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Democrazia Futura. Cinque domande sul futuro degli Stati Uniti d’America #DemocraziaFutura @Key4biz

a cura di Bruno Somalvico, storico dei media e funzionario presso la Direzione Relazioni Istituzionali della Rai

Domanda. La crescita del divario fra élite e popolo favorita anche dal ruolo rivestito dalla comunicazione virale nei social media va vista dopo il voto del 3 novembre come una crisi di crescita della democrazia e di partecipazione ai suoi riti anche da parte di chi non appartiene all’establishment tradizionale, o come un mero moltiplicatore delle fratture in atto prodotte anche dalla frammentazione della sfera pubblica e dalle post verità?

Gianfranco Pasquino
Difficile dire con certezza che il divario fra élite e popolo sia cresciuto Certamente sono cresciute le diseguaglianze economiche e si stanno accentuando quelle sociali e culturali. Però, non è una crisi di “crescita” della democrazia. Ė un segnale potentissimo con radici profonde negli Stati Uniti, mai una democrazia orientata all’eguaglianza. Fortemente competitiva, piuttosto meritocratica, non sufficientemente desiderosa né capace di garantire opportunità, gli USA hanno, solo in parte, però, preso atto di problemi che non sanno risolvere. Lo dirò così, seccamente: un Afro-Americano alla Casa Bianca per otto anni e gli Afro-Americani vivono in una delle peggiori fasi della loro storia. Black Lives Do not Matter. C’è moltissimo da fare.

D. Il sistema elettorale statunitense tiene? O il lungo e complesso meccanismo che porta all’elezione (selezione dei candidati nelle primarie, successiva scelta fra i candidati in due tappe: elezione a suffragio universale dei grandi elettori rappresentanti dei singoli stati e infine elezione del presidente da un collegio elettorale ristretto) necessita di qualche modifica? Per evitare lo strappo di Trump che aizza i propri elettori prima contro il simbolo dell’establishment Hillary Clinton poi contro i brogli elettorali va cambiato qualcosa?

G. P.
Il problema si chiama voter suppression e ricomprende sia tutte le modalità usate dalle maggioranze repubblicane negli Stati e nella Corte Suprema per rendere difficile/impossibile agli Afro-Americani e ai Latinos il semplice esercizio del diritto di voto sia le odiose pratiche del gerrymanderingPerò, qui è anche il caso di sottolineare che negli Stati Uniti a differenza di qualsiasi altra democrazia al mondo, il denaro influenza in maniera potentissima tutti i procedimenti elettorali, prima, e tutte le politiche pubbliche, dopo. Grazie alla sentenza della Corte Suprema del 21 gennaio 2010 “Citizens United versus Federal Election Commission” il potere dei grandi ricchi è stato istituzionalizzato in maniera devastante

D. Gli effetti della globalizzazione sul ridisegno del centro e delle periferie degli Stati Uniti d’America. Che responsabilità rivestono le nuove élite tecnologico tecnocratiche che controllano le piattaforme nel favorire la frammentazione dell’opinione pubblica e la reazione sovranista di ceti medi e rurali sempre più emarginati e soggetti a fenomeni di pauperizzazione?

G. P.
L’opinione pubblica si frammenta da sé. Solo le società molto tradizionali sono relativamente coese o forzosamente compattate. Le opinioni pubbliche contemporanee sono “naturalmente” frammentate. Neanche le élite tecnologico tecnocratiche sanno come dominarle e nessuno sa come ricomporle. Qualcuno pensa che le opinioni pubbliche scomposte sono più manipolabili. Non ne sarei sicuro. Quelli che vivono nel Wyoming non si fanno influenzare da quelli che vivono nel Bronx e quelli di Affrico la pensano molto diversamente da quelli di Zagarolo.

D. Vengono meno i principi fondamentali che hanno funto da collante per gli Stati Uniti? E’ finito anche dopo il melting pot anche il salade bowl, ovvero il piatto comune che teneva insieme la società multirazziale in nome dei principi jefferssoniani?. O vengono meno solo i valori politicamente corretti dell’era obamiana?. No, we can’t.

G. P.
Quei principi fondamentali vanno riesaminati, ripensati, ridefiniti. Non saprei più a chi attribuire la lenta sovversione di quei principi, ma certo i Democratici del Sud sono stati molto influenti e alcuni presidenti repubblicani a partire da Reagan hanno fatto del loro peggio. Credo che sia sempre possibile cambiare e migliorare. La questione è quanto tempo e quali costi e soprattutto chi. Yes, some of us will.

D. La “marcetta sul Campidoglio” – come è stata definita in un commento su una testata televisiva nazionale italiana – e il suprematismo bianco sono un fenomeno marginale tragicomico a sostegno di un uomo ridicolo o una tragedia shakesperiana di una società americana che non ha ancora elaborato il lutto dell’11 settembre? E che non accetta di condividere le regole della globalizzazione con le altre grandi potenze?

G. P.
Non penso che protagonista sia il lutto dell’11 settembre. A mio parere la globalizzazione non c’entra quasi niente. Siamo di fronte al vero, grande, irrisolto problema americano. Gli Stati Uniti nascono e prosperano sulla schiavitù. Il suprematismo bianco che, in parte economico e sociale in parte culturale, non è mai venuto meno. Permea ampi settori non soltanto dei bianchi delle classi popolari. Il suo superamento non avverrà abbattendo statue, ma attraverso un profondo ripensamento culturale e soprattutto grazie a cambiamenti demografici che sono già in corso. Quella marcetta sul Campidoglio ad opera delle faccette bianche è qualcosa di tremendamente politico da non dimenticare. Una scena gravissima con radici profonde (e 74 milioni di voti).

Pubblicato in forma integrale il 31 marzo 2021 su key4biz.it

Cinque domande sul futuro degli Stati Uniti d’America rivolte da Bruno Somalvico ad alcuni collaboratori di Democrazia Futura alle quali hanno risposto Massimo de Angelis, Antonio Di Bella, Giampiero Gramaglia, Erik Lambert, Giacomo Mazzone, Andrea Melodia, Gianfranco Pasquino, Carlo Rognoni e il giornalista e massmediologo italo americano Dom Serafini.