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Ripensare il finanziamento della politica @rivistailmulino fascicolo 1/20

Articolo pubblicato su “il Mulino”, 1/20, n. 507, pp. 45-52

Contro il finanziamento pubblico di questi partiti è il titolo di un mio articolo che “il Mulino” riuscì fulmineamente a pubblicare (vol. XXIII, marzo/aprile, pp. 233-255) prima che la legge n. 195 del 2 maggio 1974, primo firmatario il capogruppo della Democrazia cristiana alla Camera dei Deputati Flaminio Piccoli, concordata con tutti gli altri partiti ad eccezione del Partito Liberale Italiano (che in seguito ne tentò, senza successo, l’abrogazione per via referendaria) fosse licenziata rapidissimamente dal Parlamento bicamerale (a riprova che la volontà politica dei “legislatori” è sempre in grado di prevalere sull’assetto strutturale anche del bicameralismo paritario italiano). Naturalmente, non fui l’unico critico. L’analisi di poco successiva che apprezzai maggiormente fu quella di Ernesto Bettinelli (La legge sul finanziamento pubblico dei partiti, in “Il Politico”, vol. 39, n. 4, Dicembre 1974, pp. 640-661). Eravamo e, credo, siamo rimasti sulla stessa lunghezza d’onda e, poiché l’argomento è il peso del denaro in politica, aggiungerò che la convergenza di opinioni, non a vanvera, ma informate, riguardò anche il conflitto d’interessi (do you remember?)

La posizione che argomentai allora era che fosse sbagliato e persino dannoso per i partiti e per la competizione democratica finanziare le strutture e i loro apparati invece delle attività essenziali in un regime democratico: propaganda e strumenti per la diffusione di idee e proposte per continuare a offrire una pluralità di scelte effettive (non di, più o meno appassionate e appassionanti, testimonianze) non soltanto al momento del voto, ma nel corso del tempo. Quei partiti italiani riuscirono a sfuggire per qualche tempo al giudizio del popolo (sic) salvati dalle allora zone rosse, Emilia-Romagna in testa, nel referendum dell’11 giugno 1978 promosso dai radicali. Il 43,6 per cento degli elettori (me, ovviamente, compreso) si pronunciò per il “sì” all’abrogazione. Quel che più conta, proprio grazie ai fondi pubblici, quei partiti ebbero modo di evitare qualsiasi riforma della loro organizzazione e dei loro comportamenti. Quanto all’organizzazione, non mi riferisco alla necessità/indispensabilità di introdurre modalità democratiche nel loro funzionamento (su cui ho scritto di recente: La democrazia nei partiti (degli altri), in “il Mulino”, vol. LXVIII, Novembre/Dicembre 2019, pp. 908-915). Considero, piuttosto, la volontà di aprirsi davvero ad una società che cambiava e della quale quei partiti, resi ancora più autoreferenziali dai soldi pubblici, pensarono, invece, di non avere bisogno né di studiarla né di “incontrarla”. La legge 195/1974 fu, da un lato, il compimento e l’epitome della partitocrazia italiana, dall’altro, una confortevole rete di sicurezza.

La crisi arrivò qualche tempo dopo sulla scia di Mani Pulite, intesa, per la parte che ci interessa qui, come la sconvolgente scoperta, ad opera degli elettori poiché i politici “non potevano non sapere”, che neppure il notevole flusso di denaro pubblico bastava ai partiti e ai loro dirigenti che vi aggiunsero abbondanti tangenti, mazzette, bustarelle e altro costruendo una sostanzialmente onnicomprensiva cappa di corruzione sistemica. Con il 90.3 per cento di sì, il 18 aprile 1993 l’elettorato si espresse per l’abolizione totale della legge (ne scrissi l’epitaffio subito dopo: Referendum: l’analisi del voto, in “Mondoperaio”, anno 31, n. 7-8, pp. 18-24). È quasi impossibile, meriterebbe un articolo specifico, seguire poi tutti i tentativi, spesso nel cuore della notte, effettuati dai partiti per continuare per continuare ad avvalersi, più o meno di straforo, di somme tutt’altro che limitate fino all’abolizione definitiva (sic) addirittura dei rimborsi elettorali sancita per decreto dal governo Letta nel 2014.

Che cosa rimane? Rimangono finanziamenti tutt’altro che irrisori per l’attività dei gruppi parlamentari assegnati in base alla loro consistenza numerica. A questo proposito, chi volesse davvero rendere difficile, eliminare mi pare impossibile, il fenomeno del trasformismo, potrebbe avanzare la proposta che i parlamentari che lasciano il gruppo al quale hanno aderito al momento della loro elezione non portano con sé quanto spetta al loro gruppo. Questo punto è significativo. Lo ripeterò più avanti. Rimane il 2 per mille che i contribuenti possono destinare al partito che preferiscono. Rimangono le cosiddette erogazioni liberali dei cittadini che le possono detrarre fino alla cifra di 30 mila Euro. Direi che, complessivamente, i partiti riescono comunque ad acquisire una cifra non marginale per svolgere attività politiche non solo di routine. Dovremmo, dunque, preoccuparci della presunta miseria di fondi nella quale i partiti italiani, anche grazie alla loro fattiva collaborazione, sono caduti?

Certamente, non è neppure da prendere in considerazione l’ipotesi che la loro miseria di idee derivi dalla carenza di denaro. Forse, è più vero il contrario. Peraltro, alcune Fondazioni legate a dirigenti di partito, ma sarebbe opportuna una ricognizione approfondita, sono in condizione di raccogliere e ricevere fondi appositi e di produrre attività visibili, non soltanto di propaganda, ma anche di ricerca, in qualche modo utili alla politica. Anche se è possibile ritenere e sostenere che la cattiva qualità della politica italiana non dipende dalla carenza di fondi, non possiamo non porci il problema del rapporto fra i soldi e la politica in Italia, oggi. Ieri, Craxi lo disse a chiarissime lettere nel suo discorso alla Camera dei Deputati, i soldi “andavano” un po’ a tutti i partiti (sento, però, che dovremmo procedere a opportune differenze sia quantitative sia nelle modalità con le quali quei soldi si “muovevano” e dove effettivamente finivano) anche se da quasi vent’anni esisteva il finanziamento pubblico dei partiti in quantità che erano certamente alquanto generose. Che cosa facevano quei partiti negli anni Ottanta e Novanta e perché avevano bisogno di una crescente quantità di denaro? A questa domanda è imperativo azzardare una risposta prima di affermare la necessità di tornare/ridefinire modalità di finanziamento pubblico.

La prima risposta ruota intorno alla politica italiana come si era strutturata, quasi monopolizzata dai partiti la cui competizione era sempre stata molto intensa e che si era acuita con la sfida socialista diventando per alcuni sostanzialmente una questione di vita e di morte. I partiti piccoli: Liberali, Repubblicani, Socialdemocratici, privi di entrate derivanti dagli iscritti e da feste di autofinanziamento, avevano assoluto bisogno di molto denaro semplicemente per sopravvivere. Più si alzava il livello della competizione, e certamente fu Craxi ad alzarlo (non è un demerito), più servivano soldi a tutti i competitors, al PSI più degli altri poiché la sua sfida competitiva si scontrava con due avversari molto attrezzati: DC e PCI. Naturalmente, oltre alla competizione fra i partiti, esisteva anche una competizione dentro i partiti, fra le correnti, in particolare, all’interno sia della DC sia dello stesso PSI. Ancora una volta erano i socialisti ad avere più bisogno di soldi poiché la lotta fra correnti fu durissima fino a quando Craxi ottenne il completo controllo del partito, dopo il Congresso di Verona nel maggio 1984. Soprattutto, però, furono i dirigenti socialisti candidati alla Camera in varie aree del paese ad avere bisogno di soldi che il centro non consegnava loro (no, il PSI non fu mai un partito “federale” come si diceva fosse, ma non fu, il Parti Socialiste di Mitterrand) per le loro campagne elettorali personali(zzate). Il numero di voti di preferenza da ciascuno di loro ottenuti ne consacrava la “capacità” politica, ne aumentava il prestigio, veniva tenuto nel massimo conto e fatto valere per ottenere cariche di governo. Ricordo qui che Craxi si oppose frontalmente al referendum sulla preferenza unica con l’invito ad andare al mare affinché non fosse conseguito il quorum, consapevole che la lotta per le preferenze (allora tre o quattro a seconda della dimensione delle circoscrizione) costituiva uno strumento importante per mobilitare una pluralità di settori di elettorato potenzialmente socialista.

Tutto questo fa parte del passato, di un passato che è utile conoscere per andare oltre verso una situazione migliore. Il problema è, però, fondamentalmente simile: è giusto finanziare i partiti di oggi con fondi pubblici? Qual è la somma da considerarsi complessivamente adeguata e con quali criteri dovrebbe essere attribuita e distribuita, a chi? Probabilmente, il primo passo da compiere dovrebbe consistere in un esercizio il più accurato possibile di spending review. Quanto i partiti oggi rappresentati in Parlamento spendono per la loro vita quotidiana e quali sono precisamente le loro voci di spessa? Non partiamo da zero poiché alcune cifre sono note, quelle che riguardano il finanziamento dei gruppi parlamentari sulla base della loro consistenza numerica e i fondi che vanno a ciascun parlamentare per pagare suoi collaboratori. Quanto al primo punto, il fenomeno del trasformismo nella sua versione di passaggio di parlamentari da un gruppo ad un altro gruppo indebolisce economicamente il gruppo che perde quei parlamentari e rafforza il gruppo che li riceve/accoglie. Ovviamente, se i parlamentari passano al gruppo misto è il gruppo di partenza che perde senza che venga rafforzato un altro gruppo. Le misure contro il trasformismo, se lo si ritiene fenomeno particolarmente nocivo per la vita politica, per la qualità della rappresentanza e per il ruolo e prestigio del Parlamento, possono essere anche altre. Peraltro, nulla vieta che il parlamentare trasformista possa essere punito anche nei fondi che gli sono assegnati personalmente né cozza contro l’assenza di vincolo di mandato che riguarda la sua libertà di voto non le sue traiettorie. Ricordo, comunque, che parlamentari assidui e intenzionati a contare che sappiano le domande da fare riescono ad ottenere un’assistenza eccellente dai funzionari di Camera e Senato e dai rispettivi uffici studi. Insomma, l’attività parlamentare dei singoli e dei gruppi non necessita ulteriori finanziamenti. Semmai, il mio suggerimento è eventualmente di provvedere a rafforzare anche numericamente gli apparati dei funzionari di Camera e Senato.

In verità, quando i partiti e i loro dirigenti chiedono più soldi giustificano la richiesta con riferimento a due tipi generali di attività: in primis, le campagne elettorali; secondo, il mantenimento dei rapporti con gli elettori anche fra una campagna elettorale e quella successiva. È un peccato che nessuno degli studiosi abbia esplorato in maniera approfondita né l’una né l’altra di queste attività. Impareremmo molto sia sulla società italiana e le sue richieste alla politica/ai politici sia sulle trasformazioni e le inadeguatezze dei partiti, dei politici, dei candidati, degli eletti. Di nuovo, in partenza suggerisco ancora una accurata opera di spending review che sarà certamente più delicata di quella che ha riguardato le spese in parlamento per le attività colà svolte. Infatti, sia le campagne elettorali sia i rapporti con gli elettori (e, immagino, con gruppi organizzati e con vere e proprie lobby) potrebbero contenere per ciascun partito e, chi sa, anche per qualche candidato, sia elementi al limite del lecito che, ovviamente, il partito vorrà tenere nascosti, sia elementi che, seppure leciti, è preferibile che non vengano resi noti poiché originali, innovativi, peculiari ad un candidato e/o al suo partito, tali da produrre effetti positivi. È giusto che la riservatezza venga garantita e che l’innovazione non venga svelata a vantaggio di chi non ha saputo fare altrettanto.

Non so dire quanto il sistema del Movimento 5 Stelle, che si basa sulla Piattaforma Rousseau, debba essere effettivamente collocato fra le innovazioni politico-comunicative. Sappiamo che non è stato imitato da nessuno dei concorrenti e sappiamo anche che il suo funzionamento e il suo finanziamento contengono elementi di riservatezza/segretezza variamente e fortemente criticati (e, aggiungo, criticabili). Saperne di più sui costi di quella Piattaforma, sugli eventuali, ma probabili, profitti del proprietario e gestore Davide Casaleggio e sulla provenienza dei fondi che ne consentono l’utilizzo è una lecita curiosità di chi desidera conoscere i costi della politica eventualmente da coprire con fondi pubblici.

Nella misura in cui i finanziamenti pubblici debbano essere ripristinati, essenzialmente per coprire i costi delle campagne elettorali, allora bisogna riflettere su almeno due aspetti importanti. Primo: per garantire la parità dei punti di partenza nelle competizioni elettorali è necessario che tutti i partiti e tutti candidati abbiano gli stessi fondi per organizzare eventi, distribuire messaggi, ottenere presenze televisive? Oppure i fondi andranno esclusivamente ai partiti (già) presenti nel Parlamento e ai loro candidati in quelle campagne elettorali? Non finiremmo in questo modo per dare vita ad una situazione di “cartello” fra partiti insediati che si spalleggiano nella quale diventa molto difficile, al limite dell’impossibile per partiti nuovi ottenere finanziamenti e quant’altro? D’altronde, potremmo anche legittimamente sostenere che, per avere accesso a fondi e servizi, spetterebbe ai partiti nuovi raggiungere in proprio una incerta soglia minima. Per esempio, raccogliere dai privati una predefinita somma di denaro che lo Stato raddoppierebbe. Quanti “piccoli” versamenti da quale numero minimo di privati (500 Euro massimo per ciascuno da almeno mille finanziatori/sottoscrittori) dovrebbero essere richiesti?

Come è facile notare subito, questa è una strada irta di ostacoli, forse anche di inconvenienti, che si presta più di un’obiezione, ma mi pare che meriti di essere percorsa anche perché coinvolgerebbe e responsabilizzerebbe i cittadini-elettori e non solo. Il messaggio non è “fatevi il vostro partito”, ma “sostenete chi porta avanti le vostre idee, le vostre preferenze, i vostri interessi”. Il secondo aspetto, che è ancora più importante, riguarda il tipo di sistema elettorale vigente. Una legge elettorale proporzionale non può che accompagnarsi a finanziamenti che vanno ai partiti, ai loro segretari amministrativi. Per quanto si possa statuire che i fondi saranno distribuiti anche alle organizzazioni locali, se le dimensioni delle circoscrizioni sono elevate, i costi delle campagne elettorali saranno di conseguenze prevedibilmente alti. Chi vuole tenere bassi i costi delle campagne elettorali deve volere circoscrizioni piccole, nelle quali si eleggano dieci o meno deputati. In questo caso i costi si ridurranno, ma non potranno comunque essere irrisori. Qualora, invece, vi siano collegi uninominali i costi delle campagne elettorali potranno effettivamente essere abbastanza contenuti, come, in Gran Bretagna dove vengono eletti 650 deputati e in ciascun collegio gli elettori variano da 80 a 100 mila elettori circa. Ovviamente, se il referendum non sconfiggerà il taglio dei parlamentari italiani, quand’anche, ipotesi del terzo tipo, si introducessero in Italia i collegi uninominali (inevitabilmente facenti parte di una legge elettorale maggioritaria), ciascuno di loro per la Camera dovrebbe contenere più di 125 mila elettori e per il Senato il doppio, vale a dire 250 mila. Il costo delle campagne elettorali risulterebbe sicuramente piuttosto più elevato di quelle inglesi. Qui non discuto minimamente le difficoltà di dare rappresentanza politica adeguata che conseguono dalla riduzione del numero dei parlamentari, ma è possibile in questo contesto sostenere che la democrazia ha davvero un costo e che è indispensabile che i cittadini siano informati su quello che segue al risparmio, non ingente, derivante dal taglio delle “poltrone”.

Ho la tentazione di concludere con alcune, poche, affermazioni drastiche, quasi apodittiche. Prima affermazione: ai partiti in quanto organizzazioni bisogna dare soltanto una quantità minima di denaro pubblico. È molto meglio finanziare adeguatamente l’attività dei gruppi parlamentari anche al fine di riacquisire attraverso il miglioramento delle loro prestazioni il prestigio perduto dai parlamentari e dal Parlamento in quanto tale. Seconda affermazione: è opportuno finanziare le campagne elettorali, meglio se, da un lato, offrendo servizi gratuiti ai partiti, dall’altro, procedendo a rimborsi per attività svolte dai partiti (e dai candidati), quelle attività che servono la politica garantendo effettiva competizione e mettendo a disposizione degli elettori il massimo di informazioni (aggiungerei, persino, in maniera visionaria, la possibilità e la strumentazione del fact checking) Infine, molti di questi nobili obiettivi: spese contenute, competizione reale, diffusione di informazioni, più potere agli elettori sono più facilmente conseguibili laddove e quando la legge elettorale prevede l’esistenza di collegi uninominali. Che qualche riformatore elettorale, soprattutto coloro che si collocano anche fra i risparmiatori, mi auguro che ce ne siano di disponili a mettersi all’opera, voglia tenere conto di questa cruciale indicazione?

Discutere se, come, quanto finanziare con denaro pubblico la politica democratica continua a essere un’operazione importante. Naturalmente, è altrettanto importante valutare se, come e quanto chi intende “fare” politica a tutti i livelli debba essere messo in condizione di ottenere denaro anche dai privati oppure soltanto dai privati oppure, ancora, in quale mix dal pubblico e dai privati. A qualunque soluzione si giunga, un elemento è irrinunciabile: bisogna che qualsivoglia finanziamento di provenienza dai privati al di sopra di una somma minima, che potrebbe essere indicata in 20 Euro, sia riconducibile a chi l’ha versata. Chi dà denaro a candidati, partiti e eletti compie un atto politico. Come qualsiasi altro atto politico il versamento di fondi deve essere pubblico, forse, meglio, deve, secondo modalità da stabilire, potere essere reso pubblico. È vero che in nessun luogo è oramai possibile fare politica senza disporre di denaro. Ma è altrettanto vero che un po’ dappertutto i cittadini diffidano di coloro che si fanno largo in politica grazie al loro denaro o alle donazioni che ricevono o ai fondi che ottengono, in maniera più o meno sregolata, dalle casse dello Stato e da altri soggetti. Credo sia essenziale aggiungere che la pubblicità deve riguardare anche i gruppi di pressione e i lobbisti.

Chi intende ridare dignità alla politica e ai politici stessi (dei quali troppi sostengono, con una buona dose di ipocrisia, di essere in politica “per passione” o “con spirito di servizio” e non con la legittima ambizione di acquisire cariche che consentano di produrre cambiamenti) ha l’obbligo di operare con il massimo di trasparenza. Altrimenti, il rischio che la politica in Italia ha già corso consiste nell’offrire straordinarie opportunità ai populisti. Dunque, non è sufficiente finanziare con fondi pubblici partiti e candidati. Anzi, forse, senza una meticolosa legislazione di contorno, questa modalità potrebbe risultare addirittura controproducente. Non è sufficiente neppure procedere a, pur essenziali, argomentazioni a favore di ciascuna modalità di finanziamento e di più per quello statale. È imperativo sapere garantire impeccabili controlli dei fondi e delle spese ai quali la cittadinanza sia in grado di accedere facilmente. Allora, alla fin della ballata, mi sento obbligato ad affermare che, no, non credo che in Italia sia già tornato il tempo del finanziamento pubblico della politica, con tutte le variazioni e precisazioni del caso. Alla domanda specifica risponderei: “dipende”. Spero di avere spiegato convincentemente da cosa dipende e perché.

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Socio dell’Accademia dei Lincei, dal 2010 fa parte del Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia Italiana. I suoi libri più recenti sono Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019); Italian Democracy. How It Works (2020) e Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (2020).

I puri a 5Stelle sacrificano le convinzioni alle convenienze

Democrazia diretta significa che i cittadini-elettori (chiedo scusa: il “popolo”) decide direttamente, senza intermediari, sulle tematiche più importanti. Soltanto chi pensa che 52.417 attivisti (che hanno partecipato alla consultazione online n.d.r.) siano effettivamente rappresentativi di circa 9 milioni di italiani che hanno votato il Movimento il 4 marzo 2018, può sostenere che la consultazione online è stata un esempio di democrazia diretta. Due elementi sono certi. Da un lato, i dirigenti del Movimento hanno scaricato sugli attivisti la responsabilità di una decisione molto importante: autorizzare o no il Tribunale dei Ministri di Catania a processare Salvini; dall’altro, è stata travolta l’autonomia dei senatori delle Cinque Stelle, meglio, la loro possibilità di votare secondo coscienza (e conoscenza), vale a dire sulla base della loro valutazione dei fatti. Quel che più conta è che il principio che le Cinque Stelle avevano dall’opposizione variamente declamato: non concedere mai l’immunità agli inquisiti, sia stato sacrificato alla ragion, non di Stato, ma di governo. “Salvare” il Ministro degli Interni Matteo Salvini che, incidentalmente, avrebbe potuto salvarsi da sé nel processo, per non mettere a rischio il governo. Sacrificare le convinzioni alle convenienze: questo hanno fatto gli attivisti anche perché, naturalmente, avevano chiaramente capito che questa era la preferenza dei loro dirigenti e ministri. La consultazione online contiene qualche importante “insegnamento”. Coloro che ne sanno o ne dovrebbero sapere di più, i senatori che avevano accesso alle carte, non hanno potuto/voluto discuterne con coloro che hanno premuto il loro bottone senza essere riusciti ad avere informazioni aggiuntive specifiche. Si è deplorevolmente dimostrato che, in un caso di notevole delicatezza, la democrazia diretta interpretata come una procedura per prendere rapidamente le decisioni ha dei limiti gravissimi. Inoltre, forse inconsapevolmente forse deliberatamente, portata fuori del Parlamento, la procedura decisionale adottata dalle Cinque Stelle costituisce uno sfregio alla democrazia rappresentativa. Non è possibile sapere che cosa avrebbero desiderato e scelto gli elettori delle Cinque Stelle, ma è sicuro che a nessuno dei loro senatori potrà essere imputata qualsiasi responsabilità per la decisione assunta. Quei senatori non potranno spiegare il loro voto e non dovranno renderne conto a nessun elettore. Delegare le decisioni importanti alla piattaforma online –non mi chiedo neppure se siano possibili manipolazioni né se dovrebbero essere gli attivisti e non i dirigenti a decidere cosa sottoporre al voto e quando- significa che i rappresentanti eletti non sono chiamati a svolgere nessun ruolo significativo e che, di conseguenza, il Parlamento, come suggerito qualche mese fa da Davide Casaleggio, finirebbe per rivelarsi inutile. La democrazia semi-diretta mette malamente fine alla democrazia rappresentativa e diventa democrazia pilotata.

Pubblicato AGL il 19 febbraio 2019

Quorum e democrazia diretta ai tempi della propaganda

Le democrazie parlamentari rappresentative funzionano in maniera soddisfacente laddove ne sono rispettate le regole e le procedure. Ad esempio, quando i decreti del governo sono emanati solo “in casi straordinari di necessità e urgenza” (art. 77 della Costituzione italiana); quando entrambe le Camere dispongono di tempo adeguato per esaminare, eventualmente emendare, infine, approvare i disegni di legge (art. 72) senza, tranne eccezionalmente, essere coartate dal voto di fiducia. I rapporti fra governo e parlamento richiedono uomini e donne rispettosi di modalità e limiti per non cadere, da un lato, nella dittatura del governo, dall’altro, nell’assemblearismo aggravato dal trasformismo. Sempre critici del Parlamento, i dirigenti del Movimento 5 Stelle vogliono arrivare alla democrazia diretta, ma dal dire al fare, com’è noto, c’è di mezzo il mare. Peraltro, sulla democrazia dentro il Movimento e sulle modalità di operazione della piattaforma Rousseau che dovrebbe garantirla, le critiche sono già state molte e argomentate. Per dare più potere ai cittadini, il ministro 5 Stelle Fraccaro ha presentato un disegno di legge sul referendum propositivo. L’intenzione è di consegnare parte del potere legislativo ai cittadini. Raccolte 500 mila firme a sostegno di un disegno di legge, se il Parlamento non lo approva oppure approva un testo molto diverso si dovrà tenere un referendum con i cittadini chiamati a scegliere fra le due opzioni. Questo tipo di referendum richiede una riforma della Costituzione che potrebbe a sua volta essere sottoposta a referendum se approvata da meno di due terzi dei parlamentari. Al momento, il punto controverso è il quorum di partecipazione al referendum affinché una proposta sia approvata dagli elettori. Le 5 Stelle dicono: “nessun quorum” per premiare i cittadini partecipanti. Sembra, invece, che la Lega desideri un quorum, il 33 per cento. Potrebbero esservi anche altri problemi. Il primo sarebbe l’intasamento del Parlamento obbligato a occuparsi in tempi predefiniti di una pluralità di proposte venute dal “popolo”. Il secondo sarebbe quello di una legislazione occasionale e casuale, priva di qualsiasi coerenza programmatica, con un probabilmente molto basso tasso di partecipazione dei cittadini e, quindi, con la legittimità dell’esito sempre molto criticabile. Qualcuno ha adombrato che l’introduzione del referendum propositivo sia una mossa delle Cinque Stelle per dimostrare che, come profetizzato da Davide Casaleggio, il Parlamento sta perdendo la sua utilità. A me pare che si tratti di una fuga propagandistica in avanti e che sarebbe di gran lunga preferibile che governo e parlamento si preoccupassero di migliorare i loro rapporti, di applicare davvero i dettati della Costituzione e di trovare forme di consultazione, di informazione e di “educazione” dei cittadini (ad esempio, facendo ricorso a esperimenti di “democrazia deliberativa” già attuati a livello locale)tali da migliorare la qualità della democrazia italiana.

Pubblicato AGL il 10 gennaio 2019

Gli irriducibili del referendum perduto

A quasi due anni dal referendum costituzionale, gli sconfitti non riescono a farsene una ragione. Anzi, con un implausibile ricorso al post hoc ergo propter hoc attribuiscono la responsabilità di tutti gli esiti negativi, compresa la formazione del governo Cinque Stelle-Lega, a chi ha votato “no”. Non sembrano neppure sfiorati dal dubbio che quelle riforme fossero malfatte e controproducenti, che la campagna plebiscitaria dell’autore di riforme male fatte, tecnicamente, quindi, “malfattore”, abbia provocato reazioni di rigetto, che le argomentazioni a sostegno siano state mediocri e faziose.

Ho ascoltato più volte qualche professore per il “sì” affermare senza nessun ripensamento che la riforma del Senato avrebbe posto fine al bicameralismo “perfetto” (che, se fosse tale, sarebbe davvero da preservare). Il governo giallo-verde deriverebbe dall’esito referendario, anche se non facilmente spiegabile è come mai le Cinque Stelle abbiano accresciuto i loro voti fra il 2013 e il 2018 e la Lega li abbia addirittura quadruplicati. La loro campagna elettorale si è svolta principalmente su temi costituzionali, su quella vittoria, oppure, rispettivamente, su reddito di cittadinanza e blocco dell’immigrazione? Nessuno fra gli sconfitti che si chieda dove sono finiti quel 40 per cento di elettori del PD nelle europee del maggio 2014 e poi del “sì” che il segretario Renzi, mai smentito dai suoi collaboratori, al contrario, applaudito e osannato, rivendicava come suoi facendo un paragone azzardato con lo scarno 26 per cento per Macron nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi? Comunque, dimenticando le sconfitte nelle elezioni amministrative del 2015, dove sono finiti e a chi quei voti fuggiti che hanno lasciato il PD al 18 per cento circa? Non sono certamente stati conquistati da Liberi e Uguali, il cui esito percentuale (e politico) è stato assolutamente deludente. La campagna elettorale del PD nel 2018 è stata impostata e condotta in maniera brillante? L’attacco a due punte, Renzi e Gentiloni, ha valorizzato le riforme e la figura del Presidente del Consiglio, già allora più popolare del due volte segretario del partito? È mai passata (se esisteva) l’idea che il PD s preoccupasse delle diseguaglianze, fosse il partito che avrebbe operato per ridurre quelle esistenti e per creare eguaglianze di opportunità? E tutto questo c’entrava qualcosa con la sconfitta referendaria, era impedito da quella sconfitta oppure reso più impellente? Quelle cattive riforme avrebbero cambiato in meglio la Costituzione italiana, che non è necessario considerare la più bella del mondo (non esiste concorso di bellezza per le Costituzioni altrimenti assisteremmo alla paradossale vittoria della Costituzione che non c’è: quella inglese) per valutarne positivamente le qualità? Mancano al loro dovere di difesa della Costituzione gli esponenti del no che non scendono in piazza contro le elucubrazioni di Davide Casaleggio sulla futura probabile inutilità del Parlamento? Oppure il confronto fra riforme fatte e proposte futuribili è improponibile, oltre che un processo alle (non) intenzioni?

Potrei concluderne che la pochezza argomentativa degli irriducibili giapponesi del sì è rattristante. Potrei anche aggiungere che sono fatti loro, parte della spiegazione di una sconfitta sonora che non hanno mai saputo spiegarsi e che continuano a non capire. Dirò, invece, che gli sconfitti del sì, chiusi nella loro torre dalla quale vedono solo le responsabilità altrui, privano il paese e i loro elettori di un’opposizione sulle cose, in grado di contrastare un governo al quale diedero prematuramente via libera, e di controproporre. Chi non impara dalla storia è condannato a riviverla (ma alcuni fra noi non si meritano questa punizione).

Pubblicato il 18 agosto 2018

L’ antiparlamentarismo di Casaleggio, cosa c’è a monte? cosa ci sarebbe a valle?

Sono molti coloro che hanno preparato il terreno all’affermazione di Casaleggio che fra qualche lustro il Parlamento non sarà più necessario. L’antiparlamentarismo degli intellettuali e dei commentatori italiani ha una storia che nasce con Prezzolini e giunge fino a chi con grande successo ha definito Casta tutti i parlamentari. C’ è anche un antiparlamentarismo dei governanti che non vogliono il controllo ad opera di un parlamento funzionante. Però, è difficile credere che una piattaforma telematica senza controlli trasparenti garantirà più democraticità e più efficacia di un Parlamento formato con una legge elettorale decente.

La democrazia racchiusa in un solo click

Non c’è dubbio: Davide Casaleggio ha vinto il primo round. Per tre giorni di seguito, mass media, commentatori politici, dirigenti di partito hanno discusso la sua affermazione: forse, il parlamento non sarà più necessario per (cito dalla sua intervista) “garantire che il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti”. Poiché, cito di nuovo, “esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività del volere popolare di qualunque modello di governo novecentesco, il superamento della democrazia rappresentativa è quindi inevitabile”. E giusto discutere con Casaleggio e replicargli poiché è a capo del Movimento Cinque Stelle, lo schieramento che ha ottenuto di gran lunga più voti e più seggi nel “modello di governo novecentesco” che esiste in Italia. Se si avverasse la sua profezia che fra qualche lustro il Parlamento “non sarà più necessario”, quali saranno gli strumenti di democrazia diretta non solo più efficaci, ma più democratici?. Non è chiaro come Casaleggio valuti l’efficacia: una decisione presa il più rapidamente possibile? Una decisione che consegua l’obiettivo voluto? La democraticità sembra più facile da valutare: una decisione presa dal maggior numero possibile di cittadini? Forse anche dalla maggioranza più elevata possibile. Così ricompare il miraggio, totalitario, dell’unanimità, della volontà generale di Rousseau. Quanti cittadini parteciperanno alla decisione telematica? Oggi ci preoccupiamo del declino dell’affluenza alle urne, ma quale sarà la percentuale di votanti con i loro click sufficiente a considerare la decisione effettivamente democratica? Sappiamo che la maggioranza dei cittadini-elettori non è molto interessata alla politica e non è abbastanza informata sulla politica. Sappiamo anche che tocca ai rappresentanti, più interessati alla politica e più informati (anche se oggi meno che nel passato quando i partiti selezionavano i rappresentanti), prendere le decisioni al meglio delle loro conoscenze, cercando di interpretare le preferenze del maggior numero di elettori, anche perché, giustamente, vogliono essere rieletti. Oggi, le elezioni parlamentari sono libere, condotte in condizioni di accettabile parità, competitive, sotto gli occhi dei mass media. Sulle procedure di scelta delle candidature e di decisione sui programmi attraverso la piattaforma Rousseau poco o niente sappiamo. La trasparenza che le Cinque Stelle chiedono a gran voce non l’hanno mai applicata alle loro attività. Quali saranno i controlli possibili nella democrazia telematica che avrà superato la democrazia rappresentativa? Infine, ma davvero la concezione di democrazia di Casaleggio è così scarna e povera da ridursi al momento della decisione “sì/no”? Chi e come avrà istruito le decisioni? Come saranno ascoltati i pareri e le opinioni degli esperti, degli scienziati, dei “baroni dell’intellighenzia”? Quali decisioni nella società complessa, certamente non destinata a sparire, sono effettivamente riducibili a un “sì/no”? Tutto nella prossima intervista.

Pubblicato AGL il 26 luglio 2018

Il rischio totalitarismo dietro un’idea sbagliata

Intervista raccolta da Francesco Grignetti

 

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienze politiche a Bologna, ha sentito che Davide Casaleggio dà ormai per boccheggiante la democrazia rappresentativa?

Guardi, tutte le democrazie del mondo sono rappresentative. Il giovane Casaleggio intende forse dirci che è morta la democrazia?

Casaleggio immagina un mondo di un futuro prossimo dove il Parlamento sia sostituito da un continuo ricorso al voto elettronico.

Pensare che il Parlamento sia inutile, può venire in mente solo a chi pensa che sia il luogo dove si fanno le leggi. Errore. I parlamenti servono per sostenere i propri governi, ma anche a controllarli. Consentono il confronto tra maggioranza e opposizione. Sprigionano informazioni utilissime ai cittadini. Fanno emergere le pluralità e le differenze. Affrontano emergenze come i terremoti o le guerre. Tutte azioni che non si possono sostituire con un click.

Il suo ultimo libro s’intitola «Deficit democratici». Le nostre democrazie arrancano nella sfida con la modernità.

Ma la ricetta non può essere l’abolizione dei parlamenti. Anche a voler prendere sul serio la suggestione di Casaleggio, è mai possibile immaginare di convocare in seduta telematica permanente i cittadini per sentire la loro opinione quando c’è da fronteggiare un’emergenza? Da un lato è un’illusione. Dall’altro, una minaccia. Indica un percorso in direzione totalitaria. E ricordo a tutti che i sistemi totalitari sembrano tanto efficienti e veloci, ma sono terribilmente rigidi. Funzionano finché non crollano di colpo. In genere sulla testa di chi li ha creati

Pubblicato il 24 luglio 2018

Caro Casaleggio, il Parlamento serve eccome!

 

Parla Pasquino

Il Parlamento rappresenta il Paese, consente confronti fra governo e opposizione, è luogo di dibattiti che producono informazioni. Il commento di Pasquino, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e autore di Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea editore

“Forse in futuro il Parlamento sarà inutile”. Sembra che queste siano le parole pronunciate da Davide Casaleggio. Non arriva per primo a questa conclusione. È persino troppo buono poiché altri sostengono addirittura che il Parlamento è dannoso. Impedisce ai governanti di decidere rapidamente e di fare attuare senza fronzoli le loro decisioni. No, non li rincorrerò gli anti-parlamentaristi. Sono troppi, esistevano prima di Mussolini, continueranno a esistere anche dopo le Cinque Stelle.

Fanno parte dell’autobiografia dell’Italia, di quell’Italia, che è tanta, che non solo non conosce la Costituzione (ma potrebbe essere obbligata a studiarla), ma meno che mai si interessa delle istituzioni. Deprimenti sono sempre le risultanze delle ricerche sulle conoscenze istituzionali degli elettori italiani, ma anche dei troppi commentatori politici che lamentano il tramonto o l’eclissi del Parlamento qualora tramontasse la sua perdita di centralità poiché non fa più le leggi.

È molto probabile che Casaleggio attribuisca l’inutilità prossima ventura del Parlamento proprio alla non necessità che il Parlamento faccia le leggi. Saranno prodotte in tempi molto più brevi senza troppe discussioni dalla piattaforma Rousseau. Qui, si affaccia l’incultura costituzionale di Casaleggio e di  troppi commentatori e cittadini.

Lo dirò brutalmente: il compito principale dei parlamenti nelle democrazie contemporanee non è quello di fare le leggi. Ancora più brutalmente scriverò che in pratica le leggi le fanno i governi, con un’unica eccezione: il presidenzialismo Usa nel quale le leggi le fa il Congresso, e che è persino giusto che sia così. I dati rilevano che dappertutto ogni cento leggi approvate come minimo ottanta sono di origine governativa. Un buon Parlamento analizza, emenda, migliora, ma non diventa per questo il facitore delle leggi. Legiferando è il governo che attua il programma sottoposto all’elettorato sul quale ha ottenuto consenso maggioritario.

Uscendo dal Parlamento che mai fu legislatore, troviamo, però, compiti importantissimi che nessuna piattaforma e nessuna altra istituzione può svolgere. Dove la legge elettorale è buona, il Parlamento rappresenta il Paese (è rappresentanza politica, non sociologica, non rispecchiamento), consente confronti fra governo e opposizione, è luogo di dibattiti spesso importanti che producono informazioni. Un Parlamento può funzionare male, ma, sicuramente, non è obsoleto, non è inutile, non è neppure irrilevante. Non sarà mai sostituito da frotte di click che abbracciano una piattaforma controllata da poche persone.

Pubblicato il 23 luglio 2018 su formiche.net