Home » Posts tagged 'culture politiche'

Tag Archives: culture politiche

Rileggete Huntington. Segnalò rischi reali @La_Lettura #vivalaLettura

A circa un quarto di secolo dalla sua pubblicazione qual è la validità della tesi di Samuel P. Huntington contenuta nel libro The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (1996, trad. it. Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti 1997)? Per rispondere correttamente bisogna preliminarmente chiarire qual’era effettivamente la tesi del grande politologo di Harvard scomparso ottantunenne nel 2018. Infatti, la maggior parte dei molti, spesso faziosi, critici di Huntington sembra essersi fermata alla prima parte del titolo e non avere mai letto la seconda. Per di più, molti di loro hanno fatto di Huntington una specie di sostenitore e cantore della necessità dello scontro fra le civiltà, non solo inevitabile, ma addirittura auspicabile. Al contrario, Huntington intendeva mettere in rilievo gli elementi e gli sviluppi che sembravano portare a un possibile scontro fra le civiltà proprio affinché i policy makers, con i quali aveva avuto frequenti e controversi rapporti nella sua attività accademica e di consulente, ne fossero consapevoli e approntassero opportuni rimedi. Come per l’altrettanto giustamente famoso libro del suo allievo Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo (1991, trad. it. 1992), ugualmente letto male e peggio interpretato, è il crollo del muro di Berlino e del comunismo a stare a fondamento dell’interrogativo/obiettivo che si pone Huntington. La ricostruzione di un ordine mondiale sarebbe stata resa più facile dalla fine dello “scontro” fra le liberal-democrazie contro i comunismi realizzati e dalla vittoria delle prime? “Il futuro non sarà più dedito ai grandi, vivificanti scontri di ideologie, ma piuttosto a risolvere concreti problemi economici e tecnici”, che è la sintesi del libro di Fukuyama proposta da Huntington (p. 29), oppure altro si affacciava all’orizzonte e le sue premesse erano già visibili a chi disponeva di adeguati strumenti conoscitivi?

Il contenuto del libro di Huntington richiede ai lettori, ai critici, agli “interpreti” la capacità di combinare elementi di cultura politica in senso lato (cultura è una traduzione migliore di “civiltà”) con conoscenze di relazioni internazionali. Non può stupire che la recensione del libro di Huntington pubblicata sulla prestigiosa “American Political Science Review” (16 mila abbonati in tutto il mondo) fu affidata a un prestigioso studioso di Relazioni Internazionali , Richard Rosecrance. Infatti, Huntington non è interessato alle “civiltà” (o culture politiche) in quanto tali, ma al loro impatto sulla (ri)costruzione di un ordine mondiale. “Finita la storia” della Guerra Fredda durante la quale l’ordine mondiale, seppure con molte anche sanguinose slabbrature, era stato mantenuto dal bipolarismo USA/URSS, in che modo e da chi e che cosa sarebbe emerso un nuovo ordine mondiale? È in atto un’intensa discussione sull’esistenza durante la Guerra Fredda, di un ordine politico internazionale liberale fatto da istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca mondiale, le Nazioni Unite, con regole e procedure comunque rispettate fino a tempi recenti, ma che il presunto, reale, relativo declino degli USA non riuscirebbe più a garantire.

Le distinzioni che contavano negli anni Novanta non erano già più quelle su basi ideologiche, ma, per l’appunto culturali. Le liberaldemocrazie potevano anche avere vinto la Guerra Fredda, ma nel frattempo avevano fatto la loro comparsa i fondamentalismi e nella visione di Huntington alcune grandi religioni stavano a fondamento delle civiltà che prendevano coscienza delle loro peculiari identità per organizzarsi. Intese come “ampie entità culturali”, secondo Huntington esistono nel mondo contemporaneo sette civiltà (l’ordine è mio): occidentale, latino-americana, giapponese, indù, islamica, cinese (confuciana), africana. Molti critici si sono esercitati a smentire l’esistenza delle “civiltà” come definite da Huntington e, comunque, a negarne l’unitarietà, preferendo sottolinearne le differenziazioni interne. Huntington non nega le possibili differenze, ma il suo punto è che, a ogni buon conto, le differenze fra le civiltà sono molto più grandi e più rilevanti delle differenze all’interno delle stesse civiltà. A proposito dei critici (ai quali la più brillante risposta è contenuta nel densissimo articolo di Francesco Tuccari, “il Mulino”, n. 3/2015, pp. 588-594), è interessante notare che sostanzialmente ciascuno di loro è uno specialista, conoscitore di una civiltà, come i francesi studiosi dell’Islam, come Amartya Sen e la sua India, come l’orientalista di origine palestinese Edward Said, come alcuni intellettuali latino-americani, e le loro obiezioni sono tutte particolaristiche. Praticamente nessuno guarda, come direbbero gli anglosassoni, alla “big picture”.

Le critiche più severe, qualche volta addirittura violente, riguardarono il trattamento, certamente tutt’altro che ossequioso, che Huntington fa dell’Islam e della sua civiltà. Due furono le obiezioni rivoltegli. Primo, l’Islam non è monolitico; secondo, lo scontro di civiltà è talvolta interno proprio ai paesi islamici. Sono entrambe obiezioni malposte poiché Huntington riconosce le differenziazioni all’interno di tutte le civiltà e la possibilità di scontri. Nel caso del mondo islamico la mancanza più preoccupante è quella di una potenza egemonica (core) in grado di imporre l’ordine e di diventare guida. I tentativi di Al Quaeda e dell’Isis sembrano falliti così come le primavere arabe. Nel mondo islamico stanno tutti i fattori di rischio per la costruzione e stabilizzazione di un ordine mondiale, in particolare, le guerre civili in Siria, Libia, Yemen. Né si vede come, nella latitanza egoistica della leadership autoritaria, compromessa e corrotta dell’Arabia Saudita, possa fare la sua comparsa una potenza egemone riconosciuta e accettata come tale.

Da qualche tempo, ha fatto la sua comparsa, inquietante, ma inevitabile, per ragioni territoriali, demografiche, di coesione intorno al confucianesimo e grazie alla possente guida del Partito Unico, la Cina Comunista. Ha potenzialità enormi e persino la pazienza di attendere che maturino le condizioni per una sua espansione comunque già in atto. In maniera premonitrice, poiché da un’analisi solida conseguono previsioni non campate in aria, Huntington scrisse che “gli scontri più pericolosi del futuro nasceranno probabilmente dall’interazione tra l’arroganza occidentale, l’intolleranza islamica e l’intraprendenza sinica” (cinese, p. 265). Quegli scontri, surrogati da episodi violenti di vario genere, sono tuttora un’eventualità, mentre il nuovo ordine mondiale è molto di là da venire.

Pubblicato il

La rivista di un tempo che fu #Mondoperaio

Pubblicato in “Mondoperaio”, dicembre 2018 (pp. 39-42)

Quando un partito smette di elaborare idee, la sua funzione complessiva praticamente si esaurisce. A riprova, i partiti-non partiti italiani contemporanei, da qualche tempo privi di qualsiasi elaborazione culturale, si aggrappano a brandelli di potere, a Fondazioni e a oscure piattaforme soltanto per stare a galla. Non dipende solo dal fatto che nessun non-partito può permettersi una (non)scuola di partito. È che i protagonisti della scena politico-parlamentare italiana non hanno nessuna cultura politica, nessuna idea politica guida da trasmettere. Non faccio eccezione neanche per il Movimento Cinque Stelle poiché nessuna delle loro esperienze Meet up e altro ha il compito di formare una cultura politica. Forse, ma è un suggerimento al limite dell’oltraggio, invece di affidarsi alla Piattaforma Rousseau, potrebbero leggere sia Rousseau sia qualche altro illuminista. Questa breve digressione è necessaria per affermare un principio fondativo. Le idee vanno elaborate con riferimento alla visione della società che si desidera costruire, per negazione e per affermazione, ma anche nello scontro politico, nella orgogliosa rivendicazione di identità e di autonomia. Nella Repubblica italiana le riviste in qualche modo, con poche eccezioni, collegate ai partiti, sono state il luogo preminente di elaborazione politica. Senza dubbio “Mondoperaio” ha occupato, seppur con alti e bassi, un posto di rilievo fra le riviste di cultura politica. La sua storia e la sua incidenza non possono essere ridotte unicamente al conflitto con i comunisti, dotati di un considerevole apparato di strumenti di comunicazione politica. Mi limito a segnalare il settimanale “Rinascita” e il trimestrale “Critica marxista”, più tardi anche “Democrazia e diritto”. Quando sia il PSI sia “Mondoperaio” si “arrotolarono” intorno a Craxi, ho iniziato a collaborare su loro richiesta con notevole frequenza tanto a “Rinascita” quanto a “Democrazia e diritto”. Quando Covatta me lo chiederà potrei persino scrivere qualche nota comparata. La storia di “Mondoperaio” è anche quella di un partito che era convinto che gli intellettuali dovessero avere spazio di elaborazione e di intervento e che sapeva ascoltarli e, entro (in)certi limiti valorizzarli. L’elaborazione e la valorizzazione non poterono più continuare quando Craxi recuperò Proudhon (si noti che ho evitato il verbo riesumare), con il quale non era sicuramente possibile andare verso il rinnovamento del socialismo. Infatti, da nessuna parte in Europa, tantomeno in Francia, si guardò a Proudhon (per una discussione approfondita di quel recupero, delle sue motivazioni e delle sue conseguenze utilissimo è il volume curato da Giovanni Scirocco, Il vangelo socialista. Rinnovare la cultura del socialismo italiano, Torino, Nino Aragno Editore, 2018, che riporta il testo di Craxi e il carteggio fra un socialista milanese Virgilio Dagnino e Luciano Pellicani).

Non è banale iniziare sottolineando che certamente e inevitabilmente il contrasto con le idee comuniste e con le prassi del PCI, non riducibile esclusivamente alla giusta e doverosa, quanto difficile, ricerca da parte del PSI di maggiore spazio politico, fu frequente e rilevante sulle pagine di ”Mondoperaio”. Tuttavia, soprattutto, sotto la direzione di Federico Coen, nei difficili anni settanta, quando il PSI toccò il punto più basso del suo consenso elettorale e della sua presenza culturale, fu “Mondoperaio” a tentare e sostenere un’ambiziosa operazione di rilancio e di formulazione di una moderna culturale politica. Giusto fu ingaggiare quello che Amato e Cafagna definirono Duello a sinistra: socialisti e comunisti nei lunghi anni ‘settanta (Bologna, Il Mulino, 1982). Giusta, ma forse non sufficiente, fu l’attenzione ai socialisti spagnoli, portoghesi e del PASOK: l’ascesa del socialismo mediterraneo conteneva insegnamenti che non abbiamo sfruttato adeguatamente. Giusto fu anche prendere ispirazione da François Mitterrand che si era proposto di erodere il consenso del Partito comunista francese (non solo filo-sovietico, ma sostanzialmente ancora stalinista), al tempo stesso, però, cercando di ampliare l’area complessiva della sinistra. Troppi, invece, pensarono, alcuni anche sulle pagine di “Mondoperaio”, che sarebbe stato sufficiente, sottovalutandone l’enorme difficoltà e la grande improbabilità, un travaso di elettori dal PCI, “esploso” quantitativamente grazie alla sua proposta di compromesso storico della quale per qualche tempo era rimasto prigioniero, per poi entrare in grande confusione strategica orientato a una mai meglio definita “alternativa democratica” (forse, percependosi, autocriticamente, ma ci vorrebbe uno psicanalista lacaniano, sì come alternativa, ma non proprio/non del tutto “democratica”?).

Perdere voti, come successe per tutti gli anni ottanta, non sarebbe bastato al PCI per cambiare linea. Aveva, naturalmente, ragione Norberto Bobbio, e doppiamente. Primo, bisognava dialogare con i comunisti e persuaderli a “socialdemocratizzarsi” (Quale socialismo? Discussione di un’alternativa, Torino, Einaudi, 1976), ma neppure Bobbio andò a fondo su questa auspicabile trasformazione, anteponendole la davvero complessa formazione di un partito unico dei lavoratori. Secondo, era indispensabile ripensare la sinistra. Qui si colloca un mio personale “coming out”. Dall’inizio degli anni settanta mi trovavo proprio lì: fra il PSI di De Martino, e il PCI di Berlinguer per due ragioni. Ero, prima ragione, analiticamente e politicamente convinto che bisognasse costruire una alternativa alla DC attraverso un’alleanza fra PSI e PCI entrambi trasformati. Seconda ragione, pensavo che, sfidato e portato sul piano dell’alternativa, il PCI sarebbe stato costretto a abbandonare la sua linea pro-sovietica diventando un plausibile partito di governo. Nel 1976 e 1979 fui molto lieto quando il PCI candidò e fece eleggere Altiero Spinelli al Parlamento Europeo, ma non bastava. Lo dirò meglio, ma anche più ingenuamente: ero schierato sulla frontiera dell’scelta di sinistra. Quella frontiera si poté allora, per cinque–sei anni, difendere e fare avanzare con qualche prospettiva, seppur non grande, di successo scrivendo, dialogando, polemizzando, elaborando idee sulle pagine di “Mondoperaio”. Senza nessun pentimento da allora sono stato un compagno di strada, promiscuo, disposto a fare tutta la strada necessaria in compagnia di coloro che volessero e operassero per l’alternativa. Oggi, la strada appare tutta in salita, qualcuno è giunto alla conclusione che in cima non c’è neppure più l’alternativa. Sostengo, l’ho letto da qualche parte (probabilmente nelle pregevoli memorie di Sisifo) che quello che conta è il viaggio, ovviamente fatto in buona compagnia. In quegli anni, la compagnia dei collaboratori di “Mondoperaio” era probabilmente la migliore trovabile in Italia. Poi si è dispersa e alcuni hanno preso una strada che non potevo percorrere se volevo, e lo volevo, restare fedele alla mia certa idea di “alternativa di sinistra”.

Furono numerosi gli articoli pubblicati su “Mondoperaio” intesi a cogliere l’essenza della sinistra vincente di Mitterrand: plurale, federata, con forte presenza sul territorio, dotato di una cultura politica moderna, capace di attrarre e di valorizzare un non piccolo mondo intellettuale e di grands commis. Anche il sistema istituzionale della Quinta Repubblica francese, semi-presidenzialismo e legge elettorale a doppio turno contribuì significativamente al successo di Mitterrand (“le istituzioni della Quinta Repubblica non sono state fatte per me, ma me ne servirò”–cito a memoria la sua dichiarazione subito dopo la prima elezione alla Presidenza nel 1981). Alla Francia guardò l’allora già molto autorevole collaboratore della rivista Giuliano Amato, com’è facile notare rileggendo il suo libro: Una Repubblica riformare (Bologna, Il Mulino, 1980). Vi fece riferimento esplicito anche Giuseppe Tamburrano, Perché solo in Italia no (Roma-Bari, Laterza, 1983). Per quanto non sempre con la precisione necessaria –infatti, tuttora, non sono pochi coloro che accomunano, sbagliando alla grande, il presidenzialismo USA al semipresidenzialismo francese e non sanno cogliere le grandi opportunità politiche, non solo elettorali, del doppio turno in collegi uninominali, i socialisti e “Mondoperaio” posero la questione istituzionale al centro del dibattito. Sottolineo qui la centralità del doppio turno in collegi uninominali (nulla a che vedere con l’Italicum) nel consentire, anzi , imporre a socialisti e comunisti francesi di giungere ad accordi al primo o, molto più frequentemente, al secondo, turno, ma aggiungo che, come congegnato in Francia, il doppio turno per le elezioni parlamentari offre grandi opportunità ai (candidati dei) partiti non estremi, garantendo anche un ruolo insostituibile, quindi da premiare ai (candidati dei) partiti estremi disposti a formare coalizioni. Purtroppo, l’azione dei parlamentari socialisti nella Commissione per le riforme istituzionali (novembre 1983-febbraio 1985) presieduta da Aldo Bozzi, non andò affatto in direzione “francese”.

Le parole di oggi, ancorché alquanto appannate, democrazia maggioritaria, bipolare, alternanza, hanno radici in quel dibattito, in quegli anni, sulle pagine di quella rivista. Il compromesso storico non aveva nulla a che vedere con la prospettiva che sarebbe poi stata, non proprio felicemente, definita “compiuta” (quasi per definizione le democrazie non sono mai “compiute”, ma sempre in progress). Negava la prospettiva dell’alternanza, serviva, forse, a entrambi i potenziali contraenti, PCI e DC, per mantenere le loro rendite d’opposizione e di posizione piuttosto che per affrontare il loro rinnovamento, di persone e di idee. Non avrebbe mai condotto l’Italia nell’ambito delle democrazie dell’Europa occidentale e meno che mai nel solco delle socialdemocrazie. Nient’affatto auspicato, ma anzi spesso violentemente contrastato, l’esito socialdemocratico era il più temuto dai comunisti che ripetevano il loro mantra: le socialdemocrazie non hanno cambiato il capitalismo, le socialdemocrazie sono in crisi, le socialdemocrazie sono superate. Se ben ricordo, però, né il percorso né l’esito socialdemocratico furono difesi con molto vigore da tutti sulle pagine di “Mondoperaio”. Non pochi collaboratori avevano e mostrarono riserve, a mio modo di vedere, allora e oggi, non nobili e sbagliate. È troppo facile ironizzare adesso sui comunisti che odiavano le socialdemocrazie e che hanno, prima, dato vita al Partito Democratico, poi sono diventati renziani, sostenendo riforme costituzionali che nulla avevano in comune con il progetto, per quanto vago, della Grande Riforma, ma è doveroso ricordarlo e farlo. Certo, diventato Presidente del Consiglio Bettino Craxi non sostenne più la sua idea del cambiamento della forma di governo (e anche il “Mondoperaio” di quella fase l’abbandonò). Qualsiasi alleanza di governo con la DC, temporanea e di lungo respiro, contraddiceva alla radice tutte le ipotesi di cambiamento costituzionale, istituzionale, elettorale. Bastò un solo referendum su una piccola clausola della legge elettorale proporzionale, vale a dire, la preferenza unica, per mandare gambe all’aria tutto il sistema dei partiti che aveva costruito e accompagnato la storia della Repubblica (dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico: 1945-1966, titolo di un fortunato libro di Pietro Scoppola, Bologna, Il Mulino, 1991, scoperta tardiva della partitocrazia quando declinava il potere democristiano che di quella partitocrazia era stato il perno determinante) e aprire un percorso di cambiamenti quasi esclusivamente elettorali, con poche e molto discutibili, comunque, inadeguate riforme istituzionali che non hanno nulla a che vedere con la Grande Riforma, pure suscettibili di interpretazioni e di attuazioni molto diverse.

Non è questo, adesso, il luogo per procedere ad approfondimenti e precisazioni sul tema generale “quale Costituzione” anche perché non ho affatto voglia di rincorrere tutti i molto loquaci e verbosi opportunisti, vale a dire coloro che hanno cambiato idea a seconda delle opportunità. Due riflessioni sono, però, indispensabili proprio alla luce di quanto “Mondoperaio” ha fatto e ha prospettato. La prima riflessione riguarda la persistenza delle problematiche di allora che, in condizioni attualmente molto più difficili, continuano a richiedere soluzioni. Lascerò da parte la questione dell’alternanza poiché, da un lato, di alternanze ne abbiamo avute molte, nessuna da manuale, vale a dire con una coalizione di governo che dura tutta la legislatura e viene sostituita da una coalizione diversa che per tutta la legislatura ha svolto il ruolo dell’opposizione. Incidentalmente, alternanze di questo tipo sono molto rare anche nelle altre democrazie occidentali. Per le necessarie informazioni mi permetto di rimandare ai saggi contenuti in G. Pasquino e M. Valbruzzi, a cura di, Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo, Bologna, Bononia University Press, 2011). Dall’altro lato, mi corre l’obbligo scientifico di sottolineare che, per esempio, Sartori non ha mai ritenuto, e lo ha scritto e ripetuto, che l’alternanza abbia virtù taumaturgiche tali da sanare i vizi dei partiti, dei loro dirigenti, dei governanti. Operare soltanto sulle condizioni dell’alternanza non migliora affatto il funzionamento del sistema politico. Non vorrei, però, che i lettori si buttassero al polo opposto e pensassero che una maggioranza di governo artificialmente gonfiata da un premio, più o meno cospicuo, di seggi, sia la soluzione auspicabile e produca automaticamente la cosiddetta “governabilità” a scapito della rappresentanza. Al contrario, meno rappresentanza non equivale affatto a più e migliore governabilità.

La seconda riflessione è a più vasto raggio. La mia interpretazione di quanto ha fatto “Mondoperaio”, specialmente quando fu diretto da Federico Coen, è quella di un tentativo forte di ridefinire, trasformare, modernizzare la cultura politica della sinistra, in particolare, sfidando i comunisti che la loro cultura politica non stavano affatto rinnovando, neppure con gli apporti di Gramsci (che fra i suoi pur grandi meriti non può sicuramente vantare quello di essere un teorico della democrazia né bipolare né compiuta ). Questa operazione, importante, degna di attenzione e di una valutazione complessivamente positiva, non è riuscita. Pertanto, rimane all’ordine del giorno. Invece, è successo che tutte le culture politiche italiane, a partire da quelle, la liberale, la cattolico-democratica, l’azionista, la socialista e la comunista, sono sostanzialmente scomparse (ho intitolato La scomparsa delle culture politiche in Italia, un fascicolo della rivista “Paradoxa”, Ottobre-Dicembre 2015,nella quale si trovano, fra gli altri, articoli di Giuliano Amato e Achille Occhetto, i quali non sorprendentemente solo in parte concordano con me).

Molte delle esigenze di allora, in particolare, da un lato, la costruzione di una democrazia decente, che non ha bisogno di altri aggettivi, dall’altro, la formazione di un partito di sinistra, permangono in condizioni molto più difficili. Quel partito di sinistra non è mai stato il Partito Democratico dal quale i socialisti si sono tenuti e sono stati tenuti lontani, quasi che il meglio delle culture riformiste del paese (nello slogan ripetuto fino alla noia dai Democratici e mai tradottosi in una qualsiasi cultura politica già largamente assente nell’Ulivo) potesse affermarsi escludendo proprio la cultura socialista (e qui, credo, che sarebbe opportuno rileggere la storia delle riforme del centro-sinistra), a sua volta, forse il meglio, gioco con le parole, non con la sostanza, delle culture politiche riformiste italiane. Naturalmente, mi si potrebbe obiettare che non sappiamo più neppure che cosa voglia dire sinistra. Dissento e sostengo che è tuttora possibile e fecondo definire sinistra lo schieramento che, da un lato, con riferimento a Bobbio, si batte a favore dell’eguaglianza o, se si preferisce, per ridurre, contenere, infine eliminare almeno le diseguaglianze di opportunità, dall’altro, protegge e promuove i diritti, quelli veramente tali, non le rivendicazioni, civili, politici e sociali. Vedo non poche coincidenze con le argomentazioni, pure non sistematiche, contenute negli articoli di “Mondoperaio” di quei tempi. Quello che, invece, non vedo è chi si stia attualmente impegnando su questo terreno. Addirittura temo che, prima di pensare alla formulazione di una cultura politica sia necessario creare una cultura di fondo, fatta di conoscenze e di interpretazioni della storia d’Itali e d’Europa (sì, lo so che ci sono anche la globalizzazione e il capitalismo, suvvia). C’è molto da fare (e quasi niente per cominciare).

INVITO Le culture politiche in Italia #23novembre2018 #Bologna #Democrazia #Cultura #Coesione #Partecipazione

Apprendere per partecipare è uno degli strumenti più idonei per tracciare una strada, per interpretare il cambiamento e per realizzare percorsi di cittadinanza attiva e consapevole.

2° seminario
LE CULTURE POLITICHE IN ITALIA

Sala dello Zodiaco, Palazzo Malvezzi
Sede della Città Metropolitana di Bologna
Via Zamboni, 13 Bologna

23 novembre 2018
Ore 10:30

Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza politica Università di Bologna
“Le culture politiche in Italia”

La Costituzione è ancora il Patto fondamentale che lega tutti i cittadini e le Istituzioni? #6settembre #Cesena

Alcune parole chiave: Sovranità, Culture politiche, Asilo, Partecipazione, Partiti, Conflitto di interessi, Leggi elettorali, Senza vincolo di mandato, Governo, Antifascismo, Modificare la Costituzione

Associazione Benigno Zaccagnini Cesena

giovedì 6 settembre 2018 ore 17.30
Aula Magna Biblioteca Malatestiana Cesena

Gianfranco Pasquino

La Costituzione è ancora il Patto fondamentale
che lega tutti i cittadini e le Istituzioni?

 

 

 

Il crollo di un progetto velleitario

Nel 2007 ero da dieci anni iscritto ai DS (Democratici di Sinistra), l’unico partito di cui ho mai preso la tessera. Quando iniziò la battaglia per portare i DS all’incontro con la Margherita con l’obiettivo di dare vita ad un Partito Democratico, “scesi in campo” a sostegno della Mozione 3 che suggeriva di procedere lentamente attraverso una prima fase federativa. Andai un po’ dappertutto, accolto con molta sufficienza, a esporre le tesi della Mozione 3. Mi recai anche nel più grande, dal punto di vista degli iscritti, dei Circoli dei DS a Pesaro. Dopo i tre classici interventi: una giovane donna per la Mozione 1; un sindacalista per la Mozione 2; un Prof per la 3, i giovani DS mi offrirono da bere. Tre di loro, sugli otto componenti della segretaria, erano stati miei studenti di Scienza politica a Bologna. Vi ho convinti, chiesi, voterete per me? No, fu la risposta chiara inequivocabile immediata, “facciamo parte della segreteria del partito”.

Un po’ dappertutto facevo notare che la promessa di mettere insieme il meglio delle culture politiche riformiste del paese era molto velleitaria. Da un lato, le due maggiori culture politiche, quella comunista e quella cattolico-democratica, si erano esaurite, sconfitte dalla storia e dalla pratica; dall’altro, una vera cultura politica riformista, quella socialista, non era neppure stata invitata. Nel tripudio di discorsi e di lacrime a Campo di Marte alla fine di un tiepido aprile 2017 si consumò il congresso di chiusura dei DS con un lunghissimo appassionato appello alle emozioni di Piero Fassino. E, per quel che conta, con la mia non adesione. Poi dal Lingotto cominciò la cavalcata di Walter Veltroni, “fusosi” a freddo con Dario Franceschini, scelto come suo vicesegretario: ecco la contaminazione delle culture politiche! Narrando la nuova Italia che avrebbe costruito, invece di dire con quale partito nuovo avrebbe fatto tutte quelle belle cose, Veltroni si candidava, forse non del tutto consapevolmente, ma inevitabilmente, lo scrissi subito, alla carica di Presidente del Consiglio. Era la ricomparsa della classica sindrome democristiana: il segretario del partito sfidante naturale del capo del governo. A riprova, Prodi cadde pochi mesi dopo e Veltroni si lanciò a testa bassa nella nuova avventura: il partito a vocazione maggioritaria.

Fra vocazione maggioritaria e elezione di nuovi segretari, nessuno nel Partito Democratico ha mai neppure iniziato a riflettere sulla cultura politica di un partito di sinistra (?); riformista (?); progressista (?). Nulla dirò sulla cultura istituzionale la cui inadeguatezza si è rivelata tragicamente nelle riforme costituzionali e nella conduzione del referendum 2016. Adesso, qualcuno, Carlo Calenda, sostiene che bisogna andare oltre il PD, un partito mai consolidatosi. Qualcun’altro, Maurizio Martina, risponde che è necessario un “ripensamento complessivo” di un pensiero che non si è mai espresso, di una cultura politica che non si è mai formata, attraverso “scuole di politica” che sono per lo più state “passerelle per politici”. Non dovrebbe essere difficile andare oltre un partito che non è mai stato tale. Sarà difficilissimo farlo, forse impossibile, se il ripensamento verrà affidato a uomini e donne del cui pensiero politico è più che lecito dubitare.

Pubblicato il 26 giugno 2018 su larivistaILMULINO

Scissione e culture politiche

Larivistailmulino

Giornalisti, editorialisti, commentatori, professori concordano: la scissione dal Partito Democratico ha natura personalistica. Discende da uno scontro fra persone. Qualcuno, poi, più intelligentemente, come Angelo Panebianco, suggerisce che potrebbero esserci anche profonde divergenze culturali. Concordo soltanto in parte. Quando si lascia un partito, la prima, spesso la più forte, divergenza è politica. In quel partito, con quel segretario, con quella gestione non esistono più spazi, non soltanto di azione, ma neppure di discussione. Il quesito diventa: discussione su che cosa? La risposta potrebbe essere sia sul tipo di partito, sia sulle politiche, sia sulla visione complessiva. Nel Pd non si vede nulla di tutto questo, tranne un ex-segretario lanciato alla riconquista, il prima possibile, della carica perduta. Quell’ex-segretario non dice come vorrebbe (ri)organizzare il partito, che tipo di presenza vorrebbe avere sul territorio, quale ruolo attribuire ai partiti locali, ai militanti, agli iscritti, di quali modalità di comunicazione, oltre ai suoi personalissimi tweet e alla sua e-news, il partito dovrebbe dotarsi. Dal Lingotto verrà poco o nulla sul partito come organizzazione, «comunità di donne e uomini». Verranno presentate delle slides sulle politiche fatte, ma soprattutto da fare che, inevitabilmente, scaveranno la fossa al governo Gentiloni. Avvenne esattamente così dieci anni fa con la cavalcata di Veltroni che fu causa non troppo indiretta della caduta del governo Prodi II. Misi in evidenza il rischio con un articolo sul «Mulino» scritto già nell’agosto 2007.

Quanto alle motivazioni culturali, bisognerebbe cominciare con il chiedere se la segreteria di Matteo Renzi si sia mai occupata della cultura politica del Partito Democratico. Qualcuno potrebbe anche andare a vedere oratori e contenuti della scuola di politica nazionale e delle scuole locali. Constaterebbe che certo, fra una sfilata e l’altra di ministri e di autorità locali, qualcosa di politica s’è detto: appoggiare «senza se senza ma» le magnifiche scelte e riformiste (è una parafrasi) del governo Renzi. La riflessione e ancor più l’elaborazione culturale sono state totalmente assenti ed è facile prevedere che, se rivince Renzi, continuerà a essere così. Gli esegeti del Pd con qualche new entry che si ricorda dell’Ulivo continuano a battere sullo stesso tasto: la contaminazione che il Pd doveva produrre fra la cultura degli ex-comunisti e quella dei cattolici-democratici. Peccato che nessuno vada a vedere se nei due congressi che portarono al Pd i due gruppi di «ex» avessero ripensato la loro cultura politica per giungere attrezzati e innovatori all’incontro epocale. La verità, che riguarda non soltanto il Pd, è che alla metà degli anni Novanta del XX secolo le culture politiche che avevano fatto la Costituzione e guidato la storia d’Italia erano scomparse (lo registrai e argomentai in un fascicolo intitolato La scomparsa delle culture politiche in Italia della rivista «Paradoxa», 4/2015. Fra gli autori mi limito a citare Giuliano Amato, Agostino Giovagnoli, Achille Occhetto e Marcello Veneziani, ciascuno molto rappresentativo di una cultura politica che non esiste più, è il mio parere, ma nessuno di loro disposto ad accettarne la effettiva e definitiva scomparsa). Soprattutto, nessuna di quelle antiche culture si trova adeguatamente rappresentata in qualche partito italiano e ne informa i comportamenti e le scelte politiche. Non erano, naturalmente, scomparsi gli intellettuali interessati alla politica, con le loro legittime e accertabili preferenze politiche, autori di alcune elaborazioni politiche quasi mai prese in considerazione dai partiti ai quali venivano indirizzate. Il culmine di questa assoluta mancanza di attenzione fu raggiunto con l’etichetta, oggi lo sappiamo, pre-Trumpiana, di «professoroni» affibbiata a diversi intellettuali di alto valore culturale, ma dissenzienti.

Se a qualcuno, a cominciare dall’ex-segretario e dal suo giglio-non-più-magico, interessasse la (ri?)elaborazione di una cultura politica (riformista, che non è un elenco di cose da fare o no, ma cultura), avrebbe dovuto impegnarsi per dare vita a una conferenza programmatica centrata proprio sui principi essenziali di una visione che costruisca, tenga insieme e guidi una comunità e un paese. Qualcosa di non troppo dissimile, sarò provocatorio, fu alla base della Conferenza Programmatica del Partito Socialista Italiano a Rimini nel 1982: Meriti e bisogni. Nelle conferenze programmatiche non si distribuiscono cariche, ma si fanno circolare idee. In quel che resta del Partito Democratico altre sono le priorità.

Pubblicato il 3 marzo 2017 su larivistaIlMulino

Una visione dell’Italia desiderata #PartitoDemocratico

“Un paese, un partito, le persone”. Questo è l’ordine di priorità che Bersani auspica per il Partito Democratico. Le date contano, eccome. L’elenco di Bersani le contiene in maniera sufficientemente chiara. Primo, il governo Gentiloni, guidato da un esponente del Partito Democratico designato dal segretario Renzi, deve durare fino alla scadenza naturale della legislatura, vale a dire fine febbraio 2018. Dunque, secondo, il Congresso del Partito Democratico non deve essere convocato frettolosamente per andare, poi, subito alla crisi di governo e a elezioni anticipate. Terzo, il Congresso non deve diventare il luogo del regolamento di conti con le minoranze come, dal 5 dicembre mattina, Renzi e alcuni suoi collaboratori, in particolare, una livida Maria Elena Boschi, sembrano fortemente volere. Qui sta il discorso sulle persone ovvero sulle poltrone come, deliberatamente, Renzi impostò la campagna referendaria all’insegna dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo. Certamente, le minoranze nutrono il giustificato timore che il renziano regolamento di conti implichi che, quando Renzi sceglierà le candidature, molti di loro, probabilmente la maggioranza, saranno esclusi. Nessuno di loro sarà capolista bloccato. Tutti i sopravvissuti dovranno conquistarsi le preferenze. È una preoccupazione più che legittima, ma non è la più importante delle motivazioni a fondamento di una possibile scissione.

Emiliano, Rossi e Speranza, i tre dirigenti del PD che hanno annunciato la loro candidatura se il Congresso si svolgerà con regole garantiste, e Bersani e D’Alema hanno motivazioni molto più significative che vanno da una linea politica e da riforme, spesso contraddittorie, che non hanno condiviso, alle modalità con le quali il segretario del loro partito e il suo cosiddetto “giglio magico” li hanno regolarmente e duramente trattati in occasione di tutte le riunioni formali della direzione e dell’Assemblea finora tenute: con disprezzo delle loro posizioni e della loro dignità politica. Certo, la maggioranza ha il diritto di fare valere i suoi numeri, meglio se accompagnati dalle idee, ma, in un partito democratico, le minoranze, tutte, devono essere ascoltate e rispettate. Non è chiaro, mentre alcuni “pontieri”, forse tardivamente, probabilmente pochissimo presi in considerazione, svolgono una difficilissima opera di mediazione, se Renzi è disponibile a quello che per lui sarebbe non soltanto ascolto, ma un passo indietro su una tabella di marcia disegnata per acquisire il controllo totale del partito e dei gruppi parlamentari prossimi venturi.

Qualcuno, fra i commentatori politici, spesso gli stessi che sono stati a favore del “sì”, già si affanna a gettare tutta la responsabilità di un’eventuale scissione sulle spalle degli oppositori di Renzi accusandoli, da un lato, di indebolire il partito e addirittura l’Italia e, dall’altro, affermando che desiderano una legge proporzionale soltanto per sopravvivere. Come se con il Mattarellum o con un sistema di collegi uninominali quelle minoranze non potessero risultare comunque utili al PD e spesso decisive alle vittorie collegio per collegio! La divisione imporrà comunque la ricerca di accordi su basi nuove e con prospettive mutate.

Nell’Assemblea, giocatore d’azzardo come pochi, Renzi potrebbe andare a vedere se davvero basterà qualche piccola concessione in materia di data del Congresso, uno scivolamento di mese o poco più, senza compromettersi sulla scadenza della legislatura (da lui, peraltro, indicata nel passato proprio nel febbraio 2018) e del governo Gentiloni. Lo scontro, però, riguarda la linea politica e le persone, con le loro, spesso legittime, ambizioni. Il PD non ha mai saputo fondere le culture riformiste che dovevano stare a suo fondamento e, sostanzialmente, le ha viste affievolirsi, se non scomparire. Il segretario ritiene quello della cultura politica è un argomento di poco interesse. Infatti, ha già respinto la richiesta di una conferenza programmatica. La probabile scissione, forse solo procrastinabile, potrebbe avere come effetto, non voluto, ma neppure sgradito, quello di obbligare sia le minoranze sia i renziani a elaborare una visione di che paese desiderano e con quali riforme intendono costruirlo. Il segretario, che ha ancora adesso il potere di scongiurare la scissione e ne porterebbe le maggiori responsabilità, dovrebbe lanciare lui la conferenza programmatica come sua iniziativa. Potrebbe farne una giornata particolare obbligando tutti a confrontarsi e rendendo un buon servizio al Partito Democratico.

Pubblicato AGL 19 febbraio 2017