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Craxi Sine ira ac studio @Mondoperaio

Da Mondoperaio 3/4, 2020, pp. 81-85

Non ho mai “odiato” Craxi, ma neanche l’ho esaltato. Nel 1987 quando mi candidai a capogruppo della Sinistra Indipendente del Senato una schiacciante maggioranza dei colleghi mi votò contro perché, dissero, ero filo-socialista. In verità, ero (e continuo a essere) irrimediabilmente a favore di un’alternativa di sinistra che, allora, come oggi, richiede un forte partito socialista. Non dissi e non scrissi mai che Craxi aveva prodotto una “mutazione genetica” del Partito Socialista Italiano. Ho incontrato Craxi tre volte. La prima all’inizio del 1978 in un hotel di Roma. Invitato da Luigi Covatta stavamo preparando il Progetto Socialista che il segretario avrebbe illustrato al Congresso di Torino nell’aprile di quell’anno. Facendo una visita improvvisa Craxi chiese “chi è Pasquino?” Non perché io fossi particolarmente importante, ma perché ero l’unico di quel piccolo gruppo che non conosceva. La seconda volta fu nel dicembre 1988 alla commemorazione nella Sala Zuccari del Senato in occasione del decimo anniversario della morte di Lelio Basso. Ero seduto in prima fila, ma molto defilato rispetto agli oratori. Nell’unico posto libero di fianco a me si sedette Craxi arrivato all’ultimo momento, appena affannato. Notai che era elegantemente vestito con una camicia bianca impeccabile. Come se ci conoscessimo da tempo (e/o mi avesse subito riconosciuto), in poche parole mi ricordò che aveva conosciuto Basso negli anni quaranta nello studio di avvocato di suo padre a Milano e sbuffò che quel Rodotà lo irritava alquanto e non solo per il suo eloquio. La terza volta, non ricordo precisamente l’anno, forse il 1990, ma il mese e il giorno sì: giugno, sabato mattina. Doveva esserci una qualche votazione eccezionale in Senato. Saranno state le 9 e mezza. Entrai in Piazza Navona provenendo da Via Zanardelli (cioè, dal Tevere). Lo facevo regolarmente perché la vista dell’intera piazza senza turisti mi affascinava. All’altezza dell’edicola, che da oramai troppo tempo non esiste più, notai un uomo alto in camicia bianca le maniche appena arrotolate. In una mano aveva un pacco di giornali, con l’altra teneva affettuosamente un bambino (oggi direi il nipotino) con il quale parlava camminando lentamente e piegandosi per ascoltarne le domande. Era un Craxi assolutamente inaspettato e imprevedibile in questo quadretto di famiglia. Non lo vidi più.

Ho citato questi tre episodi poiché, seppure in maniera diversa, gli autori dei due libri che danno spunto alle mie riflessioni (Claudio Martelli, L’antipatico. Bettino Craxi e la Grande Coalizione, Milano, La nave di Teseo, 2020, pp. 223, e Fabio Martini, Controvento. La vera storia di Bettino Craxi, Soveria Mannelli, 2020, pp. 202) evidenziano e sottolineano che Craxi era, volente o nolente, antipatico, spesso facendo dell’antipatia che suscitava anche un elemento politicamente rilevante, uno strumento di percussione. Non sono del tutto convinto che l’antipatia sia stata la cifra dominante del suo modo di fare politica, ma, certo, Craxi non mirò a conquistare il potere e il consenso attraverso affermazioni melense e comportamenti ossequiosi. In qualche modo, la sua durezza naturale costituisce un elemento centrale, consapevolmente e deliberatamente utilizzato da Craxi, primo leader italiano a fare ricorso a quella che in seguito è stata definita la personalizzazione della politica. Ma Craxi aveva un partito. Lo aveva conquistato. Ne fu il legittimo sostanzialmente incontrastato leader dal 1976 al 1993. Sia Martini sia, soprattutto, Martelli mettono in grande evidenza la storia (e la lealtà) di partito di Craxi, il suo percorso dentro il partito, ma anche la sua scelta (obbligata) di agire per rafforzare, anche economicamente, l’organizzazione del partito. Di fronte a quello che Craxi stesso definì “bipolarismo” di due partiti grandi e ben finanziati con metodi che sappiamo essere stati più che riprovevoli, tutto quello che serviva a potenziare il suo PSI gli sembrò accettabile.

Al proposito, però, mi pare che entrambi gli autori trascurino due aspetti molto importanti. Da un lato, Craxi non acquisì mai pieno controllo sul PSI. Anzi, lasciò, ma, forse, non poteva fare diversamente, che alcuni “luogotenenti” si imponessero come padroni dei partiti socialisti locali: dal Piemonte al Veneto, dalla Toscana alla Puglia, dalla Campania alla Sicilia, facendo il bello (per loro) e il cattivo (per la reputazione del PSI) tempo. Dall’altro, non solo non tollerò mai il dissenso interno, considerandolo elemento di divisione e pensando di saperne di più, ma accettò pratiche, come l’acclamazione a segretario al Congresso di Verona nel 1984, che non soltanto agli occhi degli avversari ne accreditarono le critiche di autoritarismo (respinte come assurde sia da Martini sia da Martelli). Credo sia tuttora opportuno ricordare che la democrazia nei partiti, già difficile da definire, non costituì certamente il tratto dominante del PCI né, ancorché in misura inferiore, della DC, partito di oligarchie competitive. Anche il vantato “decisionismo” di Craxi fu interpretato come inevitabile conseguenza di pulsioni autoritarie. Sul punto ho sempre dissentito asserendo che il decisionismo accompagnato dalla assunzione di responsabilità si colloca pienamente nel funzionamento delle procedure democratiche. In questa luce, ho valutato molto positivamente la affermazione di Craxi che in caso di vittoria degli abrogazionisti nel referendum sul taglio di alcuni punti della scala mobile, il Presidente del Consiglio si sarebbe dimesso “un minuto dopo” (Martini, p. 91).

Un partito non è soltanto organizzazione sul territorio e coesione interna. La sua forza dipende anche dalla capacità di esprimere una visione del mondo (“tu chiamala, se vuoi, ideologia”) e della società in cui agisce per conquistare il potere necessario per cambiarla e per migliorarla. Sfidare la DC, ma soprattutto i comunisti contrapponendo al loro fatiscente marxismo e al gramscismo ritualizzato, certamente non adatto all’interpretazione (e al governo) di una democrazia relativamente affluente un Vangelo socialista che aveva le sue fondamenta nel pensiero di Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) fu una scelta provocatoria, ma certamente non felice e, comunque, del tutto inadeguata all’obiettivo. Un partito che voleva essere più moderno dei suoi due maggiori antagonisti non avrebbe in nessun modo dovuto cercare dei riferimenti culturali in un pensatore della prima metà del XIX secolo, soprattutto quando il gruppo degli intellettuali socialisti era già andato molto più avanti nelle elaborazioni presentate sulle pagine di “Mondoperaio” (si veda il capitolo del libro di Martini intitolato “Gli intellettuali disorganici”). Quel “Vangelo” cadde rapidamente nell’oblio, superato da quella che rimane la più alta elaborazione socialista di quei tempi: il discorso su “meriti e bisogni” di Claudio Martelli alla conferenza programmatica di Rimini, 31 marzo-4 aprile 1982, quanto di più vicino si potesse avere alle promesse, alle esperienze e alle prestazioni delle socialdemocrazie scandinave.

Elegantemente, Martelli non si auto-elogia, mentre lapidariamente Martini intitola l’apposito paragrafo “I meriti e i bisogni, ma Bettino non applaude” (pp. 102-103). Comunque, in seguito, logoratosi il rapporto con gli intellettuali che avevano molto contribuito alla Conferenza Programmatica di Rimini, 31 marzo-4 aprile 1982, anche i meriti e i bisogni scomparvero dall’agenda di Craxi e del PSI. In verità, qualche “bisognoso” venne molto concretamente aiutato da Craxi. Furono i dissenzienti dei paesi comunisti e non pochi oppositori dei regimi autoritari del Terzo Mondo. Questa è una pagina dell’attività di Craxi lasciata alquanto in ombra che, invece, per giungere ad un bilancio equilibrato della sua opera politica deve essere illuminata proprio come fanno Martini e Martelli. Il primo intitola tutto un pregevole capitolo “Il finanziatore dei diritti umani”. Il secondo si esprime senza mezzi termini: “Non c’è, non è mai esistito un leader politico dell’Italia repubblicana che abbia difeso con tanto coraggio e tanta coerenza, a Est e a Ovest, la libertà degli uomini e i diritti dei popoli come Craxi ha fatto per tutta la sua vita” (Martelli, p. 84).

È arcinoto che il giusto e ammirevole sostegno ai dissidenti nei paesi comunisti serviva anche, ma perché no?, per mettere in evidenza le contraddizioni del Partito Comunista Italiano. D’altronde, Craxi non poteva che mirare a sottrarre voti al PCI con l’obiettivo di sorpassarlo. Quando il Parti Socialiste di Mitterrand superò in voti il Partito Comunista francese si poté permettere il lusso di includerlo nella coalizione di governo. Dunque, quello che Giuliano Amato e Luciano Cafagna chiamarono Duello a sinistra (sottotitolo Socialisti e comunisti nei lunghi anni 70, Bologna, Il Mulino, 1982) era assolutamente inevitabile. Avrebbe persino potuto essere produttivo. Invece, divenne uno scontro esageratamente personalizzato “Craxi contro Berlinguer”, con i comunisti che non smisero mai il loro, peraltro largamente ingiustificato, atteggiamento di superiorità politica, etica, personale. L’episodio che fece maggiormente scalpore, l’ho ancora nelle orecchie, furono i fischi con i quali, in maniera del tutto irrituale, ma non organizzata, i delegati socialisti accolsero al Congresso di Verona nel 1984 il segretario del Partito Comunista. Ricordo di avere ascoltato alla radio il racconto, monco, dell’avvenimento, vale a dire soltanto la frase di Craxi “non mi sono unito a questi fischi solo perché non so fischiare”. Opportunamente, Martini ricorda che Craxi aveva premesso che l’ostilità dei delegati socialisti non era diretta a una persona, “ma a una politica profondamente sbagliata” e che “se i fischi erano un segnale politico contro questa politica”, allora Craxi aveva più di un motivo per condividerli (p. 123). Quel duello a sinistra condotto senza regole e senza esclusione di colpi avrebbe travolto sia il PCI non più di Berlinguer sia Craxi e il PSI, terminando con la morte della sinistra in Italia. Non credo che riflettere su quegli avvenimenti porti alla resurrezione, ma penso che sia comunque un dovere di onestà intellettuale ricordarli.

Inevitabilmente, la valutazione dell’uomo politico Craxi continua ad essere tuttora affidata a due insiemi di avvenimenti: primo, il finanziamento illecito del Partito Socialista che ha preso il sopravvento sul secondo, vale a dire l’esito della sua attività politica. Continuo a ritenere scandaloso il silenzio, solo parzialmente imbarazzato, dei dirigenti degli altri partiti alla Camera dei Deputati quando (3 luglio 1992) Craxi denunciò la corruzione del sistema nel quale tutti i partiti operavano (erano “costretti” a operare). Sia Martelli sia Martini (paragrafo intitolato “il discorso-verità”) si soffermano sul discorso di Craxi che vale la pena di riportare nel suo punto centrale: “Buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale” e “se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo” (Martini, p. 152). E nessuno si alzò. Nessuno prese la parola. Martini commenta “quel silenzio [fu] il preannuncio di un rito collettivo: il capro espiatorio” (p. 153). Concordo in larga misura con l’interpretazione di Martini e di Martelli (pp. 208-209) che a Craxi fu riservato il ruolo di capro espiatorio in special modo perché aveva tentato di scardinare equilibri consolidati fra DC e PCI e tutti i loro numerosi sostenitori di riferimento i quali, certo, non volevano che si spalancassero i loro altarini. Martini scrive di un “complotto”; Martelli fa i nomi di uno schieramento impressionante che si attivò contro Craxi. Ripetutamente fa cenno ad un “partito del potere e del denaro” scivolando in una visione complottistica della politica che non mi pare del tutto convincente. Penso anche che da allora la situazione è soltanto parzialmente cambiata (non mi avventuro a scrivere migliorata), ma che il problema di come fare sì che il denaro non conti più dei voti, spesso, peraltro, acquisiti proprio con il ricorso al denaro e allo scambio di risorse improprie, non è affatto stato risolto nella politica italiana.

Sul secondo insieme di avvenimenti né Martini né Martelli offrono quanto ritengo sarebbe necessario e, quel che più conta, non vanno abbastanza a fondo. È possibile e giusto sostenere che quando Craxi lasciò l’Italia per Hammamet, la sua politica era stata sconfitta? Se il suo obiettivo dominante era quello di spaccare il bipolarismo DC/PCI, nei fatti era stato conseguito, ma non grazie alla azione e alla determinatezza del PSI quanto, piuttosto, a causa della caduta del Muro di Berlino e del successivo disfacimento della DC. Se, invece, il suo obiettivo era costituito dalla formazione di un governo progressista imperniato sul PSI, allora nulla di tutto questo abbiamo visto né allora né dopo. Provocatoriamente, scrivo che il Partito Democratico è la riaffermazione in forme diverse, più deboli, ma largamente rappresentative, del bipolarismo fra post-comunisti e post-democristiani. Il sistema partitico italiano è sostanzialmente destrutturato. Da qualche tempo nessuno parla più di alternanza e meno che mai di “alternativa”. Se il test dell’opera di uno statista consiste nella sua eredità, cioè nel lasciare il sistema politico in condizioni migliori di quando lo ha governato, Craxi non ha superato il test. Lo scrive con nettezza Martelli: “voleva e ha perseguito una grande riforma della repubblica e delle sue istituzioni, ma ha mancato l’obiettivo” (p. 216). Martelli attribuisce la sconfitta all’ ”l’insuperabile e irresponsabile rifiuto di quasi tutte le altre forze politiche” (ibidem), ma si può legittimamente affermare che quella Grande Riforma rimase sempre vaga (con una terminologia appropriata Martini intitola il suo paragrafo in materia “La Grande Riforma, un’araba fenice”, pp. 115-118), e che, presto, Craxi smise persino di perseguirla. Si adeguò in attesa di tempi che non sono venuti. La verità è che il grande giocatore di poker aveva bluffato e non ebbe il coraggio di rischiare, di andare a vedere le carte altrui per timore di perdere.

Curiosamente, sia Martelli sia Martini concludono il loro libro con un riferimento-paragone fra Aldo Moro e Bettino Craxi. Sobriamente, Martelli nota che “come quella di Moro, anche la famiglia di Craxi ha rifiutato i funerali di Stato offerti da un’ipocrita nomenklatura” (p. 217). Martini va oltre aggiungendo che “tutti e due vollero riposare per sempre in cimiteri appartati” (p. 191). Premesso che, contrariamente a una imponente letteratura apologetica, ritengo che neppure Aldo Moro è in grado di superare il test dello stato del sistema politico che contribuì a plasmare in trent’anni ai vertici del potere, ovvero del suo miglioramento, non mi parrebbe inopportuno procedere ad una valutazione “tra luci e inevitabili ombre” del loro rispettivo contributo che, però, non centrerei e neppure limiterei, come suggerisce Martini (p. 192) al “consolidamento della democrazia in Italia” e “alla conquista della libertà in tanti Paesi oppressi dalla dittatura”. Temo che nella valutazione complessiva di entrambi questi leader politici, sicuramente di alta statura, un po’ tutti gli analisti, non solo Martini e Martelli, si facciano troppo influenzare dalle loro più che infelici morti. Per entrambi i leader chiederei maggiore equanimità che non rinunci alla critica della loro politica. I due libri che ho qui discusso vanno positivamente in questa direzione, ma rimane ancora molto da fare.

 

Le promesse e le scommesse @Mondoperaio #Craxi

 

Per Bettino Craxi

Giunto improvvisamente a guidare un partito chiaramente sconfitto nelle elezioni del 1976 (precipitato al punto più basso del suo consenso elettorale nel dopoguerra e diviso in correnti “ideologiche” che si spartivano malamente le poche risorse disponibili), Bettino Craxi si trovò ad affrontare la sfida delle sfide: sopravvivere e crescere in un contesto bipolarizzato dominato da due rivali agguerriti e che sembravano in ottima salute politica. Le due “chiese” – come il sociologo Francesco Alberoni, allora socialista, bollò la Democrazia cristiana e il Partito comunista), erano in condizione di schiacciare un partito i cui dirigenti e militanti avevano forse perso la fede: vale a dire che non riuscivano ad attrarre iscritti, simpatizzanti e elettori in chiave fideistica, ovvero sulla fiducia in un domani migliore. Soprattutto, non erano riusciti a formulare una posizione e un’offerta politica nettamente distinta da quella comunista e non subalterna a quella democristiana (e viceversa). Dove portassero e dove potessero effettivamente arrivare gli “equilibri più avanzati” indicati dal segretario sconfitto Francesco De Martino non era possibile dire: ma certamente quegli equilibri non erano risultati una prospettiva stimolante e realistica agli elettori.

Mondoperaio s’interrogava con una molteplicità di articoli anche pregevoli su come riuscire a capire e a imitare l’esperienza di Mitterrand, il cui Parti socialiste mieteva successi elettorali ed era addirittura sulla strada che lo avrebbe condotto all’Eliseo nel 1981. In verità molto di quello che scrivemmo allora è rimasto lì a testimoniare del pensare di ciascuno dei collaboratori, non della loro/nostra capacità complessiva di influenzare la politica della leadership del Psi. In maniera certamente non sistematica, nello spazio di un paio d’anni il segretario Craxi sembrò promettere tre importanti cambiamenti: nel partito, un nuovo Psi; nella strategia politica, l’alternativa socialista; nel sistema istituzionale, la “Grande Riforma”. Queste tre promesse potevano e dovevano essere perseguite congiuntamente. Stavano insieme: il conseguimento di una promessa avrebbe avuto effetti positivi sulla possibilità di conseguire anche le altre; e di converso, nella sequenza, un Psi debole non sarebbe arrivato da nessuna parte.

Per quanto riguarda il partito, in pochi anni, Craxi sgominò tutte le opposizioni interne, emarginò i concorrenti, conquistò una posizione dominante. Il Partito socialista divenne il partito di Craxi, e in quanto tale fu apprezzato e attaccato (tema che merita approfondimenti qui impossibili). Credo di potere legittimamente sostenere che la sua rielezione per acclamazione (voluta o no, ma non ricusata) alla segreteria del Psi nel Congresso di Verona (maggio 1984) costituisca il punto di non ritorno. Naturalmente, non mancarono le critiche sia alla procedura sia ad alcune conseguenze. In un durissimo commento sulla Stampa Norberto Bobbio stigmatizzò l’acclamazione come un esempio criticabilissimo di “democrazia dell’applauso”. Craxi replicò evocando “filosofi che hanno perso il senno”, ma repliche altrettanto sferzanti furono da lui indirizzate a critiche simili formulate dal sociologo Francesco Alberoni e dallo storico del pensiero politico Luigi Firpo.

Per acquisire ancora maggiore controllo sul partito, Craxi aprì le porte dell’Assemblea nazionale ad una pluralità di figure di varia provenienza, praticamente nessuna con precedenti esperienze di impegno politico-partitico o dotate di conoscenze politiche. Memorabilmente, Rino Formica parlò di “nani e ballerine”, espressione che è rimasta nel linguaggio politico. Senza entrare nei particolari, è facile constatare che la promessa di Craxi di costruire un partito socialista effettivamente nuovo non fu da lui mantenuta. Sicuramente una novità rilevantissima fu data dalla sua leadership e dalle sue modalità “decisioniste” di esercizio del potere politico e di governo. In quanto a distribuzione del potere nel partito, Craxi si accontentò del sostegno che gli portavano coloro che controllavano il potere nelle loro rispettive aree di influenza: La Ganga in Piemonte; De Michelis in Veneto; Lagorio in Toscana; Di Donato in Campania; Marzo (e per qualche tempo Signorile) in Puglia; Andò in Sicilia.

 Negli anni ottanta il Psi di Craxi fu una struttura che, al vertice e nella politica nazionale, dipendeva dalla personalità del suo leader

Il Psi divenne un partito dalla doppia immagine: quella nazionale espressa da Craxi e quelle locali dei rispettivi baroni regionali. Chi aveva suggerito di seguire, almeno in parte, il percorso che aveva portato al Parti socialiste di Mitterrand, stabilendo rapporti flessibili ma costanti con una varietà di gruppi e associazioni di tipo riformista attive nella società italiana, fu inevitabilmente deluso. Quello che poteva essere un modo di drenare sostegno ed energie dalle associazioni vicine al Pci, e quindi di riequilibrare i rapporti di forza, non fu mai tentato con convinzione. Né Craxi né gli altri dirigenti socialisti vollero (o seppero) apprendere un’altra grande lezione che aveva portato all’esito felice del Parti socialiste: suscitare luoghi di aggregazione e di confronti sotto forma di club, di circoli, di sedi. Il punto più alto di elaborazione culturale (non seguito dalla declinazione di politiche sociali adeguate e coerenti) fu opera, non di una sintesi di quanto fosse stato pensato e prodotto in una molteplicità di luoghi, ma della riflessione che Claudio Martelli affidò al suo intervento sui meriti e sui bisogni alla conferenza programmatica di Rimini del 1982.

In sostanza e nella pratica, negli anni ottanta il Psi di Craxi fu una struttura che, al vertice e nella politica nazionale, dipendeva dalla personalità del suo leader: e che nelle aree locali di una qualche importanza, ad eccezione della Lombardia, era nelle mani di uno specifico dirigente, con suo personale radicamento, il quale, fatto salvo il “dovuto” omaggio al leader, perseguiva anche sue politiche personali. Noterò en passant che il Psi di Craxi non fu comunque mai un partito personalista del tipo di quelli che abbiamo visto in Italia nell’ultimo decennio: ma non riuscì neppure a diventare un partito effettivamente rinnovato, coeso e effervescente.

Soltanto un partito profondamente rinnovato avrebbe potuto perseguire con qualche ragionevole aspettativa di successo quella che allora su Mondoperaio molti, compreso chi scrive, definivano “alternativa”. L’uso di questo termine offrì a molti raffinati interpreti il destro per esibirsi in sottili, ma inadeguate, distinzioni fra alternativa e alternanza, non tenendo conto delle premesse, dei processi e delle implicazioni dell’espressione “alternativa”[1]. Mi pare opportuno sottolineare che si trattava proprio di costruire una alternativa alle coalizioni imperniate sulla Democrazia cristiana: in assenza di quella possibile alternativa in nessun modo si sarebbe giunti all’alternanza. Non so se “dalla forza delle cose” sarebbe scaturita “l’alternativa socialista”, tema del Congresso Psi di Torino (fine marzo-aprile 1978). Sono tuttora convinto che quell’alternativa andava costruita, ed era possibile farlo, a sinistra, con il Pci. Naturalmente, quel Pci che perseguiva la politica del compromesso storico al tempo stesso negava la possibilità di un’alternativa di sinistra, e contraddiceva uno dei cardini della politica democratica: vale a dire che la alternanza al governo di un paese deve essere sempre considerata un esito incombente e praticabile della competizione politico-elettorale.

Senza tentennamenti criticai per tempo tanto il compromesso storico, che poco aveva a che vedere con un accordo effettivamente consociativo che avrebbe dovuto di necessità includere anche il Psi, quanto la prospettiva che un eventuale governo di compromesso storico avrebbe dovuto durare per un periodo di tempo indefinito. Sarebbe inevitabilmente diventato una cappa di piombo su una società che doveva cambiare liberando energie e non comprimendole. Non fui affatto il solo a avanzare forti riserve e formulare serie critiche. Rispetto alla maggioranza dei critici, la mia posizione si caratterizzava per porre avanti a tutto una certa idea di sistema politico nel quale nessuna maggioranza potesse mai considerarsi sicura e insostituibile, e tutte le maggioranze fossero costrette a comportarsi come se la possibilità di una loro sconfitta stesse costantemente dietro l’angolo.

 Sarebbe di grande utilità un approfondimento sulle modalità con le quali operavano i socialisti nelle varie organizzazioni economiche, sociali e culturali condivise con i comunisti

Nel corso degli anni Ottanta dello scorso secolo Craxi semplicemente abbandonò qualsiasi prospettiva di alternativa socialista. I fischi del Congresso di Verona a Berlinguer, almeno in parte giustificabili come disapprovazione della incerta e malferma politica del Pci, furono la premessa di un altro percorso che all’alternativa non avrebbe potuto mai portare e approdare. Il solco nella sinistra si approfondì non soltanto con la decisione di “tagliare” la scala mobile, ma soprattutto di accettare di andare al voto sul referendum chiesto dal Pci. Lascio da parte qualsiasi discorso sulla necessità – per la costruzione di un’alternativa alla Dc – di avere il pieno, esplicito, convinto sostegno dei sindacati (anche e soprattutto, della Cgil), perché mi pare da sottolineare con apprezzamento la dichiarazione di sfida di Craxi. “Un minuto dopo la vittoria degli abrogazionisti il capo del governo si dimetterà”. Dopo avere esitato fino ad intrattenere l’idea – di provenienza radicale – di invitare all’astensione, Craxi rivendicò la sua responsabilità e ottenne una significativa vittoria.

Purtroppo non ne seguì una indispensabile politica di concertazione con i sindacati, dimenticando anche in questo caso l’esperienza del Parti socialiste di Mitterrand e il rapporto strettissimo intessuto con la CFDT di Jacques Delors. Qui sarebbe di grande utilità un approfondimento, del quale non sono capace, sulle modalità con le quali operavano i socialisti nelle varie organizzazioni economiche, sociali e culturali condivise con i comunisti. Certamente, ancora oggi capire dove e come situarsi fra la deleteria disintermediazione e la deplorevole “cinghia di trasmissione” che, lo sottolineo, va avanti e indietro fra sindacati e partiti, appare problematico. Tuttavia nessuna alternativa politica può essere costruita con successo e tradotta efficacemente in pratica senza porsi il compito di offrire rappresentanza, confronto e interlocuzione alle associazioni.

Il successo quarantennale della Democrazia cristiana è spiegabile quasi esclusivamente con riferimento alla capacità delle sue correnti di stabilire, mantenere, fare funzionare le relazioni stabilite con numerosi interlocutori sociali dei più vari tipi. Non vorrei ridurre tutto questo a qualche slogan, ma la politique d’abord fa poca strada senza il sostegno sociale: anche se mi affretto ad aggiungere che nessun sistema politico è o sarebbe in grado di funzionare all’insegna della société d’abord. Oggi, a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, m’interrogherei piuttosto sulla culture d’abord: vale a dire quali principi e quali valori, sentendomi di sottolineare la quasi assoluta inadeguatezza della cultura politica con la quale i comunisti giunsero a quell’imprevisto appuntamento, ma anche l’incapacità di Craxi e dei socialisti di trarne insegnamenti per i rapporti da intrattenere con i comunisti italiani e per formulare a loro volta una cultura politica che tenesse conto della nuova situazione. Quali bisogni, quali meriti? Quale riflessione sul richiamo di Bobbio, immediatamente criticato da molti e dai socialisti certamente non difeso, per il quale “caduto il comunismo rimangono i problemi che ne hanno costituito il fondamento, la motivazione”? Invece mi parve che Craxi pensasse che il Psi sarebbe quasi automaticamente riuscito ad attrarre/ereditare i voti, molti, in uscita dal Pci, entrato nel tunnel della sua forzata trasformazione: fino a svuotarlo e assorbirlo quasi completamente anche senza procedere a nessun cambiamento nella cultura politica socialista.

Rimanendo nella linea interpretativa che mi sono dato con riferimento alla notevole esperienza del Parti Socialiste di Mitterrand, concludo la mia analisi e valutazione dell’opera di Craxi con la sua proposta di Grande Riforma sorprendentemente annunciata nell’autunno 1979[2]. Chiunque dimentichi che Mitterrand si trovò ad operare in un sistema istituzionale drasticamente diverso da quello italiano – vale a dire in una Repubblica semipresidenziale con sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali per l’elezione del Parlamento – non può capire quanto le regole istituzionali e elettorali abbiano influenzato la strategia del Parti socialiste, che seppe sfruttarne tutte le opportunità. Anche se quelle istituzioni “non erano state fatte per lui”, avrebbe dichiarato il neo-eletto Presidente, “se ne sarebbe servito”: in maniera, mi permetto di aggiungere, che fu eccellente. In una pluralità di articoli pubblicati da Mondoperaio non mancarono i riferimenti positivi alla struttura istituzionale della Quinta Repubblica francese (ma vi furono anche non poche riserve e critiche). La tematizzazione più completa e più brillante della necessità di una riforma costituzionale arrivò con il volume di Giuliano Amato, Una Repubblica da riformare (Bologna, Il Mulino, 1980).

Se la legge elettorale proporzionale era da ritenersi responsabile del mantenimento del bipolarismo Dc-Pci e della limitata e lenta crescita del Psi, allora la sua riforma e il suo superamento avrebbero di conseguenza dovuto costituire una priorità dei socialisti

Senza nessuna concessione a coloro che pensano che la Costituzione italiana fosse già allora datata e persino di ostacolo a cambiamenti politici significativi (non lo era e non lo è tuttora), certamente le democrazie parlamentari con leggi elettorali proporzionali e quindi con sistemi multipartitici sono più flessibili e maggiormente in grado di accogliere e smussare le preferenze degli elettori: mentre i semipresidenzialismi di tipo francese sono più sensibili ai mutamenti di quelle preferenze e le leggi elettorali maggioritarie, oltre a spingere verso un’effettiva competizione bipolare (già facilitata dall’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica) ne potenziano l’impatto. In estrema sintesi, il “bipolarismo” Dc/Pci era favorito dagli assetti istituzionali e elettorali italiani. Spaccarlo richiedeva un intervento mirato e di grande respiro. Peraltro, quasi inesorabilmente, una legge elettorale a doppio turno come quella francese (l’ho ripetutamente argomentato) da un lato svantaggia i partiti, dall’altro favorisce la formazione di coalizioni che gli elettori scelgono di votare nella prospettiva di conferire un mandato di governo.

Né l’impianto complessivo della Grande Riforma né i suoi cruciali dettagli furono mai elaborati soddisfacentemente da Craxi. Neppure ad opera dei parlamentari socialisti fecero seguito proposte precise e significative. Al contrario, nelle sedi ufficiali – a partire dalla Commissione Bozzi, istituita nel novembre 1983 e giunta al termine dei suoi lavori il 1 febbraio 1985 – i socialisti operarono sostanzialmente per impedire il conseguimento di qualsiasi accordo. Per tutto quel periodo Craxi fu Presidente del Consiglio. La sua comprensibile priorità era la permanenza in carica. Il suo “interesse” istituzionale consisteva nel rafforzamento dei poteri del capo del governo, ma le modalità con le quali pervenire a questo esito non furono mai delineate. Non è questo il luogo dove procedere a puntigliose esplicazioni: ma, ad esempio, il voto di sfiducia costruttivo alla tedesca è una di quelle modalità fra le più apprezzabili e in pratica fra le più efficaci per chi desideri la stabilità di governo. Germania docet. La battaglia istituzionale più incisiva Craxi la condusse contro il ricorso al voto segreto in Parlamento, strumento sul quale i parlamentari, ma soprattutto le correnti democristiane, facevano frequente affidamento. Fu una battaglia sostanzialmente vittoriosa, ma che rimase confinata in quell’ambito: mentre avrebbe potuto estendersi alle modalità di funzionamento interno dei partiti e di elezione dei candidati. Proprio a questo proposito la parabola non riformatrice di Craxi si concluse con un errore strategico e con una grande decisiva sconfitta.

Se la legge elettorale proporzionale era da ritenersi responsabile del mantenimento del bipolarismo Dc-Pci e della limitata e lenta crescita del Psi, allora la sua riforma e il suo superamento avrebbero di conseguenza dovuto costituire una priorità dei socialisti, poiché andava anche nel senso di rispondere ad un’opinione pubblica inquieta e irritata dai comportamenti parlamentari dei franchi tiratori. Invece Craxi schierò il Psi contro qualsiasi riforma elettorale (tralascio la sua idea di soglia di sbarramento in tutte le circoscrizioni per la Camera, pensata palesemente contro l’avanzata della Lega). Fatidico fu l’invito ai cittadini elettori ad “andare al mare” per fare fallire per mancanza di quorum il primo referendum elettorale, quello sulla preferenza unica. Il 9 giugno 1991 fu certo in una qualche misura, se non una vera e propria sconfitta della partitocrazia italiana, quantomeno il segnale forte della crescente insofferenza nei suoi confronti della maggioranza degli italiani.

Date le condizioni di partenza, Craxi fu obbligato a comportarsi come un giocatore d’azzardo

Fu anche il segnale che il Psi di Craxi non aveva capito quei sentimenti e non riusciva a rappresentarli modernamente. Qualsiasi Grande Riforma avrebbe potuto giovarsi di una iniziale “riformetta” che toccava in radice il rapporto dei parlamentari con l’elettorato. Quel giorno del giugno 1991 nel quale Craxi privilegiò quello che considerava l’interesse (di cortissimo respiro) del suo partito alla sfida di un mutamento positivo per il sistema politico italiano segna una svolta negativa alla quale nessuno nel Psi si oppose e seppe, in seguito, porre rimedio.

È tempo di concludere. Lo farò ricorrendo all’analisi effettuata da Bobbio sulle “promesse non mantenute della democrazia” (Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi) pubblicata proprio nell’anno, 1984, in cui il presidente Pertini lo nominò senatore a vita e aderì come indipendente al gruppo dei senatori socialisti. A proposito della traiettoria politica di Craxi sono giunto alla convinzione che si possa e si debba parlare di “scommesse perdute”. Date le condizioni di partenza, Craxi fu obbligato a comportarsi come un giocatore d’azzardo. Dovette tenere alta la posta del rinnovamento del Psi: ma anche se ebbe qualche buona carta da giocare non riuscì davvero a dare al suo partito una strutturazione solida a sostegno del suo leader e di una politica limpidamente definita. Sconfitte le correnti interne, parte non piccola del potere politico confluì nelle mani di baroni locali la cui politica e la cui immagine non furono di giovamento al partito nazionale. Craxi scommise sulla sua capacità di obbligare i comunisti a incamminarsi sulla strada dell’alternativa alla Democrazia cristiana, ma lui stesso, preferì “giocare” con la Dc piuttosto di andare a vedere la carte del Pci e dei suoi dirigenti. Quelle carte non volle vederle neppure quando, trattandosi della possibilità di una Grande Riforma che avrebbe rimescolato tutto, a veri e convinti riformatori istituzionali si sarebbero aperte notevoli opportunità. Contrariamente alle promesse non mantenute della democrazia (che secondo Bobbio non si potevano mantenere), le scommesse di Craxi, se avesse voluto rischiare fino in fondo, avrebbero potuto risultare vincenti. Invece, a triste conclusione della sua parabola durata più di quindici anni, il segretario del Partito socialista lasciò il suo partito in condizioni di grande debolezza e il sistema politico scalfito, irriformato ed esposto agli avventurieri istituzionali che non tardarono ad arrivare e stanno tuttora qui fra e con gli italiani.

note

[1] Per ampi chiarimenti e opportuni esempi mi fa piacere rimandare alle analisi contenute nel volume da me curato insieme a Marco Valbruzzi, Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo, Bologna, Bononia University Press, 2011).

[2] Il testo intitolato La grande riforma si trova nell’utilissimo volume curato da G. Acquaviva e L. Covatta, La “grande riforma” di Craxi, Venezia, Marsilio, 2010, pp. 185-189. Per ragioni di spazio, ma soprattutto di contenuti, ciascuno dei quali richiederebbe riflessioni puntuali e estese, non posso confrontarmi, e me ne dispiaccio, con quanto scritto dagli autori dei singoli capitoli. Mi limito a sottolineare che le due opzioni di riforma del modello italiano di governo, vale a dire, il neo-parlamentarismo e il presidenzialismo, alle quali dedica la sua attenzione Giuliano Amato, non possono essere messe sullo stesso piano. La prima approderebbe nel migliore dei casi (cioè se accuratamente elaborata nei dettagli), ad una razionalizzazione del parlamentarismo: ma è solo la seconda (nelle sue varianti: Repubblica presidenziale/Repubblica semi-presidenziale, tutt’altro che assimilabili) che meriterebbe la qualifica di Grande Riforma. Aggiungo che, preso atto delle difficoltà in cui versano i partiti politici italiani, a chiunque intenda prospettare riforme istituzionali più o meno “grandi” è oggi indispensabile chiedere anche su quali strutture politiche si reggerebbero quelle riforme.

Pubblicato su Mondoperaio gennaio 1/2020

 

Il PD e le fazioni poco democratiche

Antonio Floridia, Un partito sbagliato. Democrazia e organizzazione nel Partito Democratico, Roma, Castelvecchi, 2019, pp. 188, €17,50.

Prendendo le mosse da una domanda apparentemente semplice: “a quale dei possibili, diversi aggettivi della democrazia si è concretamente ispirata la struttura e la dinamica organizzativa dl Pd?”, Antonio Floridia ha scritto un libro eccellente. Quel “amalgama mal riuscito” (D’Alema), quel partito “leggero” (Veltroni), dalla leadership contendibile (Statuto del PD), quella organizzazione nata da una fusione a freddo fra DS e DL (Margherita), privo di una cultura politica condivisibile, viene analizzato da Floridia a partire dallo Statuto. Floridia riesce a collegare Statuto e organizzazione del PD con la scarsa democraticità e la mediocre funzionalità del Partito giungendo a motivare in maniera molto convincente il titolo del suo libro: Un partito sbagliato. Fosse soltanto questo il problema, potremmo tutti rispondere “affari dei più o meno sedicenti Dem”. Invece, no. Con un ragionamento stringente che si nutre della migliore letteratura in materia, ma anche degli esempi concreti nella politica italiana, Floridia sostiene che la cattiva organizzazione del PD e le sue velleitarie norme statutarie hanno già prodotto conseguenze molto gravi che sembrano irreversibili, per il funzionamento del sistema politico italiano e per la qualità della democrazia. Un partito il cui esercizio dominante non è quello di dare rappresentanza a una parte della società, ma di legittimare la leadership attraverso procedure dubbie (votazioni e primarie aperte indiscriminatamente e non con l’obiettivo di creare aderenti, l’Albo dei votanti alle primarie è una specie di oggetto misterioso) che non costruiscono nessuna cultura politica, ma ratificano l’esistenza di cordate, è destinato a isterilirsi quando le vittorie elettorali non arrivano e non consentono di premiare coloro che svolgono un reale lavoro “politico”. Già, perché Floridia ritiene che i partiti non solo abbiano ancora compiti che nessuna altra organizzazione può svolgere, ma che, a determinate condizioni, siano in grado, oggi, di svolgerli meglio che nel passato. Ovviamente, la condizione decisiva è che i partiti facciano ricorso a tutti gli strumenti di comunicazione, di “conversazione”, di azione disponibili. Autore di un precedente ottimo libro sulla democrazia deliberativa, Floridia ritiene che un partito che desideri essere effettivamente “democratico” a quegli strumenti dovrebbe guardare in tutte le fase della sua attività politica: reclutamento di coloro che sono interessati alla politica, loro formazione, selezione, promozione, ma soprattutto discussione delle alternative politiche e preparazione dell’azione di governo e di opposizione. Alcuni utili, precisi, mirati riferimenti ai partiti del passato (DC e PCI) e a quelli delle democrazie occidentali offrono indicazioni su quanto è ancora possibile fare in una società slabbrata alla quale dare coesione. Con noncuranza e protervia, Floridia documenta tutto con un pizzico di acrimonia, Matteo Renzi ha contribuito in maniera decisiva alla distruzione del PD (e aggiungo io, non è finita). Con molta buona volontà Fabrizio Barca, le cui proposte Floridia analizza con grande, forse esagerata, empatia, ha cercato di delineare un partito migliore. Nessuno dei candidati alla segreteria: Zingaretti, Martina e, davvero dovrei menzionarlo?, Giachetti, ha ripreso le proposte di Barca né criticato i devastanti comportamenti dei renziani né detto che partito vogliono. Azzardo che non lo sappiano proprio. Suggerirei loro caldamente la lettura di questo libro che dallo ieri ci conduce in un domani possibile. Però, il dibattito culturale non è proprio il forte dei dirigenti del PD dal 2007 a oggi. La maggior parte di loro ha solo il tempo di cercare e mantenere cariche. Un partito allo sbando non darà rappresentanza agli elettori e la qualità della democrazia italiana rimarrà miseranda.

Pubblicato il 29 gennaio 2019

Una cultura della coalizione: l’eredità di Roberto Ruffilli

Il senatore democristiano Roberto Ruffilli fu ucciso dalle Brigate rosse il 16 aprile 1988 nella sua abitazione di Forlì

Sono passati trent’anni da quel sabato pomeriggio 16 aprile del 1988 quando un commando delle Brigate Rosse assassinò il sen. Democristiano Roberto Ruffilli nella sua abitazione di Forlì. La motivazione, nient’affatto delirante, ma certo frutto di una malsana ossessione, era che attraverso la sua attività di studioso e di riformatore delle istituzioni, Ruffilli cercava di rendere più forte e, quindi, più repressivo lo Stato. In effetti, Ruffilli stava elaborando riforme condivisibili in grado di migliorare il funzionamento dello Stato italiano, dargli più autorevolezza, produrre governi più efficienti grazie ad una legge elettorale che offrisse buona rappresentanza ai cittadini elettori. Oggi, sicuramente, Ruffilli non tratterrebbe il sorriso di fronte a chi volesse valutare le proposte da lui avanzate quale capogruppo della delegazione DC in Commissione Bozzi (novembre 1983-1 febbraio 1985), come se non fossero passati trent’anni di stravolgimenti, interventi deformanti, collasso dei partiti, declino della qualità della classe politica. Di quella Commissione, mi limiterò ai nomi di alcuni democristiani, che vi avevano attribuito grande importanza, fecero parte Nino Andreatta, Pietro Scoppola, Mario Segni. Ciò detto, non posso resistere a quello che non è un puro gioco di immaginazione, ma è una riflessione fondata sulla mia conoscenza di Roberto Ruffilli come studioso e come persona, vale a dire chiedermi se Ruffilli aveva colto l’essenza del problema e se le soluzioni da lui allora prospettate avrebbero senso anche oggi. Subito, Ruffilli mi farebbe notare che, studiando e continuando a imparare, era disponibile a cambiare, se necessario, idee e proposte. Dunque, chi volesse conoscere le sue valutazioni su quanto in seguito è stato fatto, non fatto, malfatto, dovrebbe piuttosto seguire i suoi principi ispiratori.

Senatore eletto come indipendente dalla DC il cui segretario era Ciriaco De Mita, il compito di Ruffilli fu di elaborare riforme nella democrazia parlamentare tali da rafforzare il circuito cittadini-parlamento-governo. Alla fine dei lavori la Commissione votò un ordine del giorno, firmato anche dai capigruppo del PCI e del PSI, che suggeriva come sistema elettorale la rappresentanza proporzionale personalizzata utilizzata allora e tuttora in Germania. Ruffilli attribuiva grande importanza alla formazione di una cultura della coalizione. Allora gli espressi il mio, parziale, ma fermo, dissenso. L’Italia di quegli anni aveva, secondo me, bisogno di una cultura della competizione, premessa di qualsiasi democrazia bipolare, maggioritaria, capace di alternanza. Nei lunghi anni trascorsi ho capito meglio quello che Ruffilli voleva dire e quello che è necessario fare. Cultura della coalizione significa costruire uno schieramento maggioritario intorno a priorità programmatiche con patti chiari da rispettare e da attuare consentendo senza riserve che lo schieramento/ partito che ha ottenuto più voti/seggi esprima il capo della coalizione. La leadership deve sempre rimanere contendibile, ma, per citare Aldo Moro, di cui Ruffilli fu grande e convinto estimatore: “chi ha più filo tesserà più tela”.

Troppo facile concludere che si troverebbe a disagio con il clima, la congiuntura, la mancanza di stile della politica italiana di oggi. Avrebbe, comunque, continuato a studiare, scrivere, partecipare a incontri (numerosi quelli che abbiamo fatto insieme in mezza Italia di fronte a “pubblici” prevalentemente cattolici-democratici) a, per usare un’espressione alla quale ricorreva scherzosamente, “spezzare il pane della scienza”. Caro Roberto, il pan ci manca.

Pubblicato il 16 aprile 2018

Contro la politica degli analfabeti

Nella sua brillante introduzione alla Antologia di scienza politica da lui curata e pubblicata dal Mulino nel 1970, Sartori affermava senza mezzi termini che la cultura politica italiana soffriva di “analfabetismo politologico”. I suoi bersagli erano chiari: democristiani e comunisti, e lo sarebbero rimasti fino alla loro ingloriosa scomparsa. I democristiani irritavano Sartori per la loro accertata incapacità di andare oltre una cultura giuridica alquanto formalistica e per l’incomprensione dei meccanismi della politica, a cominciare, già allora, dai sistemi elettorali. Ai comunisti rimproverava, nella sua veste non soltanto di politologo, ma di liberale, l’uso della teoria marxista, per quanto ridefinita da Gramsci, inadeguata alla comprensione di tematiche come la Costituzione e lo Stato. Soprattutto, però, la critica che valeva per entrambi riguardava in particolare il cattivo uso dei concetti e la manipolazione talvolta persino inconsapevole che ne facevano gli intellettuali di entrambi i partiti. Soltanto molto tempo dopo mi sono reso conto che fin dalla metà degli anni cinquanta, in chiave e con obiettivi parzialmente diversi, sia Bobbio (Politica e cultura, Einaudi 1955) sia Sartori (Democrazia e definizioni, Il Mulino 1957), avevano sfidato frontalmente la cultura politica “catto e comunista”. Bobbio continuò a farlo apertamente e esplicitamente fino all’ultimo. Destra e sinistra, (Donzelli 2004) ne è una chiara testimonianza. Sartori intraprese un lungo percorso di ricerca nel quale il caso italiano rimaneva un caso e poco più. Anzi, Sartori affermò ripetutamente, anche in polemica con il provincialismo di troppi studiosi, che parlavano dell’Italia DC-PCI come di un’anomalia positiva, che chi conosce un solo sistema politico non conosce neppure quel sistema. Non scrisse mai un libro dedicato a una tematica sostanzialmente italiana anche se divenne un critico severissimo e agguerritissimo di tutte le riforme elettorali e istituzionali italiane che, uomini (e donne) privi di cultura politologica e politica, hanno fatto e rifatto con pessimi esiti. I suoi libri sulla democrazia e sui sistemi di partito restano monumenti della scienza politica della seconda metà del secolo scorso e sono letture imprescindibili, ma Sartori teneva moltissimo a due volumi più recenti e più mirati: Ingegneria costituzionale comparata (Il Mulino, più edizioni, da ultimo 2004) e Homo videns (Laterza 2000).

Ogniqualvolta, specialmente nei pungentissimi editoriali per il “Corriere della Sera” (variamente raccolti Mala tempora, Laterza 2004 e Il sultanato, Laterza 2009) analizzava un qualche fenomeno politico, Sartori metteva grande cura nell’applicare in maniera ovviamente molto concisa il suo metodo comparato e le conoscenze acquisite. La domanda di fondo alla quale rispondeva era sempre quella relativa alle conseguenze prevedibili di interventi, mutamenti, trasformazioni nel sistema, nei partiti, nella leadership, nelle leggi elettorali. Spiegazioni e/o teorie probabilistiche erano i ferri del suo mestiere: “se cambiano le condizioni a, b, e c allora è probabile che cambino le conseguenze x, y, z”. Certo, discutere con chi di volta in volta produceva spiegazioni ad hoc, spesso tanto particolaristiche quanto fragili, era un esercizio che spesso lo irritava e che volgeva sul beffardo, sulla presa in giro.

Spariti i suoi interlocutori democristiani e comunisti i quali, almeno, avevano letto qualche libro e talvolta s’interrogavano effettivamente su riforme e conseguenze, persino sul metodo con il quale analizzare il sistema politico italiano e i suoi partiti, Sartori si trovò costretto a fare i conti con analisti e politici improvvisati. Il liberale che era in lui colse immediatamente l’incongruenza di una rivoluzione liberale di cui, dopo la caduta del Muro di Berlino, avrebbe dovuto farsi portatore e interprete un imprenditore duopolista (nell’importantissimo settore della comunicazione, in particolare televisiva), un imprenditore che (af)fondava la sua politica in un gigantesco conflitto di interessi. Perché mai questo accanimento contro Berlusconi, si chiesero molti commentatori, visto che l’allora Cavaliere aveva “salvato” l’Italia dai comunisti e dai post-comunisti? Eppure, la risposta di Sartori era semplice, lineare, inoppugnabile: liberalismo c’è quando potere economico e potere politico sono e, nella misura del possibile, rimangono nettamente separati. In una democrazia liberale al potere economico non si può consentire di conquistare il potere politico. Il conflitto d’interessi è una ferita permanente nel corpo di quella democrazia. Sartori era tanto più credibile in questa denuncia poiché si era per tempo schierato contro la partitocrazia ovvero quella situazione nella quale il potere politico, più precisamente dei partiti, si annetteva pezzi di potere economico, sociale, culturale.

Il liberalismo di Sartori si rafforzava e raffinava grazie alla sua scienza politica, ad esempio, ricordando che le democrazie liberali sono tali quando garantiscono effettiva rappresentanza politica agli elettori. Dai buoni sistemi elettorali viene buona rappresentanza che esige nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato. Fin dal 1963 Sartori aveva sollevato il quesito se i parlamentari si sentissero maggiormente responsabili nei confronti dei dirigenti di partito, dei gruppi d’interesse, degli elettori? La risposta è, naturalmente, empirica, ma la proposta di Sartori è chiara: bisogna disegnare sistemi elettorali che consentano ai parlamentari di essere effettivamente e essenzialmente responsabili nei confronti degli elettori. A Sartori è stato risparmiato l’obbrobrio tanto dell’Italicum (non ho dubbi che avrebbe fatto notare che i premi di maggioranza Italicum-style c’entrano con la buona rappresentanza come i cavoli a merenda) quanto, ancor più, della Legge Rosato. Ma ha avuto il tempo di bollare la Legge Calderoli con l’epiteto Porcellum. Non gli attribuisco niente che non si possa trovare nei suoi scritti se aggiungo che sarebbe inorridito ad ascoltare fior fiore (sic) di riformatori e di commentatori, neanche analfabeti di ritorno, perché mai alfabetizzati, sostenere la necessità di un’apposita legge elettorale in un sistema partitico diventato tripolare. Tanto per cominciare avrebbe sostenuto che prima di contare i poli si contano i partiti (quindi, il sistema partitico italiano è multipartitico), poi se ne valuta lo stato di consolidamento, davvero molto limitato, infine che alcuni sistemi elettorali forti hanno effetti restrittivi sui partiti e sui sistemi di partiti. Le leggi elettorali si scelgono per dare vita al sistema di partiti preferito, che non è la stessa cosa di favorire o svantaggiare qualsivoglia partito.

Alla morte di Bobbio, il necrologio scritto da Sartori sulla “Rivista Italiana di Scienza Politica” (aprile 2004), intitolato Norberto Bobbio e la scienza politica in Italia, si concludeva con le seguenti parole: “Bobbio è stato per tutti gli studiosi un modello di come si deve scrivere, insegnare, e anche partecipare alla vita pubblica. … Norberto Bobbio è stato, e resta, il più bravo di tutti noi”. Credo di potermi permettere sia di condividere queste parole sia di aggiungere nel primo anniversario della sua morte che Sartori è senza nessun dubbio stato “il più bravo di tutti noi”, ma anche uno dei migliori scienziati politici degli ultimi cinquant’anni.

Pubblicato il 3 aprile 2018

Cinque lezioni dal voto in Sicilia

Il dopo elezioni regionali siciliane è stato segnato da manipolazioni e errori interpretativi. Primo, no, la Sicilia non è un laboratorio, né nel bene né nel male, per partiti e coalizioni. In un paese molto differenziato, laboratorio non è nessuna regione, per fare due esempi, né la Liguria né il Veneto. Tuttavia, qualche lezione “individuale” e precisa può essere tratta. Se il centro-destra si presenta unito dietro un candidato è molto competitivo e può risultare vincente, ma questo non basterà né in Emilia-Romagna né in Toscana. Invece, lezione vera, se il PD di Renzi raccoglie soltanto frattaglie di alleati, competitivo non sarà né in Sicilia né in Veneto né in Lombardia. Se non vince molti seggi in queste regioni, quasi sicuramente perderà le elezioni politiche. Se il PD non cerca e non trova nessun accordo con il Movimento Democratico e Progressista non farà molta strada. Non è vero che le elezioni si vincono al centro. Si possono vincere anche a sinistra purché la coalizione sia equilibrata e delicatamente guidata. Seconda grande lezione: dal maggio 2014 il PD di Renzi e Renzi stesso non hanno fatto che collezionare sconfitte elettorali più o meno brucianti.

“Blindare” il segretario che, proprio in quanto tale, è responsabile dell’andamento del suo partito farà anche bene al segretario, che si commuoverà per tanto affetto (o non è piuttosto la speranza di essere da lui ricandidati?), ma fa piuttosto male al partito. Fanno molto male al PD coloro che confrontano i suoi risultati, altrove e in Sicilia, con quelli del PCI. Infatti, il Partito Democratico dovrebbe essere PCI più DC (incidentalmente, Alternativa Popolare di Alfano è andata abbastanza male). Buttare la palla in tribuna sostenendo che la sconfitta era “annunciata” e lodare il segretario perché l’ha “ammessa” sono giochi da bambini alle scuole elementari. Per chi ha fatto almeno tutta la scuola dell’obbligo s’impone la riflessione accompagnata da suggerimenti operativi che solo un partito nel quale la maggioranza non si autoblinda è in grado di formulare. Terzo, no, in Sicilia non hanno vinto i “moderati”, come stancamente ripete Berlusconi. Non è mai chiaro chi siano i moderati, mentre molto chiaro è che Nello Musumeci viene dalla tradizione missina che mai moderata fu e non è il candidato voluto da Berlusconi, ma identificato e sostenuto con vigore e coerenza da Giorgia Meloni. No, la Sicilia non ha affatto risolto il problema della leadership nel centro-destra. Quarto, raramente in politica si assiste a vittorie morali, dei puri e dei duri ai quali sono mancati i voti per la vittoria che conta: quella del seggio o della carica. Prima il Movimento Cinque Stelle prende atto di una realtà inoppugnabile meglio sarà per lui (e per i suoi elettori).

Chi non trova alleati quand’anche risulti il partito più votato, e le Cinque Stelle lo sono stato alla grande, potrà anche arrivare in testa alle elezioni politiche, ma, per colpa della legge Rosato (su questo punto e non solo formulata appositamente contro i pentastellati) non arriverà al governo del paese. Nelle democrazie parlamentari europee che offrono tutti i casi rilevanti, i governi sono, tranne rare eccezioni, composti, sostenuti e fatti funzionare da coalizioni di partito. Gli intransigenti rimarranno puri, duri e all’opposizione forse provocando dopo il voto la delusione in molti loro elettori, ma, peggio, scoraggiando alcuni potenziali elettori che giungono alla conclusione che il voto dato a chi non andrà al governo è un voto inutile, ovvero sprecato. Ultima lezione: poco meno del 54 per cento di siciliani hanno deciso di non sprecare la loro domenica andando a votare. Invece di fare finta di comprendere il loro “malessere”, il loro stato di disagio, le loro difficili condizioni di vita, politici e commentatori farebbe meglio a affermare chiaramente che chi non vota rinuncia colpevolmente a parte della sua sovranità senza ottenere nulla. Il suo è davvero un non-voto inutile.

Pubblicato AGL l’8 novembre 2017

Qui la scissione ha pesato. E il Pd non può stare da solo

Intervista raccolta da Mauro Bonciani per Il Corriere Fiorentino

Gianfranco Pasquino, politologo e accademico italiano, autore di numerosi libri, è tra i massimi esperti di scienza politica.

Professor Pasquino, le primarie del Pd 2017 sono state un successo o no?
«Premesso che non le chiamerei primarie, perché questo termine si attaglia alla scelta per cariche monocratiche come i sindaci i presidenti di Regione e magari i parlamentari e non per un segretario di partito, sono state positive, importanti. Per tre motivi: sono un passaggio di partecipazione, mobilitano idee, attraggono l’attenzione anche di chi non vota e mostrano che un partito può dire cose interessanti. Si possono migliorare, ma non buttiamole a mare».

Migliorarle come?
«Per la scelta del segretario di un partito farei votare solo gli iscritti al partito, e il voto dei 16enni, che poi non sono elettori, è solo una mossa populista. Lo stesso vale per il voto degli immigrati: se sono cittadini italiani partecipano alle elezioni come tutti i cittadini italiani, altrimenti no».

Gli avversari di Renzi, anche nel Pd, hanno sottolineato che il segretario è più forte in un partito più debole. Che in Toscana, ad esempio, sono andati al voto in 209.000 contro i 395.000 del 2013.
«Ho sentito anche io questa accusa, ma la verità è che Renzi ha vinto nettamente e che il Pd era più piccolo anche prima del 30 aprile… Il calo in Toscana ed in Emilia non sorprende: qui è andata forte la “ditta” per usare il termine bersaniano, in Toscana ed in Emilia gli scissionisti sono molti e non solo la vecchia guardia ma anche trentenni e quarantenni ed il declino numerico per Renzi si spiega anche così. Il nuovo segretario però deve considerare questi dati, porsi il problema di come allargare il partito».

Il vicesegretario dem toscano, Antonio Mazzeo, ha spiegato che le primarie qui sono andate bene, sottolineato che «per Renzi abbiamo raggiunto il 12% in più rispetto al risultato ottenuto fra gli iscritti»: è un fatto positivo?
«Il vicesegretario avrebbe dovuto però aggiungere che adesso contatterà ognuno di quegli elettori delle primarie per farli iscrivere al partito, che farà di tutto per questo obiettivo. E così avrà appunto un Pd più forte».

Il Pd toscano e nazionale deve fare alleanze?
«Se non lo fa non solo compie un errore teorico, perché la politica è fare alleanze, ma anche un errore pratico. Senza alleanze si fa una cosa diversa dalla politica, si rischiano estremismi».

Tra poco ci sono le elezioni amministrative: in Toscana ci sono partite delicate per il Pd a Lucca, Pistoia, Carrara. Le primarie daranno una spinta ai Democratici?
«Il quadro per le amministrative è indecifrabile e non sarà facile capire se il Pd è andato bene. Ci sono le liste civiche, spesso con esponenti del Pd, le liste del candidato sindaco, le liste miste partito-società civile, conta la personalità del sindaco, magari un bersaniano o un orlandiano».

Esiste il rischio di una maggiore conflittualità tra Pd e Mdp, scissionisti, dopo il voto che ha riconfermato Renzi e la sua leadership?
«Non ne vedo il perché. Sarebbe una cosa da Prima Repubblica, vecchissima, tanto che per evitare richieste di “adeguamenti automatici” a nuove condizioni politiche abbiamo modificato la legge per l’elezione dei sindaci, ora scelti dai cittadini, e non più dai partiti, con trattative che duravano settimane se non mesi e i primi cittadini che a volte andavano ai piccoli partiti per i veti incrociati di Dc e Pci».

Enrico Rossi deve restare alla guida della Regione e non seguire sirene romane?
«Infatti. Rossi deve completare il suo mandato ed il Pd non destabilizzare la sua giunta né altre in cui governa. E Rossi ed Mdp non devono fare l’errore di ascriversi tutti coloro che non sono andati a votare alle primarie rispetto al 2013».

Cosa farà Renzi adesso, quale sarà il suo nuovo inizio?
«Conoscendolo so che è impaziente, che vorrebbe votare prima possibile, ma ci sono le amministrative a giugno, poi serve una legge elettorale, poi il Dpef. E il presidente Mattarella ha detto chiaramente che occorrono due leggi elettorali coerenti per Camera e Senato e che è lui che scioglie il Parlamento… Dovrà attendere il 2018, insomma. Nel frattempo può occuparsi del partito e potrebbe fare il ministro degli Esteri del governo Gentiloni, trattando così con l’Europa forte del suo nuovo mandato anche come segretario»

Per Renzi è troppo rischioso rinunciare alla guida del PD

Corriere della sera

Da qualche tempo, la/le minoranze del PD (neanche al plurale sembrano essere consistenti) battono su un tasto politico-istituzionale che considerano molto importante: la separazione fra la carica di Presidente del Consiglio e quella di Segretario del Partito Democratico. La coincidenza delle due cariche sta nello Statuto del Partito Democratico, sostenuta da alcune buone ragioni. La prima è che questa coincidenza è la norma in moltissime democrazie parlamentari alle quali, per una volta, si è guardato apprezzabilmente. La seconda è che molti ricordano che il segretario della DC era il primo sfidante del Presidente del Consiglio democristiano, sfida molto spesso coronata da successo. Terzo, che la sfida nascesse dai fatti e non dalla natura della DC e dalle diffuse capacità manovriere di quelle mobili correnti, apparve chiaro quando, completata la cavalcata iniziata al Lingotto, Veltroni divenne il primo segretario del PD nell’ottobre 2007. Avendo reso pubblico il suo programma di governo, non un progetto di partito, Veltroni divenne lo sfidante di Prodi che cadde quasi subito.

Quanto a Renzi, prima, dicembre 2013, ha vinto la carica di segretario del Partito Democratico. Poi, febbraio 2014, proprio in quanto segretario del PD fu nominato dal Presidente Napolitano a capo di un governo molto più “politico” di quello guidato da Enrico Letta. Sono fragili le motivazioni in base alle quali le minoranze vorrebbero che Renzi rendesse disponibile la carica di segretario. Lamentano che Renzi dispone di un potere eccessivo, rispetto a che cosa: alla sua abilità di svolgere entrambi i compiti? Renzi si occupa del governo, ma non ha trovato né il tempo né il modo di occuparsi del partito. Essendoci due vicesegretari, è anzitutto a loro che bisognerebbe chiedere conto dello stato del partito. Forse apprenderemmo che neppure loro hanno fatto granché, ma che la latitanza dipende dalla visione che Renzi ha del partito, Non è interessato alla presenza sul territorio, all’elaborazione politica, alle strutture, alle donne e agli uomini iscritti perché vogliono partecipare attivamente a un’impresa collettiva. Renzi scommette che il suo modo di governare si rifletterà positivamente sul partito, quantomeno sul “partito nell’elettorato”. Non crede, al contrario di molti dirigenti per lo più rottamati, ma anche di molti studiosi, che la presenza organizzata di un partito, il buon funzionamento delle sue strutture, la vivacità (contrapposta al conformismo) del suo gruppo dirigente produrrebbero conseguenze apprezzabili sulla percezione e sull’azione del governo.

Temendo la sfida di un eventuale segretario successore, Renzi non intende affatto rinunciare al doppio ruolo. Cercando di fare breccia nei dirigenti PD che nutrono qualche preoccupazione, le minoranze hanno fatto circolare l’idea del loro ticket con un candidato alla Presidenza del Consiglio post-Renzi e un candidato alla segreteria del partito. La mossa tattica è interessante, però, nulla lascia pensare che quel segretario seguirà il “suo” Presidente del Consiglio senza sentirsi già incanalato nella carriera che conduce a Palazzo Chigi. Quello che riguarda non solo la parrocchia del Partito Democratico, ma il paese, è che la soluzione non danneggi l’azione del governo. Messi da parte gli strumenti, vale a dire le promesse di carriera nel partito e nelle istituzioni, che producono ossequio e conformismo, magari riconoscendo esclusivamente agli iscritti il potere di eleggere il loro segretario, il PD riuscirà a diventare più dinamico e più democratico, di una democrazia che non si misura con il numero e la frequenza delle riunioni né con la lunghezza dei dibattiti.

Pubblicato il 13 luglio 2016

Il partito della Nazione? Sono i cinque stelle

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Intervista raccolta da Ettore Maria Colombo per Quotidiano Nazionale

Professor Gianfranco Pasquino, a Roma Virginia Raggi canta “Cos’è la destra, cos’è la sinistra” e nessuno che si ricordi di Norberto Bobbio…

La confusione, purtroppo, c’è sempre stata. Bobbio, nel suo celebre saggio, la fondava sulla divisione tra chi lotta per l’uguaglianza, l’innovazione e il progresso, e chi difende la tradizione, il passato, le disuguaglianze sociali. Gaber, però, ce l’aveva con la sinistra che non fa più il suo mestiere: aveva ragione lui.

Per lei il Pd è il partito della Nazione?

No, è il M5S: hanno un elettorato indifferenziato, in parte di sinistra, per tre quarti, e in parte di destra, per un quarto, hanno il culto dell’antipolitica, che solo in parte è un male, credono nella democrazia diretta, pur affidandosi troppo a Internet e hanno il 25% di voti. Me compreso, che sono diventato grillino…

Professore, lei, con la sua storia da ex intellettuale del Pci-Pds-Ds?

Cerchi di capirmi. L’M5S fa paura , ora che sta andando a gonfie vele: i centri di potere, i giornaloni, il governo. Ce li ha tutti contro. Loro hanno imparato a stare in parlamento.

Democrazia interna poca, però, eh?

Nel rapporto Casaleggio-eletti-iscritti certo, ma i gruppi si consultano molto, discutono, votano. Eppoi, quale sarebbe il partito “democratico”, il Pd? Con Renzi che dice alla minoranza “ora faccamo i conti”, poi va in Direzione dove lui ha l’80% di yes.men che gli dicono di sì? Suvvia. Un vero leader ascolta la minoranza, non cerca di schiacciarla e tantomeno di cacciarla.

Rimpiange il centralismo democratico?

Il centralismo democratico aveva tutti i difetti che sappiamo, ma il gruppo dirigente del Pci, almeno in epocha post-Togliatti, ascoltava e prestava attenzione alle istanze e agli umori della base e ricomponeva gli scontri.

Più democratico il Pci o la Dc? Meglio la II Repubblica, quanto a destra/sinistra, o la presunta III Repubblica di oggi?

Il partito più democratico di tutti era il Psi, solo che lo era fin troppo, con tutte le sue correnti. La DC era un'”oligarchia competitiva”. Del Pci ho detto. Nella II Repubblica è stato tutto piuttosto chiaro, tranne per la lega che si piccava di non essere di “destra”, dove oggi, invece, Salvini l’ha collocata stabilmente. FI è sempre stato un partito liberale di centro-destra, il Pd è sì un partito di centro-sinistra, ma ormai più di centro(finirà per inglobare Alfano e Verdni)che di sinistra, cosa che il Pds-Ds era in modo netto. Ma a sinistra del Pd non vedo giganti: avranno l’8%, restando residuali, per colpa dell’Italicum. Solo il M5S è il vero partito della Nazione, ma che guarda più a sinistra, come i suoi elettri. Del resto, dove si sono seduti in Parlamento? Il alto a sinistra. E in politica, anche questi gesti contano.

Vabbè, pure nella Rivoluzione francese c’era l’estrema dei “Montagnardi”…

Meglio loro, la Montagna, che la Palude…

Pubblicato il 22 marzo 2016

 

Cosa insegna la Spagna. Matteo è ignorante: il suo modello non rispetta la volontà popolare

Il fatto

Con l’esito di questo voto, preannunciato dai sondaggi, la Spagna è diventata in un certo qual modo europea. Non è più una nazione con due grandi partiti a dominare la scena, come era avvenuto negli ultimi 35 anni: ora ha anche altre due formazioni nella Camera bassa, Podemos e Ciudadanos. Ed è lo stesso schema che ritroviamo nel resto del continente, dove non si trovano Paesi con il bipartitismo. Ora la Spagna dovrà imparare quella che Roberto Ruffilli (politologo e parlamentare della Dc, ndr) chiamava la cultura delle coalizioni.

Attenzione però, chi celebra l’Italicum come soluzione all’ingovernabilità dà un segnale di ignoranza assoluta. Gli elettori votano in base ai sistemi elettorali, usano le regole date.

In uno scenario diverso, probabilmente molti elettori di Podemos avrebbero scelto i socialisti per mandarli al ballottaggio, o viceversa. L’Italicum rimane una legge proporzionale fortemente distorsiva della rappresentanza popolare, anche perché al secondo turno costringe tanti cittadini a fare una scelta forzata rispetto al primo voto dato. Quanto ai paragoni tra 5Stelle e Podemos, sono impropri: quello di Iglesias è di fatto un partito.

Pubblicato il 22 dicembre 2015