Il primo Presidente della Repubblica italiana a essere rieletto è un dato statistico che a Napolitano, pur consapevole del fatto, non piacerebbe che venisse ricordato come suo grande merito. Non lo desiderò, non lo chiese, non lo gradì. Quel grande discorso di insediamento del suo secondo mandato, nel quale criticò, applauditissimo dai dirigenti di partito e dai loro parlamentari, incapaci di preparare e procedere ad una scelta da tempo nota, fu dettato dalla sua incontenibile irritazione, ma anche da notevole preoccupazione. Lui, coerente parlamentarista da sempre, si rendeva conto delle profonde, forse incorreggibili, degenerazioni del Parlamento italiano e della classe parlamentare. Lui, da sempre, con la quasi totalità dei “miglioristi”, conservatore istituzionale, si rese disponibile ad auspicare riforme anche costituzionali e a sostenere i loro tanto disinvolti quanti incompetenti portatori, a cominciare da Matteo Renzi. Dei rischi si rese rapidamente conto, quando a metà settembre 2016, in una intervista a “la Repubblica” denunciò “gli eccessi di personalizzazione politica” nella campagna referendaria del Presidente del Consiglio che voleva un voto sulle sua riforme, minacciando altrimenti la sua uscita di scena (“c’è altro da fare nella vita”) e adombrando quell’instabilità governativa e anche politica che il Presidente Napolitano voleva scongiurare e evitare come le sue scelte e i suoi comportamenti costituzionali avevano già ripetutamente, talvolta suscitando controversie, provato.
Accusato di provenire e di stare da una precisa parte politica, Napolitano prontamente rispose che era vero. Stava “dalla parte della Costituzione”. Qualsiasi lettura delle Presidenze, al plurale, di Giorgio Napolitano e, più in generale, della sua lunga, impegnativa e ricca, giustamente, di onori e di riconoscimenti, deve prendere le mosse dalla Costituzione italiana e procedere confrontandosi con l’interpretazione che Napolitano ne diede e con i comportamenti che in quanto Presidente, ne fece coerentemente e, talvolta, creativamente, discendere.
Troppo spesso nel passato i Presidenti della Repubblica italiana si erano fatti condizionare dai partiti che li avevano candidati ed eletti. Soltanto negli ultimi due anni del suo mandato, preveggendo la crisi politica e istituzionale incombente, Cossiga affermò la sua indipendenza con toni aspri, critiche mirate, indicazioni interessanti che quel che rimaneva dei partiti respinsero in articulo mortis (la loro). Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999) si trovò in mare aperto e procelloso. Lui, parlamentarista di lunghissimo corso, scelse quella navigazione che gli veniva dall’esperienza e che alcuni bravi consiglieri e costituzionalisti gli prospettarono. Presidente della Camera in due anni cruciali, 1992-1994, Napolitano colse con attenzione e intelligenza tutte le novità e le variazioni nell’interpretazione dei dettami costituzionali del settennato di Scalfaro.
Le sfide e le crisi da lui affrontate furono in parte inevitabilmente differenti anche perché aggravatesi. I principi e i valori costituzionali cui ispirarsi apparvero ancora di più in tutta la loro inesplorata rilevanza. Nominare il Presidente del Consiglio è compito, diritto e dovere del Presidente della Repubblica che mira a ottenere su quella nomina per il prescelto “la fiducia delle Camere”, unico requisito costituzionale per la formazione dei governi. Ma, spesso, Napolitano chiese e si impose di più: che il Presidente del Consiglio venisse appoggiato da una maggioranza operativa. Per intenderci, quella che portava con sé il segretario del PD Matteo Renzi nel febbraio 2014 era (sembrava) più operativa di quella, pure sussistente, di Enrico Letta. Nel 2011 la maggioranza a sostegno di Berlusconi, personalmente troppo assorbito da “cene eleganti e con decoro”, aveva perso qualsiasi operatività e stava facendo crollare il sistema economico italiano sotto il peso insostenibile dello spread giunto a quota 500. Ma una nuova maggioranza non era certa neppure dopo l’indispensabile passaggio elettorale e non esisteva nessuna garanzia di sua operatività.
Il potere costituzionale di scioglimento del Parlamento implica anche, come dimostrato dal doppio diniego di Scalfaro ai richiedenti Berlusconi (dicembre 1993) e Prodi (ottobre 1998), la facoltà di non sciogliere, di non logorare l’elettorato, di non attribuirgli responsabilità che non gli spettano e non può assumersi. Il rancore espresso fra i denti dei commenti degli esponenti/governanti del centro-destra in morte di Napolitano testimoniano la loro mancata comprensione di quello che è effettivamente il combinato disposto “democrazia parlamentare-competizione partitica”.
Sull’onda delle crisi e della precarietà delle soluzioni il conservatore istituzionale Giorgio Napolitano giunse alla convinzione che neppure la straordinari elasticità della democrazia parlamentare disegnata con enorme saggezza dai Costituenti italiani poteva continuare a supplire alle inadeguatezze e ai vizi, non della politica, ma della classe politica che lui conosceva per osservazione e anche frequentazione. Il suo sostegno alle riforme costituzionali volute e, seppure male, congegnate da Renzi, si spiega come ultima ratio, quasi effetto di disperazione costituzionale. La loro sconfitta la sentì anche come sua, dolorosamente. Fu un’altra, avrebbe detto Bobbio, delle dure lezioni che la storia impartisce non soltanto ai gregari, ma anche ai protagonisti. Vero protagonista senza smanie di protagonismo, Napolitano prese atto di quelle lezioni, lasciando alcune sue lezioni costituzionali, di politica e di europeismo (“rifare gli italiani per fare l’Europa” è il titolo del dialogo che svolse con me a Palermo l’8 settembre 2011 nell’ambito del Congresso annuale della Società Italiana di Scienza Politica) di cui credo sia possibile affermare che il suo successore Mattarella ha già fatto tesoro procedendo, quando è stato necessario, ad esempio con la nomina di Mario Draghi, alla loro attuazione. Non finisce qui. Grazie, Napolitano.
La Magna Charta (1215) fu, fra l’altro, il tentativo riuscito dei Lords di imporre al re d’Inghilterra di consultarli se voleva il loro assenso e i loro soldi per finanziare sue attività, le sue guerre. Fu l’inizio della tassazione concordata fra il potere politico e i cittadini più eminenti, proprietari di castelli e di terre. cinque secoli dopo, dal 1765 in poi, alle origini delle democrazie anglosassoni, furono i coloni americani a ribellarsi al re d’Inghilterra al grido di “no taxation without representation”. Le tasse saranno pagate soltanto se decise da assemblee rappresentative elettive. Nacque o, meglio, si palesò il legame fra i cittadini e i governanti. Da allora è possibile sostenere che pagare le tasse è quello che fanno i buoni cittadini, i patrioti. Sono loro che danno mandato ai rappresentanti di formulare le decisioni con le quali esigere quante tasse, per quali obiettivi, con quali modalità. Sono decisioni importanti soprattutto perché quelle tasse servono allo Stato, al potere politico, per soddisfare alcuni compiti fondamentali fra i quali la sicurezza interna e la difesa dei sacri confini della patria.
Nel corso del tempo la sicurezza interna è stata vista in una luce più ampia. Può essere effettivamente garantita al meglio quando tutti i cittadini godono di un minimo di risorse per vivere in maniera dignitosa, quando dispongono delle opportunità di perseguire i loro progetti di vita. In maniera molto diversificata, con tempi e modi peculiari, attinenti alle differenti concezioni dell’uomo e del mondo, un po’ dappertutto una parte notevole di tasse anche elevate è stata destinata alla costruzione, al mantenimento, all’estensione delle politiche sociali e assistenziali. I cittadini pagano quelle tasse sapendo che lo Stato le utilizzerà secondo le sue capacità per migliorare la vita dei suoi cittadini. Dal canto loro, i cittadini sanno che con il loro voto potranno cambiare quelle destinazioni. Soprattutto, hanno imparato che essere buoni cittadini significa in misura notevole pagare le tasse che consentono allo Stato di difendere le loro condizioni e di aiutare chi è in condizioni disagiate, i compatrioti e non solo.
Pagare le tasse forse non è, come sostenne Tommaso Padoa-Schioppa, “bello”, ma è giusto e patriottico. Laddove tutti pagano le tasse, chi più ha più paga, e vengono rispettati i due principi fondamentali della società giusta: universalità e progressività, si trova una democrazia robusta e vibrante. Eccezioni, elusioni, evasioni segnalano tre fenomeni molto gravi. Da un lato, sta l’incapacità dello Stato di riscuotere le tasse. Dall’altro, stanno le decisioni dei detentori del potere politico di favorire alcuni gruppi, per una molteplicità di ragioni particolaristiche, a scapito di altri, con clientelismo e spesso corruzione. Dall’altro ancora stanno cittadini egoisti, profittatori, parassiti che godono dei beni comuni senza contribuire al loro finanziamento. Da tempo immemorabile, ma questa non è un’attenuante, l’elevato tasso di evasione fiscale è il maggiore problema italiano collegato alla corruzione e ai privilegi che consentono agli evasori di fruire dei beni collettivi finanziati dai contribuenti onesti. La soluzione non è mai quella di condonare il passato, cattiva lezione che influenza il futuro, né quella di moltiplicare le leggi fiscali e le modalità di pagamento. Plurimae leges corruptissima Republica. La battaglia per la società giusta passa per l’educazione politica, sociale, economica, culturale dei cittadini. Il resto è fuffa, truffa.
Una classe dirigente è davvero tale quando i suoi esponenti non soltanto sono convinti di avere le capacità e le competenze per occupare cariche importanti, ma riconoscono che anche altri nel loro partito/coalizione saprebbero fare altrettanto bene. A sua volta, il ristretto gruppo dirigente e il/la leader sanno che i collaboratori di vertice, ministri, sottosegretari et al. non obietteranno all’eventuale sostituzione per non imbarazzare partito e leader, certi che alla prima occasione buona saranno recuperati. Aggrapparsi con le unghie e con i denti alle cariche è, da un lato, un segno di debolezza, di sfiducia in se stessi/e, ma anche nel/la leader, dall’altro è imbarazzante per la leader obbligata a scegliere fra la lealtà personale e politica (ai limiti dell’omertà) e la coesione dell’organizzazione partitica.
Sono davvero così pochi e di rango inferiore gli esponenti di Fratelli d’Italia in grado di sostituire il Ministro Santanché e il sottosegretario Delmastro Delle Vedove? La loro sostituzione indebolirebbe Giorgia Meloni poiché in Fratelli d’Italia, come in altri partiti italiani (e no) esistono situazioni nelle quali, ad esempio, Milano, dove i voti e il consenso, come ha scritto Giulia Merlo, ruotano attorno al Presidente La Russa e al Ministro Santanché? Naturalmente, è comprensibile che la Presidente del Consiglio non sia disposta a concedere alle opposizioni di fare dimettere Santanchè. Proprio per questo è lecito attendersi dalla Ministra una nobile (sic) dichiarazione di dimissioni accompagnata dalla ri-rivendicazione dell’estraneità ai fatti e ai comportamenti che le sono attribuiti.
Se la classe dirigente della destra mostra limiti numerici/quantitativi, non meglio sembra procedere il tentativo di costruire la sua egemonia culturale. I suoi intellettuali di riferimento, scrittori, critici d’arte, giornalisti, hanno finora fatto notizia non per mirabolanti, straordinarie, innovative imprese culturali, ma per scurrilità, improvvisazioni, maschilismo, proprio mancanza di cultura. L’improvvisa visibilità non ha giovato all’autocontrollo che dovrebbe essere patrimonio degli intellettuali. Fermo restando che in democrazia l’egemonia culturale comincia dalla Costituzione, le sue clausole, le sue interpretazioni, che si affermi oppure no e esista dipende dal suo trascendere i confini nazionali.
Sono gli intellettuali degli altri paesi, gli organizzatori culturali, le case editrici, i direttori di musei e orchestre che riconoscono come eccellenti i prodotti che circolano sul mercato delle idee. Questo non è un altro discorso rispetto alla ristrettezza e alla qualità del gruppo dirigente di Fratelli d’Italia e dei governanti del centro-destra. Sono le loro nomine e i loro prescelti che potranno o no produrre e fare circolare cultura. Finora, poco o nulla.
Se la classe dirigente della destra mostra limiti numerici/quantitativi, non meglio sembra procedere il tentativo di costruire la sua egemonia culturale. I suoi intellettuali di riferimento, scrittori, critici d’arte, giornalisti, hanno finora fatto notizia non per mirabolanti, straordinarie, innovative imprese culturali, ma per scurrilità, improvvisazioni, maschilismo, proprio mancanza di cultura. L’improvvisa visibilità non ha giovato all’autocontrollo che dovrebbe essere patrimonio degli intellettuali. Fermo restando che in democrazia l’egemonia culturale comincia dalla Costituzione, le sue clausole, le sue interpretazioni, che si affermi oppure no e esista dipende dal suo trascendere i confini nazionali.
Sono gli intellettuali degli altri paesi, gli organizzatori culturali, le case editrici, i direttori di musei e orchestre che riconoscono come eccellenti i prodotti che circolano sul mercato delle idee. Questo non è un altro discorso rispetto alla ristrettezza e alla qualità del gruppo dirigente di Fratelli d’Italia e dei governanti del centro-destra. Sono le loro nomine e i loro prescelti che potranno o no produrre e fare circolare cultura. Finora, poco o nulla.
“Nessuna Costituzione può essere capita se non se ne conoscono le origini, storiche e politiche. Nessuna Costituzione può essere analizzata e interpretata in maniera illuminante e convincente se non la si colloca nel suo contesto politico. Infine, nessuna modifica di qualche valore e durata può essere introdotta con successo da chi non conosce e non comprende la dinamica delle forze e delle (debolezze) politiche.” Gianfranco Pasquino Professore Emerito di Scienza Politica a
Interpretare e valutare i discorsi del Presidente Mattarella come se intendessero essere e fossero un controcanto alle affermazioni e alle azioni dei governanti e degli esponenti del centro-destra è tanto riduttivo quanto sbagliato. Significa anche fare un torto al Presidente quasi che quei suoi discorsi, le parole da lui specificamente utilizzate, le sue indicazioni avessero bisogno di stimoli esterni, fossero la conseguenza di dissenso politico, se non addirittura di irritazione congiunturale. Anche se è certamente immaginabile che siano molte le occasioni in cui il Presidente della Repubblica ha provato fastidio ascoltando quello che il centro-destra, ma non solo, si fa scappare dalle viscere, magari asserendo di avere ricevuto un mandato popolare, per lo più il Presidente ha fin qui fatto leva su e riferimento a fenomeni storici importanti da commemorare e ricordare, da celebrare per trarne insegnamenti.
Che gli italiani abbiano scarsa e selettiva memoria della storia e del loro passato è sufficientemente noto. Che la conoscenza della Costituzione non sia propriamente il forte dei suoi concittadini, comici, giornalisti, scienziati, parlamentari e ministri, è altrettanto risaputo. Consapevole del ruolo assegnatogli dalla Costituzione, il Presidente ha inteso fin dal suo primo mandato porvi rimedio nella misura del possibile. Ogniqualvolta possibile, e finora le occasioni sono state molte, presumibilmente ve ne saranno ancora, il Presidente ha declinato i suoi interventi, da un lato, come pedagogo, dall’altro, come predicatore. Dal Colle più alto sono venute e verranno lezioni in materia di Costituzione in tutta la sua profondità e ricchezza, di europeismo, acquisizioni, problemi, opportunità, di pace e di guerra. Le prediche sono incoraggiamenti a evitare egoismi e brutalità, a aiutare i più deboli, a lavorare per una convivenza civile, per la costruzione di una società giusta.
Talvolta la pedagogia si incrocia con la predicazione. Si alimentano reciprocamente. Talvolta, inevitabilmente e felicemente, entrambe contengono critiche, anche volute e necessitate, a chi poco sa e molto sbaglia. Le attività di pedagogia e di predicazione sono tanto più efficaci quanto più il Presidente è colto, politicamente preparato, capace di rappresentare l’unità nazionale (non le autonomie differenziate). Ciascuno dei presidenti eletti dal “popolo” negli USA, in Francia, nelle repubbliche latino-americane si affretta a dichiarare che sarà il Presidente di tutti, non solo di chi l’ha eletto. Tuttavia, in quei sistemi istituzionali non è mai difficile ricordare al Presidente quale è la base politica che lo legittima e lo sostiene. Difficilissimo, invece, è che la predicazione presidenziale, quando l’eletto ne ha le capacità, non sia di parte. Mattarella non ha bisogno di dirlo.
perché vi preoccupate tanto dei miei personali conti con la Storia? Non è mai stata la mia materia preferita. Ho sempre preferito la politica, ma mai trovato il tempo di studiare la Scienza della politica (chi sa poi se di vera scienza si tratta). Comunque, non mi importa tanto la scienza da tavolino. Sono una praticante e gli elettori hanno dimostrato con il loro voto che valutano la mia pratica superiore a quella di tutti gli altri capipartito, compreso quel saccentone di Letta. Il confronto con la Schlein, vedremo. Del 25 aprile avrei fatto volentieri a meno. Non fraintendetemi, però. A grande richiesta ho dovuto mandare una lettera al Corriere della Sera. No, niente abiure. Tecnicamente, fascista non sono mai stata, ma certo l’ambiente in cui sono cresciuta, anche bene, antifascista proprio non potrei definirlo e, comunque, non mi conviene parlarne male. Sono tanti i voti che vengono e verranno (dove vanno altrimenti?) da lì. Davvero volete farmi il test della conoscenza e della valutazione della Resistenza e dell’importanza politica e civile del 25 aprile? Se volete saperne di più, ascoltate e leggete il bellissimo discorso del Presidente Mattarella a Cuneo. Ma, non sono mica in competizione con il Presidente il quale poi saprebbe conquistarseli i voti? Aspettate la mia riforma semi-presidenziale e li vedremo quelli della sinistra a scegliere e fare “correre” il loro candidato. Vero: il vecchio democristiano Mattarella sa come spiegare la storia, connettere i fatti, collegare le date. Superiore. La mia ars politica è differente. So come impastocchiare, saltare di paolo in frasca, mischiare qualche brandello di verità storica con qualche illazione nient’affatto gratuita, anzi redditizia. Anch’io so che devo guardare fuori dai sacri confini della patria. A Bruxelles c’è sempre qualche tecnocrate senza patria che cerca di cogliermi in fallo. Non ho mai scritto antifascismo? Ma ho scritto belle parole sui valori democratici, sulla Costituzione repubblicana (che ha concesso al MSI di fare politica, ma questo non l’ho scritto), sulla democrazia liberale (con i fischi nelle orecchie di Orbán &Co e la loro democrazia illiberale). Non mi costa niente. La linea la do io. Ė persino meglio quando qualche vecchio “amico” (non posso scrivere né camerata né compagno d’armi) si sbizzarrisce, ovvero dice quel che pensa con le viscere perché (quasi) subito lo metto in riga e vengo addirittura elogiata. Adesso, consegnato il compitino, mi metto al lavoro per voi italiani, non tutti, ma non chiedete a me di parlarvi di interpretazione, rispetto e allargamento dei diritti (donne, Lgbt, immigrati). Lasciatemi lavorare. Sono una donna (quasi) sola al comando che sa dove vuole andare e come vuole arrivarci. Oggi a Roma domani a Bruxelles. Appuntamento alle elezioni del Parlamento europeo.
Non può esserci nessuna mielosa pacificazione fra queste due visioni della politica, fascista e democratica, e in buona sostanza, della vita. Sono inconciliabili. Proprio questa inconciliabilità volevano i costituenti: porre argini invalicabili alla ricomparsa di qualsiasi forma, modalità, assetto autoritario. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza politica e Accademico dei Lincei, in libreria con il suo nuovo libro “Il lavoro intellettuale”
Agli affastellatori di date bisogna contrapporre che l’unico collegamento inscindibile è quello fra il 25 aprile e il 2 giugno. Senza la vittoria della Resistenza nessun referendum monarchia/Repubblica e nessuna elezione dell’Assemblea Costituente sarebbero stati possibili. A coloro che negano il carattere antifascista della Costituzione, non basta contrapporre la XII disposizione che vieta la ricostituzione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista che, comunque, si ricostituì e che, forse sarebbe stato subito disciolto da una Corte costituzionale attiva fin dal 1948. Sono tutti gli articoli sui diritti dei cittadini, sul pluralismo dei partiti e sulla separazione e autonomia delle istituzioni: Presidenza, Governo, Parlamento e Magistratura, che rendono la Repubblica italiana strutturalmente antifascista, contro tutto quello che fu istituzionalmente e politicamente il fascismo.
Non può esserci nessuna mielosa pacificazione fra queste due visioni della politica, fascista e democratica, e in buona sostanza, della vita. Sono inconciliabili. Proprio questa inconciliabilità volevano i costituenti: porre argini invalicabili alla ricomparsa di qualsiasi forma, modalità, assetto autoritario. Ancora oggi i critici della forma di governo parlamentare istituita con la Costituzione italiana sottolineano che al Presidente del Consiglio furono attribuiti scarsi poteri decisionali poiché i Costituenti agivano sotto “il complesso del tiranno”: mai più troppi poteri ad un uomo (una donna?). Curiosamente e contraddittoriamente, sono gli stessi che sostengono che la Costituzione non è antifascista. Ma, l’eventuale carenza di potere decisionale del Presidente del Consiglio dipende, molto più che dagli articoli che lo riguardano, dalla necessità, in un paese attraversato da molte fratture sociali, di dare vita a governi di coalizione fra più partiti, sicuramente più rappresentativi che richiedono però tempi di accordo e di decisione necessariamente più lunghi.
Anche questo, la disponibilità al confronto e al compromesso, è, forse, da considerarsi un elemento propriamente democratico e antifascista laddove il fascismo esaltava il potere e le capacità personali del Duce. La Costituzione ha anche saputo domare i fascisti, gli ex-fascisti e i post-fascisti proprio con la flessibilità delle sue istituzioni, contrastando le sfide di stampo fascista fino al Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli. In uno slancio di comprensibile retorica democratica che ha molti predecessori certamente più eminenti e più qualificati di me, l’antifascismo della Costituzione sta nel fatto tanto semplice quanto cruciale che la Costituzione tutela e rispetta il dissenso, in qualche modo persino lo ritiene positivo. Di contro, il fascismo si fece vanto di sapere schiacciare qualsiasi modalità di dissenso e punì spesso, anche con la morte, coloro che, lucidamente consapevoli dei rischi, ne erano portatori. La Costituzione italiana ha bandito la pena di morte. Ricordare tutto questo è il modo migliore di celebrare il 25 aprile che lo ha reso pssibile.
Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica e Accademico dei Lincei. Il suo nuovo libro si intitola
C’è chi sostiene che la “la pacificazione” avverrà” quando entrambe le parti condivideranno la tesi che la Resistenza comportò una guerra civile. In verità, la guerra civile cominciò quando le squadre fasciste si avventarono sui lavoratori, sui sindacati e sui partiti e dirigenti di sinistra. Questa sequenza spiega anche, non necessariamente assolve, perché in alcuni contesti poco prima e dopo il 25 aprile, alcuni partigiani procedettero a “punire” i fascisti e i loro fiancheggiatori.
Non so quanti abbiano letto il fondamentale volume di Claudio Pavone, appunto Una guerra civile (Torino, Bollati Boringhieri 1991), ma Pavone scrive di tre guerre nella Resistenza. Oltre alla guerra civile fra partigiani e fascisti, furono combattute due altre guerre: un patriottica e una di classe. Ovvio che i partigiani combattessero anche, in alcuni contesti, soprattutto contro i nazisti, invasori e occupanti. Fu una guerra, in termini moderni, di liberazione nazionale nella quale i fascisti si schierarono con i nazisti, divenendo più che collaborazionisti, veri e propri traditori della patria. In questo senso è accettabile parlare di morte della patria quando i fascisti costituirono lo stato fantoccio noto come Repubblica di Salò. La terza guerra fu una guerra di classe. Molti fra i partigiani, nient’affatto esclusivamente i comunisti, volevano dare una vita uno Stato dei lavoratori, molto diverso da quello che si era inchinato a Mussolini. Molti di loro, ripeto non soltanto fra i comunisti, ritenevano indispensabile cambiare la struttura di classe dello Stato italiano e, in senso più lato, i rapporti sociali per eliminare ogni traccia di fascismo e qualsiasi possibilità di suo ritorno. Senza volere troppo forzare le sue parole, uno dei grandi Costituenti, Piero Calamandrei, giurista esimio del Partito d’Azione, offrì indirettamente sostegno a quelli che erano gli obiettivi di rinnovamento profondo perseguiti dalla guerra di classe, affermando che la Costituzione era “una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”. A lungo, non solo fra i partigiani si parlò a (s)proposito di Resistenza tradita.
La parola d’ordine “attuare tutta la Costituzione” mirava proprio a dare sostanza a quegli obiettivi di rinnovamento sostanziale della società italiana, obiettivi che sono efficacemente delineati nell’art. 3 della Costituzione. Insistere nel sottolineare che la Resistenza è stata quasi essenzialmente una guerra civile e che è la destra finalmente al governo che generosamente offre la pacificazione manipola la molto più complessa verità storica. Tenta di fare dimenticare i crimini compiuti contro gli italiani dai fascisti solidamente sostenuti dai nazisti. Esclude dalla riflessioni l’obiettivo mancato del profondo rinnovamento di una società e delle organizzazioni: la Chiesa, la burocrazia, le associazioni industriali che con il fascismo erano venute a patti e che del tutto consapevolmente cercarono, anche offrendo rifugio ai fascisti sconfitti, ma non epurati, di mantenere i privilegi acquisiti e di averne fatto pessimo uso con conseguenze che sono tuttora visibili nel dibattito e nell’azione politica. In un certo senso, la necessità di profondi mutamenti sociali e culturali, è vero che la Resistenza deve continuare.
Non è una novità che dal Colle più alto possano venire le prediche. Il Presidente Luigi Einaudi ritenne, sommessamente gli direi sbagliando, che fossero prediche inutili. Altri presidenti non ebbero fra i loro meriti (e demeriti) il volere e sapere predicare. Non abbiamo apprezzato abbastanza le esternazioni di Cossiga, non sempre assimilabili a prediche. Meglio, con i loro stili personali, caratteriali, più o meno politici, i predicatori Pertini, Ciampi e Napolitano il quale più dei suoi predecessori aveva il gusto della predica anche perché convinto che il suo “verbo” fosse più conforme alla storia, alla Costituzione e alla politica di cui questo paese (chiedo scusa: nazione) ha bisogno. Da tempo, anche il Presidente Mattarella ha scelto la strada della predicazione per molti temibile anche perché li invita a pentirsi. Lo fa con parole chiare, raramente diplomatizzate, con riferimenti precisi non affidati all’opera di decodifica dei “quirinalisti/e”, con rimandi sempre opportuni alla Costituzione e in un’efficacissima prospettiva europea. L’ambiguità della figura della Presidenza della Repubblica, rilevata per tempo da pochissimi giuristi, consente un’espansione della sfera di influenza presidenziale. Chi poco sa parla a sproposito di “presidenzializzazione”, mentre si tratta piuttosto della flessibilità di cui godono le democrazie parlamentari dotate di un buona Costituzione. Flessibilità che non si trova affatto nelle Repubbliche presidenziali e che per suo prestigio personale Macron rischia di dimostrare che non abita neppure a Parigi, in un semipresidenzialismo riformato non proprio come avrebbe gradito il suo fautore, il Gen. de Gaulle. La Costituzione italiana non solo consente a Mattarella di appoggiare le sue prediche su quanto vi sta scritto. Lo sostiene e lo incoraggia. E il Presidente ne trae alimento. Predicare il ruolo guida del Presidente del Consiglio non significa acconsentire silenziosamente alla pratica deleteria della decretazione d’urgenza abbinata alla imposizione del voto di fiducia che non solo schiaccia il Parlamento, ma rende irrilevante l’opposizione. E non sappiamo quante critiche il Presidente ha avanzato in via informale. Nel contesto in cui viviamo da qualche anno il meglio delle prediche presidenziali ha riguardato le due tematiche più importanti: la guerra e l’Europa. A riprova della cultura, della esperienza vissuta, della preveggenza dei Costituenti, l’art 11 le contiene entrambe. C’è il fermo, esplicito ripudio della guerra di aggressione e c’è l’indicazione della disponibilità a condividere la sovranità a fini di pace e di prosperità. Di recente, se lo sono sentiti dire i polacchi, ma nelle orecchie di Orbán più di un fischio è arrivato. Quella predica vale anche per il 25 aprile degli italiani.
Con Gianfranco Pasquino (emerito di Scienza Politica all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna) Carlo Crosato (ricercatore di Filosofia all’Università degli Studi di Bergamo).