestato relativamente alla Legge di Stabilità italiana, la credibilità del governo si misura anche, al di là di qualsiasi altra considerazione, sulla sua capacità di mantenere gli impegni presi (anche quelli dello zero virgola). Molti dei numeri di quella Legge di Stabilità riflettono anche le prestazioni di un sistema economico la cui produttività non può essere accertata e dimostrata ricorrendo semplicisticamente a qualche algoritmo. Nel frattempo, il dibattito italiano e i sondaggi sembrano avere già prodotto qualche effetto sugli atteggiamenti e sulle aspettative degli operatori economici internazionali.

La maggior parte di loro sembra avere superato la fase iniziale di grande allarmismo. Il testa a testa fra i due schieramenti, con una costante prevalenza del no, ha già suggerito a molti di ridefinire le loro previsioni e di iniziare a pensare il corso d’azioni necessarie se effettivamente vincesse il no. Dall’allarmismo a una strategia di limitazione dei danni il passo non è facile, ma può essere necessitato ed è meglio che sia preparato in anticipo. Se questa è la nuova condizione degli operatori economici internazionali, allora i sostenitori del sì, a cominciare dal governo, si trovano con un’arma relativamente spuntata. Non possono più, esagerando, chiedere agli italiani un voto che serva al tempo stesso a riformare le istituzioni e a dissipare la sfiducia di quegli operatori. Anzi, per mantenere quella fiducia, che va a vantaggio dell’intero paese, dovrebbero abbassare i toni e smettere di ipotizzare scenari catastrofici in caso di sconfitta.

Un discorso non molto dissimile vale per i sostenitori del no. Una volta preso opportunamente atto che l’Italia si trova in un mondo globalizzato e in una Unione Europea che la vorrebbe stabile e performante, i sostenitori del no dovrebbero cessare subito di demonizzare le banche d’affari, le agenzie di rating, gli americani e tutti coloro che, per una ragione o per un’altra, esprimono preoccupazioni. Dovrebbero, al contrario, dichiarare che anche nel caso di una vittoria del no non ci saranno rese dei conti politici né stravolgimenti economici, che la posta in gioco è data, in effetti, dalle modifiche costituzionali e non necessariamente dalla vita del governo e che il post-referendum si svolgerà all’insegna delle norme costituzionali vigenti nell’interpretazione che ne darà il Presidente della Repubblica. Insomma, il sì e il no hanno la concreta possibilità di ridurre congiuntamente qualsiasi impatto negativo, sulla politica e sulla economia della vittoria del no, poiché questo è l’esito finora più temuto dagli operatori economici internazionali. Che almeno tutti ne siano pienamente consapevoli.

Pubblicato il 25 novembre 2016

Sì o No alla Riforma Costituzionale – Dibattito 23novembre Scuola di Giurisprudenza #Bologna

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ore 16 Aula B via Belmeloro, Bologna

Si confronteranno

Gianfranco Pasquino per il Sì

e

Luciano Violante per il no

ASPETTANDO IL #REFERENDUM 24novembre al Teatro F.Parenti #Milano

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Un incontro dedicato al referendum costituzionale a partire dal

numero 4/2016 della rivista il Mulino.

«sì»/«no»: un voto decisivo
Intervengono
Michele Salvati e Gianfranco Pasquino
modera Danilo De Biasio

Giovedì 24 novembre h 18
Teatro Franco Parenti
Via Pier Lombardo, 14
Sala AcomeA

In vista di un appuntamento cruciale come il referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo, la rivista «il Mulino» organizza un dibattito pubblico per approfondire le ragioni dei due schieramenti, grazie agli interventi di Michele Salvati e di Gianfranco Pasquino, entrambi soci del Mulino.
L’incontro, moderato da Danilo De Biasio, prenderà spunto dal numero 4/2016 della rivista, la cui sezione monografica riporta opinioni a favore tanto del «sì» quanto del «no». Questa è la modalità di intervento politico cui la rivista si attiene su questioni importanti e controverse, quando – nell’ambito di un consenso raziocinante e orientato a valori di riformismo liberale e solidaristico comuni a tutto il gruppo del Mulino – si manifestano significative differenze di opinione.

Michele Salvati è professore emerito di Economia politica all’Università Statale di Milano. Accademico dei Lincei, socio dell’Associazione «il Mulino», è direttore della rivista «il Mulino» dal 2012 ed editorialista del «Corriere della Sera».

Gianfranco Pasquino è professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e insegna al Bologna Center della Johns Hopkins University. Accademico dei Lincei, socio dell’Associazione «il Mulino», ha diretto la rivista «il Mulino» dal 1980 al 1983.

24-novembre-milano

 

 

 

Eccome se esiste un NO positivo

La terza Repubblica

Nello schieramento del NO non si trova, come, fra gli altri, ha sostenuto Ernesto Galli della Loggia (Referendum, la doppia battaglia, “Corriere della Sera”, 5 novembre) , tutto il male, passato e futuro, del paese. Non si trovano tutti quelli che non hanno mai fatto niente (che cedimento alla propaganda renzian-boschiana!), tutti quelli che hanno approfittato di chi sa quali privilegi dati loro dalla Costituzione vigente. Rileggere la storia di questo paese permetterebbe di giungere a una valutazione molto più equilibrata. Guardare alle modalità simil-plebiscitarie con le quali il capo del governo ha impostato la sua lunghissima e conseguentemente costosissima campagna referendaria dovrebbe quantomeno portare a qualche critica. Infine, esplorare in maniera selettiva il background degli oppositori delle riforme e di una legge elettorale talmente discutibile che persino i loro facitori si mostrano oggi disponibili a cambiarla dovrebbe imporre una discussione sul merito.

Purtroppo, Galli della Loggia ha seguito un’altra già spesso battuta strada, sulla quale, però, personalmente, non sono affatto disposto a seguirlo. Dunque, non chiederò a nessuno dei sostenitori del sì, neppure ai riformatori parlamentari e al Presidente Emerito Giorgio Napolitano, quali sono state le loro precedenti prese di posizione sulla necessità di ritoccare la Costituzione. Non chiederò con quali conoscenze, magari comparate, sono giunti all’elaborazione di quanto, in maniera del tutto irrituale, hanno fin dall’inizio affermato che avrebbero sottoposto al non richiesto vaglio referendario. Non andrò neppure a sottolineare strane convergenze fra quotidiani, come il Corriere e il Foglio e fra la Civiltà Cattolica, alcune banche, agenzie di rating e la Confindustria, meno che mai a chiederò loro quali riforme ritengono effettivamente non soltanto azzeccate, ma indispensabili.

Almeno a grandi linee, tuttavia, qualche quesito meriterebbe meditate risposte, sul contenuto. Il bicameralismo italiano, che ha regolarmente prodotto più leggi di quello francese, inglese, tedesco, deve essere riformato perché è meno efficiente di quei bicameralismi? Oppure, forse, bisognava andare verso una sana delegificazione di cui non v’è traccia alcuna nelle riforme? La governabilità, fenomeno che i riformatori sostanzialmente declinano come stabilità del governo, creato e potenziato da un cospicuo premio in seggi, non dovrebbe quanto meno contenere qualche riferimento a meccanismi più trasparenti e anche più incisivi, ad esempio, il voto di sfiducia costruttivo, alle origini della grande stabilità dei Cancellieri e dei governi tedeschi? Ma davvero il problema delle democrazie contemporanee è la loro ingovernabilità piuttosto che la loro capacità di offrire e garantire rappresentanza politica ai loro elettorati? Sapere rappresentare quegli elettori e consultarli, non offrendo disintermediazione, ma con forme di intermediazione, che sono la peculiarità positiva delle democrazie? Se si cambiano gli equilibri tra parlamento e governo non bisognerebbe cercare e innestare altri effettivi contrappesi poiché fra i compiti del parlamento sta anche quello di monitorare e controllare l’attività del governo, di quello che fa, non fa, fa male piuttosto di chinare la testa e votare la fiducia su decreti omnibus oppure correre su corsie preferenziali per incocciare votazioni a data certa?

Se, come ha scritto, nient’affatto autorevolmente, la banca d’affari JP Morgan, le costituzioni dell’Europa meridionali sono “socialiste”, qualcuno dei facitori e dei sostenitori delle riforme costituzionali è davvero disposto a sostenere che queste riforme conducono nella direzione di una costituzione liberale? Il marchio, l’imprinting di una costituzione liberale consiste nel dare più forza al governo o nel provvedere freni e contrappesi? nel consentire il massimo di autogoverno ai poteri locali o nel fare ricorso alla clausola della supremazia statale? Nel sostenere, con grande sprezzo della storia del costituzionalismo liberale, che bisogna dare vita ad una, altrove inesistente, democrazia “decidente”, aggettivo che non compare mai negli indici dei nomi dei più importanti testi sulla democrazia a cominciare dall’indimenticabile classico di Giovanni Sartori, Democrazia e definizioni? Mettere in evidenza tutti questi aspetti, proprio di merito, fa di coloro che argomentano il no dei retrogradi che bloccano lo sviluppo del paese e trasforma i riformatori negli avanguardisti delle “magnifiche sorti e progressive”? Credo proprio di no.

Pubblicato il 13 novembre 2016 su terzarepubblica.it