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Cortesi, scorretti, inesperti, manipolatori

Scorrettezza politica e costituzionale oppure cortesia istituzionale? Fare conoscere in anticipo al Presidente della Repubblica la lista dei ministri del prossimo eventuale (issimo) governo delle Cinque Stelle è, a mio parere, un gesto sostanzialmente propagandistico senza nessun senso istituzionale, ma anche senza nessuna violazione costituzionale. A Giovanni Sartori e, per quel che conta, anche a me, già pare costituzionalmente deprecabile che nei simboli di molti partiti compaia il nome del leader anche se è vero che alcuni partiti avrebbero vita ancora più triste e grama se non sfruttassero quel minimo di popolarità derivata che le apparizioni televisive dei leader garantiscono loro. Fu Berlusconi, non bloccato da Ciampi, a inaugurare la moda. Voleva non solo asserire con forza il suo predominio su Forza Italia e sul Popolo della Libertà, ma anche sottolineare che era lui e solo lui il candidato alla carica di Presidente (del Consiglio). Abbiamo anche visto e non stigmatizzato abbastanza le consultazioni parallele tenute dal segretario del PD Matteo Renzi nel dicembre 2016 dopo la pesante sconfitta referendario nel per individuare il suo successore. La sfilata di Padoan, Gentiloni, Delrio e Franceschini da lui convocati a Palazzo Chigi si configurò come una reale soperchieria costituzionale.

Non ha bisogno Di Maio di mettere il suo nome nel simbolo del Movimento che è molto più noto di lui e molto più attrattivo agli occhi di un elettorato insoddisfatto della politica italiana, irritato, anti-establishment che non ha nessun bisogno di sapere in anticipo né il nome del Presidente del Consiglio né i nomi dei ministri. Dunque, siamo di fronte a una sceneggiata napoletana che, pur criticabile, merita poca considerazione perché non intacca per nulla i poteri del Presidente della Repubblica al quale spetterà la nomina del Presidente del Consiglio “e, su proposta di questi, i ministri”. Riconosciamo a Di Maio la piena libertà di proporre i ministri che vorrebbe, ma la nomina spetterà a Mattarella e, se mai Di Maio andasse al governo, quei ministri dovrà prima di tutto concordarli con gli alleati della coalizione che fosse riuscito a formare. È anche sbagliato criticare Di Maio perché ha parlato di governo ombra, che è quello che alcune opposizioni costruiscono, soprattutto nei paesi anglosassoni a competizione bipolare/bipartitica (ci provò anche, malamente e tardivamente, il PC/PDS), come se si preparasse a stare all’opposizione- che potrebbe, comunque, essere il suo destino dopo il 4 marzo. Di Maio sta cercando di “fare ombra” sia al centro-destra, nel quale è in corso uno scontro en plein soleil di potenziali Primi ministri, sia al PD con il suo attacco a due punte, Renzi e Gentiloni, (uno più puntuto dell’altro) e con molti aspiranti alcuni (tramanti) nell’ombra.

Preso atto che la lista dei ministri di Di Maio non appare ricca di personalità quanto, piuttosto, povera di esperienza politica e quindi splendidamente rappresentativa dell’ideologia e della pratica delle Cinque Stelle, interpreterei la sua presentazione precoce come un omaggio un po’ maldestro (ma anche un po’ sinistro) alla logica delle istituzioni e della competizione politica. Infatti, è innegabile che da molte parti venga spesso la richiesta, soprattutto nelle elezioni comunali, di fare conoscere in anticipo la squadra dei governanti come se le squadre fossero automaticamente un valore aggiunto. Certo, se Virginia Raggi avesse fatto conoscere in anticipo la sua squadra avrebbe anche potuto in anticipo procedere al raffinato gioco di dimissioni, sostituzioni, nuove nomine etc. Non so se Di Maio ha fatto tesoro di quella (non)esperienza. Credo, invece, che, magari senza esserne del tutto consapevole, senza forse neanche volerlo sta comunicandoci qualcosa di importante. Il Movimento Cinque Stelle sta proseguendo la sua lenta marcia nelle istituzioni cominciata nella confusione in Parlamento cinque anni fa. Prolungata non splendidamente nei lavori parlamentari facendo “crescere” qualche competenza, la marcia pentastellata nelle istituzioni è approdata al riconoscimento del ruolo e dei poteri del Presidente della Repubblica. Le modalità del riconoscimento sono piuttosto pasticciate e contengono anche un ingenuo tentativo di condizionamento di Mattarella. Forse, vogliono persino essere una sfida ai Renzi e ai Berlusconi, ai Salvini e alle Meloni. Tutti costoro, soprattutto i primi due, hanno anche altre gatte da pelare e non hanno risposto adeguatamente. Tuttavia, se i famigerati intellettuali di riferimento, i giuristi (e i politologi) di corte dicessero alto e forte che tutto quello, nomina dei ministri compresa, che succederà dopo il 4 marzo avrà inizio esclusivamente con le consultazioni presidenziali ufficiali e con l’esercizio pieno dei poteri del Presidente sarebbe già un piccolo, ma utile passo avanti per tenere sotto controllo le conseguenze del voto prodotte da una brutta legge elettorale (mai abbastanza deprecata).

Pubblicato il 1 marzo 2018 su FondazioneNenniblog

Dialogo immaginario al Quirinale

Abbiamo fortunosamente potuto ascoltare quanto si sono detti il Presidente Mattarella e il Presidente Emerito nonché Senatore a vita, già Ministro degli Interni e Presidente della Camera dei deputati (1992-1994) Giorgio Napolitano.

Mattarella. Ti ho invitato alle consultazioni perché, caro Giorgio, te lo dico subito: tu sei parte del problema. Non ti pare di avere esagerato con l’appoggio a Renzi e alle sue riforme costituzionali che erano piuttosto brutte e malfatte?

Napolitano. Il Presidente del Consiglio si è fatto prendere la mano dalla sua irruenza. Ho dovuto richiamarlo usando il mio linguaggio, che tu sai essere soffice e felpato, rimproverandolo per “forse, un eccesso di personalizzazione politica”. Però, aveva ragione Pasquino (ma non farglielo sapere perché si monterebbe la testa), quando lo accusava di plebiscitarismo. Renzi ha poi addirittura sostenuto che queste erano le “mie” riforme. Davvero troppo. Non mi aspettavo una sconfitta così bruciante che, ahimé, ha intaccato anche il mio prestigio

Mattarella: Già, Pasquino. Lo conosco. Sostiene che sarebbe utile fare rivivere il mio sistema elettorale Mattarellum. Potrebbe persino avere ragione. Comunque, caro Giorgio, adesso ti tocca suggerirmi il modo di uscire da questa crisi di governo. Come te, neppure io vorrei procedere allo scioglimento del Parlamento. Elezioni immediate, come ne parlano troppi commentatori incompetenti e qualche politico la cui ambizione è molto al di sopra della sua conoscenza della Costituzione, non sono praticabili. Per di più, non posso ricorrere alla soluzione del governo tecnico che tu t’inventasti con quel colpo di genio di nominare Mario Monti senatore a vita per poi metterlo alla Presidenza del Consiglio. Una soluzione di questo tipo me l’hai bruciata.

Napolitano: Non la rifarei neppure io dopo che Monti contro le mie aspettative e i miei suggerimenti decise di “salire in politica” facendo saltare con il cattivo esito della sua lista Scelta Civica qualsiasi possibilità di succedermi alla Presidenza della Repubblica e, di fatto, complicando quelle elezioni e gli avvenimenti successivi.

Mattarella: Sono incline a cercare una soluzione non pasticciata che consenta di concludere la legislatura a febbraio-marzo 2018 come d’altronde, glielo ricorderò, eccome, ha più volte dichiarato lo stesso Renzi. Credi che sia possibile?

Napolitano: Possibile forse, doveroso senz’altro, ma, attenzione, il fiorentino è pieno di energie e ha un surplus di ambizione tale che non posso escludere che si metta di traverso a qualsiasi soluzione che non contempli un suo ruolo rilevante. Consultati in maniera ovattata anche con qualche sub leader del PD, Franceschini, Bersani (o chi per lui, non Cuperlo…), Delrio per sapere se sarebbero  in grado di tenere a bada Renzi e, ma io non te l’ho detto, di sfilargli il partito. Fai sì che sia Renzi in un sussulto da “statista” a indicare/designare il suo successore a Palazzo Chigi garantendogli il sostegno convinto del Partito Democratico.

Mattarella: Condivido, ma non sottovaluto i colpi di coda di un perdente che voglia mantenere, premuto da tutti i suoi collaboratori che, mediocri assai, non vogliono tornare nell’ombra, un ruolo visibile per risorgere nel 2018: una specie di “rieccolo” alla Fanfani, altra tempra altra statura (oops, non voglio scherzare) politica, e che quindi prepari non poche imboscate parlamentari. Rimane poi il problema di quale maggioranza sosterrà il nuovo Presidente del Consiglio.

Napolitano: Credo che Alfano e sicuramente Verdini sarebbero disponibili. Qualche aiutino verrebbe sicuramente dai parlamentari, non quelli che non sono ancora giunti al vitalizio (che brutta quest’accusa che puzza di antipolitica), ma quelli che sanno che non riusciranno a farsi ricandidare. Se cambiano tutti i ministri, condizione che devi porre a chiunque tu dia l’incarico, forse salvando, per ragioni di opportunità europee, il solo Padoan, una sferzata di energia e d’impegno a provare le loro competenze potrebbe spingere il nuovo governo almeno fino all’autunno 2017. Superare Natale dovrebbe essere del tutto possibile.

Mattarella: Quindi, mi suggerisci un politico? Vent’anni fa avrei dato l’incarico proprio a te. Adesso vorrei evitare candidature istituzionali. D’altronde, né Grasso né Boldrini hanno caratura politica e tecnica tale da essere ineccepibili. Al momento non intravvedo nessun uomo e nessuna donna, che sarebbe una grande novità, provenienti dalla società all’altezza della sfida. Neppure guardando all’Europa troveremmo politici di alto livello da reclutare: un obiettivo impossibile. I vincitori del referendum con il loro schieramento variegato e diffuso (nota che evito il termine “accozzaglia” che non sta nel mio lessico e nel mio stile) sono privi di personalità “presidenziabili”. Insomma, non mi resta che procedere a cercare con il lanternino nel litigioso convento del Partito Democratico un leader dalle buone maniere, non antagonizzante, consapevole dei suoi limiti, disposto a entrare nella storia politica di questo paese avendo guidato il governo anche solo per un anno o poco più.

Napolitano: Concordo, ma ribadisco: fattelo suggerire il nome, non dal “Corriere della Sera” e non da “Repubblica” (meno che mai da Eugenio Scalfari), ma da Renzi, chiedendogli di continuare a giocare alla playstation con i figli per consentire che i parlamentari del PD si comportino in maniera responsabile di fronte al paese.

Pubblicato AGL il 9 dicembre 2016

Es un error clamoroso decir que ha sido una nueva victoria del populismo

el mundo

Entrevista IRENE HDEZ. VELASCO Enviada especial ROMA 06/12/2016

Habiendo sido alumno de gigantes del tamaño de Norberto Bobbio y Giovanni Sartori, no es extraño que Gianfranco Pasquino (Trana, 1942) sea uno de los más reputados politólogos italianos. Especializado en Política Comparada, ha dado clase en la Universidad de Harvard, en la de Florencia, en la de California y, sobre todo, en la Bolonia. Y como Pasquino, la célebre estatua de Roma en la que desde el siglo XVI los ciudadanos tienen por costumbre dejar mensajes escritos con sus críticas a personajes públicos, este otro Pasquino tampoco tiene problemas en meterle el dedo en el ojo al poder…

el-mundo-gp

¿Se esperaba un resultado tan clamoroso?

No. Así de clamoroso no. Obviamente, habiendo hecho una larga y fatigosa campaña a favor del No, esperaba que el rechazo a la reforma constitucional ganase con un buen resultado. Pero esto va mucho más allá de mis expectativas.
¿Los italianos han rechazado realmente la reforma constitucional o el suyo ha sido un voto de protesta?
No ha sido un voto de protesta. Ha sido un No a las terribles reformas que el Gobierno Renzi pretendía llevar a cabo en la Constitución. Ha sido un No a la horrible campaña electoral que ha acompañado el casi plebiscito personal en el que Renzi ha tratado de convertir este referéndum. Ha sido un No al Gobierno Renzi, un rechazo frontal a las reformas sociales y económicas que ha llevado a cabo, y que atañen sobre todo al mercado laboral y a la escuela. Y ha sido también un No a los pequeños regalitos que Renzi ha hecho a los jóvenes y a las mujeres. Todo eso, junto, ha provocado un No sonoro y resonante, rotundo.

¿Qué ocurrirá ahora? ¿Se formará un nuevo Gobierno y en unos meses habrá elecciones?

Espero que haya un nuevo Gobierno y que sea un Gobierno político, no técnico, al frente de cual haya un exponente del Partido Demócrata. Nuestra Constitución contempla que el presidente de la República nombre al primer ministro, que el primer ministro nombre a sus ministros y que el Gobierno pase una votación de confianza en las dos cámaras. Si Renzi, secretario general del Partido Demócrata, no se opone en esa votación de confianza, el nuevo Gobierno obtendrá luz verde tanto de la Cámara de los Diputados como del Senado. Cuando haya Gobierno, será necesario aprobar una ley electoral. Ahora tenemos una ley electoral para la Cámara de los Diputados que se debe que reformar y hay que hacer una ley nueva para el Senado. Y luego hay que aprobar los presupuestos generales. Hay cosas que hacer, cosas que llevan tiempo. Creo que es absurdo hacer un Gobierno nuevo para sólo unos meses, el nuevo Ejecutivo debe agotar la legislatura y llegar a 2018, a su conclusión natural.

Esta derrota de Renzi ha sido interpretada como una nueva victoria del populismo después del Brexit y en las elecciones presidenciales estadounidenses. ¿Comparte esa opinión?

No, me parece un error clamoroso. Hay populismo en la Liga del Norte. Y si acaso hay populismo en Renzi, en los mensajes que ha lanzado de cara a este referéndum, en su insistencia en que lo que estaba en juego en esta consulta era reducir los cargos públicos, disminuir los costes de la política y otros mensajes parecidos… Todo eso son llamamientos populistas realizados por el jefe del Gobierno y que, como se ha visto, han sido rechazados por la gran mayoría de los italianos.

Pero es evidente es que en Europa hay terror ante la posibilidad de que Cinco Estrellas, el movimiento que lidera Beppe Grillo y que muchos tachan de populista, pueda llegar al poder…

Europa hace bien en tener miedo de Cinco Estrellas, porque es un movimiento muy fuerte y que no está salpicado por ningún escándalo. Pero Europa hace mal en considerar a Cinco Estrellas un movimiento populista. Es un movimiento de crítica de la política y de los políticos, pero que no tiene características populistas como las que por ejemplo puede tener la extrema derecha en Austria, algunas formaciones en Holanda, organizaciones como los Demócratas Suecos o los así llamados “Verdaderos Finlandeses”… Cinco Estrellas representa una parte importante del electorado italiano, cuenta con el apoyo de muchísimos jóvenes que quieren cambiar la política y desde luego no es un movimiento de tipo xenófobo.

Muchos predecían una hecatombe financiera en Italia si ganaba el NO. Pero no ha sido así.

Porque los mercados son sabios, porque la victoria del NO no genera ningún apocalipsis. Provocará un cambio de Gobierno, pero los italianos estamos habituados a los cambios de Gobierno y sabemos cómo administrarlos. Los mercados financieros hacen bien en no atacar a Italia, si lo hicieran perderían. La economía italiana probablemente sea lenta y perezosa, pero en conjunto aún es bastante sólida.

¿Fue un error por parte de Renzi jugar la carta del miedo?

Renzi ha jugado a meter miedo para tratar de vencer, trataba de amedrentar a los italianos haciéndoles creer que sólo él podía resolver la situación y que todos los demás era amasijo de inútiles. Sin embargo, en ese amasijo estaban la mayoría de los italianos y muchas organizaciones que lo único que querían era evitar unas nefastas reformas constitucionales.

Si tuviera que apostar, ¿quién cree que será el próximo primer ministro?

No quiero apostar sobre nombres. Pero creo que será alguien con experiencia política, con una biografía, con presencia en el Parlamento y miembro del Partido Demócrata. Hay cuatro o cinco personas que reúnen estas características. Y creo también que debe ser alguien no muy distante a Renzi. Muchos hablan de Dario Franceschini (en la actualidad ministro de Cultura). En realidad son demasiados los que hablan de Franceschini, y tal vez por eso no será él el elegido. Podría ser también Delrio (ministro de Infraestructuras y Transportes), pero es una figura menos incisiva. Otros creen que podría ser el turno de una mujer, como Roberta Pinotti, la ministra de Justicia. Y hay quien sostiene que el nuevo primer ministro será alguien con un cargo institucional, algo que yo espero que no ocurra porque ni la presidenta de la Cámara de Diputados ni el presidente del Senado tienen experiencia política previa.

Muchos dan en cabeza al ministro de Economía, Pier Carlo Padoan…

Creo que no sería una buena elección. Si es bueno como ministro de Economía es justo que siga siendo en ese cargo, y si no es bueno no veo por qué habría que ascenderlo. Además Padoan es un técnico, y yo considero que el nuevo primer ministro debe de ser un político.