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Oltre l’illusoria democrazia diretta. La via deliberativa aiuta a scegliere

Troppi degli aggettivi che accompagnano la democrazia sono fuori luogo, spesso la contraddicono, talvolta ne manipolano, più o meno consapevolmente, i suoi caratteri costitutivi. Più di sessant’anni fa, in un libro ancora oggi essenziale (Democrazia e definizioni, il Mulino 1957), Giovanni Sartori criticò aspramente le aggettivazioni improprie e fuorvianti delle quali, allora, la peggiore era “popolare”. Le democrazie popolari non erano né democrazie né popolari. Allo stesso modo, non è possibile sostenere né oggi né ieri che le democrazie illiberali sono democrazie. Laddove i diritti civili e politici dei cittadini non sono rispettati, dove la stampa non è libera, dove l’opposizione ha limitati spazi di azione, dove il sistema giudiziario viene controllato dall’esecutivo, mancano le condizioni minime della democrazia, quelle condizioni che il liberalismo ha messo a fondamento delle nascenti democrazie, della loro natura, del loro funzionamento e persistenza.

La contrapposizione classica contemporanea è fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta poiché molti ritengono che le nuove tecnologie, i nuovi strumenti di comunicazione hanno finalmente reso possibile ai cittadini di esercitare direttamente il loro potere senza bisogno di rappresentanti, rendendoli non soltanto obsoleti e inutili, ma addirittura controproducenti, un ostacolo alla traduzione delle loro preferenze, all’espressione dei loro interessi. I “direttisti” (terminologia di Sartori) identificano e confondono la democrazia esclusivamente con i procedimenti decisionali. Per loro, la democrazia diretta è quella nella quale tutte le decisioni vengono prese dai cittadini.

Naturalmente, democrazia è molto altro. È soprattutto una “conversazione”, frequente e costante, nella quale i cittadini sono coinvolti cercando di persuadersi vicendevolmente per giungere ad un accordo poi seguito da decisioni che sono sempre rivedibili alla luce dei loro effetti, più o meno positivi, e di altre informazioni sulla tematica decisa. Peraltro, tutte le democrazie rappresentative attualmente esistenti contemplano la presenza e l’uso di strumenti di democrazia diretta: l’iniziativa legislativa popolare, varie forme di referendum, persino la revoca, a determinate condizioni, degli eletti. Dal referendum (strumento di rarissimo uso in Gran Bretagna) “Remain” o “Leave” dovremmo avere tutti (britannici compresi) imparato che la democrazia diretta necessita di fondarsi su una effettiva e ampia base di informazioni disponibili a tutti gli elettori. Non è mai una semplice crocetta né un rapido click, ma è l’esito di un procedimento nel quale le posizioni sono state argomentate in pubblico e l’opinione, per l’appunto, pubblica si è (in)formata a favore o contro una specifica scelta.

Grandi scelte possono essere sottoposte all’elettorato, con le cautele del caso, ma la maggior parte dei processi decisionali richiedono ancora che siano i rappresentanti a dare il loro apporto alla definizione dell’esito. Se la democrazia diretta non è tuttora in grado di sostituire la democrazia rappresentativa, tranne che nelle esternazioni di alcuni irriducibili semplificatori, è tuttavia possibile arricchire la democrazia rappresentativa migliorando la rappresentanza e integrandola con alcune modalità specifiche. Qualche volta i “direttisti” lamentano l’alto tasso di astensionismo in alcuni contesti e in alcune elezioni. Si trovano in compagnia con i “partecipazionisti” coloro che affermano che “democrazia” è partecipazione, non esclusivamente elettorale. Peraltro, esistono già e sono utilizzate modalità che rendono più semplice l’esercizio del diritto di voto: per esempio, il voto per posta, la possibilità di votare in anticipo rispetto al giorno ufficiale delle elezioni, la delega. Vi si potrebbe aggiungere il consentire a chiunque di votare dove lui/lei si trovano (gli strumenti telematici consentono di riconoscere la qualifica di elettore e di evitare brogli). Chi ritiene che quanto più elevata è la partecipazione elettorale tanto migliore sarebbe la democrazia può proporre non pochi perfezionamenti all’esercizio del diritto di voto per quel che attiene la scelta dei rappresentanti e, in qualche caso, dei governanti nelle cariche monocratiche: presidenti nelle repubbliche semi e presidenziali, governatori di Stati, sindaci, e così via.

Chi, invece, pensa che il vero problema delle democrazie contemporanee è il mancato coinvolgimento dei cittadini in una pluralità di decisioni che, spesso, se importanti, hanno un alto tasso di “tecnicità”, può rifarsi alla oramai abbondante letteratura e a molte pratiche di “democrazia deliberativa” (in italiano il testo più rilevante lo ha scritto Antonio Floridia, La democrazia deliberativa: teorie, processi e sistemi, il Mulino, 2012. L’antesignano di questo filone di studi, James S. Fishkin, ha sintetizzato lo stato attuale delle ricerche e riferito su diversi esiti concreti in Democracy: When the People Are Thinking. Revitalizing Our Politics Through Public Deliberation, Oxford University Press 2018).
La democrazia deliberativa non è affatto la stessa cosa di democrazia decidente, inventata da qualcuno durante il referendum del 2016 sulle riforme costituzionali.

Deliberare non significa decidere, ma preparare il processo decisionale attraverso il ricorso ad assemblee di cittadini ai quali sono fornite tutte le informazioni necessarie ad una migliore comprensione del problema, delle modalità con le quali può essere compreso e affrontato, dei costi e dei benefici, delle conseguenze. Ad esempio, il “se” e il “come” costruire la TAV avrebbero potuto fare oggetto di modalità di discussione, di valutazione e di eventuale approvazione seguendo lo schema della democrazia deliberativa. La democrazia, scrisse Bobbio (Il futuro della democrazia. Una difesa delle regole del gioco, Einaudi 1984), ha promesso di “educare la cittadinanza”. È utile e doveroso partecipare anche per imparare. A loro volta, i partecipanti più e meglio informati contribuiscono all’affermazione e al perfezionamento della democrazia, del potere del popolo. A determinate condizioni, soprattutto l’accuratezza nella costruzione dell’esperimento, la democrazia deliberativa indica che, sì, i cittadini diventeranno meglio informati e il conseguente processo decisionale sarà più “rappresentativo” delle loro opinioni, più condiviso, più efficace. Al momento, questa è la strada per migliorare la democrazia rappresentativa.

Pubblicato il 14 aprile 2019

I puri a 5Stelle sacrificano le convinzioni alle convenienze

Democrazia diretta significa che i cittadini-elettori (chiedo scusa: il “popolo”) decide direttamente, senza intermediari, sulle tematiche più importanti. Soltanto chi pensa che 52.417 attivisti (che hanno partecipato alla consultazione online n.d.r.) siano effettivamente rappresentativi di circa 9 milioni di italiani che hanno votato il Movimento il 4 marzo 2018, può sostenere che la consultazione online è stata un esempio di democrazia diretta. Due elementi sono certi. Da un lato, i dirigenti del Movimento hanno scaricato sugli attivisti la responsabilità di una decisione molto importante: autorizzare o no il Tribunale dei Ministri di Catania a processare Salvini; dall’altro, è stata travolta l’autonomia dei senatori delle Cinque Stelle, meglio, la loro possibilità di votare secondo coscienza (e conoscenza), vale a dire sulla base della loro valutazione dei fatti. Quel che più conta è che il principio che le Cinque Stelle avevano dall’opposizione variamente declamato: non concedere mai l’immunità agli inquisiti, sia stato sacrificato alla ragion, non di Stato, ma di governo. “Salvare” il Ministro degli Interni Matteo Salvini che, incidentalmente, avrebbe potuto salvarsi da sé nel processo, per non mettere a rischio il governo. Sacrificare le convinzioni alle convenienze: questo hanno fatto gli attivisti anche perché, naturalmente, avevano chiaramente capito che questa era la preferenza dei loro dirigenti e ministri. La consultazione online contiene qualche importante “insegnamento”. Coloro che ne sanno o ne dovrebbero sapere di più, i senatori che avevano accesso alle carte, non hanno potuto/voluto discuterne con coloro che hanno premuto il loro bottone senza essere riusciti ad avere informazioni aggiuntive specifiche. Si è deplorevolmente dimostrato che, in un caso di notevole delicatezza, la democrazia diretta interpretata come una procedura per prendere rapidamente le decisioni ha dei limiti gravissimi. Inoltre, forse inconsapevolmente forse deliberatamente, portata fuori del Parlamento, la procedura decisionale adottata dalle Cinque Stelle costituisce uno sfregio alla democrazia rappresentativa. Non è possibile sapere che cosa avrebbero desiderato e scelto gli elettori delle Cinque Stelle, ma è sicuro che a nessuno dei loro senatori potrà essere imputata qualsiasi responsabilità per la decisione assunta. Quei senatori non potranno spiegare il loro voto e non dovranno renderne conto a nessun elettore. Delegare le decisioni importanti alla piattaforma online –non mi chiedo neppure se siano possibili manipolazioni né se dovrebbero essere gli attivisti e non i dirigenti a decidere cosa sottoporre al voto e quando- significa che i rappresentanti eletti non sono chiamati a svolgere nessun ruolo significativo e che, di conseguenza, il Parlamento, come suggerito qualche mese fa da Davide Casaleggio, finirebbe per rivelarsi inutile. La democrazia semi-diretta mette malamente fine alla democrazia rappresentativa e diventa democrazia pilotata.

Pubblicato AGL il 19 febbraio 2019

Quorum e democrazia diretta ai tempi della propaganda

Le democrazie parlamentari rappresentative funzionano in maniera soddisfacente laddove ne sono rispettate le regole e le procedure. Ad esempio, quando i decreti del governo sono emanati solo “in casi straordinari di necessità e urgenza” (art. 77 della Costituzione italiana); quando entrambe le Camere dispongono di tempo adeguato per esaminare, eventualmente emendare, infine, approvare i disegni di legge (art. 72) senza, tranne eccezionalmente, essere coartate dal voto di fiducia. I rapporti fra governo e parlamento richiedono uomini e donne rispettosi di modalità e limiti per non cadere, da un lato, nella dittatura del governo, dall’altro, nell’assemblearismo aggravato dal trasformismo. Sempre critici del Parlamento, i dirigenti del Movimento 5 Stelle vogliono arrivare alla democrazia diretta, ma dal dire al fare, com’è noto, c’è di mezzo il mare. Peraltro, sulla democrazia dentro il Movimento e sulle modalità di operazione della piattaforma Rousseau che dovrebbe garantirla, le critiche sono già state molte e argomentate. Per dare più potere ai cittadini, il ministro 5 Stelle Fraccaro ha presentato un disegno di legge sul referendum propositivo. L’intenzione è di consegnare parte del potere legislativo ai cittadini. Raccolte 500 mila firme a sostegno di un disegno di legge, se il Parlamento non lo approva oppure approva un testo molto diverso si dovrà tenere un referendum con i cittadini chiamati a scegliere fra le due opzioni. Questo tipo di referendum richiede una riforma della Costituzione che potrebbe a sua volta essere sottoposta a referendum se approvata da meno di due terzi dei parlamentari. Al momento, il punto controverso è il quorum di partecipazione al referendum affinché una proposta sia approvata dagli elettori. Le 5 Stelle dicono: “nessun quorum” per premiare i cittadini partecipanti. Sembra, invece, che la Lega desideri un quorum, il 33 per cento. Potrebbero esservi anche altri problemi. Il primo sarebbe l’intasamento del Parlamento obbligato a occuparsi in tempi predefiniti di una pluralità di proposte venute dal “popolo”. Il secondo sarebbe quello di una legislazione occasionale e casuale, priva di qualsiasi coerenza programmatica, con un probabilmente molto basso tasso di partecipazione dei cittadini e, quindi, con la legittimità dell’esito sempre molto criticabile. Qualcuno ha adombrato che l’introduzione del referendum propositivo sia una mossa delle Cinque Stelle per dimostrare che, come profetizzato da Davide Casaleggio, il Parlamento sta perdendo la sua utilità. A me pare che si tratti di una fuga propagandistica in avanti e che sarebbe di gran lunga preferibile che governo e parlamento si preoccupassero di migliorare i loro rapporti, di applicare davvero i dettati della Costituzione e di trovare forme di consultazione, di informazione e di “educazione” dei cittadini (ad esempio, facendo ricorso a esperimenti di “democrazia deliberativa” già attuati a livello locale)tali da migliorare la qualità della democrazia italiana.

Pubblicato AGL il 10 gennaio 2019

Referendum propositivo? Una fuga in avanti propagandistica

Paradossalmente, se funzionerà, finirà per intasare il Parlamento con le richieste pilotate da Rousseau (piattaforma). Il referendum propositivo è una fuga in avanti propagandistica per chi non sa migliorare i rapporti Governo/Parlamento e vuole rendere inutile il Parlamento. Avanti un altro.

 

 

Dirigisti di democrazia

Salvini si esprime a favore della TAV e chiede che se la sbroglino i cittadini con un referendum. Di Maio sostiene che i referendum non li chiedono i ministri, ma i cittadini. Però, non invita gli elettori del Movimento a raccogliere le firme. Il governatore della Liguria Toti (FI) sfida il Ministro Toninelli (M5S), che non ci sta, a un referendum sulle Grandi Opere. Chi perde si dimette. Democrazia diretta per le Cinque Stelle non è più quella che consente ai cittadini di esprimersi e decidere, ma quella che dirigono o vorrebbero dirigere loro.

La democrazia che spaventa i pentastellati

Improvvisamente e inaspettatamente, si è aperto un molto delicato problema per il Movimento 5 Stelle: mettere alla prova un elemento essenziale della loro concezione di democrazia diretta e partecipata. Sul terreno della TAV dove, fra l’altro, si trova molto esposta la amministrazione pentastellata di Torino, il Capitano Salvini prima ha dichiarato di essere favorevole a quella “grande opera”, poi ha aggiunto “se la sbroglino i cittadini con un referendum”. Il Sottotenente Di Maio, noto sostenitore della democrazia partecipata, ha subito replicato che i referendum li debbono chiedere i cittadini, non un ministro, il che è solo parzialmente vero. Infatti, autorizzato dal Parlamento, i referendum li può chiedere anche il governo, come fu nel 1989 per il referendum, certo, consultivo: “volete dare più poteri al Parlamento Europeo?” (quesito approvato dall’88 per cento, affluenza alle urne dell’80 per cento degli aventi diritto). Poi, Di Maio ha glissato evitando di spiegare perché non siano proprio gli elettori delle Cinque Stelle nella Valle di Susa e a Torino a dare inizio alla raccolta delle firme.

Nella vicina Liguria, il governatore Giovanni Toti (Forza Italia, ma molto vicino alla Lega) ha sfidato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti il pentastellato Toninelli a fare un referendum sulle Grandi Opere, compresa la Gronda intorno a Genova, aggiungendo “chi perde si dimette”. La risposta di Toninelli, “il referendum lo debbono chiedere i cittadini”, è stata molto evasiva, ma proprio per questo rivelatrice.

Vero è che referendum del genere di quello chiesto da Salvini e da Toti presentano molti problemi. Per esempio, a quello sulla TAV, supponendo che lo chiedano gli abitanti della Val di Susa che sono i diretti interessati, chi sarà ammesso a votare: solo i residenti oppure anche i proprietari di seconde case per la villeggiatura e coloro nati in Val di Susa che colà hanno parenti, ma non vi abitano più, oppure ancora tutti i torinesi, tutti i piemontesi? Ma, se l’opera è di interesse nazionale, non dovrebbe il referendum coinvolgere tutto l’elettorato italiano? Un discorso simile vale anche per il referendum chiesto da Toti. Infatti, sia il Ponte Morandi sia la Gronda, una “bretella” per alleggerire il traffico che grava su Genova, interessano non solo i genovesi e, più in generale, i liguri, ma, da un lato, tutti coloro che ritengono che quelle opere sono necessarie a un paese moderno e dinamico, e, dall’altro, coloro che alle grandi opere si oppongono (questa è la posizione assunta ufficialmente da lungo tempo dal Movimento 5 Stelle). Adesso, emergono le loro contraddizioni. Sembra proprio che i vertici delle Cinque Stelle temano di dare voce ai cittadini e di ascoltarne le preferenze. La democrazia “diretta” la stanno interpretando come democrazia da loro diretta, non come democrazia nella quale i cittadini si esprimono direttamente senza mediazioni.

Pubblicato AGL il 13 dicembre 2018

 

Il Conte del popolo

Populiste sì sono le affermazioni del Presidente del Consiglio Conte. Fin dall’inizio dichiarò il suo populismo proponendosi come avvocato del popolo anche se il popolo non l’aveva in nessun modo né scelto né designato. Da allora continua a ripetere di rappresentare il popolo, in competizione con Salvini che, a sua volta, parla come rappresentante di 60 milioni di italiani. Quanto al “popolo” che non si fa rappresentare né dall’uno né dall’altro è logicamente composto da “nemici” del popolo buono che segue e sostiene governo e governanti. Questa concezione di democrazia, non proprio rappresentativa, ma neppure diretta, non sta da nessuna parte.

La qualità della democrazia: rappresentativa, diretta, partecipativa? #Trento #7dicembre

Incontri pubblici di diritto costituzionale
Facoltà di Giurisprudenza, via Verdi 53 – Aula B

Venerdì 7 dicembre 2018 (14:30-18:30)

Relazione Introduttiva
Gianfranco Pasquino

La qualità della democrazia: rappresentativa, diretta,
partecipativa?

ne discutono:
Raffaele Bifulco, LUISS
Tania Groppi, Università di Siena
Roberto Toniatti, Università di Trento

 

QUEL CHE MANCA ALLE DEMOCRAZIE @rivistailmulino

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La qualità dei cittadini influenza in maniera decisiva la qualità della democrazia rendendo minimi e insignificanti gli eventuali possibili deficit comportamentali e facendo funzionare al meglio le strutture, a cominciare da quelle partitiche, e le istituzioni di rappresentanza e di governo. Tuttavia, in alcune condizioni e situazioni è possibile che questi stessi cittadini di “alta qualità” e di alto livello si trasformino da elemento positivo, asset, a elemento, non necessariamente negativo, ma problematico. E’ probabile che i cittadini con alto livello di istruzione, che spesso si accompagna ad un’occupazione prestigiosa e ottimamente retribuita, si convincano che per loro è più che sufficiente scegliere volta per volta se come e quanto partecipare. Pensino di avere risorse personali tali da respingere eventuali interferenze della politica sulle loro attività e da, se necessario, influenzare come desiderano le scelte politiche. Le azioni individuali dei cittadini definibili come “post-materialisti” indeboliscono le strutture di rappresentanza collettiva, come, principalmente, i partiti, e aprono la strada alla comparsa di diseguaglianze non soltanto politiche, ma soprattutto socio-economiche. I possessori di voci “post-materialiste” sono in grado di farle sentire più alte e più forti nella assegnazione e nella distribuzione delle opportunità e dei beni. Queste considerazioni valgono sia per la democrazia rappresentativa sia per la democrazia diretta. E’ un errore grave pensare che la democrazia diretta sia più facile da praticare e che, quindi, si adatti meglio a cittadini che dispongono di meno informazioni politiche, di una cultura politica embrionale. Forse, al contrario, la democrazia diretta, se intende esercitarsi su tutte le decisioni, ha assoluta necessità di fare affidamento su una cittadinanza preparata, in grado di rispondere in tempi brevi a domande spesso molto delicate. I rappresentanti sono in grado di semplificare la vita degli elettori. Referendum, iniziative legislative popolari, eventuali revoche degli eletti, richiedono ai cittadini acquisizione di conoscenze e esercizio intenso e frequente di partecipazione. Non è fuori luogo immaginare che molti deficit farebbero/faranno irruzione nelle forme e modalità di democrazia diretta. Alcuni li abbiamo già visti in non poche consultazioni eseguite dal Movimento 5 Stelle.

La democrazia è certamente “potere del popolo” e il popolo esercita il suo potere periodicamente nello scegliere la leadership del sistema politico e nel sostituirla senza spargimento di sangue. Nella democrazia ideale la leadership rappresenta il meglio della cittadinanza (Sartori, The Theory of Democracy Revisited, vol. I, pp. 163-171). I migliori governano salvo essere sconfitti e rimpiazzati da coloro che si dimostrano migliori di loro. Da qualche tempo, un po’ ovunque, non soltanto in Europa, si sente acutamente che esiste un deficit di leader, ovvero che mancano leader paragonabili per qualità a quelli degli anni Cinquanta-Ottanta del XX secolo. Nella letteratura non ho finora trovato tentativi convincenti di spiegazione di un fenomeno indubbiamente di grande importanza e portata. Dunque, azzardo. Le leadership di cui sentiamo la mancanza sono state tutte leadership di partito, espressione di un partito e della competizione fra partiti, formate nei partiti attraverso processi di rinnovamento intergenerazionale. A loro volta, ciascuno dei partiti, proprio a causa della competizione, cercava di selezionare i migliori. La “rottamazione” dei peggiori, sulla base di giudizio di merito e non di età, era una logica conseguenza, non una strategia o un vanto di chi delle sue superiori qualità non aveva ancora dato prove. Il declino dei partiti, della loro capacità di reclutamento, del loro appeal sociale e politico, ha condotto un po’ dappertutto, ma soprattutto in Europa, alla scarsità di uomini e donne ambiziose disposte a cimentarsi con la politica.

Pur attribuendo grande importanza alle leggi elettorali nello stimolare la competizione politica, anche, nei collegi uninominali, fra candidature, e a mantenerla nel tempo (com’è noto non è questa la situazione italiana dalla Legge Calderoli alla Legge Rosato, entrambe deliberatamente coniate per non avere nessuna competizione fra persone), credo che la mancanza di leadership politiche all’altezza derivi anche da fattori sociali. Lascio da parte la davvero stantia polemica contro il “complesso del tiranno”, secondo il quale gli italiani nutrirebbero tuttora sospetti e timori nei confronti dell’emergere di leadership energiche e incisive, spiegazione inadeguata anche perché non è in grado di rendere conto di quello che è avvenuto nelle altre democrazie europee. Mi pare che una spiegazione più convincente sia che i cittadini post-materialisti scelgono di impegnarsi e di cercare soddisfazione e autorealizzazione in special modo in ambiti diversi e lontani dalla politica. Motivarli all’impegno politico richiederebbe una ristrutturazione della sfera politica che non è in corso da nessuna parte.
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L’articolo completo è pubblicato sul “Mulino” n. 3/18, pp. 375-391